Politica estera: memorie e documenti

Part 16

Chapter 163,661 wordsPublic domain

Io non m'illudo sulle condizioni della Turchia. Quell'Impero è in dissoluzione, e da un momento all'altro può darsi che se ne apra la successione. Nei nove anni che seguirono al trattato di Berlino, nulla ha fatto il Sultano per riordinare la sua amministrazione. È un miracolo, anzi, ch'egli continui a sostenersi, il suo governo mancando dell'alimento principale della vita degli Stati, cioè delle finanze. L'art. 23 del trattato di Berlino gli imponeva di dare alle sue Provincie regolamenti somiglianti a quelli di Creta, ed il Sultano nulla ha fatto e le Potenze non lo hanno richiamato allo adempimento de' suoi doveri.

Il disordine attuale della Turchia può giovare alla Russia, che l'agguata, pronta a darle l'ultimo colpo. Ciò non può convenire alle grandi Potenze, le quali non possono permettere alla Russia d'impossessarsi di quel territorio.

In tale stato di cose, il dilemma che a noi si presenta è questo; o unirci per riordinare l'amministrazione della Turchia, difenderla ove ne fosse il caso, impedire insomma che essa precipiti, o preparare le basi per un governo o più governi che dovrebbero essere sostituiti al turco.

In questo secondo caso io non vedrei altro di meglio che, rispettando le autonomie delle differenti regioni, come la Macedonia, l'Albania, la vecchia Serbia, ecc., costituirle nel modo istesso, siccome oggi sono la Rumenia, la Bulgaria e gli altri Stati balcanici.

Il concetto delle autonomie è accettato a Vienna. Dai dispacci del nostro Ambasciatore in quella città risulta che il conte Kálnoky vuole il rispetto delle autonomie locali nella penisola balcanica. Non so come il Kálnoky intenda attuare il suo pensiero, ma a me basta constatare che nei principii siamo d'accordo.

Il Principe allora riprese che egli vedeva di buon occhio il gruppo delle tre Potenze, e desiderava anzi che fosse compatto, e che facesse valere la sua autorità.

Nella Bulgaria nulla egli ha da vedere. Sarebbe stato meglio vi fosse rimasto il principe Alessandro. Esso però fu imprudente, ed affrettò la sua fine, violando il trattato di Berlino. Fece anche dippiù: offese la suscettibilità dell'Inghilterra co' suoi progetti di matrimonio. Comunque sia, egli non è più principe.

La Russia insiste nelle sue proposte. Bismarck le appoggerà se verran fatte proprie dalla Turchia. È però di avviso che non approderanno. Libero però il governo italiano di seguire in Oriente la politica sua; la Germania sarà sempre d'accordo con l'Italia in tutto ciò che giovi al mantenimento della pace. Se la pace in Oriente venisse turbata, la Germania sarà co' suoi alleati, stando alla retroguardia.

Per quanto si riferisce alle cose dell'Oriente — soggiunge il Principe — vedetevela col conte Kálnoky. Combinate tutto con lui, stabilite con lui. Potrà essere l'oggetto di un trattato speciale.

Riprendendo la parola, soggiunsi che la conservazione della pace era il mio desiderio ed il mio proponimento. Manifestai il mio rincrescimento per le condizioni eccezionali nelle quali ci troviamo in Massaua. Quella occupazione non è un fatto mio: la trovai. È mio dovere però, è dovere del governo italiano di riparare all'offesa patita. Sarà una guerra di poco momento, alla quale siamo obbligati; è una guerra dalla quale non possiamo liberarci.

Io voglio sperare che la Francia sarà tranquilla, ma dovrò osservare che i trattati del maggio 1882 e del febbraio 1887 sono incompleti. Si previdero le ipotesi del concorso reciproco di una delle due Potenze in caso di una guerra; ma non si pensò a fare una convenzione militare, la quale io ritengo sia necessaria.

Nissuno può sapere nè quando nè come scoppierà la guerra. Può essere un fatto improvviso; e non si deve attenderlo per metterci d'accordo nella parte che ciascuno di noi dovrà prendere alla difesa comune. Giova stabilire il più presto possibile un piano di difesa e di offesa prevedendo tutte le ipotesi, affinchè, scoppiata la guerra, ciascuno di noi sappia quello che deve fare.

Insomma una convenzione militare è complemento ai trattati di alleanza.

Il Principe rispose che comprendeva la ragionevolezza della mia proposta e che l'accettava. Era necessario però ch'egli ne parlasse con l'Imperatore e prendesse all'uopo gli ordini di S. M. L'Imperatore è il capo dell'esercito.

Replicai, che ammessa in principio la mia proposta, nulla avevo da aggiungere, se non che ad esprimere il desiderio che altrettanto si dovesse fare con l'Austria.

L'Austria — soggiunsi — è quello che è, impero poliglotta, composto di varie nazionalità. Io la rispetto, perchè rispetto e dovrò rispettare i trattati.

Per me l'esistenza dell'Austria è necessaria all'equilibrio d'Europa. Lo riconosco, e l'Italia sarà una fedele alleata del vicino impero.

Tengo a dirlo poichè fui suo nemico, e cospirai contro di esso sino a quando possedette provincie italiane. E perchè sono sincero nelle mie dichiarazioni, dovrò pregarvi d'interporvi presso il gabinetto di Vienna in una questione la cui soluzione ci interessa tutti, l'Austria e noi.

Nello Stato austriaco vi è una forte popolazione italiana, una popolazione importante in ogni senso, che giova al governo austriaco tenersi amica.

Io non domando privilegi per la popolazione italiana. Domando che sia trattata come tutte le altre nazioni dell'Impero. Il governo austriaco ci guadagnerebbe, perchè toglierebbe ogni motivo a lagnanze e se la renderebbe amica.

V. A. non può comprendere qual danno derivi dai cattivi trattamenti ed in quale imbarazzo l'Austria metta il governo italiano. Tutte le volte che giungono in Italia notizie di violenze fatte agli italiani dall'Austria, il sentimento nazionale si ridesta ed i partiti politici se ne valgono di pretesto per turbare la pace pubblica.

Del resto, l'Austria non può vivere ed esser forte che a condizione di rispettare le varie nazionalità dell'impero.

Il Principe mi ringraziò di tali dichiarazioni, e promise che avrebbe fatto giungere la sua parola a Kálnoky.

Dopo ciò riputai necessario di toccare un altro argomento, il quale interessa l'Italia e la Germania soltanto: l'esercizio dei diritti civili degli italiani in Germania e dei tedeschi in Italia, sul piede di perfetta eguaglianza; lo pregai di affrettare l'attuazione di codesto concetto.

Il Principe, ricordandosi la promessa fattami in proposito per mezzo dell'Ambasciata tedesca in Roma, dichiarò che l'affare era allo studio e che l'avrebbe sollecitato. «Si studia un Codice Civile per tutto l'Impero per togliere la molteplicità dei Codici attualmente in vigore. Si è dovuto quindi sentire i ministri di Giustizia dei varii Stati. Ci vuol tempo, ma si farà presto».

Era ormai mezz'ora dopo le 12 meridiane. Il Principe mi pregò di sospendere il colloquio, che avremmo ripreso dopo la colazione, e di andare a passeggiare nella foresta.

Lui, io ed Herbert, appoggiati ciascuno al nostro bastone — me ne aveva dato uno di quelli che erano nell'anticamera — procediamo per un viottolo che si apre alla sinistra della casa. Si gira per oltre una mezz'ora e di tanto in tanto il discorso politico è interrotto dal Principe con le notizie ch'egli mi dà dei luoghi che traversiamo.

Il Principe mi domanda di Cucchi — un deputato italiano che nel 1870, durante la guerra, fu inviato al Quartier generale germanico dal Comitato della Sinistra — e vuole che io glielo saluti. Il che dà occasione a discorrere della origine dei nostri rapporti anteriori alla guerra del 1870, del viaggio di von Holstein a Firenze, degli aiuti che furon dati alla Prussia impedendo l'invio di truppe italiane in Francia.

Si camminava a passo accelerato. Ricordando il 1870 e caduto naturalmente il discorso sulla Francia, mi venne fatto di avvertire come il _Matin_ avesse esplicato il mio viaggio a Friedrichsruh. Il _Matin_ aveva stampato che scopo della mia visita era stato la conciliazione col Papa. Ed il Principe:

— Giusto quello di cui non abbiamo parlato. I francesi cercano «mezzogiorno a 14 ore».

— E del resto non ve n'era ragione.

— È una questione che non c'interessa, e della quale non dobbiamo occuparci.

E vi dirò che nessuno dei prelati mi ha parlato del potere temporale, prevedendo purtroppo quale sarebbe stata la mia risposta.

Come notizia storica parlai del padre Tosti, del suo opuscolo, delle intenzioni del Papa, delle contraddizioni, della lettera di Leone XIII e dell'altra di Rampolla, che bastarono per obbligarmi a non essere neanco cortese in alcune materie, nelle quali avremmo potuto condiscendere restando nei confini della legge per le guarentigie pontificie.

Pochi minuti prima dell'una, siamo già ritornati a casa, e si va a far colazione.

Dopo la colazione si tien circolo in una delle stanze attigue alla sala da pranzo. È lì un grande armadio di noce pieno di carta da scrivere, penne, ecc., regalato al Principe da alcuni fabbricanti di oggetti di cancelleria in uno de' suoi anniversarii. «Vi è più di un quintale di carta», dice ridendo la Principessa.

La Principessa mi presenta un _album_ veramente albo, cioè tutto bianco; e chiede che io pel primo vi scriva qualche parola. Scrivo: «In questo asilo del patriottismo, dove si veglia al mantenimento della pace di Europa, lascio questo mio ricordo — 2 ottobre 1887 — F. CRISPI». Il pensiero è molto gradito e il Principe esclama in tono solenne: «Vostra Eccellenza ha bene interpretato l'animo mio. Io lavoro al mantenimento della pace, non vivo che per questo... Abbiamo fatto abbastanza per la guerra; agiamo ora, e agiamo d'accordo, per la pace».

Verso le 3.30 il Principe mi invita a fare una passeggiata in vettura nel parco. Consento.

La Principessa, temendo che il mio soprabito fosse leggiero, mi getta sulle spalle il gran mantello militare del marito.

Si corre traverso la foresta per lungo e per largo. Pioviccica un momento, e poscia le nubi si diradano per raccogliersi e condensarsi di nuovo, tanto che fa d'uopo alzare il mantice della vettura. Finalmente il cielo ci concede un armistizio, e ci mostra un po' di turchino.

Verso le 5.30 siamo ritornati a casa.

Nelle due ore di corsa abbiamo ripreso il colloquio della mattina, e siamo venuti ad una conclusione.

Si farebbe la convenzione militare. Presi gli ordini dell'Imperatore, il Principe scriverà una lettera proponendo la negoziazione e noi risponderemo affermativamente.

Alle 6 si va a pranzo: siamo a tavola: i miei segretarii, i due Consiglieri della Cancelleria, Herbert, il medico del Principe, la Principessa, il Principe, io.

Alla fine del pranzo si passa nel salotto. Bismarck si adagia nel suo seggiolone e si mette a fumare le sue pipe. Gli chiedo quando potrebbero iniziarsi i negoziati. Il Principe chiede al figlio quando ritornerà l'Imperatore. E avuta risposta che sarebbe ritornato dopo il 20 ottobre, dice: «Appena l'Imperatore sia a Berlino, farò l'invito».

La conversazione versò su vari argomenti: su Napoleone III, sulla guerra del 1859, sulla formazione del Regno d'Italia. Bismarck opinò che Napoleone III avesse cuore, ma difettasse di mente. Raccontò che l'Imperatore gli aveva confidato sin dal 1857 di aver deciso di far la guerra all'Austria e che commise a lui di persuadere il Re di Prussia a essergli alleato. Prometteva in premio l'Hannover o qualche altra terra tedesca. Bismarck aveva risposto che la comunicazione del progetto al suo Re sarebbe stato un errore, perchè il Re l'avrebbe rivelato all'Austria.

_3 ottobre._ — Mi alzo alle 6 del mattino. Verso le 7 viene a trovarmi il conte de Launay, ambasciatore d'Italia a Berlino, che metto a giorno delle cose discorse col Principe. Egli n'è soddisfatto.

Mezz'ora dopo mi si annunzia il Principe. Gli dò notizia dei casi del Marocco, e gli dichiaro qual sarebbe il contegno dell'Italia perchè, in caso di morte del Sultano, al trono sceriffiale non andasse un favorito della Francia e perchè la Francia non prendesse pretesto di quel fatto per estendere le sue frontiere dal lato del Marocco.

Alle 8 ci disponiamo alla partenza. Il Principe e la Principessa mi accompagnano sino al vagone. Mentre si scambiano gli ultimi saluti e il treno si muove, Bismarck dice: «Siamo d'accordo su tutto... possiamo esser soddisfatti... abbiamo reso un servigio all'Europa».

Si arriva alle 11 ad Hannover, dove, prevenuto dal Gran Cancelliere, si trova il sig. di Bennigsen, capo del partito nazionale-liberale. Si fa colazione insieme, quindi ripartiamo.

Alle 8,30 pom. si giunge a Francoforte sul Meno, dove pernottiamo.

_4 ottobre._ — Compio oggi 67 anni. Svegliandomi, uno dei miei segretari mi reca il seguente telegramma:

«Agréez, cher Collègue, de ma part et de celle de ma femme nos félicitations les plus empressées à l'occasion de l'anniversaire de votre jour de naissance, et les vœux que nous formons pour votre santé et pour vos succès au service de la patrie.

von BISMARCK.»

All'una del pomeriggio siamo nuovamente in treno per ritornare in Italia, via Gottardo.

_5 ottobre._ — Alle 7 antimeridiane sono a Monza, dove conferisco col Re.

All'una riparto per Milano, dove pernotto.

_6 ottobre._ — Alle 10 ant. viene a visitarmi il conte Nigra, ambasciatore d'Italia a Vienna. Conferenza sino alle 11,30. Il conte Nigra mi comunica una proposta del barone di Calice, ambasciatore austriaco a Costantinopoli, da servire di base ad un accordo tra l'Italia, l'Austria e l'Inghilterra nella questione d'Oriente:

«1.) Mantenimento della pace — 2.) _Status-quo_ fondato sui trattati. Esclusione di compensi — 3.) Autonomie locali — 4.) Indipendenza della Turchia e degli Stretti, etc., da ogni influenza straniera preponderante — 5.) La Porta non potrà far cessione dei suoi diritti sulla Bulgaria ad altre Potenze — 6.) Associazione della Turchia per guarentire quanto sopra — 7.) In caso di resistenza della Turchia e pretese illegali della Russia, le tre Potenze si concerterebbero per l'appoggio a darle — 8.) In caso di connivenza o passività della Turchia, le tre Potenze si concerterebbero per occupare certi punti a scopo di equilibrio.»

Partiamo per Roma alle 8,15 pom.

La visita dell'on. Crispi al principe di Bismarck fu commentata sgarbatamente dai giornali francesi, cui fecero eco i nostri giornali radicali; ma nella grande maggioranza l'opinione pubblica italiana ne intuì l'importanza, e fu lieta della manifestazione di simpatia fatta all'Italia dalla stampa germanica unanime. La _Norddeutsche Allgemeine Zeitung_ pubblicò un notevole articolo nel quale, dopo aver mostrato come l'analogia dei destini politici e la comunanza degli interessi legassero con stretti vincoli fra loro, Italia e Germania, costituite entrambe in nome dell'idea nazionale, attribuì al convegno di Friedrichsruh il significato di un nuovo pegno dei pacifici propositi dei due paesi. La _National Zeitung_ notò che l'affermazione dell'accordo dell'Italia con gl'imperi centrali avrebbe giovato “a fortificare gli elementi pacifici in Russia e in Francia„. Anche la clericale _Germania_ osservò che poichè l'Italia esisteva e Crispi ne dirigeva la politica, era confortante il vedere che la forza dell'Italia stava con le Potenze che si adoperavano al mantenimento della pace.

Il 25 ottobre all'on. Crispi fu dato a Torino per iniziativa degli on. Giolitti, Roux, e pochi altri deputati, ai quali si unirono poi i personaggi più cospicui del Piemonte, un grande banchetto al quale intervenne il ministero quasi al completo e aderì gran parte dei membri delle due Camere legislative. In quell'occasione, memorabile anche per le accoglienze cordialmente festose che il Piemonte fece al primo meridionale assunto alla direzione del governo d'Italia, l'on. Crispi pronunciò importanti dichiarazioni sulla politica estera che intendeva seguire. Giova qui riprodurle:

«Ed eccomi condotto a parlare della politica con cui miriamo a mantenerla e a rafforzarla. Argomento delicato e geloso! poichè la politica estera ha duopo di abili fatti, ma di poche parole. Esso è argomento, però, sul quale voi vi aspettate che io vi apra l'animo mio. E parlerò, schietto e sincero, conforme alle norme della moderna diplomazia, la quale disprezza le antiche arti dell'inganno e della menzogna.

La pace! ecco l'intento supremo che perseguiamo. La pace, la quale è così necessaria al nostro progressivo sviluppo interno, all'attuazione delle riforme invocate, all'impiego utile e fruttifero dei nostri redditi, al compimento delle opere di pubblico vantaggio che tanta parte d'Italia reclama ancora. E in quali modi cerchiamo dunque di assicurarla?

Noi siamo amici di tutte le Potenze, con tutte desideriamo mantenere i migliori rapporti.

Ve ne hanno con le quali quei rapporti sono più intimi.

Ma se siamo, sul continente, alleati colle Potenze centrali, se sui mari procediamo d'accordo con l'Inghilterra, nessun obbiettivo ci proponiamo da cui gli altri si debbano sentir minacciati.

Il mio recente viaggio in Germania inquietò la pubblica opinione in Francia.

Fortunatamente però non alterò la fiducia di quel governo, il quale conosce la lealtà delle mie intenzioni, e sa che nulla io vorrò ordire contro il popolo vicino, a cui l'Italia è legata per analogia di razza e tradizioni di civiltà. Vissi due anni in Francia, dal 1856 al 1858, e i figli di quella generosa nazione, coi quali fui intimo ed ai quali schiusi il mio cuore, ben sanno quanto io ami il loro paese, e come non partirà mai da me alcuna provocazione ed alcuna offesa. Sanno che sarebbe il più felice dei miei giorni quello in cui potessi contribuire a portar la pace nei cuori francesi.

Una guerra fra i due paesi nessuno potrà desiderarla e volerla, imperocchè la vittoria o la sconfitta sarebbero del pari funeste alla libertà dei due popoli, perniciose allo equilibrio europeo. Con tali convinzioni, e per calcolo, noi lavoriamo al mantenimento della pace.

Il nostro sistema di alleanze è dunque inteso a scopo di preservazione, non di offesa; di ordine, non di perturbamento. Esso giova all'Italia, ma giova pure agli interessi generali.

Nè siamo i soli in Europa a volere il progresso nella conservazione, il lavoro operoso nella pace.

La storia del periodo in cui viviamo è dominata da un nome: quello di un uomo di Stato, pel quale la mia ammirazione è antica, come antichi già sono i vincoli personali che a lui mi legano; di un uomo il cui programma di governo si distingue per meraviglioso coordinamento delle varie parti di un medesimo fine: questo fine, duplice in apparenza, è uno in fondo: la pace e la grandezza del suo paese. Quest'uomo da trent'anni ha lavorato, prima a conseguire quel fine, poi, conseguitolo, a conservarlo. Quest'uomo, che seppe quel che volle, e ciò che volle fortissimamente volle, voi l'avete tutti nominato. Tutti lo conoscono per un grande patriotta, ed io aggiungerò che egli è un antico amico dell'Italia, un amico della prima ora, un amico dei giorni d'infortunio e di servaggio, poichè dal 1857 egli era nel segreto di ciò che stava maturando, in mezzo a tante difficoltà, la politica del conte di Cavour, e taceva, ed a chi avrebbe potuto parlare imponeva di tacere, ben sapendo quanta opposizione il parlare avrebbe suscitato e quanto convenisse al suo proprio paese che i destini d'Italia si compissero, poichè l'unità germanica si preparava con l'unità italiana.

Non mi dilungherò sui recenti colloqui avuti con lui.

Solo dirò che l'accordo di pensieri e di sentimenti che tra noi già esisteva, ha persistito attraverso alle opposte vicende, e si è affermato nuovamente dacchè la politica dell'Italia mi è affidata. Si è detto che a Friedrichsruh abbiamo cospirato. E sia pure: a me, vecchio cospiratore, la parola non fa paura. Sì, se si vuole; abbiamo cospirato, ma abbiamo cospirato per la pace, e però alla nostra cospirazione tutti coloro che amano questo bene supremo possono partecipare. Dei detti memorabili uditi, uno solo la discrezione mi permette di ricordare innanzi a voi, pronunciato nel momento del comiato, e nol tacerò, poichè è in esso la sintesi del nostro convegno. — È questo: «Abbiamo reso un servigio all'Europa».

Io vado, pel mio paese, altero di ricordarlo — poichè mai, in una unione completa e cordiale come quella dell'Italia e dei suoi alleati, è stata tanto rispettata la sua dignità, sono stati tanto garantiti i suoi interessi.

Ma, oltrechè con le alleanze, perseguiamo l'intento della pace col volere la giustizia. Ciò vi spiega, o signori, la nostra politica in Oriente. Ivi ciò che domandiamo si è il rispetto dei diritti dei popoli, conciliato, in quanto è possibile, col rispetto dei trattati che formano il diritto pubblico ed europeo; ciò che speriamo si è lo sviluppo progressivo delle autonomie locali. Si hanno nella penisola dei Balcani quattro nazionalità distinte, ciascuna avente la sua lingua, la sua sede secolare, le sue tradizioni antichissime, e — ciò che è più — la coscienza della propria individualità come nazione e l'aspirazione all'indipendenza. Ebbene, questi popoli che anelano, come ogni ente, a vita libera, aiutiamoli a riprendere possesso di loro stessi, senza lotte, senza spargimento di sangue, senza nuovi martirii. Non è questa la politica la più degna dell'Italia, la più conforme alle sue origini ed ai nostri principii? E riflettete, signori: codesta non è soltanto politica di principii e di sentimenti: è altresì politica d'interessi bene intesi. I popoli balcanici, che colà rappresentano la giovinezza con le sue inesperienze, ma anche l'avvenire con le sue speranze e le sue forze, non dimenticheranno l'aiuto disinteressato che l'Italia avrà loro prestato. Abbiamo forse, noi, dimenticati i servizi disinteressati a noi resi? Chi proferisce questa bestemmia, si rivolga al popolo inglese, a cui ci legano tosto quarant'anni di amicizia non mai turbata, e saprà da esso se nella sua storia abbia mai avuto alleato più fedele, amico più sincero del Piemonte dapprima e dell'Italia oggi giorno.

E nella stessa Francia vi è forse uomo di senno retto e imparziale che sia disposto ad accreditare col suo consenso le accuse d'ingratitudine che spesso da quel suolo, così caro ad ogni italiano, contro l'Italia si sono elevate?

Ma pace senza scambi è pace infeconda, e però, perseguiamo ancora il nostro intento con lo stringere vincoli commerciali con le Potenze vicine. Un trattato era stato denunciato. Fu mia cura, appena venuto al potere, di fare pratiche per il rinnovamento dei patti e per evitare, anche per un sol giorno, una guerra di tariffe fra due paesi i cui interessi sono così strettamente commisti come la Francia e l'Italia. Un altro trattato con un impero amico ed alleato veniva a scadenza. Non esitai a intavolare negoziati. Avviate a Vienna, le trattative continuano a Roma, ove ho, prima di partire, salutato, nella fiducia di un non difficile successo, i negoziatori dell'Austria e della Ungheria.

La reciproca tutela della diversa produzione e del lavoro diverso, che in tanto combattersi di teorie economiche è la sola guida pratica che si possa ascoltare, ci offre larga base ad equi compensi ed a giusti compromessi. Ed il successo ci sarà tanto più caro, perchè i due Stati fra i quali esistono già i vincoli politici leali e non oziosi, non conservano di lotte, ormai antiche, altra memoria che la stima del reciproco valore.»

Il discorso-programma dell'on. Crispi, non solamente ottenne un grande successo in Italia, ma fu considerato in tutta l'Europa come un avvenimento di notevole importanza per la politica internazionale. Dimostrano ciò i documenti e i giudizii che riferiamo.