Politica estera: memorie e documenti

Part 14

Chapter 143,523 wordsPublic domain

Nel momento in cui sembrava che il governo di Pietroburgo, non rendendosi esatto conto delle reali disposizioni delle grandi Potenze, volesse col suo intervento armato riprendere in Bulgaria l'influenza che gli sfuggiva, Crispi ebbe la visione della guerra e ricordò gli impegni assunti dall'Italia per il mantenimento dello _statu quo_. Certamente egli non desiderava la guerra e fece quanto era in lui perchè la Russia abbassasse il tono delle sue proteste accorgendosi di aver contro sè quasi tutta l'Europa; ma sentiva il dovere di preparare l'Italia al possibile cimento. Il ricordo di Crimea era presente al suo spirito; come allora il Piemonte, in rappresentanza dell'Italia, aveva conquistato il diritto di farsi ascoltare, la partecipazione ad una guerra ben condotta avrebbe potuto dare gloria all'Italia e l'animo e il prestigio necessarii a riguadagnare il tempo e le occasioni perdute.

Dato che il conflitto nascesse, in qual modo l'Italia avrebbe mandato sul teatro di esso il proprio contingente? Non vi avevano pensato. Onde Crispi, il 29 agosto, telegrafò all'Ambasciatore italiano a Londra:

«Speriamo che si allontani il caso di una comune azione, ma le minaccie della Russia contro la Bulgaria, delle quali fu tenuto discorso nei vostri dispacci del 26 volgente, ci devono preoccupare ove fossero ripetute e seguite dai fatti. Ciò posto, credo necessario che fra i due governi si stabiliscano le linee principali del possibile intervento armato e la parte di cooperazione che competerebbe all'Inghilterra ed all'Italia.

Ove Sua Signoria fosse del nostro parere, converrebbe stabilire la relativa convenzione militare, e nell'affermativa noi saremmo disposti a mandare in Londra uno dei nostri ufficiali, qualora Sua Signoria non preferisse di mandare un ufficiale inglese a Roma.

In coteste materie non bisogna attendere il momento del pericolo, ma tenersi pronti e preparati pel momento opportuno.»

L'Incaricato di affari italiano, T. Catalani, rispose il 31 agosto:

«Lord Salisbury mi ha pregato di far gradire a V. E. i sentimenti della sua viva riconoscenza per la proposta relativa ad una convenzione militare. Egli mi ha detto che presentandosene l'occasione sarebbe fiero della cooperazione dell'esercito italiano e che poteva giungere il momento in cui essa fosse necessaria. Ma S. S. ha soggiunto che sino a quando il pericolo di guerra non era imminente, la costituzione politica di questo paese e la tradizione legatagli dai suoi predecessori lo ponevano nella impossibilità di stipulare un atto di tal genere.

Nel momento attuale, sembra che ogni pericolo in Bulgaria sia da scartarsi. Il sig. De Giers ha vivamente smentito i progetti di occupazione attribuiti alla Russia, attenuato il significato della comunicazione a Chakir pascià ed espresso il suo desiderio di mantenere la pace.

Inoltre l'ambasciatore di Germania, che aveva allora allora lasciato il _Foreign Office_, l'aveva assicurato che il principe di Bismarck vede schiarirsi l'orizzonte; e una comunicazione ricevuta dal conte Kálnoky riguardava la situazione nello stesso modo. Non era più questione dell'invio del generale Ehrenroth, il quale d'altronde non avrebbe potuto entrare in Bulgaria, poichè i bulgari l'avrebbero impedito con la forza.

Nulla dunque giustifica la stipulazione di una convenzione, la quale avrebbe presentato un pericolo per il governo, poichè, malgrado tutte le precauzioni possibili, il segreto non potrebbe mantenersi e una interpellanza alla Camera metterebbe il governo nella condizione di renderla pubblica.

Tuttavia, se la situazione verrà a mutarsi «poichè la politica — egli ha detto — è mutevole come il clima di queste isole», saremo sempre in tempo a stipulare una convenzione militare.»

L'on. Crispi fece, come risulta da una lettera del Catalani a lord Salisbury, che si era recato a Royat, talune osservazioni alle argomentazioni del ministro inglese, ma non insistette. Il Catalani scriveva:

«Il sig. Crispi vi è riconoscente per le vostre cortesi spiegazioni. Egli comprende la vostra posizione e, come voi sapete, egli è assai dotto ed è un ammiratore della costituzione politica inglese, la quale, come voi accennate, impedirebbe al governo di stipulare una convenzione militare finchè non sia in vista il pericolo. Senonchè il sig. Crispi domanda: È il pericolo così remoto da rendere non necessarie le precauzioni? Suppongasi che un esercito russo entri in Bulgaria, le cui linee di difesa non sono più quelle che erano: avremmo noi il tempo di discutere e di concludere una convenzione militare con la rapidità richiesta ai nostri giorni dalle eventualità militari? Dovremmo noi lasciarci sorprendere alla sprovvista?

Il sig. Crispi non crede tale ipotesi remotissima. Non mi diceste voi stesso il 25 dello scorso mese che avevate indirettamente avvertita la Russia che sarebbe, è vero, facile per un esercito russo di entrare a Varna, ma non così facile di uscirne, poichè avrebbe trovato la via sbarrata dalle forze alleate dell'Inghilterra e dell'Italia?

Tuttavia, poichè voi declinate d'intrattenervi di tale proposta, il sig. Crispi non insiste e la questione è chiusa.»

Nondimeno, l'identità d'interessi constatata durante lo svolgersi del periodo acuto della questione bulgara, suggerì un accordo speciale per gli affari d'Oriente tra l'Italia, l'Inghilterra e l'Austria-Ungheria:

«Londra, 21 settembre.

«Salisbury divide intieramente idee di V. E. circa l'avviamento di trattative fra i tre ambasciatori a Costantinopoli allo scopo di stabilire un accordo.

CATALANI.»

In Russia il nuovo presidente del Consiglio italiano non acquistò simpatie col suo contegno attivo e fermo, e da allora in poi l'on. Crispi ebbe in quell'impero una cattiva stampa. Le sue idee sul complesso problema orientale, più volte esposte alla Camera, non gli consentivano di seguire una politica diversa, e non fu una cattiva politica se essa riuscì a formare un blocco formidabile di tre Potenze — ben visto e incoraggiato dal principe di Bismarck — che dette alla Turchia animo a resistere alla pressione del colosso moscovita. Che quell'accordo fosse precipuamente opera dell'on. Crispi si rileva anche dal fatto che non sopravvisse al suo primo ministero.

Della condotta del governo di Pietroburgo sembra non fosse soddisfatto neppure lo Czar. In un _Diario_ di Crispi è annotato quanto segue:

«_4 ottobre._ — Kálnoky riferì al conte Reuss, ambasciatore germanico, un colloquio avuto col re Giorgio. Il re Giorgio, essendo a Copenaghen, parlò con lo Czar delle cose di Bulgaria. Il Re di Grecia ritiene che sebbene il gabinetto russo mantenga ancora ostensibilmente la missione del generale Ehrenroth e che questa si discuta ancora tra Pietroburgo e Costantinopoli, l'Imperatore l'abbia già abbandonata. Secondo l'Imperatore, l'affare sarebbe stato eseguibile prima della entrata in Bulgaria del Principe di Coburgo. Adesso non vi si può più pensare. Quindi il cattivo umore dello Czar contro il Principe, il quale avrebbe rovesciato i piani della Russia col suo intervento inopportuno in Bulgaria. La Russia aveva fatto assegnamento sulla discordia tra gli statisti bulgari e sulla dissoluzione che ne sarebbe risultata. L'Imperatore non ha detto quello che farà.»

Riproduciamo un giudizio dell'on. Crispi sulla Russia:

«La posizione della Russia è privilegiata. Essa può assalire i suoi nemici in Europa; difficilmente essere assalita. Quindi può scegliere, a suo agio, il giorno che meglio le convenga a far la guerra.

Gl'indugi, dunque, le giovano.

Dopo il 1871 essa si trova in una condizione assai migliore di prima. Distaccata la Francia dal concerto delle Potenze centrali, la Russia ha un nemico di meno. L'alleanza del 1854 non è più possibile.

Alla Russia poco importa che la Francia riprenda l'Alsazia e la Lorena. Direi anzi che le conviene lasciar la Francia irreconciliabile con la Germania.

La Germania si è detta disinteressata nelle cose di Oriente, e si è visto alle prove, non avendo preso parte diretta a tutte le questioni che sono sorte nella penisola dei Balcani dopo il 1871. Contro la Russia adunque non possono schierarsi che l'Italia e l'Austria, Potenze territoriali, la Gran Brettagna Potenza marittima. La Russia, spingendo i suoi armamenti, ed aspettando finchè questi siano compiuti, dubito che i suoi avversari possano opporre contro di lei forze sufficienti per vincerla.

L'Austria e l'Italia potrebbero raddoppiare gli eserciti, ma i loro bilanci non lo permettono. E poi, se la Francia rompe in guerra per rivendicare le provincie perdute, e la Russia vuol cogliere quel momento per gettarsi sui Balcani, la partita per le Potenze centrali diventerebbe difficile. Occupate al Reno ed alle Alpi, non potrebbero disporre di grandi forze verso l'Oriente. Si correrebbe il rischio, che la Russia fosse sola a lottare contro la Turchia come nell'ultima guerra, l'Inghilterra non avendo un forte esercito da mettere in campo.

Aggiungi che nessun aiuto la Turchia potrebbe avere dai piccoli Stati balcanici; primieramente perchè alcuni di essi, come la Serbia e il Montenegro, sono nell'orbita russa; secondariamente perchè altri, come la Bulgaria e la Grecia, mirano a conquistare quei territori che da gran tempo ambiscono per completare la loro nazionalità.

Certo, per la Russia, l'impero austriaco è un imbarazzo, quando non le è amico.

Nelle guerre del 1854 e del 1876 lo Czar potè ottenerne la neutralità. Al 1854, era molto vicina la campagna contro l'Ungheria, l'imperatore Francesco Giuseppe dovendo a.... la conquista del Regno di Santo Stefano. Al 1876 l'Austria ebbe il compenso della sua neutralità con la cessione della Bosnia e dell'Erzegovina.

Oggi la posizione è mutata. L'Austria e la Russia sono due rivali in Oriente. L'Austria non può permettere che la Russia giunga a Costantinopoli; la sua autonomia ne sarebbe scossa, ed il suo avvenire compromesso.

Nell'impero vicino la guerra contro la Russia sarebbe popolare. A Buda-Pest i russi sono detestati; ed a Vienna non sono amati. Gli ungheresi non hanno dimenticato il 1849.»

CAPITOLO SESTO.

Il primo viaggio a Friedrichsruh.

Crispi e la Francia — Giudizii di Crispi su l'Impero e su la Repubblica. — L'Esposizione di Parigi del 1889 e l'Europa monarchica. — Primo viaggio di Crispi a Friedrichsruh per visitarvi il principe di Bismarck: loro colloquii. — Il discorso di Torino.

Quando l'on. Crispi giunse alla direzione degli affari, la Francia era in un periodo di agitazioni. Il 17 maggio il ministero Goblet, ch'era al potere soltanto dal 13 dicembre 1886, aveva rassegnato le dimissioni; il signor Freycinet, incaricato di ricomporre il ministero, trovatosi dinanzi a difficoltà insormontabili, aveva rinunziato al mandato, che era stato dal Presidente della Repubblica offerto al signor M. Rouvier. Questi riuscì, escludendo dal nuovo gabinetto il gen. Boulanger, già popolare e indicato calorosamente dal partito radicale come il solo uomo capace di salvare il paese. Il ministero Rouvier, peraltro, sembrava dovesse essere un'amministrazione transitoria che avrebbe ceduto il posto ad un gabinetto opportunista presieduto dal Ferry e appoggiato dalla Destra. Queste previsioni non si avverarono intieramente; il Rouvier consegnò dopo pochi mesi il potere ad un ministero Tirard (12 dicembre 1887), che alla sua volta non durò quattro mesi. Anche la posizione del Presidente della Repubblica, Giulio Grévy, era scossa e il suo ritiro sembrava questione di tempo, ma tale eventualità era attesa con preoccupazione, temendosi che i radicali e i monarchici si mettessero d'accordo per elevare all'altissimo ufficio il generale Boulanger.

Le idee di Crispi sulla Francia erano note: conosceva profondamente la storia di quel paese, e aveva potuto meglio comprenderla soggiornandovi per lungo tempo; e se, astraendo dalla sua nazionalità, ammirava il genio del popolo francese, i grandi servigi da esso resi alla civiltà, come italiano era convinto che, e per le tradizioni storiche e per le diverse condizioni di sviluppo sociale e per i contrastanti interessi, un'Italia fiera della sua dignità, gelosa dei suoi diritti, non avrebbe trovato nella Francia che un'avversaria prepotente.

L'Impero e la Repubblica tennero con l'Italia contegno diverso?

Per essere più esatti, riferiamo giudizi e opinioni dello stesso Crispi sui due periodi.

Quali benefici ricevette l'Italia da Napoleone III?

Nel 1849 la rivoluzione italiana va estinguendosi nei suoi focolari: sole resistono la Sicilia, Venezia, Roma. La Francia non interviene in favor nostro, ma col pretesto di difenderne la libertà assalisce la Repubblica Romana, invade Roma, vi ristabilisce il papato; nello stesso tempo sequestra le armi e i vapori siciliani, e aiuta il Borbone a impadronirsi della Sicilia. Ancora una volta il dispotismo si aggrava sopra l'Italia; ma la Francia è stata punita; il dispotismo si aggrava anche su lei.... Ed è nella piena servitù dell'Italia che si solleva, o meglio, si risolleva in Francia una delicata questione: la questione delle frontiere. Nel 1858 incominciano infatti ad uscire opuscoli dimostranti la necessità che la Francia abbia le sue frontiere, e sul Reno e sulle Alpi. Si tratta di ottenerle, e lo si cerca. — Come? Con una guerra di conquista? Il tiranno abilmente non lo crede opportuno; piuttosto, con la conclusione di un affare. Nella mente di Napoleone III — è dimostrato — la guerra d'Italia non fu invero che un _affare_.

Con l'alleanza franco sarda, la Francia s'impegnava infatti ad aiutare il Piemonte ad avere il Lombardo-Veneto; da parte sua, il Piemonte s'impegnava ad indennizzare la Francia di tutte le spese di guerra, e, in più, a darle le volute frontiere.

Nella mente di Napoleone era un gran disegno che incominciava a colorirsi, nella lusinga di potere, rinnovando le gesta dello zio, legittimare in certo qual modo l'usurpazione, e rassodare il trono vacillante.

Egli fu tradito dagli eventi e da sè stesso. La guerra contro la Germania, che doveva essere il coronamento dell'edificio, fu invece l'ultima causa della sua rovina.

Giova intanto stabilire e constatare che il pensiero italiano non entrò affatto nella mente di Napoleone, con la conclusione dell'alleanza franco-sarda....

Ma oltre alle frontiere dell'Alpi, Napoleone III scendendo in Italia aspirava a raggiungere un altro ideale.

Napoleone III aveva lasciato l'Italia nel 1831, quando ancora l'idea unitaria non aveva fecondato che poche menti elettissime, ed era straniera alla grande massa della popolazione. Egli credeva quindi ancora alla virtù, presso le masse, del principio federativo; e, ravvivando l'antico concetto dell'antagonismo franco-germanico, il cui campo di lotta era il nostro paese, egli ebbe in animo di vincere l'Austria, di cacciarla da quella parte d'Italia che gli conveniva, per costituire questa parte in una Confederazione di Stati piccoli e deboli, che dovevano riuscire mancipii della Francia, liberti in tempo di pace, alleati per le sue guerre.

A chi vorrà fare sul serio la storia di questo periodo importantissimo della vita mondiale — e diciamo mondiale, poichè fu per l'Italia che il principio di nazionalità venne riconosciuto — apparirà a questo punto un fenomeno singolare: la stessa idea napoleonica era nutrita dall'Austria, per proprio conto.

Essa prevedeva forse i tempi nuovi, e tendeva a prevenirli con una certa quale trasformazione della sua signoria — cercando di collegare i suoi interessi politici agli interessi materiali delle popolazioni italiane.

Non potendo spingersi sino a Napoli, ove il Borbone non accettò mai l'ingerenza austriaca, l'Austria progettò infatti allora, pei Ducati e per la Santa Sede, dei trattati di commercio che, sussidiati da guarnigioni austriache, dovevano costituire gli Stati italiani in uno _Zollwerein_ da lei diretto ed ispirato.

È in questo conflitto d'influenze e d'ambizioni fra la Francia e l'Austria, oltre che nel desiderio delle frontiere, che bisogna ricercare le ragioni della guerra d'Italia. Se dubbio fosse stato possibile da principio, l'avrebbe dimostrato chiaramente il modo con cui la guerra fu condotta.

I mazziniani, i quali erano allora si può dire i soli apostoli dell'idea unitaria, sentirono tutto questo. Mazzini definì esattamente lo scopo e predisse il termine della guerra, ed in un suo manifesto — tanto egli ne era convinto — disse che la guerra sarebbe stata comandata da Napoleone, e terminata quando a lui sarebbe piaciuto e convenuto.

Intanto, ad estrinsecare l'idea della federazione, Napoleone manda in Toscana un corpo d'esercito comandato dal principe Gerolamo.

Nella mente dell'Imperatore, la Toscana doveva costituire il regno d'Etruria, del quale Gerolamo stesso sarebbe stato il Re, o meglio il vicerè, dovendo lo Stato da Parigi ricevere la parola d'ordine della propria esistenza politica e commerciale.

Ma le previsioni napoleoniche andarono fallite. Gerolamo invece che alle voci di: _Viva la Toscana! Viva la Francia!_ è accolto dalle grida di: _Viva l'Italia!_ Il seme gettatovi dai mazziniani già aveva germogliato e l'idea federativa, sulla quale contava Napoleone per dominare i piccoli Stati che egli andava formando nella sua mente, aveva ceduto il posto alla grande idea italiana unitaria.

I rimproveri di molti francesi furono dunque ingiusti. Al pari di Thiers, anche Napoleone III credeva, e prima di lui lo aveva creduto Napoleone I, che un'Italia debole e disunita fosse nell'interesse della Francia: e fu appunto per tenerla debole e disunita, e per sottrarla al dominio dell'Austria, per farla tributaria della Francia, che egli vi scese.

S'egli non vi riuscì, non fu sua colpa. Gli avvenimenti lo ingannarono e furono maggiori di lui e della sua volontà; ma egli non trascurò mezzo per arrestarne il corso, e per annullarne le conseguenze.

Accortosi, infatti, del grande progresso fatto dall'idea unitaria, egli dimentica il programma con cui aveva lusingato gl'italiani per averne il concorso, e dopo una vittoria che gli avrebbe permesso di cacciar l'Austria da tutta l'Italia, conclude l'armistizio, e, senza nemmeno avvertirne il suo alleato, firma i preliminari di quella pace di Villafranca che dapprincipio non voleva essere creduta nemmeno dai ministri di Vittorio Emanuele.

Con Savoia e con Nizza la Francia ebbe allora le ambite frontiere, e assai più; perchè Nizza francese è, oltre a tutto, un controsenso geografico; coi cinquanta milioni d'indennità, ebbe pagate tutte le spese di guerra. Ed ecco che il trattato di Zurigo viene a dar corpo all'altra idea della federazione italiana.

Napoleone III, piuttosto che accettare l'idea dell'Italia una, si appaga di dividere in quella confederazione, che doveva essere presieduta dal Papa, la sua influenza coll'Austria, la quale doveva esservi rappresentata dal Veneto, senza avvertire, da pessimo politico, quale germe di continue guerre deponeva così.

Il trattato di Zurigo è però così favorevole all'Italia, che l'Italia lo respinge. L'Italia non si ingannava sulle mire di Napoleone, ed ebbe, gran virtù, il senso esatto delle intenzioni e degli avvenimenti. Ond'è che la Toscana e l'Emilia dichiarano la propria autonomia, e proclamano il principio dell'unità.

Napoleone, che vede crollare l'edificio delle sue previsioni e delle sue speranze, contrasta l'unione di quelle popolazioni al Piemonte, e impedisce il movimento delle popolazioni pontificie. Garibaldi non può passare la Cattolica.

Ma il gran giorno dell'Italia era venuto. Palermo insorge: è, a miracolo, organizzata la leggendaria spedizione dei Mille, la quale non conosce ostacoli, e vince quelli di ogni genere che le sono suscitati da tutti....

A quel punto, se veramente Napoleone fosse stato quel grande uomo politico che molti, per troppi anni, vollero credere e far credere, avrebbe compreso che ormai gli conveniva mutar tattica, e che, non potendo far degl'italiani altrettanti clienti, gli era utile farsene almeno degli amici, degli alleati.... Garibaldi giunge dunque a Napoli contro la volontà di Napoleone....

.... Vince il Borbone al Volturno, e preparasi a marciare su Roma.

Ma Napoleone non cede, e, pari all'avaro, costretto a separarsi dal proprio tesoro, egli si lascia strappare solo dai fatti compiuti il consenso, e non interviene che per impedire. È così che, di fronte al pericolo di vedere Roma data addirittura all'unità italiana, cemento e centro di essa, egli conclude con Vittorio Emanuele una Convenzione, per la quale l'esercito regio penetra nelle Marche e nell'Umbria, che sono riunite alla monarchia, per impedire gli ulteriori movimenti di Garibaldi.

E intanto la flotta francese proteggeva a Gaeta il Borbone, che resisteva per essa, prolungandosi così, per colpa della Francia, una inutile guerra....

Salvato infatti il patrimonio di San Pietro e posto sotto la tutela delle armi francesi, ecco Roma divenire, per la Francia, il covo della reazione italiana. Asilo dei principi spodestati, è là che si ordiscono, sotto gli occhi di Napoleone, tutte le cospirazioni a danno della nostra unità, è là che si organizza il brigantaggio e si mantiene viva così la più orribile agitazione in una parte tanto importante del nuovo regno. Era quella la caricatura della politica per parte di un grande Stato, ma una caricatura sanguinosa, che non può essere così facilmente dimenticata.

Gli sforzi dell'Italia indignata s'infrangono ad Aspromonte, e l'alba del nuovo regno è così, per la Francia, funestata da una tragedia, che è ancor viva e palpitante nel cuore di tutti gli italiani.

Ma la politica francese non muta. L'organizzazione del brigantaggio non bastandole più, eccola infatti affacciarne dinanzi al mondo la più patente protezione.

Il 10 luglio 1863 approda a Genova l'Aunis delle Messaggerie Marittime, portando seco sei briganti disposti ad esiliarsi; fra essi è La-Gala. Il governo italiano vuole impadronirsene. La Francia pretende che non si arrestino, che le vengano consegnati. E così si fa; il tricolore francese garentisce la vita e la libertà di assassini infami, infliggendo all'Italia la vergogna di non poter punire il delitto, il delitto contro la patria e contro l'umanità.

Ma non basta.

Napoleone, per quanto lungi dall'essere un grand'uomo politico, aveva però criterio sufficiente a comprendere come, dopo la proclamazione di Roma a capitale d'Italia, fosse quella una questione destinata a rimanere aperta. Ed ecco che, a chiuderla, egli escogita la Convenzione del 15 settembre 1864, la quale altro non voleva nè poteva significare che una rinunzia a Roma. Per essa infatti si trasportava la Capitale in un punto centrale d'Italia, e s'impegnava l'Italia non solo a riconoscere lo Stato Pontificio, non solo a non attaccarlo, ma ad impedire che fosse attaccato: più, le si faceva assumere una parte del Debito pubblico della Santa Sede, dando così a questa i fondi per organizzare e pagare quell'esercito che doveva vegliare a che Roma non divenisse italiana.

Tutti si attendevano che Napoleone avrebbe almeno rispettato cotesta Convenzione di settembre, così umiliante per l'Italia. Niente affatto.

Nella Convenzione era scritto, che la Francia avrebbe ritirato le sue truppe dal territorio pontificio. Parve che le ritirasse, ma in sostanza i soldati francesi furono arruolati nell'esercito papale.[20]