Poesie inedite vol. II

Part 8

Chapter 8 2,448 words Public domain Markdown

Da poche mani congiurate i fochi Erano stati per le soglie accesi, E poche fur le labbra che dapprima Spargere osaro il grido abbominoso. Ma frenesìa nel popolo s'appiglia, E ratto si moltiplica il pensiero, Esser Tommaso un barbaro oppressore Abborrito dal ciel. Lui benedetto Asseriscon invan con generosa Gara i ministri delle chiese e i sempre Pacificanti Francescani e il colto Stuol di color, che stretti avea la legge Di Domenico santo all'esercizio De' forti studi e della pia parola. Benefiche potenze eran que' frati Sullo spirto de' popoli, e sovente, In tai secoli d'impeti e di sangue, Ma di gagliarda fè, coi gonfaloni Di Francesco e Domenico a feroci Animi imponean calma e pentimento. Ma spuntano ai viventi ore talvolta Di contagiosa irrefrenabil rabbia, E sotto ore sì infauste debaccava Del Saluzzese popolo assai parte. Dal di fuori frattanto a que' momenti Ecco irromper l'assalto! ecco le mura Scalate, superate! ecco Tommaso Astretto a ceder le abitate vie, A salir frettoloso all'alta rocca A lui ricovro ed a' suoi cari estremo! Non eccelsa metropoli prostrata Da infinite falangi era Saluzzo, Nè i suoi dolori fur soggetto a carmi Di stupefatte illustri nazïoni, Ma fur sommi dolori! E li divise Quel Iacopo da Fia, che vergò in forti Carte la istoria del tremendo eccidio. Ah, inorridisco in leggerle, e m'ispiro Io tardo trovadore al mesto canto! La fella di Manfredo anima irosa Crucciavan nuovi aneliti a vendetta, Perocchè a' piedi suoi sotto le mura Fracassati da travi e da macigni Dianzi veduto alcuni cari avea, E fra loro un fratello, il più diletto De' prodi e truci due degni fratelli. In ogni vinto armato cittadino, Ed anco negl'inermi e ne' vegliardi, E nelle donne stesse il furibondo Immaginava la nemica destra Ch'orbo l'avea di quel fratello, e tutti Ei sterminati indi li avrìa. Frenava Il proprio acciar, ma non frenava quelli Della brïaca moltitudin varia Ivi con esso a imperversar prorotta. Rifugge l'estro mio dalla pittura Degl'inauditi singolari strazi Che segnalàr quel giorno. Oh vane e stolte Speranze dei domati! oh retrospinte Preghiere fervidissime, innalzate Da' miseri che proni eran nel sangne De' figli loro o nel fraterno sangue! Oh giustamente non curati applausi Della stolida feccia scellerata Che menar volea festa ai vincitori, Liberator' chiamandoli, e mandati A raddrizzar tutti i plebei diritti! Oh inutil congregarsi trepidando Di lagrimose vergini e di madri E di fanciulli anzi ai predoni infami, Ricordando a costoro i dolci nomi Di pietà, di giustizia e d'innocenza! Oh ingiurie non dicibili! Oh colpiti Dalle scuri sacrileghe gl'ingressi Di più case di Dio, dove sgozzati Cadono antichi sacerdoti, e gioco Reliquie vanno e sacri vasi ai ladri! Tutto è dileggio e rubamento e morte Intero un giorno e la seguente notte, E già parte dell'armi e de' congegni Ratta si volge ad investir la rocca. Magnifico sorgea d'aprile un sole, E delle pompe di sì splendid'astro Raccapricciaron di Saluzzo i vinti, Lor macerie e cadaveri mirando, Quand'a lor s'apprestàr novelle ambasce. Clangor repente innalzasi di tromba, E nel nome abborrito di Manfredo Gridan gli araldi questo atroce bando: «Esser giusto castigo al contumace Popol de' ribellanti soggiogati, Ch'ivi su pietra più non resti pietra, E irremovibilmente or quel castigo Compiersi pria che il sol giunga all'occaso; Ma perdonata andare ancor la vita Ai puniti felloni, e per clemenza Che maggiormente moderi il flagello, Concedersi ad ognuno il portar seco Qual ch'egli serbi di tesori avanzo». Tal legge uscita, il raddoppiato pianto

Chi dirìa degli oppressi? A que' lamenti Inesorata del tiranno è l'alma, Inesorata al supplicar di molti Infra suoi cavalieri e d'Eleardo: Forz'è ch'ogni abitante i cari tetti Sgombri innanzi la sera, e chi sa dove Ramingo vada. Non v'è tempo a indugi, E vedi con sollecito, confuso Moto d'alme avvilite e disperate, Fra i singhiozzi e fra gli urli incominciarsi L'infelice spettacolo. Agl'infermi Ed agli avi decrepiti sostegno Fansi gli adulti d'ambo i sessi, e cinte D'adolescenti e pargoli e lattanti Collacrimar vedi le donne. Ognuno Che già d'averi non sia privo, or seco Gli ultimi tragge vestimenti e arredi. Di sì misera vista i vincitori Gioìron crudelmente insin che tutta Fosse la turba delle case uscita. Frodolento il decreto era a sol fine Di scovrir se ricchezza aveavi ancora Che al saccheggio primier fosse sfuggita. Or poichè tutti di lor robe carchi Furono i cittadini, il rio Manfredo Misericorde spirito ostentando, Disse che rasi non andrian gli ostelli, Ma diè barbaro cenno alle coorti Che assalisser la turba, e d'ogni spoglia La derubasser. Così il vil tiranno Suoi debiti solveva ai masnadieri, Che a quel regno di sangue aveanlo alzato. L'inverecondo estremo predamento Desta a furor gli sventurati. Allora Più non resiste agl'impeti possenti Del suo sdegno Eleardo:--Io m'ingannai, Alto grida fra il popolo; io sognava Esser Manfredo della patria padre; Usurpator mi s'appalesa infame! Con lui rompo ogni vincolo, al cospetto Di voi, di lui medesmo! Intorno al prode Cento gagliardi giovani un celato Ferro traggon dal seno, od ai nemici Tolgon con forza l'arme, e questo pronto Saluzzese drappello osa brev'ora Sperar prodìgi. Orribile, ostinato Combattimento per le piazze ferve, E più fïate incontrasi Eleardo Coll'iniquo Manfredo, e mescolati Sono i lor brandi valorosi indarno. S'incontrano Eleardo e Arrigo pure, E quei più volte può svenare il vecchio Ma con affetto filïal lo sparmia, Benchè Arrigo lo imprechi. Alfin dal troppo Numero sopraffatta è l'animosa Schiera de' cento, e arretra, e quasi intera Esce fuor delle mura, ed inseguìta Viene per la campagna infin che l'ombre Delle selve la involano ai crudeli. Intanto agli occhi di Saluzzo un nuovo Si compiva infortunio. In man degli empi Cade la rocca stessa, e prigioniero Indi co' dolci figli esce Tommaso, E tratti van gli sciagurati illustri In carceri diverse. Alta ventura Ancor si fu che in piena sua balìa Non li avesse Manfredo: ei li avrìa spenti. Il fero siniscalco uman s'è fatto, Sì perchè non abbietto era il suo core, Sì perchè astutamente al rio Manfredo Volea serbar temuto un avversario, E sì perch'egli al generoso senno Ed alle scaltre previdenze unìa Non leve sete d'oro: immenso chiede Pel vinto sir riscatto ai ghibellini. Ma che diss'io, nel provenzal barone Immaginando non abbietto il core? Qual fu pietà la sua, mentre di scherni Osò abbevrar fuor di Saluzzo, a' piedi De' trionfati muri, innanzi a tutte Le invereconde vincitrici squadre, L'illustre prigionier, lui dichiarando Spoglio di signorìa? lui dividendo Da' lagrimosi tenerelli infanti, Che al sir d'Acaia fur commessi e tratti Di Pinerol nella superba rocca? L'infelice Tommaso a sorso a sorso D'amara prigionìa sorbì la tazza, Prima in Cardato brevi dì, poi chiuso Di Savigliano entro il castel, poi tolto Maggiormente alla vista de' mortali, E seppellito in solitaria torre, Di Pocapaglia sovra l'erta cima, Indi levato da quel forse troppo Mal securo deserto, e fra le mura Di Cuneo inespugnabili nascoso. Non sì tosto compita, ahi! di Tommaso Fu la caduta dall' avito seggio, Volò del tristo avvenimento il grido Pe' saluzzesi piani e per le balze, E l'intese Eleardo entro a' suoi boschi. Disconfortati allora esso e i compagni, Depongon le arditissime speranze Accarezzate nella prima ebbrezza, O se tutti non vonno appien deporle, In avvenir remoto, indefinito Le vagheggiano omai. Son ripetuti D'amicizia fra loro e di costante Cor ghibellino i dolci giuramenti, E con dolor s'abbracciano bagnando Di lagrime fraterne i forti petti, E chi per questa sponda e chi per quella, A diverso destin ciascun si trae.

V.

Oh fra i più strazïanti umani affanni Quello di non perversa alma che rea Ad un tratto si tiene, ove sciagure Piovon non tanto sulla sua cervice, Quanto sulle cervici de' suoi cari E dell'intera patria sua, ch'ei vede Agonizzar, nè può recarle aïta! E più quando quell'alma, in suoi terrori Disamata s'estima, e disamata Da tal cuor ch'era suo! da tal diletto Cuor, che per sempre ei scorge ora perduto! Così da lunge qua e là mirando E pensando a Maria, come colui Che vedovato delle sue pupille Pensa a quel sol ch'ei non vedrà più mai,-- Giunge di nottetempo alla badìa D'Ugo il nepote, e chiede ivi l'ingresso. --Dov'è lo zio? --Signor, finiti dianzi Erano i salmi, ed ei restò nel tempio. --Colà n'andrò. --Perturberesti forse Le più calde sue preci. Odi, ti ferma. A tai voci non bada il cavaliero, Ed il portico varca, e l'infrapposto Varca esteso cortile, e al tempio move. Apre la porta, inoltrasi tremando; E della sacra lampada al pallore Scorge prostrato il solitario antico Appo l'altar. Questi repente s'alza Al rimbombo de' passi. --Olà chi sei? Assaliti siam noi dalle masnade De' traditori? Oh che ravviso? Oh iniquo! Tu nella casa del Signor? T'arretra: Tinto di sangue cittadin tu vieni. Sino all'ingresso s'arretrò Eleardo, Confuso, esterrefatto, e dalle fauci Mettea supplici grida. Alfine a' piedi Dello zio inginocchiossi, e in abbondanti Lagrime ruppe; indi a' singulti amari Impose freno, alzò la fronte e disse: --Uomo di Dio, non maledirmi ancora, Porgi a mia strazïata anima ascolto! --Che di Saluzzo avvenne? --Ell'è caduta! Saccheggiata! arsa! --Che del sire avvenne? --Strascinato è prigion. --Quali i pensieri, Quai sono i fatti di Manfredo? --Orrendi! --E il proteggente provenzal vessillo? --Esulta negli oltraggi e ne' delitti! --E l'empio figlio di mia suora il brando Rotò per lor! --L'infame brando io ruppi, E qui vengo ad ascondere a' viventi La mia vergogna. E per quell'ara santa Giuro che illuso fui! Giuro che guerra Credei seguir magnanima, e salute Alla patria recar! Mi si è svelata L'ipocrit'alma di Manfredo alfine: Al par di te sue perfid'opre abborro, E disdico mie stolte ire nutrite Contro alla signorìa ch'oggi è crollata, E per Tommaso prego Iddio! e lo prego Che gli susciti vindici possenti, Sì che il traggan di carcere, e le insegne Espulsino straniere, ed ei risalga Al seggio avito, e il patrio suol conforti! --Oh Eleardo! mio figlio! àlzati; al cielo Chi delle colpe si ricrede, è caro. Piangi fra le mie braccia il breve fallo, E nobile fidanza indi ripiglia. --Unica posso una fidanza accorre Dopo tanto error mio; posso divina Misericordia chiedere e sperarla, Ma lontano dagli uomini, ma scevro D'ogni gloria del mondo. Io tutto perdo Ciò che più sorrideami, e affronto l'odio Del padre stesso dell'amata donna! L'odio di lei medesma! Alle terrene Cose son morto; seppellir qui voglio Tra penitenti angosce il nome mio! --Monaco tu? Vera sarebbe questa Vocazïon del Re del Cielo?... Ascolta. --Ugo, non contrastar; non mover dubbio Sulla chiamata che a me volge Iddio. Onor, dover m'astringono a deporre L'armi impugnate pel tiranno, e questa Ritratta mia decreto è che per sempre A me toglie la vergin ch'io adorava! Dopo tal sacrifìcio, il mondo spregio; Più non resta per me che o disperata Morte, o d'un chiostro il confortato pianto. --Figlio, se così scritto è dall'Eterno, Così sarà. Ma intanto a me l'Eterno Pon nell'alma un consiglio: odi e obbedisci. --Fede ti presto; obbedirò. --Disdici Con voci ed opre apertamente il rio Vincol che ti stringeva agl'invasori. Gloria rendi al diritto; offri il tuo sangue Pel patrio suolo. Ingegno e braccia al sire Che oppresso giace e salvatori chiede, Generoso consacra. Eccita i forti, I deboli rincora, e lor rammenta. Che speranza e virtù prodigii ponno. Arrossiva Eleardo, impallidiva A questi detti, ed arrossìa di novo, E balbettava:--Obbedirò, ma... --Tronca, Gli disse il vecchio, ogni esitanza, e parti. Servi al tuo prence ed a Saluzzo. --Come? --Volgiti a Dio; t'ispirerà. T'adopra Sì che, per gara de' baroni, l'oro Di Tommaso al riscatto or si fornisca: Scuoti la possa de' Visconti, scuoti I nostri prodi. Combattete: egregio Acquista un loco tra' vincenti, o muori! --Ch'io snudi il ferro, e di Maria nel padre Forse mi scontri, e di svenarlo io rischi? Troppo, troppo dimandi. A me bastante Sforzo è perder Maria, qui seppellendo I giorni miei fra lagrime e rimorsi. --Più degna del Signor, dopo alti fatti, Riporterai qui la tua fronte, io spero, E non che il padre di Maria tu sveni, Di salvare i suoi dì forse avrai campo! Profetici parean gli atti, gli sguardi, E la voce del vecchio. E ciò dicendo, Forte afferrò la destra d'Eleardo, E dalla porta appo l'altar lo trasse. Ivi dalla parete una pesante Antica spada sciolse, e a lui:--La spada Quest'è che strinsi in gioventù, e di sangue Saracin l'abbevrai; prendila e pugna Com'io pugnava per fratelli oppressi. Eleardo s'infiamma; il sacro ferro Prende, snuda, lo bacia, il pon sull'ara; Attesta Iddio che il roterà sugli empi; Le preci implora del canuto, e parte. E quand'ei fu partito, Ugo prostrossi Novamente nel tempio, e pel nipote Orò gran tempo, insin che all'altro ufficio Mosser ver l'alba in coro i cenobiti. Allora il santo abate al pio drappello Disse:--Pregate per Saluzzo! E pianse; E diè contezza dell'orrenda guerra; Ed i monaci in cor si rammentaro Parenti e amici, e lagrimaro anch'essi. Pregaron per Tommaso e pe' suoi fidi, E pregare altresì per gli oppressori, Solo Iddio supplicando a spodestarli Della vittoria che li fea superbi.

VI.

In popol da' civili ire diviso Speranza poca è di salute, allora Che sol gagliarde fervono le incaute Anime giovanili, intente a còrre Bella, sognata, non possibil palma, Mentre della canizie intorpidito Vacilla il senno, sì che norma e freno Agli audaci inesperti alcuna sacra Fronte non sorge di guerriero antico. Mancanza tal di celebrato prode Che vero prode alla sua patria splenda, Nel colmo avvien de' tralignati tempi, E lunga indi stagion regna di pazzo, Sanguinoso dominio e d'anarchìa, Molteplice opra di fanciulli eroi, Fintanto che spossati e fatti vili Piegano il collo a tranquillante giogo. Non a tal segno eran corrotti i giorni Di Saluzzo ch'io canto, abbenchè tristi. Gioventù inferocìa, ma valorosi Vecchi brillavan sui crescenti ingegni Per nobil fama di bontà e prodezza. Fra tai canuti un prence grandeggiava, E Giovanni era, l'invincibil sire Dell'alte torri di Dogliani. Ei nato All'avo di Tommaso era fratello, E niun de' feudatarii dominanti S'agguagliava a Giovanni in virtù schiette D'amico e padre e leal servo a quelli Che abbisognavan di consiglio o scampo. In dì lontani ei superava i mille Cavalieri compagni in patrie pugne, Ed in pugne oltremar, sotto il vessillo De' campioni di Cristo: or men robusto È il braccio suo, ma pronta sempre e forte La intelligenza e immacolato il core. Grande è la fè del venerato prode Pel suo nipote or prigionier, ch'egli ama Siccome dolce padre ama il suo figlio, E ad un tempo siccome un pio guerriero Ama il signor cui vassallaggio debbe. Giovanni con baroni altri devoti A ghibellina parte ed a Tommaso S'adopravan solleciti, sì ch'oro Adunar si potesse e adunar gemme, Al fine urgente di comporre il chiesto Spaventoso tesoro, onde al marchese E a sua progenie libertà riedesse.