Part 12
Poi dal perturbamento io risaliva A proposti elevati ed a preghiere, Me concitando a carità più viva.
Perocchè m'avvedea ch'uom possedere Stima non può di se medesmo e pace, S'ei non calca del Bel le vie sincere.
Ma allor che fulger più parea la face Di mia virtù, vi si mescea repente D'innato orgoglio il luccicar fallace.
E allor Dio si scostava da mia mente, E a gravi rischi mi traea baldanza, Ed infelice er'io novellamente.
Se così vissi in lunga titubanza, Ond'or vergogno, ah! tu pur sai, mio Dio, Che tremenda cingeami ostil possanza!
Sfavillante d'ingegno il secol mio, Ma da irreligiose ire insanito, Parlava audace, ed ascoltaval'io.
E perocchè tra' suoi sofismi ordito Pur tralucea qualche pregevol lampo, Spesso da quelli io mi sentìa irretito.
Egli imprecando ogni maligno inciampo Sciogliea della ragion laudi stupende, Ma insiem menava di bestemmie vampo.
Ed io, come colui che intento pende Da labbra eloquentissime e divine, E ogni lor detto all'alma gli s'apprende;
Meditando del secol le dottrine, Inclinava i miei sensi alcuna volta Di servil riverenza entro il confine.
Tardi vid'io ch'a indegne colpe avvolta Era sua sapïenza, e vidi tardi Ch'ei debaccava per superbia stolta.
Trasvolaron frattanto i dì gagliardi Della mia giovinezza, e sovra mille Splendide larve io posto avea gli sguardi;
E nulla oprai che d'alta luce brille! E si sprecar fra inani desideri Dell'alma mia bollente le faville!
Lamento sui fuggiti anni primieri Che d'eccelse speranze ebbi fecondi, E di ricchi d'amore alti pensieri!
Ma sien grazie al Signor che, ne' profondi Delirii miei, pur non sorrisi io mai Agl'inimici suoi più furibondi:
Sempre attraverso tutte nebbie, i rai Del Vangel mi venian racconsolando; Sempre la Croce occultamente amai.
Ed il maggior mio gaudio era allorquando In una chiesa io stava, i dì beati Di mia credente infanzia rammentando:
Que' dì pieni di fede, in che insegnati Dal caro mi venian labbro materno I portenti onde al ciel siamo appellati!
Di nuovo fean di me poscia governo La incostanza, gli esempi, ed il timore Dell'altrui vile e tracotante scherno;
E l'ira tua mertai per tanto errore: Ma gl'indelebili anni che passaro Ritesser non m'è dato, o mio Signore!
Presentarti non posso altro riparo Che duolo e preci e fè nel divo sangue, Di cui non fosti sulla terra avaro
Per chiunque a' tuoi piè pentito langue.
I PARENTI.
_Deus enim honoravit patrem in filiis._
(ECCLI. c. 3, v. 3.)
Inno di gratitudine e d'amore Al Creator de' nostri cuori amanti, Di tutte meraviglie al Creatore!
Dacchè pel fallo prisco doloranti Alla luce veniam, qual dolce aïta Nè' genitori è data a' nostri pianti!
In ogni coppia umana, onde la vita D'altri umani si svolge, ecco una diva Pe' figliuoletti carità infinita.
Vedi la vergin titubante e priva D'ogni ardimento, simile a cervetta Che intorno guata, e de' perigli è schiva.
Chi nella fievol, timida animetta Opra mutazïone inaspettata, Quand'è fra il coro delle madri eletta?
Di progenie d'Adamo al ciel chiamata, Grave è il sen della dianzi paventosa, E il pondo regge da dolor cruciata.
Ed il porta con forza generosa! E dopo un figlio compro a tanto prezzo D'orrende angosce, altri portar pur osa!
Oh di strazii mirabile disprezzo In creatura sì gentil, che solo Parea nata de' fiori al molle olezzo,
Onde bëasse a lei d'intorno il suolo E le dolci aure col suo bel sorriso, E morisse alla prima ombra di duolo
Per destarsi felice in Paradiso!
* * * * *
Vedi la donna col suo piccol nato, Che suggendole il seno a lei sorride Sebben abbiale tanto egli costato, La madre da lui mai non si divide. Insazïata il guarda, insazïato È il provveder ch'ei non s'affanni e gride: Animo lieto o da timore oppresso Nella veglia o nel sonno ha ognor per esso.
Lo sposo benchè a lei caro cotanto, È più caro perch'ei pur ride al figlio; Sovente, favellando a lei d'accanto, S'avvede ch'ella e core e mente e ciglio Tien sovra il pargol con sì forte incanto, Che non ha udito il marital consiglio: Allora ei tace e mira, e con dolcezza Il lattante e la madre egli accarezza.
Oh tristo il giorno, oh trista l'ora, quando Giace nella sua cuna egro il bambino, E la giovine madre sospirando Ad ogn'istante riede a lui vicino, E invan teneri detti prodigando Tien sulle amate labbra il petto chino, Ma l'offerta mammella ei bacia appena, E non la sugge, ed a vagir si sfrena!
Oh con qual lutto miserando allora La spaventata si rivolge a Dio! Oh come al dubbio che il figliuol le mora Trema se in lei fu reo qualche desìo, E perdono dimanda, e s'infervora, Promettendo al Signor viver più pio! I soli Angioli ponno anzi all'Eterno Sì ardente prego alzar, qual è il materno.
Giorno di liete voci, ora felice, Quando seman del pargolo i vagiti! Quand'ei cerca la dolce genitrice Con isguardi dal riso ingentiliti! Quand'ei di novo il caro latte elice, E scherzoso riprende i suoi garriti! Tai porge allor la madre inni d'amore, Quai mandar può de' Serafini il core!
* * * * *
Ov'alti rischi fervono, Vieppiù la madre ardita Pel frutto di sue viscere Pronta è a donar la vita.
Ella, se fera scoppïa Divoratrice vampa, Verso la cuna avventasi, E il pargoletto scampa.
Se il picciol piede illusero Di cupo rio le sponde, La madre piomba rapida, E il tragge, o muor nell'onde.
Ella, se il figlio palpita Tra infetto aere tremendo, Tenta i suoi dì redimere, Le piaghe a lui lambendo.
Se patria e tetto invadono Empie, omicide squadre, Stringe i suoi figli, e impavida Pugna per lor la madre.
* * * * *
Tal è la nobil donna ingigantita Dalla materna celestial possanza, Che a tutte generose opre la invita.
Ma un sacrifizio v'è che ogni altro avanza, Ed è in lei quell'assidua ed operosa Sulla cara progenie vigilanza.
Alma di buona madre più non posa Finchè non ha ne' figli suoi destata Di virtù la favilla glorïosa.
Nè puote alma di figlio esser pacata Fra inique gioie, se ha una madre anco Che i vestigi di lui tremando guata,
E occultamente prega, e s'addolora.
* * * * *
Negli anni primieri Del forte maschietto, V'è mente selvaggia, V'è indocile affetto; Par ch'indi s'annunci Futur masnadier. La picciola belva Se alcun la minaccia, Vieppiù baldanzosa Innalza la faccia; Di colpi, di rischi Non prende pensier.
Qual è quello sguardo, Qual è quella voce Che frena l'audacia Del picciol feroce, Incanto sì dolce La donna sol ha. Ed ella ripete, Ripete l'incanto, Frammesce sorriso, Disdegno, compianto, E amore gl'infonde, Gl'infonde pietà.
Non bada la saggia Se petti inumani Diran che a domarlo Suoi studi son vani; In cor d'una madre Speranza non muor. E quei che parea Futur masnadiero, S'infiamma del bello, S'infiamma del vero, Divien della patria Gentile decor. . . . . . . . .
LE PASSIONI.
_Gustate et videte quoniam suavis est Dominus._
(PS. 39, 9.)
Dov'è mia gioventù? Dove i bëati Anni d'amor, del Rodano appo l'onde? Dove il ritorno a' miei dolci penati, E mia stanza alle Insùbri aure gioconde? Dove in Milano i glorïosi vati Che mi cingean dell'apollinea fronde? Dove mia gloria alle applaudite scene? E poi dove il decennio infra catene?
Io di carcere usciva egro, e piangendo Il mio buon Federico e gli altri cari, Cui dato ancor da quel recinto orrendo Rieder non era ai desïati lari: Poscia esultava, Italia rivedendo, Ed alfin temperando i giorni amari Fra gli amplessi de' mei sacri canuti, Per me sì lungamente in duol vissuti.
E omai da un lustro tutto ciò trascorse! E nuovi plausi a me la patria diede, E di nuovi Aristarchi ira mi morse, E di nuovi propizi ebbe la fede, E nuova infanzia a me d'intorno sorse, E di morte vid'io novelle prede, E «Vana cosa è questo mondo!» esclamo, E separarmen voglio--ed ancor l'amo!
L'amo perch'alme vi trovai fraterne, Che all'alma mia s'avvinser dolcemente, E diviser mie gioie, e nell'alterne Pene collacrimàr sinceramente: E v'ha tali amistà che fièno eterne, Benchè tessute in questa ombra fuggente, Benchè tessute ov'ogni nobil core S'apre appena a virtù, lampeggia e muore.
Degg'io, poss'io da tutte cose amate Divellere una volta il mio pensiero? Io, le cui sorti furono esaltate Da tanto lutto e tanto gaudio vero! Io, le cui rimembranze innamorate Han su mia fantasia cotanto impero! Io, cui balzar fa sin talora il petto Vista di leve, inanimato oggetto!
Reduce a lidi miei, dopo che giacqui Sepolto vivo per sì cupe notti, Agli affetti più teneri compiacqui Che la sventura non avea interrotti; Nè agli estinti carissimi pur tacqui Culto di preci e di sospir dirotti; Indi a rivisitar presi le antiche Pagine ch'ebbi a dolce veglia amiche.
E sovente su libri polverosi La man vo riponendo tremebonda, Ed apro, e parmi a' giorni studïosi Tornar di giovinezza, e il pianto gronda! E trovo i segni che ne' libri io posi, Ove con mente mi fermai profonda, Ove ad alti pensier d'amato autore Commento fei di verità o d'errore.
Pur con sensi diversi or vi rimiro; O libri tanto amati a' dì primieri: Vate son io, ma spento è in me il desiro Di prostrarmi idolatra anzi agli Omeri. Se volgendo lor carte ancor sospiro, Magia non è de' grandi lor pensieri: Più d'un libro m'è caro, e pure in esso Di rado cerco lui; cerco me stesso.
E non sol me vi cerco: alla memoria Del me passato aggiugnesi indivisa Di palpiti d'amor söave istoria, Quando un'egregia m'infiammava in guisa, Ch'io per lei sola ambìa pietate e gloria, Ch'io sempre in lei tenea l'anima fisa, Che d'un sorriso suo per farmi degno, Sempre agognava ingentilir lo ingegno!
E se pio talor fui, pregio egli è stato Di quella generosa animatrice: Era ad essa straniero il forsennato Foco d'amor che mi rendea infelice; Ma compatìa mie pene, ed elevato Volea il mio spirto, e lo volea felice, Ed allor che più insano io le parea, S'affannava, e garrivami, e piangea.
Quella donna, onde il bel, nobile viso Polvere è da molt'anni, e l'alma in Dio, Non disamai, benchè da lei diviso, E onorerolla tutto il viver mio: Ma nuovi poscia affetti han me conquiso, E quel primiero ardor s'intiepidìo: Quel ch'era in me un incendio, è una favilla Che come lampa ad un sepolcro brilla.
Senza obblïar la già cotanto amata, Altra ammirai ch'or dispartita è anch'essa; E in me virtù credendo io sublimata Per averla a sì bello angiol commessa, L'anima mia da orgoglio inebbrïata Vana si fea di lungo ben promessa: Giorni d'alto dolor mi mosser guerra, E a lei pur venni tolto, ed è sotterra!
Sete d'amor, sete di studi, e sete D'innalzar sopra il volgo il nome mio, Gran tempo mi rapìan sonno e quiete, Nè scerno se ammendato oggi son io: Tu che del cor le latebre secrete Solo ravvisi e mondar puoi, gran Dio, Pietà di me che tanto sempre amai, E sino a te l'amor non sollevai!
Tante cose sfumarono al mio sguardo, E tutto giorno sfumar altre io miro! Valga d'esperïenza il raggio tardo, In che sforzatamente oggi m'aggiro, Ad oprar alfin sì che più gagliardo A tua bellezza s'erga il mio desiro, E nulla tanto da' mortali io brami, Quanto ch'ognun tuoi pregi scorga ed ami!
La legge tua non è d'irto rigore, Sol le idolatre passïoni abborri: Lunge che a te dispaccia amante cuore, Ad un cuor fatto gel più non accorri. Tu vuoi che a' miei fratelli io con ardore Così soccorra, come a me soccorri: Tu vuoi che in forte guisa il bello io senta, Tu vuoi che al giusto il plauso mio consenta.
Tu doni a' figli tuoi mente e parola, Non perchè il dono tuo venga sepolto; Tu non imprechi investigante scuola Su non vietato ver fra l'ombre avvolto: In odio a te l'indagin empia è sola Che contra il cenno tuo l'ardire ha volto: Tu gl'ignari del mal chiami felici, Ma il veggente non reo pur benedici.
Tu che sei tutto amor, la sacra stampa Della natura tua nell'uomo imprimi: Gagliardo sprone e inestinguibil lampa Tu sei di tutti aneliti sublimi. Tu godi quindi se il mio spirto avvampa Per que' tuoi fidi che in virtù son primi: Tu godi se fra lor taluni eleggo, E nel lor santo oprar meglio ti veggo.
A me tu dato hai queste fiamme ardenti, Con cui desìo de' petti amici il bene, E con cui studïando i tuoi portenti Traggo esultanza, e di capirti ho spene: Così caldo sentir più non diventi Esca giammai di vanità terrene: Mie passïoni in guisa tal governa, Che lode sièno a tua saggezza eterna.
Sempre le temo, e sempre sento ancora Che in amar altre cose io troppo m'amo: Cieca errò mia bollente alma sinora, E presa fu di sua superbia all'amo. Distruggi il suo sentire, o lei migliora; O vil torpore, od amor santo io bramo; Ah no, non vil torpor, dammi amor santo, Tu che le tue fatture ami cotanto!
SALUZZO.
_Et sit splendor Domini Dei nostri super nos._
(PS. 89, 17.)
Oh di Saluzzo antiche, amate mura! Oh città, dove a riso apersi io prima Il coro e a lutto e a speme ed a paura!
Oh dolci colli! Oh maëstosa cima Del monte Viso, cui da lunge ammira La subalpina, immensa valle opima!
Oh come nuovamente or su te gira Lieti sguardi, Saluzzo, il ciglio mio, E sacri affetti l'aër tuo m'ispira!
Nelle sembianze del terren natìo V'è un potere indicibil che raccende Ogni ricordo, ogni desir più pio.
So che spiagge, quai siansi, inclite rende Più d'un merto soave a chi vi nacque, E bella è patria pur fra balze orrende;
Ma nessuna di grazia armonìa tacque, O Saluzzo, in tue rocce e in tue colline, E ne' tuoi campi e in tue purissim'acque.
Ogni spirto gentil che peregrine A piè di queste nostre Alpi si sente Letizïar da fantasie divine.
Sovra il tuo Carlo, e il dotto suo parente[3], Che pii vergaron le memorie avite, Spanda grazia immortal l'Onnipossente!
Dolce è saper che di non pigre vite Progenie siamo, e qui tenzone e regno Fu d'alme da amor patrio ingentilite.
Più d'un estero suol di canti degno Porse a mie luci attonite dolcezza, E alti pensieri mi parlò all'ingegno:
Ma tu mi parli al cor con tenerezza, Qual madre che portommi in fra sue braccia E sul cui sen dormito ho in fanciullezza.
Ben è ver che stampata ho breve traccia Teco, o Saluzzo, e il dì ch'io ti lasciai A noi già lontanissimo s'affaccia.
Pargoletto ancor m'era, e mi strappai Non senza ambascia da tue dolci sponde, E, diviso da te, più t'apprezzai.
Perocchè più la lontananza asconde D'amata cosa i men leggiadri aspetti, E più forte magìa sul bello infonde.
Felice terra a me parea d'eletti La terra di mio Padre, e mi parea Altrove meno amanti essere i petti.
E mi sovvien ch'io mai non m'assidea Sui ginocchi paterni così pago, Come quando tuoi vanti ei mi dicea.
In me ingrandiasi ogni tua bella imago; Del nome saluzzese io insuperbiva; Di portarlo con laude io crescea vago.
E degl'illustri ingegni tuoi gioiva, E numerarli mi piacea, pensando Che in me d'onor tu non andresti priva.
Vennemi quel pensiero accompagnando Oltre i giorni infantili, allor che trassi Al di là delle care Alpi angosciando.
Nè t'obblïai, Saluzzo, allor che i passi All'Itale contrade io riportava, Benchè in tue mura il capo io non posassi.
Chè il bacio de' parenti m'aspettava Nella città ch'è in Lombardia regina, E colà con anelito io volava.
E colà vissi, e colsi la divina Fronde al suon di quel plauso generoso, Che premia, e inebbria, e suscita, e strascina.
Oh Saluzzo! al mio giubilo orgoglioso Pe' coronati miei tragici versi, Tua memoria aggiungea gaudio nascoso.
Oh quante volte allor che in me conversi Fulser gli occhi indulgenti del Lombardo, E spirti egregi ad onorarmi fersi,
Ridissi a me con palpito gagliardo La saluzzese cuna, e mi ridissi Che grata a me rivolto avresti il guardo!
E poi che in ogni Itala riva udissi Mentovar la mia scena innamorata, Ed ai mesti Aristarchi io sopravvissi,
L'aura vana, che fama era nomata, Pareami gran tesor, ma vieppiù bello Perchè a te gioia ne sarìa tornata.
Mie mille ardenti vanità un flagello Orribile di Dio ratto deluse, E negra carcer mi divenne ostello.
Non più sorriso d'immortali Muse! Non più suono di plausi! e tutte vie A crescente rinomo indi precluse!
Ma conforti reconditi alle mie Tristezze pur il Ciel mescolar volle, E il cor balzommi a rimembranze pie.
Del captivo l'afflitta alma s'estolle A vita di pensier, che in qualche guisa Il compensa di quanto uomo gli tolle.
E quella vita di pensier, divisa Fra le non molte più dilette cose, Ora è tormento ed ora imparadisa.
Io fra tai mura tetre e dolorose Pregava, e amava, e sentìa desto il raggio Del poëtar, che il cielo entro me pose.
Miei carmi erano amor, prece e coraggio; E fra le brame ch'esprimeano, v'era Ch'essi alla cuna mia fossero omaggio.
Io alla rozza, ma buona alma straniera Del carcerier pingea miei patrii monti, E allor sua faccia apparìa men severa.
E m'esultava il sen, quando con pronti Impeti d'amistà quel torvo sgherro Commosso si mostrava a' miei racconti.
Pace allo spirto suo, che in mezzo al ferro Umanità serbava! A lui di certo Debbo s'io vivo, e a' lidi miei m'atterro.
Morto o insanito io fora in quel deserto, Se confortato non m'avesse un core Nato di donna, e a caritade aperto.
Scevra quasi or mia vita è di dolore, Ad Italia renduto e a' natii poggi, Ov'alte m'attendean prove d'amore.
Benedetti color, che dolci appoggi Mi fur nell'infortunio, e benedetti Color, che mia letizia addoppian oggi!
E benedetta l'ora in che sedetti, Saluzzo mia, di novo entro tue sale, E strinsi a me concittadini petti!
Non vana mai su te protenda l'ale Quell'Angiol, cui tuo scampo Iddio commise, Sì che nobil sia cosa in te il mortale!
L'alme de' figli tuoi non sien divise Da fraterna discordia, e mai le pene Dell'infelice qui non sien derise!
Le città circondanti ergan serene Lor pupille su te, siccome a suora Ch'orme incolpate a lor dinanzi tiene.
E le lontane madri amin che nuora Vergin ne venga di Saluzzo, e questa Abbia figliuola reverente ognora;
E la straniera vergin, che fu chiesta Da garzon saluzzese, in cor sorrida Come a lampo di grazia manifesta!
Pera ogni spirto vil, se in te s'annida! Vi regni indol pietosa ed elegante, E magnanimo ardire, e amistà fida!
Mai non cessino in te fantasìe sante, Che in dottrina gareggino, e sien luce A chi del bello, a chi del vero è amante;
E del saver tra' figli tuoi sia duce Non maligna arroganza, invereconda; Ma quella fè che ad ogni bene induce;
Quella fede che agli uomini feconda Le mentali potenze, a lor dicendo, Ch'uom non solo è dappiù di belva immonda,
Ma può farsi divin, virtù seguendo! Ma dee farsi divino, o di viltate L'involve eterno sentimento orrendo!
Tai son le preci che per te innalzate Da me son oggi, e sempre, o suol nativo: Breve soggiorno or fo in tue mura amate,
Ma, dovunque io m'aggiri, appo te vivo!
[Nota 3: Carlo Muletti e Delfino suo padre, storici di Saluzzo.--Io m'onoro dell'amicizia di Carlo, e parimente di quella del maggiore Felice, suo fratello.]
LA BENEFICENZA.
_Esurivi enim, et dedistis mihi manducare._
(MATTH. 26, 35. )
Mentre tanti di nome e d'or potenti Volgono a vanitate e nome ed oro, Nè a taluni più bastano i contenti Che sulla terra Iddio concede loro, Mentre a meglio goder cercan furenti La propria gioia nell'altrui disdoro, Simili a falsi Dei d'età lontane Che a' lor piedi volean vittime umane;
E mentre mirando Que' ricchi malvagi Il volgo fremente Che invidia lor agi, Esagera, infuria, Invoca dal Ciel Su tutti i felici Sanguigno flagel;
Que' flagelli rattiene il ricco pio Che riparar gli altrui misfatti agogna, E oprando assai per gli uomini e per Dio, Anco d'essere inutil si rampogna: Degl'innocenti aiuta il buon desìo, Gli erranti tragge a salutar vergogna; Onora l'arti ed anima l'artiero, E chiamar vorrìa tutti al bello, al vero.
Il volgo commosso Ripensa, si calma, Capisce che il ricco Può aver nobil alma; Insegna a' suoi figli, Che pace e lavor Del povero sono Salute e decor.
Salve, o di carità sacra fiammella Che accendi il cor del pio dovizioso! Se a noi mortali fulgi or così bella, Qual fulgi tu dell'anime allo Sposo? A lui che, tutte mentre a sè le appella, Le appella a mutuo affetto generoso! A lui che quando cinse umano velo, Ci palesò che tutto amore è il Cielo!
Amore santifica Tesori e palagi, Amore santifica Tuguri e disagi; Amor sulla terra Può tutto abbellir, L'impero, il servire, La vita, il morir.
Amato molto, amato sia il Signore Ch'è modello de' ricchi impietositi! Amato molto, amato sia il Signore, Modello ai cuori da sventura attriti! Amato molto, amato sia il Signore Che noi vuol tutti alla sua mensa uniti! Amato molto, amato sia il Signore Che per l'anime umane arde d'amore!
Oscuro o potente, Di Dio tu sei figlio, Fratello degli Angioli, Ancor che in esiglio! Gran fallo ci avvolse Nel fango e nel duol: Amiam! ci fia reso Degli Angioli il vol!
LE SALE DI RICOVERO.
_Qui susceperit unum parvulum talem in nomine meo, me suscipit._
(MATTH. 18, 5.)
«Son pargoletto e povero e ammalato; Abbi pietà di me, Gesù bambino, Tu che sei Dio, ma in povertà sei nato!
Me qui lascia la mamma ogni mattino Nel solingo tugurio, ed esce mesta Il nostro a procacciar vitto meschino.
Ancella move a quella casa e questa, Ed acqua attinge e lava e assai si stanca, E vive appena, ed indigente resta.
Qui soletto io mi volgo a destra, a manca, Senza dolcezza di parole amate, E fame ho spesse volte, e il pan mi manca.