Politica estera: memorie e documenti
Part 10
I termini nei quali fu fatta all'Italia, e rifiutata, l'offerta di cooperare con l'Inghilterra a ristabilire l'autorità del Kedive, risultano dai seguenti documenti:
_Sir A. Paget al conte Granville._
Roma, 28 luglio 1882.
Mi recai quest'oggi dal sig. Mancini in conformità degli ordini di V. S. contenuti nel telegramma del 25 volgente. Ho cominciato il colloquio col dire ch'io riteneva essere S. E. oramai preparata dal generale Menabrea alla comunicazione che stavo per farle, la quale si riduceva a questo; che mentre il governo di S. M. vedrebbe volentieri l'Italia associarsi all'Inghilterra e alla Francia per garentire la sicurezza del Canale di Suez, sarebbe pur lieto che essa cooperasse ad un'azione diretta all'interno, che non potrebbe essere differita ulteriormente e per la quale il governo di S. M. stava attivamente preparandosi, sebbene il governo francese non si mostri disposto a parteciparvi.
Il sig. Mancini, dopo avermi pregato di manifestare a V. S. i ringraziamenti del governo italiano per questa nuova prova di fiducia e di amicizia, dissemi aver già avuto contezza di tale comunicazione dal generale Menabrea, che egli aveva tosto incaricato (ritengo la notte scorsa) di manifestare la sua supposizione che ella non conoscesse ancora in quella data la risposta della Porta alla Nota collettiva (del 15 luglio).
Risposi aver io ragione di credere che così fosse, ma trovarmi nello stesso tempo in grado di riferire a S. E. che a me constava come tale risposta non abbia in guisa alcuna mutate le intenzioni del governo di S. M., o fatto ad esso supporre l'impiego delle forze britanniche meno necessario di prima.
Chiesi come fosse possibile aver fiducia nel tardo consenso della Porta alle domande dell'Europa. Potrebbe esser vero bensì che all'undecima ora si facciano preparativi per l'invio di forze turche in Egitto, ma chi potrebbe garentire che quelle truppe, una volta colà giunte, sarebbero impiegate allo scopo desiderato? La politica della Porta in tutto l'affare egiziano ha avuto l'impronta di tanta tergiversazione da non potersi per l'avvenire fare sopra di essa il benchè menomo assegnamento. Per citare un esempio dissi che, allorquando nell'ultima riunione della Conferenza fu da lord Dufferin presentata la proposta, appoggiata da tutti i colleghi, che il Sultano dichiarasse ribelle Arabì-pascià, il commissario turco l'accolse con una delle sue mozioni dilatorie. Aggiunsi che recentemente un agente segreto di Arabì, arrestato dalle autorità inglesi in Alessandria, al suo ritorno da Costantinopoli, e trovato possessore di documenti assai compromettenti, aveva fatto confessioni comprovanti la complicità fra Costantinopoli e il capo dei ribelli.
Laonde io faceva appello al signor Mancini per sapere da lui se la sfiducia del governo della Regina nelle intenzioni del Sultano non fosse giustificata al pari delle misure atte a sventarne tutti i malvagi disegni. E dissi che ritenevo il governo della Regina avrebbe accettato la cooperazione della Turchia, continuando però a recare ad effetto i provvedimenti già stabiliti.
Il signor Mancini, senza contestare alcuno dei fatti enumeratigli, nè la logica deduzione che ne avevo tratta, replicò che, quali si fossero le ragioni di sfiducia esistenti rispetto alla Porta, sembrerebbe una contraddizione che quando essa ha accettato senza riserva tutte le condizioni di una Nota a cui Italia e Inghilterra avevano partecipato, queste due Potenze assumessero impegni per un altro modo d'intervento. Il tempo avrebbe in ogni caso permesso, a suo avviso, di accertare la buona fede con la quale i turchi ora agivano. Se vi fossero prove che non adempissero lealmente il programma che avevano accettato dalle Potenze, e se alcun indice vi fosse della loro parzialità a favore del partito ribelle o della loro poca energia d'azione per sopprimerlo, il complesso delle cose muterebbe e le nuove condizioni sarebbero allora prese in esame dalle Potenze.
S. E. tuttavia ammise essere la posizione dell'Inghilterra diversa da quella dell'Italia e delle altre Potenze. L'Inghilterra aveva già mandato le sue truppe in Egitto ed egli pienamente comprendeva che fosse suo intendimento di avere colà forze sufficienti per controllare la condotta dei turchi. Ma l'adesione dell'Italia all'accordo suggeritole, sarebbe stato un punto di partenza non giustificato dalle circostanze. Devesi — egli aggiunse — aspettare il corso degli avvenimenti, nonchè la risposta che V. S. darà al gen. Menabrea e le pubbliche dichiarazioni che saranno fatte dai ministri della Regina in relazione a questa nuova fase della questione, prima che il governo italiano sia in grado di rispondere positivamente all'attuale proposta.
A ciò rispondendo espressi la speranza che la proposta fatta al governo italiano non sarebbe dimenticata, onde il governo della Regina non possa in alcun tempo essere accusato di aver seguito una politica esclusiva.
A. PAGET.
_Il conte Granville a sir A. Paget._
Foreign Office, 29 luglio '82.
In un abboccamento avuto oggi col gen. Menabrea, S. E. dichiarava che il signor Mancini pareva ritenere che il governo di S. M. ignorasse la formale e completa accettazione per parte del Sultano della richiesta fattagli dalla Conferenza di spedire truppe in Egitto, allorchè esso fece la proposta che l'Italia prendesse parte alle operazioni nell'interno di quel paese. Il Sultano aveva ora deciso di mandare truppe in Egitto, acconsentendo per tal modo al desiderio espresso dalle sei Potenze. Il gen. Menabrea osservava che in vista di queste circostanze il governo italiano si esporrebbe ad una accusa di contradizione se negoziasse nel senso di un intervento di altra Potenza, e che solo rimanevagli di esprimere i suoi ringraziamenti al gabinetto inglese per avere nutrita l'idea che l'amicizia dell'Italia per l'Inghilterra potesse assumere la forma di una attiva cooperazione.
Risposi che rimpiangevo che l'Italia avesse declinato di cooperare nel modo indicato, ma che non avevo eccezione a muovere circa un argomento che era nella competenza del governo italiano. Ero ciò nonostante lieto dell'occasione offerta al governo della Regina dal presente stato di cose, di dare all'Italia una prova della sua amicizia.
GRANVILLE.
_Il generale Menabrea all'on. Mancini._
Londra, 29 luglio '82.
Ho comunicato oggi verbalmente a lord Granville la risposta contenuta nel telegramma dell'E. V. in data di ieri, alla proposta che egli aveva fatta all'Italia di prendere parte alla spedizione di Egitto. Mi sono strettamente attenuto alla riserva raccomandatami da V. E. Il conte Granville ha preso atto di questa risposta, come anche dei sentimenti amichevoli espressi dall'E. V. verso l'Inghilterra, la quale, dissemi, _aveva creduto di dare all'Italia una prova d'amicizia, offrendole l'occasione di prendere parte ad una azione che avrebbe potuto tornare a suo vantaggio._
Nel mio colloquio mi limitai ad insistere presso lord Granville sulla assennatezza delle considerazioni addotte dall'E. V. in seguito all'inaspettato e oramai risoluto intervento della Turchia in Egitto. Il conte Granville fu con me parco assai di parole, prese nota delle mie dichiarazioni modellate sul telegramma di V. E., riconobbe la di lei risposta non conforme ai suoi desideri, e terminò col dirmi in termini sempre benevoli, che col proporci di concorrere con l'Inghilterra al ripristinamento dell'ordine in Egitto, il gabinetto britannico aveva creduto di dar prova di amicizia all'Italia, invitandola a prendere parte ad un'opera che sarebbe tornata di sua utilità.
MENABREA.
L'on. Mancini partecipò ai gabinetti di Berlino e di Vienna — cioè agli alleati — il rifiuto opposto all'offerta inglese. Attendeva forse un caloroso elogio; ma l'Hatzfeldt ringraziò della comunicazione l'ambasciatore italiano, evitando “con la massima cura tutto ciò che avesse potuto rassomigliare ad un'opinione favorevole o sfavorevole alla proposta britannica„; e il conte Kálnoky “trovò molto corretti e appropriati„ gli argomenti del Mancini!
Nella prima metà di luglio l'on. Crispi partiva da Roma per un viaggio all'estero. Andò prima a salutare alla Consulta il suo vecchio amico P. S. Mancini ed ebbe da lui una lettera di presentazione agli agenti diplomatici e consolari nella quale era detto: “Il patriottismo di questo nostro illustre Concittadino ed i meriti che egli ha acquistati verso il Paese sono certo sufficienti ad assicurargli presso tutti i Rappresentanti del governo all'estero una premurosa accoglienza. Ho tuttavia desiderato ch'egli fosse munito di una mia speciale commendatizia, e sarò particolarmente grato alla S. V. per tutte quelle cortesie che vorrà usare a questo insigne Rappresentante della Nazione„. Insieme alla commendatizia l'on. Mancini inviava augurii: “Buon viaggio, e raccogli notizie e impressioni utili al tuo paese, a cui entrambi consacriamo i primi nostri pensieri„.
L'on. Crispi si recò difilato a Berlino, dove giunto, il 17, chiese per mezzo di una sua antica conoscenza, il barone Holstein, di vedere il conte Hatzfeldt. Di un suo colloquio con l'Holstein, troviamo queste note:
Alle 9,15 è venuto: si è discorso lungamente. La Germania nessun interesse diretto nell'Egitto. Nessun bisogno di colonizzazioni, o per lo meno non venuto ancora il tempo di pensare a stabilire colonie. In ogni caso, non sceglierebbe mai l'Egitto.
Il principe di Bismarck con la nevralgia; i medici gli hanno consigliato riposo — Hatzfeldt depositario delle sue idee.
L'indomani, colloquio con l'Hatzfeldt. Crispi ne prese nota così:
18 luglio 1882.
Il numero 136 della Koeniggraetzerstrasse segna la terza casa a diritta della strada andando a Voss-Strasse. La casa è in fondo a un giardino.
Il conte Hatzfeldt era nel suo gabinetto all'una pomeridiana e mi ha intrattenuto sino alle due.
Parlando dei casi del giorno si mostrò disinteressato nella soluzione del problema egiziano. Disse che accettò la Conferenza per non dare pretesto alle Potenze di dire che la Germania con la sua assenza impedisse una soluzione; ma senza alcuna fede nei suoi lavori. La Germania non ha alcun interesse diretto. Nulla da proporre, perchè non vuole assumere responsabilità. Non spenderà un soldo, nè un soldato per l'Egitto. Chi si è messo nell'imbroglio, se ne liberi. Non ha approvato, nè disapprovato il contegno degli inglesi. Nel canale di Suez non sarà contrastato loro il libero passaggio.
Alla Conferenza vogliono mantenuto lo _statu-quo_. Quale? Quello anteriore al movimento militare? Quello anteriore al giugno 1879? La frase è elastica — dice molto e dice nulla.
L'Italia ha interessi diretti — Spagna, Olanda, vogliono intervenire.
Lasciare la dinastia? Tewfick senza autorità. Prendere Halim? Buono, bravo, conosciuto per il buon caffè che si prendeva da lui — non altro.
La posizione finanziaria, peggiorata dopo il 1879, ma hanno interesse a vederci coloro che ne son causa.
La Germania accetterà qualunque soluzione che le Potenze troveranno a proporre d'accordo, e per il ristabilimento dell'ordine e per un governo egiziano. L'Egitto col Parlamento non può reggersi. Questa è una istituzione che colà non può allignare. Ma per governare ci vuole un principe di autorità ed energia. Noi non vogliamo far quello che faceva l'Impero Napoleonico; non ci mischieremo finchè i nostri interessi non siano lesi.
— _Io:_ I francesi vollero imitare i romani, ma ne seguono i vizi, non le virtù. La repubblica e l'impero dei romani durarono molti secoli; le repubbliche e gl'imperi francesi appena due decine di anni.
— _Lui:_ I romani avevano di fronte genti barbare. Oggi le condizioni dell'Europa sono diverse, e la Francia ha grandi e civili Potenze attorno a sè. È quello che i francesi non vogliono capire.
Il conte Hatzfeldt mi parla del principe di Bismarck e della sua infermità che gli impedisce di prendere parte agli affari. Tutto è sulle spalle del Conte, il quale se ne duole sopratutto per le grandi responsabilità che ha dovuto e deve assumere nella politica estera.
Da Berlino l'on. Crispi passò a Londra, dove si decidevano i destini dell'Egitto, e, per mezzo del suo amico Giacomo Lacaita, chiese di far visita a lord Granville, ministro degli Affari esteri. Lord Granville non soltanto si disse lieto di conoscere personalmente l'antico rivoluzionario italiano, ma lo fece pregare di andare al _lunch_ da lui. Ed ecco quello che Crispi scrisse dell'accoglienza ricevuta e delle cose discorse:
29 luglio.
Lord Granville dimora nel palazzo di num. 18 a Carlton House Terrace.
La riunione era fissata alle 2 pom.; all'1 ¾ Lacaita ed io siam partiti dall'Athenaeum, e qualche minuto prima delle 2 siamo giunti alla casa del Conte.
Appena entrati, il cameriere ci disse che il nobile ministro era alla Camera e che ci pregava di aspettarlo. Fummo introdotti nella biblioteca. Non appena seduti, udiamo uno strascico di vesti di seta e ci appaiono di fronte lady Granville e le due figlie; lord Granville entra dalla parte opposta. Fatte le debite presentazioni, le dame procedono per la sala da pranzo e noi dopo pochi minuti le seguiamo.
Lord Granville disse che vi era consiglio di ministri e che aveva lasciato i suoi colleghi per trovarsi con me.
La sala da pranzo a Carlton House è grandissima.
Sedemmo: lady Granville in mezzo a Lacaita e alla sua figlia minore; lord Granville aveva me a sinistra e la figlia maggiore a destra. In mezzo alle due figlie era il suo segretario particolare ed appresso un nipote del Conte; un altro nipote del Conte era alla mia sinistra, cioè tra me e Lacaita.
Nei pochi minuti che fummo nella biblioteca e nei principii del pranzo il discorso si versò sulla stampa italiana, sul ministero francese e sul probabile voto della Camera francese.
Avendo io detto che Freycinet avrebbe avuto un voto contrario e che probabilmente vi sarebbe stata una crisi, il Conte mi domandò:
— Quali uomini credete voi che andranno al potere!
— Un ministero di mezze figure.
— Anch'io sono del vostro avviso.
— Gambetta non può ritornare per ora. Egli significa la guerra, e la Francia non vuole, nè può farla. Gambetta si è troppo presto svelato, ed in Germania il suo nome accenna ad una levata d'armi.
— È vero.
— Freycinet è una garanzia di pace per la Germania.
— Egli ha lanciato la Francia in grandi spese con le sue leggi per opere pubbliche.
— È un uomo tecnico, non un uomo politico.
— Avete ragione.
— I francesi non hanno che due vie: o chiudersi entro le loro frontiere, sviluppare le loro ricchezze, assicurare il loro benessere materiale, o far la guerra. In questi ultimi tempi si sono chiariti contrarli alla guerra.
— E non potrebbero neanche farla. L'esercito francese non è in buone condizioni, gli uffiziali non tutti buoni, i soldati indisciplinati. Del vostro esercito, al contrario, ho avute ottime informazioni; avete buoni soldati e buoni ufficiali.
— Piccolo esercito, ma buono. Potremmo triplicare le nostre forze, facendo uno sforzo finanziario.
— Siete stato a Parigi?
— No, milord.
— A Berlino?
— Sì.
— E che dicono colà delle cose del giorno?
— Che nulla loro interessa della questione egiziana. E che lasceranno scioglierla a coloro che vi hanno interessi diretti. A Berlino non si pensa che alla Francia e alla Russia; sono le due sole Potenze delle quali si preoccupano e dalle quali temono possa sorgere la guerra. Pertanto il principe di Bismarck cerca di far forte la Turchia e di aiutare la China nel riordinamento delle sue forze.
— È pur troppo così; ma la Russia per ora non può dar fastidii all'Europa.
— Lo comprendo, ma non sarà così in avvenire.
— Avete visto il general Menabrea?
— Sì, milord.
— E che umori ha egli in questi momenti?
— Mi disse che si sente risvegliare i suoi spiriti militari.
Lord Granville si pose a ridere: e la merenda (_lunch_) essendo esaurita, lady Granville, le figlie, i nipoti, il segretario particolare del Conte si sono alzati e andati via. Lord Granville ed io siamo rimasti soli.
Avevo dimenticato di ricordare che pochi minuti prima che la merenda terminasse, Lacaita si era congedato, dovendo andar fuori di Londra, e l'ora incalzandolo. Sarebbe ritornato lunedì. Siamo rimasti soli nella sala da pranzo. Il Conte avvicinò una sedia, feci altrettanto e ci siamo di nuovo seduti.
— Dunque non volete esser con noi in Egitto?
— Da parte mia non perderei un momento di tempo per unirmi a voi.
— Ma il signor Mancini ha declinato il nostro invito.
— Me ne duole; e se ci fosse ancor tempo, e se fossi in Italia, farei il mio possibile per persuadere il ministro ad intervenire con l'Inghilterra in Egitto. Non potreste riprendere le pratiche?
— Noi, no. Il governo italiano lo potrebbe. Ma sapreste dirmi le ragioni per cui il governo italiano si rifiuta?
— Potrei supporlo; non ho visto il ministro Mancini, e non so quali sieno le sue idee. Forse il Mancini non crede di poter sostenere innanzi le Camere lo scopo del nostro intervento in Egitto.
Voi ricorderete, milord, il modo come siamo stati trattati al 1879 da lord Salisbury e dal signor Waddington.
— Noi non ci entriamo nei fatti del 1879. E questa volta ci siamo rivolti di preferenza all'Italia per darle una prova della nostra amicizia. I nostri uffiziali avevano accolto con gioia la notizia di una possibile alleanza con l'Italia; e sarebbero stati lietissimi di battersi accanto ai vostri.
— Al 1879 l'Italia fu indegnamente cacciata dalla Francia e dall'Inghilterra. Voi siete i primi pei commerci in Egitto, ma noi non siamo gli ultimi.
— E la vostra popolazione in Egitto è superiore a tutte le altre.
— Sul debito egiziano il numero dei creditori italiani è importantissimo. Io comprendo che mettendoci con voi, noi riprenderemmo la posizione che ci fu tolta al 1879.
— Certamente.
— Il ministro Mancini avrebbe voluto qualche assicurazione su ciò, per poterlo dire al Parlamento.
— Ma noi non vogliamo mercanteggiare. Vi assicuro soltanto che noi non ci dogliamo del rifiuto dell'Italia e che le nostre relazioni con voi resteranno amichevoli e cordiali come per lo innanzi.
La proposta fu da noi fatta al governo italiano con sincerità, con cordialità. Avremmo voluto, vorremmo procedere d'accordo con esso.
— Potreste però riprendere le pratiche.
— Ma noi non possiamo metterci a ginocchi. L'Inghilterra è abbastanza forte, e può anche fare da sè.
— Quali forze credete, milord, che sieno necessarie per l'impresa di Egitto?
— I francesi sono di opinione che ci vogliono 40 mila uomini; ma noi crediamo che 20 o 25 mila uomini basterebbero.
La guerra non può essere lunga. I pascià non sono d'accordo, e bisogna contare sui loro dissidi. Arabì-pascià ha poca istruzione e poco ingegno; e devo credere che nelle sue operazioni egli sia aiutato da qualche europeo.
Che tempo vi bisogna per mobilizzare il vostro esercito?
— In un mese potremmo averlo pronto.
— È troppo.
— Forse m'ingannerò. Ma in Egitto non si può andar subito. Nell'estate il clima non è favorevole agli europei.
— Ma non si possono lasciar le cose ancor lungamente nello stato in cui sono.
— Credete voi che la Francia interverrà?
— Per ora la Francia si vuole limitare alla tutela del Canale di Suez. Non sappiamo, qualora il ministero Freycinet cada, quello che penserà fare il suo successore.
Si stette pochi minuti in silenzio, e ciascuno di noi pendeva dagli occhi dell'altro. Allora il Conte:
— La nostra conversazione non ha nulla d'ufficiale. Forse non avrei dovuto dirvi che il signor Mancini ha rifiutato l'invito.
— Milord, io sono un privato cittadino, e considero voi in questo momento non come il ministro della regina d'Inghilterra, ma come un amico d'Italia il quale parla ad un patriota italiano. Del resto, io non dimenticherò che voi siete stati amici nostri quando l'Italia non esisteva.
Alzatomi e salutatolo, egli riprese:
— Spero che ci rivedremo prima che partiate.
— Milord, siccome è mio dovere, verrò a congedarmi.
— Voi parlate l'inglese?
— Milord, non oso. E poi non lo comprendo bene. Il signor Gladstone mi ha male avvezzato, perchè parla benissimo l'italiano.
Durante la conversazione venne un cameriere con un cassettino bislungo. Il conte chiese il permesso di aprirlo; l'aprì, e prese e lesse alcuni dispacci telegrafici.
— Voi avete i portafogli. Noi ci serviamo dei cassettini.
Si alzò, scrisse e consegnò tutto al cameriere.
Lord Granville è di statura ordinaria; barba all'inglese, occhi cerulei, una faccia tutta bontà. Riservato e cauteloso, egli parlando mette tutta la cordialità e vi ispira fiducia.
Le seguenti lettere, inviate in quei giorni a Roma,[16] rendono conto dei giudizi di Crispi sulla questione egiziana e degli sforzi che fece affinchè il Mancini accettasse l'invito dell'Inghilterra:
[16] A Primo Levi, direttore della _Riforma_. _(N. d. C.)_
Londra, 25 luglio 1882.
Ero partito d'Italia col pensiero di fare un viaggio di piacere; ma mutai proposito pensando che valeva meglio un viaggio d'istruzione.
Mi recai dunque pel Gottardo a Berlino, dove rimasi sette giorni. Da Berlino, per la via di Bruxelles e Ostenda, venni a Londra, dove starò questi giorni di luglio.
Quali sono le mie impressioni? Non confortanti per il nostro paese; se il Governo non saprà svegliarsi in tempo, avremo nuovi danni dopo quello di Tunisi.
La Germania è completamente disinteressata nelle cose africane, e lascia fare a coloro che vi hanno o credono avervi interessi diretti. Bisogna dunque affrettarsi a prendere una parte attiva senza scrupoli, nè timori.
L'accordo europeo è una commedia, e la Conferenza di Costantinopoli un giuoco da fanciulli. Le Potenze si sono riunite, perchè non vi era altro da fare. La nessuna importanza della riunione, è provata dal fatto di chi la presiede.[17] Chiunque intervenga in Egitto, sarà tollerato; non verrà una guerra da ciò. E chi interverrà acconcerà le cose a modo suo.
[17] Sino al 24 luglio fu presieduta dal conte Corti, ambasciatore d'Italia a Costantinopoli, quale decano di quel corpo diplomatico. _(N. d. C.)_
Bismarck pensa all'Impero, e la sua politica ha un solo scopo: che l'Impero stia e si consolidi. Contro l'Impero non vede che due soli nemici: la Russia e la Francia. Le sue alleanze sono combinate in vista di una guerra che gli potesse venire da coteste due Potenze. Si è legata indissolubilmente l'Austria, e lavora a riordinare un forte esercito in Turchia. Poco si cura dell'Italia; sa che in caso di guerra non può esserle nemica....[18] Se fossimo armati, la nostra posizione in Europa sarebbe tutt'altra. Avrebbero necessità di noi e nulla farebbero senza di noi. In fatto d'armamenti voi non potete immaginare con quale impulso febbrile si proceda qui....
[18] L'on. Crispi evidentemente ignorava, quando scrisse questa lettera, il trattato della Triplice Alleanza stipulato pochi mesi prima. _(N. d. C.)_
Il Mancini si consola della sua politica — e ne ha ragione, perchè eravamo caduti troppo in basso con Cairoli. — Ma ancora non ha portato alcun benefizio reale, e non può portarne. Non abbiamo nemici, ma non abbiamo amici, quantunque tutti ci desiderino come tali. Ma siccome non si fidano, e nulla noi facciamo per metterci davanti ed agire, tutti procedono nel loro interesse senza curarsi di noi, e ci lasciano indietro.