Politica estera: memorie e documenti
Part 12
“Egli disse che i buoni rapporti tra la Germania e l'Italia erano una conseguenza naturale del fatto che gl'interessi di queste due Potenze non divergevano, anzi cospiravano al mantenimento della pace generale. Lo stesso è a dirsi delle relazioni del Gabinetto di Berlino con quello austriaco; l'Austria aveva completamente rinunziato alla sua antica politica di lotta e di dominazione in Germania come in Italia, politica che era stata nel passato cagione di grande debolezza per la Casa degli Asburgo. Per ciò la Germania si trovava allora in una intimità perfetta col vicino impero, la quale non poteva non influire sui rapporti italo-austriaci. L'accordo di queste tre Potenze — soggiunse il Principe — offre una solida e mutua garanzia dal punto di vista difensivo. Il Gabinetto di Berlino non pensa ad attaccare nessuno, ma è pronto e risoluto, offrendosene l'occasione, a respingere energicamente qualsiasi aggressione. Il pericolo viene dalla Francia, dove le passioni sono sempre in ebollizione, e dalla Russia, dove, per non citare che un solo dettaglio, l'esercito è malcontento. Le truppe sono sparse su di un territorio vasto: l'ufficiale, relegato nelle piccole guarnigioni, si annoia, e preferisce la guerra ad una vita non solamente manchevole di ogni distrazione, ma circondata da molte privazioni.„
I Reali d'Italia non andarono a Berlino, e tuttavia Federico Guglielmo venne ufficialmente a Roma nel dicembre di quell'anno 1883 per ringraziare — si disse — il Re delle accoglienze straordinarie ricevute in Genova, ma in realtà perchè il Bismarck volle dare una pubblica prova, ammonitrice per i presunti nemici della Germania, degli eccellenti rapporti che questa teneva con l'Italia. Della qual cosa si fu scontenti a Vienna, perchè le feste tributate al principe ereditario germanico fecero risaltare la freddezza delle relazioni italo-austriache, e ricordare che Francesco Giuseppe era in debito di una visita doverosa.
Il Ministero Depretis-Mancini, timoroso di irritare la Francia, già in allarme per la voce corsa sui giornali dell'esistenza di una alleanza, era piuttosto imbarazzato che contento delle ostentazioni dell'intimità italo-germanica. E la sua condotta ispirò a tale preoccupazione, commettendo l'errore, che è stato di poi ripetuto, di rinunziare a trarre dall'alleanza i vantaggi che essa poteva dare, per correre dietro alla fisima di una amicizia con la Francia, chiaritasi chimerica per l'impresa di Tunisi, e ad ogni modo allora incompatibile coi legami stretti con la Germania.
Così, mentre l'alleanza austro-germanica diveniva sempre più cordiale e raggiungeva lo scopo di fronte alla Russia, la quale nel marzo 1884 si riavvicinava ai due imperi centrali, l'Italia era in sospetto a tutti, e negletta dagli alleati.
Alle Delegazioni, il ministro Tisza, rispondendo ad una interpellanza Helfy, aveva parlato delle relazioni estere dell'Austria-Ungheria senza accennare all'Italia; e nel Parlamento austriaco il ministro Taaffe aveva mantenuto un'attitudine passiva a fronte del linguaggio offensivo verso l'Italia di un deputato dalmata di razza slava. Le diffidenze e il malvolere delle classi dirigenti austriache apparivano ad ogni occasione. Nè migliori disposizioni si notavano nel governo germanico, chè anche il principe di Bismarck ci manifestava marcatamente la sua noncuranza.
L'on. Mancini fortemente si lagnava di tutto ciò. All'infuori dei termini del trattato, dei casi previsti, non derivava dal fatto stesso dell'alleanza l'obbligo dell'assistenza fin là dove cominciasse per avventura il conflitto d'interessi tra l'uno e gli altri alleati? Così egli aveva interpretato il patto in ogni circostanza, ma diversamente gli alleati si regolavano nelle questioni d'interesse italiano. Perchè?
L'on. Mancini restò al Ministero sino al 29 giugno 1885; gli successe, dopo un breve _interim_ del Depretis, il Robilant, il quale il 6 ottobre di quell'anno passò dall'ambasciata di Vienna alla Consulta. Aveva fatto buona prova come diplomatico e acquistato prestigio presso le Cancellerie d'Europa pel suo carattere diritto, per i suoi nobili sentimenti, per la sua intelligenza. Questo prestigio personale giovò al paese, perchè conferì al nuovo ministro l'autorità necessaria presso il principe di Bismarck ed il conte Kálnoky per fare includere nel trattato della Triplice Alleanza la tutela di taluni interessi italiani.
Si può dire che l'esistenza ministeriale del conte di Robilant sia stata tutta dedicata alla rinnovazione del trattato. Poco soddisfatto delle stipulazioni del 1882, pur da lui negoziate a Vienna in momenti nei quali l'Italia si offriva, l'esperienza gliene avea dimostrate le lacune, e si propose di colmarle.
I due gabinetti di Vienna e di Berlino gli manifestarono subito il desiderio di continuare l'alleanza; ed egli, consentendo in massima, prese tempo per aprire le trattative. Scartava l'idea di non continuarla, come quella di rinnovarla tale e quale; ma per proporre nuovi patti bisognava pensarvi, e l'Italia non doveva far vedere che avesse fretta.
Il 19 ottobre il principe di Bismarck, rispondendo al saluto dal conte di Robilant inviatogli nell'assumere il nuovo ufficio, gli fece sapere che le sue parole avevano prodotto in lui la migliore impressione, e che per fargli cosa gradita avrebbe ricevuto a Friedrichsruh l'ambasciatore di Launay.
Il conte di Launay fece la visita il 24; il giorno precedente era stato dal Gran Cancelliere l'ambasciatore francese. Il Principe accennò al nuovo trattato, si disse disposto a renderlo più pratico ed intimo, non fece obbiezioni all'osservazione del di Launay che per allora non si chiedeva altro che preparare il terreno, migliorando la pratica dei patti esistenti. Poi, con evidente sincerità, gli parlò della situazione:
“Allo scopo di mantenere la pace egli aveva cercato, dal trattato di Versailles in poi, di rimanere in buoni termini con la Francia, di non ostacolarla nella sua politica di espansione in Tunisia, in Cina, nel Madagascar e sulla costa occidentale d'Africa. Le dava così qualche indennizzo, qualche soddisfazione d'amor proprio; ma le aveva anche fatto comprendere chiaramente che doveva rinunziare per sempre all'Alsazia. Seguendo lo stesso ordine di idee, egli era divenuto in certo modo, specialmente in Egitto, l'ausiliario degli interessi francesi. Ma i suoi sforzi erano stati sterili. La sua assiduità, la sua quasi servilità nel corso degli ultimi quindici anni, era stata una delusione. La Francia, nelle sue grandi correnti d'opinione pubblica, pensa sempre alla rivincita, e se la prende con tutti coloro che non partecipano ai suoi rancori. Essa ne ha data l'ultima prova nell'affare delle Caroline. Le recenti elezioni generali avranno, d'altronde, come risultato la tendenza del suo governo verso il radicalismo. E in tali circostanze il Cancelliere riconosceva l'accresciuta importanza dell'accordo fra i tre Imperi e l'Italia. Egli aveva destinato allora all'ambasciata di Londra il conte di Hatzfeldt, che sarebbe riuscito meglio del Münster a stabilire anche un ravvicinamento con l'Inghilterra„.
Il ministro Robilant, deciso a non prendere l'iniziativa dei negoziati, fu contento dell'accoglienza fatta dal Principe al concetto che il nuovo trattato dovesse dare soddisfazione alle legittime e modeste esigenze dell'Italia, ed attese. Finalmente, in ottobre 1886, il principe di Bismarck fece il primo passo, dichiarandosi pronto ad aprire le trattative tanto a Roma che a Vienna. Il Robilant dapprima nicchiò, dichiarando che _con_ o _senza_ alleanza, l'Italia avrebbe proceduto d'accordo con la Germania e con l'Austria-Ungheria; poi disse che l'opinione pubblica italiana non vedeva i benefici dell'alleanza, che gli alleati non avevano mai dato all'Italia una prova di fiducia completa, che Bismarck non trovava mai tempo per conferire personalmente con l'ambasciatore d'Italia. Queste lagnanze e la riluttanza, più apparente che reale, a rinnovare il trattato, fecero il loro effetto. In realtà, grave impressione avrebbe prodotto la cessazione dell'alleanza, e la Germania, tra la Francia nemica e la Russia poco benevola, non sarebbe stata tranquilla: disse ciò spontaneamente il Keudell. Onde le condizioni poste dappoi dal Robilant, le quali si riassumevano nella garanzia dello _statu-quo_ nel Mediterraneo e nella Penisola Balcanica, furono accettate.
La redazione dei nuovi patti, dopo un lungo scambio di proposte e contro-proposte, fu pronta il 19 febbraio 1887; l'indomani essi furono firmati a Berlino.
L'esigenza del conte di Robilant che l'Italia fosse garantita nel Mediterraneo, ispirò al principe di Bismarck l'idea di un accordo con l'Inghilterra. Deciso a tenersi avvinta l'Italia e fermo nella sua politica d'isolare la Francia per renderla impotente a far la guerra, il Principe vide la doppia utilità che sarebbe derivata alla Germania da una intesa anglo-italiana: l'Inghilterra avrebbe offerto quella sicurtà marittima che la Germania non poteva dare, e, impegnandosi con l'Italia, si sarebbe preclusa la possibilità di appoggiare la politica della Francia.
Non era facile indurre i ministri della Regina, in un tempo nel quale lo “splendido isolamento„ aveva tanti fautori, a legarsi con una Potenza continentale, sia pure mercè un accordo che sarebbe rimasto segreto. Ma per il principe di Bismarck la cosa fu facilissima.
Il 1.º febbraio 1887 egli si recò a far visita all'ambasciatore britannico a Berlino, sir E. Malet. “Il gabinetto italiano — disse — gli aveva chiesto di voler appoggiare la domanda fatta a Londra di una più stretta amicizia dell'Inghilterra con l'Italia; egli pensava che il governo inglese avesse ogni motivo per fare buon viso a tale domanda. Esisteva _una specie_ [!] di alleanza fra la Germania e l'Italia, ma aveva scarso pregio per la Germania, l'Italia non potendo essere la sua vera alleata efficace che alla condizione di essere in grado di trasportare le proprie truppe per mare. I valichi delle Alpi essendo irti di fortificazioni, sarebbe impedito ogni efficace aiuto attraverso a queste. Se l'Italia potesse trasportare le sue truppe per mare, allora soltanto essa sarebbe una considerevole alleata. Ma ciò potersi solo effettuare con una cooperazione dell'Inghilterra, per mezzo della quale il predominio del Mediterraneo sarebbe assicurato a queste due Potenze.
Il Principe disse di comprendere le difficoltà che sovrastano ad ogni presidente dei ministri britannico il quale tenti di stringere un'alleanza con una Potenza estera; nel caso attuale però non era necessario che di venire ad un accordo basato sulla permanenza al potere del presente governo. Egli riteneva che le trattative amichevoli con l'Italia avrebbero favorevole accoglienza in Inghilterra, giacchè sarebbero in armonia con le tradizioni popolari dei due paesi. Credeva poi che la sua esistenza durante la crisi presente sarebbe stata un potentissimo fautore per il mantenimento della pace in Europa, mentre la sua mancanza avrebbe potuto fomentare la guerra.
Accennando alla questione della pubblica opinione e al dovere riconosciuto in un ministro inglese di seguirla, il Principe disse che qualunque fosse la consuetudine, stava sempre nel potere del ministro, anzi nella cerchia dei suoi doveri, di formare questa pubblica opinione. Questa non è, soggiunse, che un fiume formato da una quantità di piccoli ruscelli, uno dei quali è il ruscello governativo. Se il governo alimentasse sufficientemente il suo ruscello, concorrerebbe efficacemente a formare la grande corrente pubblica; se invece aspetta di giudicare delle forze di tutti gli altri ruscelli, separatamente meno potenti del suo, pur dalla unione loro rimarrebbe sopraffatto. Agire in tal guisa sarebbe una imperdonabile mancanza di precauzione.
Il Principe insistette poi sui reciproci vantaggi di una alleanza fra l'Inghilterra e l'Italia, asserendo che nessun desiderio di quest'ultima avrebbe mai potuto verificarsi in antagonismo con gl'interessi di quella. Nel Mediterraneo le aspirazioni dell'Italia convergono verso Tunisi e Tripoli, sul continente al ricupero di Nizza„.
Sir Malet osservò che concepiva un'alleanza fra l'Italia e l'Inghilterra per gli affari d'Oriente, ma dubitava che l'Inghilterra contraesse un'alleanza che potesse porla in ostilità con la Francia.
Tutte le volte che il gran Cancelliere consigliava l'accettazione di una proposta, faceva osservare quali avrebbero potuto essere le conseguenze di un rifiuto.
Secondo le sue vedute era dovere dell'Inghilterra di assumere la sua parte di responsabilità, per assicurare la pace d'Europa. Egli sapeva dell'esistenza di una scuola che predicava la astensione di quella Potenza da ogni ingerenza nella politica europea; ma egli pensava che l'Europa avesse ragione di desiderare la cooperazione inglese per il mantenimento dell'equilibrio fra le Potenze. Se l'Inghilterra si rifiutasse, e se tutti i tentativi per indurla ad assumere la sua quota di pericolo e di responsabilità che incombe ad ogni Potenza europea, fallissero, le Potenze interessate si vedrebbero costrette a cercare altre combinazioni. “Per esempio — disse il Principe — con tutta facilità potrei rendere più intimi i rapporti della Germania con la Francia accondiscendendo alle incessanti sollecitazioni di questa riguardo all'Egitto. E potrei allontanare ogni apprensione da parte della Russia, riducendo la nostra alleanza con l'Austria al puro impegno letterale di garentire l'integrità del territorio dell'impero austriaco, o permettendo alla Russia di occupare il Bosforo e lo Stretto dei Dardanelli„.
Naturalmente, a questo punto sir Malet osservò che ogni tentativo di tal natura da parte della Russia implicherebbe una guerra con l'Inghilterra, e che perciò la pace, che sembrava essere l'unico obbiettivo del Cancelliere, non sarebbe stata certamente assicurata con simili combinazioni.
Un sorriso di soddisfazione passò sul volto del Principe, il quale soggiunse che aveva additato soltanto combinazioni possibili, che tuttavia sperava non si sarebbero mai verificate.
Il colloquio finì con un giudizio del Principe sul pericolo di guerra con la Francia. Egli disse che fino a quando fossero al potere uomini come Ferry e Freycinet nulla vi era da temere, ma che se invece il generale Boulanger dovesse diventare presidente del consiglio dei ministri o della repubblica, ciò che già si prevedeva, il pericolo sarebbe stato imminente, essendo egli già compromesso dalla sua attitudine generale e non avendo altro modo di mantenersi al potere che continuando a rappresentare la parte assuntasi.
CAPITOLO QUINTO.
Crispi e la questione Bulgara.
La crisi ministeriale del febbraio 1887: il contegno dell'on. Crispi, suoi colloqui col Re, sua nomina a Ministro dell'Interno. — La questione bulgara e la condotta del Governo italiano prima che Crispi assumesse la direzione della politica estera, e dopo. — Carteggi e documenti. — L'Italia propone e fa accettare dalle Potenze il non-intervento in Bulgaria. — La triplice per l'Oriente.
La crisi ministeriale che l'ecatombe di Dogali determinò l'8 febbraio 1887, fu lunga e laboriosa.
L'impresa africana, iniziata con lo sbarco di un presidio italiano a Massaua (5 febbraio 1885), doveva essere, secondo il ministro Mancini, una riparazione, un compenso per le delusioni toccate all'Italia nel Mediterraneo: “Perchè non volete riconoscere — diceva egli alla Camera il 27 gennaio 1885 ai suoi oppositori i quali gl'imputavano di perder di mira il vero obbiettivo della politica italiana, cioè il Mediterraneo — perchè non volete riconoscere che nel mar Rosso, il più vicino al Mediterraneo, possiamo trovare la chiave di quest'ultimo?„
Purtroppo, l'Italia nel mar Rosso non trovò che disastri, e per dippiù una diversione esiziale intuita sin da allora dall'on. Crispi, che nella seduta del 29 gennaio avvertì:
“Se nel 1882 l'on. ministro Mancini avesse accettato le proposte dell'Inghilterra, forse oggi sarebbe a tempo per cominciare una politica coloniale seria, feconda di veri risultati. Ad ogni modo non posso che augurare all'Italia che quel ch'egli ha fatto possa non riuscirci dannoso„.
Dogali fu una conseguenza della leggerezza con la quale furono considerate le difficoltà dell'impresa, e specialmente il valore dell'ostilità abissina. A Massaua il generale Genè riteneva di potere tener fronte alle masse nemiche con un pugno dei nostri; a Roma il ministro Robilant chiamava “quattro predoni„ popolazioni bellicose, viventi in continua guerra.
Dimessosi il Ministero presieduto dall'on. Depretis — il quale era al potere dal 29 maggio 1881 e non godeva riputazione presso la parte sana del paese — il Re incaricò dapprima lo stesso Depretis di ricomporre il gabinetto; ma questi dovette rinunziare al mandato il 23 febbraio 1887. Gli on. Robilant, Biancheri, Saracco essendo stati successivamente officiati a comporre una nuova amministrazione ed avendo ricusato, il Re, il 5 marzo, ritornò sui suoi passi deliberando di non accettare le dimissioni del Ministero.
Qual contegno tenne l'on. Crispi durante questa crisi che doveva risolversi con la sua andata al governo?
Spigoliamo nel suo _Diario_.
Il 9 febbraio il Re lo chiamò a consiglio:
«Alle 9 ¼ fui al Quirinale.
Il Re chiese il mio parere sulla situazione politica e sulla situazione parlamentare, mostrandosi preoccupato delle condizioni del paese, dello stato d'Europa, delle grandi necessità onde siamo tormentati.
Risposi: peggiorata la nostra posizione in Europa in questi ultimi anni. La Germania ci sfugge, l'Austria può essere interessata ad averci seco, ma non sarà un'amica costante. La situazione parlamentare non può essere peggiore; l'on. Depretis vi ha messo il disordine, tanto che neppur lui può contare sulla Camera. I partiti son molti, ma nessuno può contare sulla maggioranza. Nulla di meno il più forte è quello di sinistra. Il disordine parlamentare non può esser tolto che da un'Amministrazione composta di uomini probi, scelti fra le migliori capacità della Camera.
— Nulla di meglio io chiedo. Mi indichi lei la persona alla quale dovrei indirizzarmi.
— Non tocca a me di darle cotesta indicazione. Cotesto ufficio spetta al presidente del Ministero che si è dimesso. Così suol farsi in Inghilterra.
— Io non escludo alcuno, e se mi fosse indicato un nome il mio ufficio sarebbe più facile. E, a proposito, le dirò che oggi ho letto con dispiacere in un giornale che a Corte sarebbe escluso il di lei nome. Cotesta è una malignità. Sento per lei tutta l'amicizia, apprezzo il di lei patriottismo, la di lei energia, la di lei esperienza. Se il di lei nome mi fosse indicato, o se in una combinazione ministeriale trovassi il suo nome ne sarei lietissimo. Io le affiderei volentieri il potere.
— Ringrazio Vostra Maestà dei suoi sentimenti verso di me....
— No, io non voglio che si creda che faccia delle esclusioni.
— Non posso dubitare di quanto V. M. mi dice.
— Va bene. Mi dica: come sta lei col conte di Robilant?
— Benissimo. Io lo conobbi al 1877 a Vienna. Lo ho riveduto alla Camera, ma non ho con lui intimità.
— È una grave questione quella degli uomini. Comprendo che Depretis è vecchio e non può sovraintendere al Ministero dell'Interno.
— Del Ministero dell'Interno parlai altra volta a V. M. e le dissi che in Italia manca assolutamente la polizia preventiva. Fortunatamente abbiamo un buon popolo.
Dopo pochi altri minuti il Re si alzò, mi strinse la mano e mi congedai.»
Il 22 febbraio l'on. Saracco si recò da Crispi ad offrirgli il portafoglio della Giustizia nel Ministero che il Depretis sperava potere ricostituire. L'on. Crispi declinando l'offerta ricordò che avrebbe potuto essere ministro di Giustizia nel 1866 e nel 1867; e avvertì che non avrebbe mai accettato una posizione che non gli consentisse di esercitare influenza su tutta la politica, specialmente su quella estera, della quale i ministri sogliono disinteressarsi.
Non riuscito il tentativo del Depretis, l'on. Crispi divenne l'oracolo della situazione: il 25 e il 27 ricevette il marchese di Rudinì; il 3 marzo, dopo che il Depretis fece fallire, col negargli il suo appoggio, una combinazione Saracco perchè ad essa avrebbe preso parte il Rudinì, i dissidenti della Destra decisero in una riunione di appoggiarsi a Crispi; il quale ricevette il 4 marzo l'on. Tajani, il 6 di nuovo il Rudinì, il 9 gli on. Lacava e Giolitti, quindi gli on. Baccarini, Cairoli e Nicotera, l'11 gli on. Codronchi e Rudinì, Lacava e Giolitti. Il 12 aderì ad incontrarsi con gli on. Bonghi, Spaventa, Codronchi e Rudinì. Trascriviamo dal _Diario_:
_12 marzo._ — Alle ore 5 pom. all'albergo di Roma dove trovai gli on. Bonghi, Rudinì e Codronchi. Verso le 5 ¼ sopraggiunse Spaventa.
Dopo spiegazioni diverse, si convenne sui seguenti punti. Ipotesi di una combinazione con Depretis. Crispi ritiene non offra probabilità alcuna; nulladimeno, ove avvenisse, non bisognerebbe opporsi; anzi renderla possibile.
Politica estera. — Rinnovare gli accordi con le Potenze centrali. Il rifiutarsi potrebbe nuocere; Spaventa osserva che la Germania potrebbe sospettare di noi. Bisogna inoltre considerare la posizione nella quale si è messo il papato con Bismarck. Necessario, intanto, riannodare le nostre relazioni con l'Inghilterra, associarsi a lei nell'Egitto, renderle facile con l'opera nostra il compito assuntosi, per obbligarla ad essere con noi in tutte le questioni nel Mediterraneo.
Finanza. — Rinforzarla con nuove imposte per accrescere le entrate e soddisfare alle spese militari ed a quelle per le opere pubbliche.
Esercito ed armata forti.
Legge Comunale e Provinciale. — Elettorato: censo, 5 lire. Capacità, quarta elementare. Sospensione agli impiegati municipali del diritto elettorale.
Esplicare il nostro accordo alla Camera alla prima occasione e informare il Re; di questo s'incarica il Rudinì.
Discutendo delle imposte, si accennò al dazio di entrata sui cereali; ma esso non potrebbe esser solo, dovendosi provvedere a 60 milioni di nuova entrata.
Rudinì racconta di aver visto Zanardelli, il quale anch'egli è di avviso che il solo possibile sarebbe un Ministero di coalizione. Egli lo motivava non solo con le condizioni della Camera, ma per le necessità in cui siamo di dover stabilire nuove imposte. Bisogna che la impopolarità sia affrontata dai patriotti dei diversi partiti.
_13 marzo._ — Alle 10 ant. ho la visita del marchese Rudinì.
Egli fu iersera dal Re, al quale diede conto dell'accordo sui punti principali di governo tra Crispi, Spaventa e gli altri. Questo accordo assicura la possibilità di un'amministrazione nel caso di crisi.
Il Re ne fu contento. Egli in tutti i casi saprebbe a chi rivolgersi.
Chiese se dell'accordo potesse parlare al Depretis, e il Rudinì rispose che S. M. facesse a suo talento.
_20 marzo._ — Invitato, mi reco alle 4 ½ pom. dal Depretis. Mi narra avergli il Re riferito il colloquio avuto col marchese di Rudinì circa l'accordo dell'albergo di Roma. Mi parla delle difficoltà della situazione e della necessità di comporre una nuova amministrazione. L'opinione pubblica designare un ministero Depretis-Crispi; lui volervisi prestare e m'invitava ad accettare. Risposi che sarei entrato a condizione che si potesse comporre un gabinetto capace di durare. Si discorre delle persone che dovrebbero farne parte. Depretis soggiunge di esser vecchio ed accasciato e di non poter rimanere al Ministero dell'Interno. M'informò che il trattato con le Potenze centrali era già stipulato con condizioni migliori delle precedenti. Conveniamo sul programma. Mi riservo a decidermi.
_24 marzo._ — Alle 2 pom. viene Rattazzi a nome del Re. Sua Maestà desidera che io entri nel Ministero. Messaggio di affettuose parole e di cortesie. Aderisco.
_28 marzo._ — Tornando a Roma da Napoli, trovo un biglietto di Depretis che mi avverte esser io atteso dal Re.