Part 9
Un dì alle sale di Dogliani aveva A non lieto convito egli parecchi Fervidi amici accolto, a consultarsi Coi lor fidi intelletti e a stimolarli, Prodigando con bello accorgimento Lodi e parole di speranza e preghi. Dopo la mensa i congregati forti, Nel bollor de' pensieri e de' colloqui, Facean di voci rintronar le auguste, Adornate di ferri, alle pareti, Allor ch'entrò il valletto d'armi, e nunzio Fu dell'arrivo d'Eleardo. Al nome D'Eleardo s'aggrottano le ciglia De' ghibellini. --Ingresso entro tue mura Darai, Giovanni, all'arrogante guelfo? --Venga il fellon. Certo, Manfredo il manda: Udirlo giova. Non sapeano alcuni Infra quei generosi fremebondi Ch'Eleardo si fosse un di coloro, I quai, vedute l'ultime rapine, Disperata battaglia avean con gloria, Benchè indarno, arrischiato entro Saluzzo. Ei nella sala addotto vien. Severo Salutevole cenno appena a lui Movon gl'irati ghibellini. --Donde Tu, guelfo, a me? --Sir di Dogliani, al cielo Piacque arricchir le avite mie castella Di non lieve tesor. Vedi tal borsa E orïentali perle ed adamanti, Che saranno alcun che, perchè s'affretti Dell'infelice signor mio il riscatto. ---Che veggo? Agli occhi miei creder poss'io? Tu che a Manfredo!... --A lui sacrato ho l'armi Credendol pio liberator: lo vidi Menzognero e tiranno, e gli ho disdetto Il non dovuto mio servigio. Ai torvi Cavalieri asserenansi le fronti: Esultan, cingon l'arrivato prode, Gli stringono la destra, e per quegli ori Da lui recati, soverchiare omai Veggion quanto al riscatto era mestieri, E benedicon Dio. Quel dì medesmo Andò il sir di Dogliani al regio campo; La libertà ricomperò del prence E de' figli di lui; volaron messi A Cuneo, a Pinerolo: e nel seguente Giorno redenti uscirono il felice Padre dai torrïon che il Gesso bagna, E dall'altra fortezza i giovinetti, E si rïabbracciar con dolce pianto; E dal suolo, natìo trasser raminghi Con Riccarda all'Insùbre ospitai reggia. Gli esuli amati accompagnò Giovanni Con altri pochi; e fra costor v'avea Un cavalier cui nascondea il sembiante Ferrea visiera. Di Dogliani il sire Narra per via a Tommaso, onde l'estrema Voluta somma gli venisse. Il prence Chiede ove sia il benefico Eleardo; E il pro' Giovanni sottovoce:--Vedi Quel cavalier che le sembianze cela, E accostarsi non osa: egli è Eleardo. Sino a' confini ei t'accompagna, e poscia Rieder vuole a sue torri, e mantenervi L'insegna tua ed apparecchiarti aiuti Pel dì che il ciel te chiamerà a vittoria. Serbar silenzio non potè il commosso Esul marchese, e, volto il palafreno, Ad Eleardo s'accostò, e per nome Chiamandol con affetto,--A te perenni Sien grazie, disse; or mi si svela quanto Debitor ti son io. Balzar di sella Volle e prostrarsi il giovin, ricordando La frenesìa che inimicollo al sire. Ma smontò questi insieme, e lo rattenne Con vivo amplesso, e intorno al cavaliero Venner anco Riccarda e i dolci figli, Mercè rendendo, chè senz'esso lunga Durar potea la prigionìa tuttora. Più da temersi non parea Tommaso A' nemici frattanto, e sovra lui Liete canzoni alzavano beffarde. Ma tacquer le canzoni indi a non molto Al grido inaspettato, esser Tommaso, Non nella reggia de' Visconti, in vana Mestizia ed in abbietti ozi sepolto; Bensì già di colà rapidamente Tornato a' gioghi saluzzesi, in mezzo A falange d'armati, inalberando Il vessillo di guerra. Allor Manfredo Sovra il suo seggio impallidisce, e copre Il timor collo sdegno, alto sclamando: --La prima volta i dì sparmiammo al tristo; In nostre mani or riede, e, qual lo merta, Guiderdon di sua audacia avrà la scure. Solleciti provveggono Manfredo E il sir del Balzo al moversi di lance Che di Tommaso sperdano i fautori, E s'odon rinnovar le invereconde Del patrio ben promesse. Odonsi voci D'increscimento onde si dice afflitto Degli scempii Manfredo. Odonsi voci Di futura clemenza irrevocata, E di leggi paterne, e di novello Tribunale integerrimo, e d'onori A chi giovi col senno e colla spada Al marchese, allo stato, ai sacri altari. Uso antico, perenne è di potenze Su rapina fondate, allor che spunta Il giorno del periglio, il serrar l'ugne Sovra l'oppresso volgo e accarezzarlo, E sfoggiar mire eccelse a sgombrar tutti Alfin gli avanzi de' passati danni. Di nuovo suona piucchè mai d'astuti Stranieri l'eloquenza: essi la mente San di Roberto; un re sì pio, sì grande Ne' benefici intenti, unqua non visse. Ei vuol felice Italia, ei vuol felici I prodi Saluzzesi. Attribüirsi Non denno a lui nè a' capitani suoi Nè all'ottimo Manfredo i brevi strazi Recati dalla guerra al marchesato. Si saneran le cicatrici, e in loco Della prisca Saluzzo, è già decreta Sulle rovine sue più vasta e bella E forte una città che degna appaia Di cotanto dominio, e faccia invidia Alla rival Taurino. Al guelfo rege Cosa non è che sì altamente prema, Come il dispor che a' piè dell'Alpi sia Il regio feudo Saluzzese un nido Glorïoso di prodi, atto a far fronte Ai vicini avversari. Indi i confini Di questo feudo estendere or si vonno, Sì che divenga ampia duchea gagliarda, A' Visconti terrore ed a' Sabaudi. Tal dipintura offerta è dagli scaltri Alle volgari fantasìe. Nè il lustro Della reggia di Napoli si tace, Che l'egual non fu visto, e il portentoso Incivilir de' popoli ove impulso A piena civiltà dona sì forte Il gran Roberto; il gran Roberto, amico Di dottrine e bell'arti; il gran Roberto Che pone il core in luminosi ingegni, E più in Petrarca, uomo divino, a cui Sulle chiome Roberto in Campidoglio Metteva fregio d'immortal corona. E si dice che tosto il re a Saluzzo Con Petrarca verranne e coll'arguto Narrator di Certaldo, il cui volume Fra le più vaghe istorie annoverati Ha d'una sposa Saluzzese i vanti, Onde per tutti d'Occidente i regni L'alme gentili, in onorar Griselda, Onoran di Saluzzo il caro nome. Ed in qual secol e in qual mai contrada Mancaron voci splendide e robuste Ad adular la moltitudin cieca, Schernendo quasi barbara e compiuta La vicenda de' scorsi anni infelici, E asseverando ch'ora alfin comincia L'età de' veggentissimi intelletti? Ma tempi v'ha più di prestigio ricchi Per quest'amabil fola; e simil tempo Era quel di Roberto e delle tante Suscitate degl'Itali speranze, Ch'indi la morte di quel re disperse. Tai brillanti menzogne avriano forse Illuso ancor le Saluzzesi valli, Se a governar l'esercito severa D'un retto capitan sì fosse stesa La destra allor, frenando de' guerrieri L'esecranda licenza. Al siniscalco Tanta giustizia non premea; invocata Venìa talor, ma indarno da Manfredo. Ambo imperar voleano, e il Provenzale Non consentìa che un suo guerrier giammai, Per quante iniquità sui vinti oprasse, Colpevol fosse detto e avesse pena. Del supremo stranier la tracotanza, E quindi le ribalde opre di mille Armati suoi sovra l'inulta plebe Qui riprodusser quel furor, che visto S'era in Sicilia poco innanzi, quando Per l'isola scoppiar vespri di sangue. Se non che men secreti i Saluzzesi Scorger lasciaro improvvidi le trame, E più avveduti e unanimi vegliaro Gl'investiti oppressori alla difesa.
Tace il mio carme i varii assalti e i varii Destini delle insegne ora fuggiasche Or vincitrìci. Sempre a' ghibellini Anima principale era il Dogliani, Come già tempo il Procida a sue terre, E fra i ministri al suo comando egregi Splendea per senno e per virtù Eleardo.
VII.
Amor di patria in vani sogni il core No, non agita allor, ma di divina Potenza il nutre e lo sublima, quando Svolgesi in terra da stranieri oppressa: Allor non dubbia è sua purezza; allora Tutte s'intendon l'alme generose Che fremono del giogo; allor divisi In discordanti aneliti e dottrine Non son nobili e volgo: unica han meta L'espulsïon delle insultanti spade, E della prisca dignità il ritorno. Quanto in que' dì contrario al patrio bene Fosse pe' Saluzzesi il guelfo spirto, Meglio comprese ognuno all'improvvisa Morte del vecchio provenzal monarca. Orbo questi del figlio, al debil pugno Della nepote abbandonò lo scettro; E della incauta il leve cor s'avvolse In infelici amori, e la sua fama Fu dalla morte del trafitto sposo Più orrendamente deturpata, e i novi Mariti la tradìan, sin che il feroce Vendicator carnefice a lei fessi. Sceso Roberto nella tomba, crebbe Per tutta Italia il ghibellin coraggio, E si volser de' più le speranzose Ciglia novellamente alle promesse Della potente signorìa Lombarda. Moltiplicati vidersi gli esempli Di fraterna concordia e di valore Ne' nostri lidi Saluzzesi. Al bello De' popoli fervor corrispondea La virtù di Tommaso: egli emulava De' suoi più forti la prodezza. Il nome Di Tommaso era sola indi una cosa Col nome della patria al cor de' giusti; E da lunga, sfortuna raffinato, Il suo spirto gentil s'affratellava Sinceramente co' minori, e segni Dava di gratitudin commoventi A cavalieri e ad infimi mortali Che ponean fede in esso, ed olocausto Con lui fean degli averi e della vita. Godea l'animo a tutti i generosi In vederlo onorar gli alti consigli Del canuto Giovanni. Eran Tommaso E di Dogliani il sir qual figlio e padre, E il portentoso vecchio corregnando Söavemente sulle suddit'alme Più e più le affidava. Alcune volte Lievi nascean principii di discordia Nelle diverse ghibelline schiere, Perocchè a' Saluzzesi andavan misti Sotto il vessillo di Tommaso e Insùbri E assoldati Germani. Alla parola Dell'antico Giovanni i dissidenti Animi s'acquetavano, e sebbene Cagion di lagno non restasse agli altri, Pur gioìa il Saluzzese, ognor veggendo Che anteposto a lui mai nell'intelletto De' sommi duci lo stranier non era. L'opposto caso tuttodì avvenìa Nella parte de' guelfi. Il rio Manfredo Dell'odio de' nativi esacerbossi Più feramente ciascun giorno; e volle Col terror contenerli: indi suprema Grazia spargea sugli esteri comprati, E verso ogni nativo anco più fido Scorger lasciava diffidenza ed ira. Giunse a tal, ne' suoi dì più disperati, La tirannide sua, che i prigionieri, Se patria avean la saluzzese terra, Considerava ribellanti degni Dell'ultimo supplizio, e senza indugio Strage ne fea. Tal rabida inclemenza Costrinse i ghibellini a rappresaglia, Sì che perdòn più non brillò sui vinti. A quel tempo si vide in ambo i campi Accorrer di Staffarda il santo abate, Misericordia supplicando invano Pe' guerrieri captivi. A lui Manfredo Con vilipendio rispondea, sgozzando Innanzi a lui le vittime, e nell'altro Campo l'udìano con ossequio i prodi, Ma rispondean che giusto uso di guerra Stabilìa le vendette, unico modo A frenar gli avversari in tal barbarie. Per tutti gl'immolati Ugo gemea, E notte e giorno l'atterrìa il timore Che prigion di Manfredo in qualche pugna Eleardo restasse. Ah! insiem con esso Un altro cuor da quel pensier tremendo Era a que' tempi strazïato: il cuore Della figlia d'Arrigo. Avea creduto L'infelice Maria poter nemica Vivere ad Eleardo, allor che intese Ch'ei dipartito dalle guelfe insegne Alla destra di lei più non ambiva. L'avea davvero alcuni dì abborrito Com'uom che lei tradìa, com' uom che l'armi Tradìa de' generosi. Ah! nel sincero Animo della vergin quello sdegno Fu breve fiamma, e sfavillò al suo ciglio De' ghibellini la giustizia, e pianse Riconoscendo in qual funesto errore Il padre s'avvolgesse. Ella in Envìe Nel paterno castel traea la vita Colle dilette ancelle, trepidando Pel genitore e per l'amante. Ascesa I passegger vedeanla da lontano Su questo ovver su quel dei sette grigi Torrïoni d'Envìe. La sventurata Scorgea nella pianura o sovra i colli Gl'incontri delle avverse aste feroci, E talor le parea per que' remoti Lochi discerner dal fulgor degli elmi Arrigo od Eleardo, od ambidue Cozzanti insiem. Prostravasi la pia Lagrimando e pregando il Re del Cielo E la Donna degli Angioli; e sovente Restava lunghi giorni il dilicato Corpo affliggendo con digiuni, e intere Vigilava le notti in calde preci, I proprii patimenti a Dio offerendo Per la salvezza de' suoi cari. E seco Viveano in lutto e assidua penitenza Le fide ancelle e antichi servi. L'alme Angosciate si schiudono a paure Di superstizïone. Or dalla torre Nelle nubi scorgean croci di sangue, E sembianze di scheletri, e l'immensa Falce e dell'Angiol della morte il pugno; Or di sciagure sovrastanti indizio Lo strido era dell'ùpupa ed il mesto Urlo notturno dell'errante cagna; Or dagli armati servi a mezzanotte L'estinta madre di Maria s'udiva Singhiozzar nel sepolcro, o lentamente Scoperchiarlo ed uscirne, e per le brune Scale salire, ed appellar con fioca Voce il marito o la diletta figlia.
A calmar quelle ambasce e que' terrori E a consolarsi fra i soavi amplessi Dell'innocente vergine, il cruccioso Padre venìa talor. Con duri modi L'aspreggiava e garriala del suo pianto, Poi commoveasi e l'abbracciava, e preci La supplicava d'innalzar pe' guelfi. E nelle rughe della smorta fronte Ella più e più leggea del genitore I sinistri presagi. Insinüante Sonava un non so che nella pietosa Voce di lei che costringea il canuto A poco a poco a palesarle occulti Sempre novi dolori. Un dì le disse: --Più non pregar pe' guelfi! abbandonati Siamo da Dio! Deluse ha mie speranze Il superbo Manfredo: i miei consigli, I preghi miei non cura. Adulatrici Parole ei vuol; darle non so. Un drappello D'infami lusinghieri applaude a tutte Sue tirannie, le suscita, il fa cieco Stromento a loro insazïabil sete Di tesori e vendette. Apportar senno Volevamo e giustizia; abbiam delitti E stoltezza apportato. Ad uno ad uno Da noi si dipartìano i prodi amici: Pochi omai siamo ed esecrati, e all'orlo Dell'estrema ignominia! --Oh sciagurate Voci! oh misero padre! I vaticinii Ecco d'Ugo avverati! Il reo vessillo Lascia tu dunque di Manfredo: accetta Di Tommaso la grazia! --È tardi, o figlia! Errò Manfredo, ma infelice il veggo: Mai da prence infelice non si scosta Fuorchè il vigliacco! --Oh padre amato, pensa... --Che vigliacco non son, che con Manfredo Debbo cader. --Mai di vigliacco taccia Ad Eleardo non darassi. --Ei corse Quando da noi si svincolò, a bandiera D'un prence espulso: audace era il partito, Ma generoso. Non così oggi fora, Correndo a sir cui la fortuna arride. Cessa il tuo supplicar, cessa il tuo pianto: Dimane si combatte, e se non opra Per noi prodìgi Iddio... dimane, o figlia, Più non hai padre! --Oh feri detti! --Io vengo L'ultima volta a benedirti forse: Con vigor di te degno, odimi: stirpe Di codardi non siam. Tergi le ciglia, Frena i singhiozzi; te l'intìmo. Ascolta: Un patto pongo al benedirti. --Quale? --Bada che guelfo io moro, e maledetta Sarà tua man se a ghibellin la porgi! --T'affida, o padre: intendo. Amo Eleardo, Ma te guelfo perdendo, a ghibellino Moglie mai non sarei! --Tutti il Signore Dunque sul capo tuo spanda i suoi doni! Me sol, me sol de' falli miei punendo, Sparmii l'anima tua! Disse. Ad un servo L'accomandò; da lor si svelse e sparve.
VIII.