Politica estera: memorie e documenti
Part 11
Ormai bisogna intervenire in Egitto. La Germania non si opporrebbe e ci resterebbe amica; l'Inghilterra lo desidera, e ci accoglierebbe di buon grado. Intervenendo, nulla si farebbe nell'Africa senza di noi; e sopratutto s'impedirebbe che altri agisse a danno nostro. Se resteremo inerti, la Francia si consoliderà nella Tunisia e sarà in pericolo la Tripolitania. Il Mediterraneo ci sarà tolto per sempre.
A proposito della Tunisia ho sentito tali cose sul contegno dei nostri a Berlino nel 1878, da far trasecolare. Fummo giuocati in un modo indegno per la imperizia di chi ci rappresentava.
A Corte qui son dolenti della stampa italiana, e non sanno comprendere il motivo dei nostri risentimenti. Il principe di Galles se ne dispiacque e soggiunse che l'Italia farebbe male a lasciar passare anche questa occasione di prender parte all'intervento. E qui piacerebbe, perchè noi saremmo di contrappeso alla Francia, che non è amata.
Se per mezzo di Fabrizj volete far leggere questa mia a Mancini, fatelo. Ma conservatela, perchè non me ne resta copia, e un giorno potrebbe essere un documento.
Londra, 26 luglio 1882.
L'Inghilterra ha bisogno di un'alleata militare nella impresa di Egitto. E sarebbe lieta se questa alleata fosse l'Italia. So che l'invito formale è stato fatto al nostro Ministero; Dio voglia che il Mancini non risponda siccome fece Corti al 1878; e le conseguenze miserande le conoscete.
In Francia, per le incertezze del Freycinet, si prepara una coalizione contro di lui, e non è difficile che fra due o tre giorni avremo colà una crisi. Allora Francia e Inghilterra si combineranno, e noi resteremo esclusi. Bisogna dunque non perdere tempo ed accettare immediatamente l'invito che ci viene fatto.
L'Inghilterra è pronta a tutto perchè al dramma egiziano sia data una soluzione conforme ai suoi interessi. Stamattina il _Times_ parlava della necessità di un governo in Egitto sotto il protettorato Inglese. Se l'Italia ricusa, l'Inghilterra farà qualunque concessione alla Francia. Allora avverrà quello che io vi scrissi ieri: la Francia, consolidata in Tunisia, forse col permesso di aggredire la Tripolitania. Il Mediterraneo ci sarebbe chiuso.
Non è difficile che la Germania, prevedendo tutto ciò e volendo aiutare la Turchia, persuada questa ad intervenire. In effetto, stamattina si dava come certo la Porta avere risposto che interverrebbe; e rimetteva ad altro giorno di dirne le condizioni. Come comprendete, sarebbe cotesta una nuova dilatoria per impedire, o per lo meno ritardare l'intervento delle Potenze mediterranee.
La Francia però non vuol sentir della Turchia perchè non vuole che essa si avvicini ai suoi possedimenti africani. E l'Inghilterra non se ne fida, perchè vede la mano turca in tutto l'imbroglio egiziano.
Il nostro intervento non sarebbe avversato dalla Germania, anzi sarebbe bene accolto. Parrebbe al gran Cancelliere che in tal modo si dissiperebbero i malumori per l'intrigo di Tunisi. Certamente non lo proporrebbe, nè c'inviterebbe, perchè non è suo interesse ed egli preferisce lavarsene le mani.
Londra, 27 luglio 1882.
.... La questione è grave e l'Italia è molto interessata nel Mediterraneo, perchè non si lasci sfuggire l'occasione che le si offre. Riprendo quindi la penna per parlarvene un'altra volta.
Si è censurato l'invio delle navi da guerra e il bombardamento d'Alessandria come un attacco alla indipendenza di un governo e di un popolo straniero. Oggi le cose sono mutate. Tewfick non è più con Arabì, e questo, separandosi dal suo principe e servendosi delle truppe sulle quali non ha legittima autorità, è un ribelle contro il governo legale del suo paese. Perchè l'opera sua sia legittimata, bisogna che sia coronata dal successo, cioè che vinca, atterri il principe, costituisca un governo nazionale. Per ora, siccome il successo è ipotetico, egli è un ribelle.
Che vogliono le Potenze mediterranee, cioè l'Inghilterra e le Potenze che a lei si associerebbero? Il ristabilimento dell'autorità del Kedive, e però il ritorno di un governo che assicuri l'ordine all'interno e dia garanzie all'Europa. Pertanto Gladstone ieri, rispondendo all'on. Lawson, diceva che non era necessaria una dichiarazione di guerra, le truppe inglesi scendendo in Egitto quali amiche del capo dello Stato e per ristabilirne, d'accordo, l'autorità manomessa.
Ciò posto il nostro intervento in Egitto non sarebbe un'offesa ai principii di nazionalità ed all'autonomia di un altro paese. Noi vi andremmo per riprendere, quando dovrà riordinarsi il governo, quella influenza che ci compete, insieme alle altre Potenze che hanno interessi diretti in quel paese. La nostra presenza è una necessità per noi e per l'Egitto una garanzia, poichè sotto la nostra bandiera non sarebbe permesso alcun atto di conquista. Anche intervenendo in tre — appunto perchè tre — nessuno potrebbe restarvi, e tutti dovrebbero andar via dopo ristabilito l'ordine.
Perchè l'Italia aderì alla Conferenza e chiese l'accordo europeo? Per rompere l'accordo anglo-francese. Soli, eravamo impotenti, e perchè soli e male avveduti al 1879 fummo sacrificati. L'accordo anglo-francese non esiste più. Le parole dei Ministri francesi e quelle degli inglesi che parlano di cotesto accordo, sono una simulazione. I due paesi hanno conflitto d'interessi in Egitto, e scopi diversi a raggiungere. Da ciò lo invito che a noi viene dall'Inghilterra, la quale ama unirsi ad una Potenza come l'Italia, che non sogna l'Impero africano. Mancato lo scopo della Conferenza e noi avendo ottenuto quello che desideravamo con l'accordo europeo, non ci resta che provvedere ai nostri interessi nel Mediterraneo.
Qual'è la posizione degli europei in Egitto, in ordine di popolazione e quanto ai commerci? In ordine di popolazione — eccettuata la Grecia — noi siamo i primi; poi viene la Francia, poi l'Inghilterra, poi l'Austria, ultima la Germania. E dico esser noi i primi perchè della popolazione detta francese, appena una metà è di naturali, il resto essendo protetti. In ordine ai commerci noi siamo la quarta Potenza; ci segue l'Austria; ultima è la Russia. Della Germania non se ne parla. Le quattro Potenze che primeggiano vanno così collocate: Inghilterra, Francia, Olanda, Italia.
Quali sono le nazioni prospicienti sul Mediterraneo? La Spagna, la Francia, l'Italia, la Grecia. E le tradizioni, il passato? Italia e Grecia precedono.
Raccogliendo codesti dati e valutando gl'interessi diretti in Egitto e nel Mediterraneo che non possono lasciarsi vincere, è chiaro che primeggiano l'Inghilterra, l'Italia e la Francia. Escludo la Spagna, l'Olanda e la Grecia, perchè la prima non ha importanza in Egitto, nè per la popolazione, nè per i commerci; la seconda se l'ha per i commerci, non l'ha per la popolazione; tutte e tre sono Potenze di secondo ordine e non siedono in Costantinopoli.
Se coteste circostanze ci obbligano a prendere ed a tenere la nostra posizione, ci spiegano anche i motivi pei quali la Germania se ne lava le mani e l'Austria non si riscalda. In Berlino dicevano: «La questione egiziana se la risolvano coloro che vi hanno interessi diretti; non trarremo la spada per essa».
E dopo ciò parmi aver detto abbastanza per indicare quale dovrebbe essere il nostro contegno, per determinare i nostri diritti e i nostri doveri. In Egitto si scioglie la questione del dominio nel Mediterraneo, e possiamo rifarci delle sconfitte tunisine.
«Londra, 29 luglio 1882.
_Mio caro Mancini_,
Sono dolentissimo che hai declinato l'invito che ti fu fatto dall'Inghilterra di intervenire in Egitto. Voglia Iddio che il tuo rifiuto non sia causa di nuovi danni all'Italia nel Mediterraneo.
Bisognava accettare senza esitazione. Quando Cavour ebbe fatta l'offerta di unirsi alle Potenze occidentali per andare in Crimea, non vi pensò un istante. Il governo del piccolo Piemonte ebbe quel coraggio che oggi manca al governo d'Italia.
Il tuo aff.mo
F. CRISPI.»
Londra, 29 luglio 1882.
Stamattina, stizzito, vi acclusi lettera per Mancini col proponimento di non parlarvi più di politica. La stampa italiana fa troppo la sentimentale e concorre col governo a far perdere all'Italia l'occasione che la fortuna ha messo in nostre mani. Ricevo ora il vostro telegramma che m'informa Mancini desiderare il mio pronto ritorno. Vi risposi telegraficamente.
È bene inteso che quanto io vi scrivo.... vale a prevenire Mancini, se mai è in tempo per correggere il mal fatto.
Il Governo inglese, nell'impresa egiziana, preferisce noi ai francesi. È inutile spiegarvene i motivi. Un giorno Granville vedendo il Menabrea gli disse: «Se vi chiedessimo d'esser con noi in Egitto, accettereste?». E l'altro: «Certamente». Non era un linguaggio ufficiale, ma parole gettate così per tastare il terreno.
Alcuni giorni dopo il principe di Galles vide Menabrea e si congratulò con lui. Vi avverto intanto che queste cose io non le so da Menabrea, perchè costui fa con me il misterioso, tanto che non andrò più a trovarlo.
Finalmente venne l'invito; ed io sapendolo, e Menabrea ignorando che io lo sapessi, venni da lui pregato di telegrafare a Mancini a nome mio, in cifra, esser mia opinione di dovere accettare l'impresa egiziana qualora gliene venisse l'offerta. Mancini ringraziò prima, chiedendo consigliarsi coi suoi colleghi, poi rifiutò.
Qui mi dissero che non se ne lagnano, e che le relazioni dei due governi dureranno cordiali. Avrebbero desiderato una risposta favorevole; fecero l'offerta per provare all'Italia la loro vera amicizia.
Io non posso esporvi quello che fu detto stamattina alla tavola di un ministro dal quale fui invitato a colazione....
Mancini mi vuole in Roma. Perchè? Forse per mutare contegno? O per motivare il suo contegno e persuadermi che ha fatto bene? Pel primo motivo avrei bisogno di rivedere i capi di questo Ministero, e domani è domenica e tutto si mette a dormire per ventiquattro ore. Pel secondo motivo, è inutile il mio ritorno in Italia.
Londra, 30 luglio 1882.
Il 26 vi parlai di una possibile crisi ministeriale in Francia ed il 28 vi telegrafai (con un giorno di precedenza) che il Ministero Freycinet avrebbe avuto alla Camera una votazione contraria. Nelle mie lettere ho preveduto che se il Ministero italiano non si fosse associato all'Inghilterra per intervenire all'Egitto, questa si sarebbe messa d'accordo con la Francia e saremmo rimasti espulsi dal Mediterraneo. Le cose francesi sono andate come io aveva previsto. La seconda parte delle mie previsioni non è ancora realizzata, ma è in via di realizzarsi. Per evitare il gran danno, ieri telegrafai a Fabrizj[19] con la vostra cifra, nella speranza ch'egli avesse potuto scuotere Mancini dalla sapiente inerzia nella quale si è messo....
[19] Il telegramma al generale Fabrizj era così concepito: «Prega Mancini riprendere trattative col Ministero inglese. Faccia presto. Ogni indugio rovinoso». _(N. d. C.)_
In Italia i giornali — moderati e progressisti — sono partiti da un dato falso. Essi credevano Francia ed Inghilterra d'accordo, e che l'invito all'Italia fosse partito da tutte e due. Nessun accordo fin'oggi tra Parigi e Londra, ma l'accordo può esser fatto domani col nuovo Ministero. Freycinet è caduto non già perchè voleva occupare il canale di Suez, ma perchè non voleva andare in Egitto. Il credito alla Camera francese fu respinto, non perchè si volesse rifiutare il danaro al Ministero, ma perchè il danaro chiesto da esso era poco. I francesi, dopo che gl'inglesi bombardarono Alessandria e cominciarono a mandar truppe in Egitto, vogliono intervenire anch'essi; e questo, e non altro, è il significato del voto di ieri; gl'inglesi avevan voluto prevenirli coll'alleanza italiana. Non ci sono riusciti. Non dovremo, nè potremo lagnarci se nel loro interesse si uniranno alla Francia e le faranno larghe condizioni.
Chi andrà in Francia al potere? O Waddington o gli uomini suoi. Il discorso fatto da lui al Senato è segnalato come un capolavoro. Siccome Gambetta non può andare e Freycinet non può restare, bisognerà che venga un Ministero il quale contenti la maggioranza parlamentare e ripigli l'impresa africana come era stata ideata sin da principio. Waddington combinò l'affare tunisino in Berlino, e Waddington ci cacciò dall'Egitto. Con lui, dunque, ed i suoi, sappiamo quello che ci attende. Noi saremo bloccati nel Mediterraneo, e questa volta la colpa è nostra.
Martedì sera sarò a Parigi.... Vi assicuro che la politica mi tiene inquieto e vorrei liberarmene.
Londra, 31 luglio 1882.
Ancora splende lo stellone d'Italia, e, nonostante i nostri errori, la posizione delle cose non è peggiorata: abbiamo tempo ancora per migliorare la nostra politica.
All'ora in cui scrivo (4 ½ pom.) nessuna notizia dalla Francia circa la soluzione della crisi. Ogni giorno che passa è un guadagno per noi. Qui grande battaglia alla Camera dei Pari per la legge sugli arretrati dei fitti in Irlanda. Lord Salisbury farà un emendamento che il Governo non accetterà; e se i Pari lo voteranno, non vi sarà modo d'intendersi fra le due Camere, e si prevede in tal caso lo scioglimento della Camera dei Comuni. I conservatori non credono di vincere nelle elezioni generali; nondimeno lord Salisbury si è incaponito e non v'è modo di dissuaderlo. Non voglio prevedere il caso di una vittoria dei conservatori, perchè allora la nostra posizione nel Mediterraneo deteriorerebbe.
La crisi parlamentare in Inghilterra — ove avvenisse — e la durata della crisi ministeriale in Francia, la quale anch'essa potrebbe esser seguita da una crisi parlamentare, darà a noi tempo di riflettere e di prepararci ad agire.
Nelle mie lettere ho detto abbastanza sul contegno che dovremmo tenere. Oggi farò poche considerazioni. L'Italia, nel Mediterraneo, dev'essere d'accordo con l'Inghilterra. Questa non teme lo sviluppo della nostra marina, anzi è lieta di questo sviluppo, perchè di fronte alla Francia è una forza di opposizione. Come vi dissi altra volta, l'Inghilterra non si preoccupa che della Francia. Amici degli inglesi ed alleati, non abbiamo da temere sui mari. Se avvenisse diversamente, non saremmo padroni delle nostre spiaggie.
Nella politica continentale, poi, il caso è tutt'altro. È nostro dovere agire di concerto con la Germania. Non agendo di concerto, dovremmo essere fortemente armati, perchè la Germania ci rispettasse e chiedesse l'opera nostra.
Sono identici i motivi della politica continentale e della politica marittima, in entrambe avendo innanzi a noi lo stesso nemico da combattere. Nella questione d'Egitto avevamo questo di bene, che unendoci all'Inghilterra, la Germania non ci era nemica. Quindi non v'era da esitare.
«Londra, 1 agosto 1882.
Siccome il telegrafo vi avrà annunziato, ieri gli emendamenti proposti dai conservatori alla legge per gli arretrati dei fitti d'Irlanda, furono votati a grandissima maggioranza. Il Governo non può lasciarli passare, e i Comuni non li accetteranno. Essendo impossibile un accordo su questo argomento fra le due Camere, lo scioglimento dei Comuni credesi inevitabile. Posso assicurarvi che il Ministero ne è preoccupato.
Lo scioglimento della Camera dei Comuni è visto da alcuni uomini politici coi quali oggi ho parlato, problematico nei suoi effetti. Vi sono di coloro i quali credono possibile la sconfitta dei liberali. Per l'Inghilterra non sarebbe un bene, perchè i conservatori nella questione irlandese non sono una garanzia, ma per noi italiani sarebbe un danno, Salisbury essendo stato l'autore di tutto ciò che è avvenuto contro di noi in Tunisi ed in Egitto. A prevenire ogni pericolo, bisognerebbe che Mancini legasse gl'inglesi con un accordo scritto. Ed egli lo può, prendendo occasione dall'ultimo suo dispaccio per la polizia marittima del canale di Suez. Fatta una convenzione, qualunque ministro venisse dovrebbe rispettarla.
In Francia sono talmente imbrogliati che la formazione di un Ministero diviene ogni giorno più difficile. I nostri fratelli in latinità ci danno tempo per agire. Voglia Dio che sappiamo profittarne.
Qui sono dolenti del contegno della stampa italiana. In verità si potrebbe essere più cortesi, anche combattendo le opinioni degli inglesi. Bisogna ricordarsi che sono al potere in Inghilterra gli amici nostri. Gladstone fu il primo a sollevare la questione italiana quando l'Italia era divisa in sette Stati. Sono famose le sue lettere contro Ferdinando di Napoli. Al 1860 furono essi che imponendo il non-intervento, impedirono a Napoleone III di mandar le navi nello stretto di Messina, per opporsi al passaggio di Garibaldi sul continente. Furono i soli che protestarono contro la cessione di Nizza e Savoia. Furono i primi a riconoscere il regno d'Italia. In particolare poi vi dirò che il 29 maggio 1860, mentre una nave del re di Sardegna ci rifiutò la polvere, ce la diede una nave inglese. Bisogna esser grati per tanti benefici, ed anche combattendo non si deve esser duri.
Parigi, 3 agosto 1882.
.... Io non credo che Mancini abbia preso impegni per le cose egiziane a Berlino. Se lo ha fatto, ha commesso un errore. La Germania non ha interessi diretti nel Mediterraneo, e gli uomini di Stato di quel Paese, lo dicono e lo ripetono. Noi siamo e viviamo nel Mediterraneo, e nel regolare le questioni relative dobbiamo ispirarci e regolarci secondo i nostri interessi. Per la Germania, poi, la nostra politica dev'esser questa: amicizia e, secondo i casi, alleanza; giammai la dipendenza e molto meno il sacrificio dei nostri diritti, massime quando questo sacrificio non giova alla nostra alleata e non ci è compensato....
Le cose parlamentari in Inghilterra si accomodano. Gladstone troverà il modo di far passare ai Comuni un emendamento che possa essere accetto ai Pari. In caso contrario, chiuderà la sessione per aprirne un'altra in ottobre o novembre allo scopo di rifare con qualunque modificazione la legge per gli arretrati dei fitti in Irlanda. Non avremo dunque scioglimento della Camera inglese.
Qui si parla di un Ministero d'affari. Sarà un Ministero di vacanze parlamentari per venire poi alla formazione di un nuovo Ministero alla riapertura della Camera.
Abbiamo il tempo di rivedere le cose e correggere anche la nostra politica.
CAPITOLO QUARTO.
Dal primo al secondo trattato della Triplice Alleanza.
L'errore d'origine: l'Imperatore d'Austria non viene a Roma. — I Reali d'Italia, per ciò, non possono andare a Berlino. — Colloquio tra il principe di Bismarck e il duca di Genova: il pericolo di guerra è rappresentato dalla Francia e dalla Russia. — Il principe Federico Guglielmo a Roma. — Il gabinetto italiano scontento degli alleati. — Il generale Robilant ministro degli Affari esteri. — Un altro giudizio del principe di Bismarck sulla situazione in ottobre 1885. — I negoziati per la rinnovazione della Triplice Alleanza. — Con quali argomenti il principe di Bismarck indusse l'Inghilterra ad un accordo con l'Italia per il Mediterraneo. — Il nuovo trattato del 20 febbraio 1887.
L'accessione all'alleanza austro-germanica, se tolse l'Italia dall'isolamento e orientò la sua politica estera, non dette frutti tangibili. Nessuno per qualche anno seppe nulla del trattato; i ministri della Triplice sia dalla tribuna parlamentare, che nei ricevimenti diplomatici, negarono l'esistenza di impegni scritti. D'altronde, se niente esteriormente apparve mutato nelle relazioni fra i tre Stati — tranne nell'intonazione dei giornali austriaci che divenne più cortese, e ne fu dato il merito al viaggio di re Umberto — poco o nulla si fece da parte nostra per rendere veramente intime quelle relazioni, e vantaggiose. Già, nei rapporti con l'Austria l'impresa non era agevole; il ravvicinamento degli animi non era stato spontaneo, la dominazione austriaca in Italia era tuttavia ricordata con rancore da molti che ne avevano sofferto; e dall'altra parte, a Vienna, si aveva poca fede in un governo che si reggeva sui principii di libertà ed era debole, per dippiù, coi partiti estremi.
Un errore del Mancini, commesso già prima della firma del trattato, accrebbe gli ostacoli al miglioramento della situazione. Quando egli fece annunziare al gabinetto austro-ungarico il desiderio del re Umberto di visitare l'Imperatore, non richiese impegni per la restituzione a Roma della visita; anzi non fece motto di restituzione; e non già per oblio — che i suoi collaboratori, primo fra tutti l'ambasciatore Robilant, l'avrebbero avvertito — ma perchè, conoscendo gli umori dominanti nelle alte sfere austriache, sapeva che se avesse fatto condizione della venuta a Roma dell'Imperatore, il viaggio progettato sarebbe andato a monte.
Quell'errore danneggiò nell'opinione pubblica il clima dell'alleanza, e ne durano gli effetti; poichè parve, e pare tuttavia, che l'Austria non ci trattasse colla considerazione che ci era dovuta. Esso ebbe anche una conseguenza a breve distanza, giacchè impedì che i Reali d'Italia si recassero a Berlino nel 1883 a visitare il glorioso Guglielmo I.
Il principe di Bismarck aveva mosso per il primo la pedina,, facendo dire alla Consulta dall'ambasciatore Keudell che i Sovrani italiani erano desideratissimi in Germania e che l'Imperatore avrebbe accolto con grande gioia una loro visita. Aveva, bensì, avvertito nello stesso tempo che, sebbene Guglielmo non avesse difficoltà a recarsi a Roma, sarebbe stato poco prudente fare intraprendere il lungo viaggio ad un vegliardo di 86 anni. Il principe ereditario, Federico Guglielmo, avrebbe potuto sostituire il padre.
Se fosse mancato il precedente austriaco, la proposta avrebbe potuto accettarsi, perchè ragionevole sarebbe stato il motivo della sostituzione; e del resto il principe Federico Guglielmo, già recatosi a Roma pei funerali di Vittorio Emanuele, aveva lasciato in Italia ottimo ricordo di sè. Ma dopo l'astensione di Francesco Giuseppe era impossibile transigere.
Il principe di Bismarck desiderava tanto la visita dei Sovrani d'Italia che, il 1.º marzo 1883, conversando col duca Tomaso di Savoia, il quale si trovava in Germania pel suo matrimonio con la principessa Isabella di Baviera, portò il discorso sul vagheggiato viaggio reale, del quale il Duca nulla sapeva.
È interessante, a proposito di questo incontro, riferire il giudizio espresso al duca di Genova dal principe di Bismarck circa la situazione internazionale di allora.