Politica estera: memorie e documenti
Part 15
[20] Agli zuavi pontificii, morti a Mentana, furono trovati i libretti (_livrets d'hommes de troupe_), dai quali appariva ch'essi appartenevano di fatto all'esercito francese, quantunque al servizio del Papa. Abbiamo sotto gli occhi il libretto di Haslen Etienne del 33.º reggimento d'infanteria di linea, stato arruolato nella Legione romana.
Ma era Roma soltanto che Napoleone contendeva all'Italia?
Il 1866 reca l'alleanza italo-tedesca. Napoleone III accorda generosamente il permesso di quell'alleanza, ma impone il modo e la durata della guerra all'Austria. Con l'Austria egli tratta anche segretamente. Egli comprende che la guerra era inevitabile per l'Italia, ma teme che questa esca troppo rafforzata dalla vittoria. Quindi ogni suo sforzo è inteso ad impedire una buona prova delle nostre armi: ed egli fa sì che la guerra si chiuda con una vergogna della nostra politica, imponendo al Governo italiano l'accettazione del Veneto dalle mani non più dell'Austria, ma della Francia stessa, lasciando l'Italia senza frontiera orientale, dopo averle tolto la frontiera occidentale.
Il conte Vitzthum, confidente del conte di Beust, era stato da lui incaricato di una segreta missione presso il governo imperiale di Francia. Egli arrivò a Parigi il 26 giugno 1866, quando giungevan colà le notizie di Custoza. Egli ha narrato l'impressione prodotta colà da quelle notizie nel suo libro _London, Gastein und Sadowa_, così:
«Trovai che tutta la capitale era entusiasmata ed allegra per le notizie delle vittorie austriache in Italia.
«Mi si assicurava, — e potei constatarlo — che in tutte le classi della popolazione il giubilo per la sconfitta degli italiani era universale, e quasi indescrivibile nelle caserme.
«I soldati insistevano da per tutto per potere illuminare i loro quartieri in onore dell'esercito austriaco. E posso assicurare, che questo stato di cose aveva fatto la più profonda impressione _sull'italianissimo imperiale delle Tuileries_».
.... E invero, un'altra data ricorre al nostro pensiero, una data fatale, un altro nome: Mentana; al quale la generosità italiana ha contrapposto un'altra data, un altro nome: Digione.
.... Al 1869 Napoleone propone alle Potenze di mettere il territorio pontificio sotto la garanzia dell'Europa. Egli vuole con un trattato internazionale impedire all'Italia la conquista della sua capitale; ed avrebbe ottenuto il suo scopo, se Berlino e Londra non si fossero opposte.
La fatalità spingeva Napoleone alla rovina. Il fantasma dell'Italia Una poteva sopra di lui più dell'evidente interesse.
L'Austria stessa vide nel 1870 quale sarebbe stato l'interesse della Francia, Napoleone nol vide; l'Austria stessa spronava Napoleone a dare Roma all'Italia, per assicurarsi l'alleanza italiana; Napoleone nol volle. È così che tutti i negoziati tornarono vani, e che la Francia rimase, per propria sua colpa, isolata in Europa.
Ed è di questo isolamento che si fa da quel giorno un delitto all'Italia. Or non occorrono parole per dimostrare che, non solo una follìa, ma sarebbe stato invece un delitto da parte dell'Italia il prendere le armi contro una Potenza amica ed alleata, per aiutare un padrone il quale, mentre pure chiedeva la nostra cooperazione, si rifiutava di riconoscere i nostri diritti e persisteva nel volerci opprimere.
Nè si creda che quello fosse un errore personale di Napoleone III. Napoleone crolla, traendo con sè nell'abisso la Francia; ma la Francia non rinuncia a Roma per questo.
L'Italia viene a Roma, ma il pensiero di Thiers non è diverso da quello di Napoleone; l'Italia viene a Roma per merito delle vittorie tedesche, che essa avrebbe dovuto impedire, e la Francia, impotente, tollera, ma non accetta; e una nave francese, protesta permanente, e segno del protettorato esercitato dalla Francia sulla Santa Sede, staziona a Civitavecchia. Ci vollero anni prima che quella nave si risolvesse a partire. Solo il ridicolo, l'unica arma che uccida moralmente in Francia, e di cui la Francia era minacciata per quel fatto, potè far sì che quella nave venisse ritirata.
Dopo il 1870 la Francia non ha praticato verso l'Italia che una politica di dispetti e di risentimenti. Convinta che l'Italia non volle aiutarla nel terribile conflitto ch'ebbe a sostenere con la Germania, il governo repubblicano, seguendo i pregiudizi del governo imperiale e tenendo lo stesso contegno orgoglioso, anzichè dissipare i malintesi e lavorare a rendersi amico il popolo italiano, lo ingiuriava, lo disprezzava, lo minacciava, e però se lo rendeva più ostile. Se avesse studiato i precedenti, avrebbe compreso che giustamente il popolo italiano aveva veduta come una liberazione la scomparsa dell'Impero, il quale con le sue esigenze ed i suoi arbitrii aveva dispotizzato sull'amministrazione italiana e impedito la liberazione di Roma. Si aggiunga che, anche volendo, l'Italia non avrebbe potuto aiutare l'Impero, poichè, pochi mesi prima che cominciassero le ostilità, il governo, incauto e impreviggente, aveva disarmato. Ed esponendoci a tutti i danni, compreso quello di non aver Roma, chi ci avrebbe inoltre garantito del contegno dell'Austria? Non era possibile che la Prussia, vedendosi attaccata dall'Italia, che non aveva alcun motivo per dichiararle la guerra, avrebbe trovato modo d'intendersi con l'Austria? Date queste eventualità, noi avremmo potuto perdere i beneficî ottenuti nell'ultimo decennio per l'unificazione della Patria!
Orbene, considerando tutte coteste cose, il governo della Repubblica avrebbe dovuto fare una politica amica per conquistarsi l'amicizia dell'Italia che l'Impero aveva perduta. Una politica di pace, di rispetto, di fratellanza avrebbe impedito la costituzione della Triplice Alleanza, e ci avrebbe avviati veramente all'unione delle Potenze mediterranee.
La terza repubblica in Francia surse dopo un disastro nazionale. Non fu l'effetto di una rivoluzione, nè di una cospirazione.
L'Impero ucciso a Sedan, difficilmente avrebbe potuto risorgere. Il solo che avrebbe potuto dargli vita era Bismarck, ed egli non volle.
La monarchia del diritto divino non era pronta ad occupare il trono. La monarchia di luglio non aveva il coraggio di assumere il potere, ed in quei momenti di abbattimento per le inattese sconfitte, nissuno avrebbe osato rilevare una dinastia che nulla aveva fatto per meritarsi l'amore della Francia.
La sede essendo vacante, fu facile ai parigini di proclamare la sovranità del popolo. E lo fecero con timidezza e quasi incerti del domani. Il governo provvisorio assunse il titolo di difensore della nazione, si costituì come una necessità del momento, e pei bisogni del momento, che erano quelli di respingere la invasione straniera.
Quando nella sala dei Cinquecento, a Firenze, giunse la notizia che il 4 settembre a Parigi era stata proclamata la Repubblica, coloro i quali ricordavano i prodigi del 1792, credettero che la Francia avrebbe dato una nuova prova della sua energia e che i prussiani sarebbero stati cacciati.
I più prudenti riflettevano che i tempi erano diversi, e che l'Europa d'oggi non era quella del '92. Soggiungevano che l'eroismo oggi non ha l'efficacia dei tempi antichi e che il valore del soldato non influisce più sulla sorte delle battaglie. L'arma moderna è una macchina che lavora in lontananza e che rende impossibile la lotta a corpo a corpo. Vince colui che ha saputo raccogliere il maggior numero di soldati ed ha saputo armarli del fucile a tiro rapido e di più lunga gettata. Anche le insurrezioni oggi non possono più avere il successo di prima.
E dubito molto che una insurrezione sarebbe stata possibile a Parigi, e che la Repubblica sarebbe potuta nascere in conseguenza di un movimento popolare. I francesi in genere non sono fatti per cospirare, e lo vidi e me ne convinsi durante il mio soggiorno nella grande capitale.
Dopo le giornate di giugno 1848 e dopo il colpo di Stato del 2 dicembre, Cavaignac prima e Luigi Bonaparte dopo purgarono Parigi di tutta quella massa di spostati, uomini di una vita costantemente incerta, speculatori nel disordine, che sono l'avanguardia delle insurrezioni e dei quali si valgono tutte le fazioni politiche.
Oggi, bisogna che la Francia dimentichi la storia del suo predominio e della sua influenza al di qua delle Alpi. Bisogna che riconosca e si abitui a riconoscere che la nazione italiana vale quanto la francese, e che deve, come la francese, godere della sua indipendenza e fruirne nel consesso delle nazioni».
Per la prima volta il 25 giugno 1887, alla Camera, l'on. Crispi fece una dichiarazione riflettente la Francia, dal banco dei ministri, in rappresentanza dell'on. ministro degli Affari esteri che era assente. S'interpellava “sugli intendimenti precisi del governo in merito al concorso dell'Italia all'Esposizione universale di Parigi nel 1889„.
Quella glorificazione della grande rivoluzione e quindi del rovesciamento della monarchia in Francia accompagnato dagli orrori ben noti, non poteva andare a genio ai governi monarchici d'Europa; e infatti tutte le grandi Potenze, a incominciare dall'Inghilterra, declinarono l'invito di partecipare ufficialmente all'Esposizione di Parigi; la Russia dichiarò espressamente “l'impossibilità del governo imperiale di associarsi ad una solennità intesa a glorificare dei principii che stanno in diretta dissonanza con quelli su cui poggia la sovranità degli Czar„.
Quando l'on. Crispi manifestò gl'intendimenti del governo italiano, gli altri governi avevano già declinato l'invito; ond'egli potè dire che se l'Italia fosse intervenuta, mentre le altre grandi Potenze si astenevano, il suo intervento avrebbe assunto un significato politico che non gli si voleva dare. Ma fece altresì calde dichiarazioni di amicizia per la Francia, la quale non poteva lagnarsi dell'Italia perchè non prendeva parte ad una Esposizione Universale che non sarebbe stata più tale.
La stampa francese però non volle perdere l'occasione per imputare all'on. Crispi preconcetti miso-gallici e passiva obbedienza alla Germania; la quale, invece, aveva dapprima circondato il suo rifiuto di perifrasi e promesse d'incoraggiare gl'industriali tedeschi ad esporre, e mutò contegno solo quando ebbero luogo a Parigi dimostrazioni anti-tedesche in occasione della rappresentazione del _Lohengrin_.
Quando, alla fine di settembre, i giornali francesi per i primi annunziarono che l'on. Crispi era in viaggio per recarsi a far visita al principe di Bismarck, parve si compiesse un avvenimento di gravità eccezionale; e chi s'era proposto d'impressionare l'opinione pubblica accennò a disegni bellicosi contro la Francia che si sarebbero concretati a Friedrichsruh. L'on. Crispi era denunziato dai suoi avversari palesi ed occulti come un impulsivo, e quindi come un uomo pericoloso. Se avesse battuto la via dei suoi predecessori, gli avrebbero ricordato che la politica da lui, deputato, sempre combattuta non era poi così cattiva se da ministro la faceva sua; mettendosi egli, invece, per una via nuova, prevedevano il finimondo.
I ministri italiani non usavano, sin allora, di varcare i confini d'Italia per abboccarsi coi loro colleghi stranieri. Anche il Robilant, prima della rinnovazione del trattato, a chi gli proponeva d'incontrarsi col principe di Bismarck aveva risposto “non aver nulla da dirgli„. Ma l'on. Crispi pensò di aver molte cose da dire al Gran Cancelliere germanico; aveva fede in sè, nell'efficacia della propria azione personale, e ricordava, d'altronde, che nel 1877, a Gastein, era riuscito a fare apprezzare il valore dell'alleanza italiana quando questa era ancora un evento remoto.
L'invito venne dal Principe. In una lettera particolare del 18 settembre, il conte di Launay scriveva all'on. Crispi di “avere ricevuto il giorno innanzi la visita del conte Erberto di Bismarck, il quale tornava da Friedrichsruh. Il conte gli aveva parlato di molte cose: della questione bulgara e della situazione nella quale si trovava il governo tedesco tra la politica dell'Italia e dell'Austria e quella della Russia, delle cose discorse tra il principe e il conte Kálnoky nella recente visita di quest'ultimo a Friedrichsruh, e del pregio che i due Cancellieri attribuivano all'alleanza con l'Italia; infine, gli aveva anche recato un messaggio del Principe per lui personalmente: egli sarebbe stato felice se le circostanze gli avessero permesso d'incontrarsi col collega italiano come soleva incontrarsi col conte Kálnoky, che dal 1881 si recava ogni anno da lui; l'età e la salute erano un ostacolo ad un viaggio in Italia del Principe, che non osava, temendo di mancargli di riguardo, invitare Crispi ad un colloquio; ma a Friedrichsruh, come a Varzin, o a Berlino, se un buon vento l'avesse spinto verso quelle regioni, sarebbe stato lietissimo di riceverlo con lo stesso sentimento di soddisfazione provato in occasione della sua amabile visita a Gastein nel 1877. Spettava all'on. Crispi di pronunziarsi sull'opportunità di una tal visita; se motivi personali o politici l'avessero sconsigliato, o ritardato, nessuno gliene avrebbe fatto carico„.
L'on. Crispi rispose al di Launay che un incontro col principe di Bismarck era “uno dei suoi più vivi desideri„. Avrebbe preferito che tale incontro avvenisse in maniera da sembrare fortuito; ma comprese che, sebbene il Principe gli avesse, per delicatezza, lasciato la scelta del luogo, in verità sarebbe stato più contento che l'incontro avvenisse a Friedrichsruh, dove pochi giorni prima era stato il Cancelliere dell'Impero austro-ungarico.
Crispi, cui non mancava il coraggio dell'amicizia, si decise subito, e poichè doveva trovarsi in Roma nei primi di ottobre, profittò di quegli ultimi giorni del settembre per recarsi in Germania. Egli stesso narra nelle pagine che seguono del viaggio e dei colloqui avuti col Bismarck. Ma prima di muoversi dall'Italia, il 23 settembre, avvenne tra il re Umberto, Crispi e il Cancelliere germanico, questo scambio di cortesie:
«_A Sua Altezza il Principe di Bismarck._
Sono felicissimo di esprimere a V. A. le mie felicitazioni per il 25.º anniversario della Sua elevazione alle funzioni nelle quali Ella rende così eminenti e gloriosi servigi all'Imperatore, mio amico venerato, e alla Nazione che è nostra fedele alleata. Che Dio conservi V. A. per lunghi anni alla grandezza della Germania, alla pace dell'Europa, alla mia amicizia ed alla mia ammirazione, sentimenti che sono condivisi dall'intera Italia.
UMBERTO.»
«_A Sua Maestà il Re d'Italia._
Prego V. M. di gradire i miei umilissimi ringraziamenti per le graziose felicitazioni ch'Ella si è degnata indirizzarmi nell'occasione del mio anniversario. Sono felice della augusta approvazione che Vostra Maestà vuole accordare allo zelo che pongo nella realizzazione delle intenzioni dell'Imperatore mio Signore, mantenendo la politica di S. M. sulla via tracciata dall'alleanza e garentita dall'amicizia provvidenziale che unisce i Sovrani, le dinastie e le nazioni dell'Italia e della Germania.
VON BISMARCK.»
«_A Sua Altezza Serenissima il Principe di Bismarck._
In questo venticinquesimo anniversario del giorno nel quale un Sovrano illuminato vi chiamava nei suoi Consigli, il mio pensiero ritorna sulle grandi cose che avete compiuto. La patria tedesca unificata sotto uno scettro glorioso, l'Impero germanico rialzato dalle sue rovine e diretto da sedici anni verso uno scopo di pace e di conservazione, ecco i grandi titoli alla riconoscenza del popolo tedesco e all'ammirazione di tutti i vostri contemporanei, anticipatori della posterità e interpreti della storia. In nessun luogo meglio che in Italia si apprezza la grandezza della vostra opera: grazie al genio politico secondato dalle armi, pochi anni sono bastati per fare, di due popoli smembrati, due grandi Stati degni di comprendersi.
Vostra Altezza che conosce i miei sentimenti personali a suo riguardo, voglia gradirne ancora una volta l'espressione in questo giorno.
CRISPI.»
«_A Sua Eccellenza il Signor Crispi._
Con tutto il cuore ringrazio V. E. delle buone parole che ha voluto farmi giungere col telegrafo. L'analogia dei nostri precedenti storici, delle nostre aspirazioni nazionali e dei pericoli che possono minacciarci, ha creato tra i nostri due paesi quella solidarietà d'interessi che li ha predestinati ad una alleanza naturale e costante.
Io sono felice di essere chiamato a cooperare con V. E. al nobile compito di conformare la nostra politica all'amicizia dei nostri sovrani e ai principî di pace e di conservazione che dirigono le intenzioni delle Loro Maestà, prestandoci noi mutuamente l'appoggio morale e materiale contro qualsiasi attentato all'indipendenza dei due alleati.
L'elevatezza dei sentimenti di V. E. e dei ricordi nazionali onde la generazione è compresa in Italia come in Germania, ci dànno la fiducia che questa politica deve riuscire.
VON BISMARCK.»
_27 settembre._ — Alle 9.50 pom. partenza da Roma.
_28 settembre._ — Arrivo a Milano alla 1 pom. Alle 5 a Monza. Alla stazione viene a ricevermi il general Pasi.
Alle 5.30 sono dal Re, col quale m'intrattengo sino alle 7. — Alle 7.30 pranzo. — Ritorno a Milano.
_29 settembre._ — Mi si scrive dal Rattazzi, che il Re verrebbe a Milano e che mi riceverebbe alle 5.30 pom.
Sono dal Re. — Alle 8.30 si parte.
_30 settembre._ — Alle 6.30 pom. a Francoforte, dove troviamo varii telegrammi. Pernottiamo al «Frankfürterhof».
_1 ottobre._ — Alle 8.30 ant. si parte per Friedrichsruh. Poco prima di giungere a Büchen, ci raggiunge il conte di Bismarck.
Alle 9.15 siamo a Friedrichsruh. Il conte mi avvisa: «Mon père». Il Principe è alla stazione a ricevermi, e si avvicina al vagone in atto di aiutarmi a scendere.
Mi fa salire nella sua vettura e mi conduce a casa, che è a pochi passi. Sono ricevuto dalla Principessa, che si ricorda di me. Presento i miei segretarii: mio nipote Palamenghi-Crispi, Pisani-Dossi, Mayor.
Piccolo circolo. — Arrivo del dottore Schweninger. — Si va a riposare.
_2 ottobre._ — Mi alzo alle 6.30 del mattino.
Alle 11 il Principe sale nel mio appartamento a visitarmi. Si scusa di essersi alzato tardi. Ha dovuto obbedire al suo medico. Andrebbe ad aprire il suo corriere, e fra un quarto d'ora sarebbe libero; discenderei io nel suo gabinetto. Da lì a poco avvertito, scendo al pianterreno, e traversando poche stanze che si seguono in fila, giunto alla sala, d'ingresso trovo a destra una saletta dalla quale, saliti alcuni gradini, passo nelle stanze di studio del Gran Cancelliere. Nella terza stanza è il gabinetto, il quale è mobigliato molto semplicemente.
Il Principe siede alla sua scrivania. Al vedermi si leva e ci sediamo l'uno di fronte all'altro.
Il Principe fa un'esposizione della politica generale nei suoi rapporti con la Germania.
Egli vuole la pace; e constata con dispiacere come a turbarla esistano due sole Potenze, la Russia e la Francia. Egli però non ne teme. La triplice alleanza è una potente garanzia alla conservazione della pace.
Ha fatto tutto il possibile per rendersi amica la Russia; ma non vi è riuscito. Al 1878 assunse su di sè il peso del Congresso di Berlino per renderne meno dolorose le conseguenze allo Czar. Pregato a prenderne l'iniziativa, si rifiutò; ma poscia recatosi da lui Schouvalow a nome dell'Imperatore, consentì. Quale ne fu il compenso? La Russia pose 200 mila uomini alla frontiera tedesca!
Ripete ch'egli vuole la pace; ma che, se la deplora, non teme la guerra. La Germania può mettere subito sotto le armi un milione e mezzo di soldati, e se è costretta da forti necessità, levando tutti gli uomini validi, può mobilizzare 3 milioni di soldati. E vi sono, per tre milioni uniformi, armi e quanto occorre a portare parecchi eserciti sui campi di battaglia. Collocandone un milione alle frontiere del sud ed un milione a quelle del nord, la Germania non temerà l'offesa.
Al resto penseranno gli alleati.
La Russia non è sicura dei suoi eserciti. Le truppe, ufficiali e soldati, sono lavorate dagli elementi rivoluzionarii. Il grande impero pare invulnerabile, ma non lo è del tutto. La Polonia è una debolezza e l'Austria in Polonia è simpatica. Per poco che si aiutino ad insorgere, i polacchi potranno essere emancipati e costituire uno Stato da potersi dare ad un arciduca austriaco.
Alessandro III non è partigiano della guerra. E quando pure volesse farla, non gli converrebbe andare in Bulgaria. Là, a poca distanza, è la Transilvania, e l'Austria avrebbe facile via per piombare sopra i russi.
Al principe di Bismarck poco importa che i russi vadano a Costantinopoli. La Russia con quella conquista sarebbe più debole.
A lui poco importa la soluzione della quistione bulgara e se mai ne sorgesse la guerra, non vi prenderebbe parte finchè la Francia restasse tranquilla. Il contegno della Francia potrebbe soltanto spingerlo a prendere le armi.
Egli conta molto nella triplice alleanza, ed ha fiducia nelle due Potenze amiche. Non dubita della lealtà dell'Austria.
È popolare in Austria l'alleanza con la Germania e l'Italia. Vi sarebbe impopolare un accordo con la Russia. Contro la Russia la guerra sarebbe popolare; con la Russia impossibile.
Risposi esponendo le condizioni d'Italia. Il nostro esercito, quantunque non raggiunga il milione di soldati, è ormai forte e compatto per poter sostenere gli obblighi assunti con le due alleanze. In aprile noi potremo mettere mezzo milione di soldati in prima linea, oltre la riserva e la territoriale.
Il nostro paese è tranquillo; noi non temiamo i partiti sovversivi. I nostri internazionalisti sono rari e non verrebbero mai all'azione. In caso di assalto straniero, tutte le classi sociali concorrerebbero alla difesa del territorio nazionale. In caso di spedizione all'estero potremo fare i maggiori sforzi, perchè all'interno non avremmo a temere insurrezioni.
Noi non possiamo dirci disinteressati nella questione orientale. Non possiamo permettere che la Russia vada a Costantinopoli. La Russia a Costantinopoli sarebbe padrona del Mediterraneo; le sarebbe facile valersi dei marinai che offre la Grecia, con la quale, pei suoi vincoli religiosi, potrebbe essere d'accordo.
Io non credo che la Russia diverrebbe più debole, prendendo Costantinopoli. Cotesto grande impero, allargando il suo dominio in Europa, potrebbe farne sua base, imperando facilmente sull'Oriente e sull'Europa.
Ad impedire che ciò avvenga, l'Italia segue la sua politica tradizionale. Al 1854 Cavour concorse alla guerra in Crimea, unendosi alla Francia ed all'Inghilterra, giusto a cotesto scopo; ed oggi l'Italia non potrebbe fare altrimenti.
Noi comprendiamo i pericoli che minacciano l'Europa, ed a scongiurarli ci siamo opposti a qualunque atto, che da parte della Russia o della Turchia potesse produrre la guerra.
A noi poco importa che in Bulgaria regni Alessandro di Battenberg o Ferdinando di Coburgo. È nostro interesse soltanto che colà non sia turbata la pace. E la pace vi sarebbe turbata, se le grandi Potenze accettassero la proposta russa di demolire in Bulgaria quello che di fatto vi esiste, con l'invio di un luogotenente principesco. Il principe Ferdinando non partirebbe di buona voglia da Sofia, e se pur ne partisse i bulgari si opporrebbero anche con le armi al Luogotenente russo ed al Commissario turco.