Part 7
Poi dopo il riso atteggiasi a disdegno: --Tutti siete così! Promesse, vanti, Folli speranze! ed ardui indi i perigli, Lunghe le imprese, ed il mio re frattanto Per vantaggi non suoi perde i suoi prodi! --T'acqueta, dice con infinta calma Il fremente Manfredo; oltre poch'ore Non dureran gl'inciampi: un solo basta Gagliardo assalto, e il disporrem veloci. Mentre a dispor l'assalto ardimentosi Coopran gl'intelletti de' supremi E l'obbedir delle volgari turbe, Congegnando, apprestando armi, brocchieri, Ferrate travi e macchine scaglianti, E tutta la pianura è voce e moto E cigolìo di carri, e picchiamento Di mannaie che atterrano le piante, E stridere di pietre agglomerate, E in mezzo alle fatiche or la bestemmia E l'impudente ghigno, ed ora il canto-- Dentro Saluzzo non minor s'avviva Il poter delle menti e delle braccia Per la sacra difesa. Ignoti e pochi Sono gl'interni traditori, e a mille Ardono i cuori allo stendardo uniti Del marchese Tommaso. Ei di que' prenci Magnanimi era, ch'ove rischio appaia, Brillan di nova luce, e più sublime Han la parola, e più sublime il guardo, E quasi per magìa destan ne' petti Della poc'anzi malignante plebe Amor, concordia, ambizïon gentile. Pressochè in tutte l'alme ivi obblïato È questo o quell'error che, apposto o vero, Jer gran macchia parea sovra Tommaso: Più non vedesi in lui che un assalito Posseditore di paterni dritti, Un amato signor, una man pia Che premiava e puniva e sorreggeva, E ch'uopo è conservar. Sì che la stessa Bellissima Riccarda, onde cotanto A' Saluzzesi dispiacea la stirpe, Più d'abborrita origine non sembra, Or che il popol la vede paventosa, Ma non già vil, dividere i perigli E le cure del sir. La sua bellezza Molce i fedeli armati; il suo linguaggio Più non suona stranier, benchè lombardo. E quand'ella e Tommaso, a destra, a manca, Parlan di speme nell'accorrer pronto Dell'armi de' Visconti a lor salvezza, Esultan gli ascoltanti e mandan plauso. Al declinar di quell'orribil notte Ugo nella invadente oste arrivava Con Eleardo, e trassero al cospetto Del regio siniscalco e di Manfredo. Alzò Manfredo un grido di contento All'apparir del vecchio, ed a Bertrando Lo presentò dicendo:--O sir del Balzo, Eccoti di Staffarda il presul santo, Colui, che per bell'opre onnipossente Fama sul popol di Saluzzo ottenne! Il cor certo gli splende a questa aurora D'un avvenir pe' nostri patrii lidi Più glorïoso e fortunato e giusto. Avvicinossi ad Ugo il siniscalco, E celando nell'alma dispettosa Il disamore e il tedio, un reverente Foggiò sorriso, e disse:--Anco il monarca Serba di te memoria, o illustre padre, E qui trionfo, non dall'arme tanto, Che ben darglielo ponno, egli desìa, Quanto dall'opra del tuo amico senno. Indi Manfredo ripigliò i motivi A spiegar della guerra, annoverando Frodi e stoltezze e ineluttabili onte Sul nome di Tommaso accumulate, Perchè ligio all'astuta Insubre possa, Ed uopi urgenti di riparo, e prove Che il maggior uopo a' Saluzzesi fosse E a tutta Italia l'unità d'omaggio Di quanti erano feudi al re Roberto. Ed Ugo ai cavalieri:--Il mio suffragio Certo sarìa per la comun concordia Sotto uno scettro o ghibellino o guelfo, Ma non basta d'afflitti animi il voto Perchè cessi il poter dell'ire antiche In un popol di stirpi concitate Ad aneliti varii e a varii lucri; E ragioni si schierano possenti Al mio intelletto, sì ch'io neghi al regno D'uno straniero in Puglia incoronato Il giunger con sua fama e co' suoi brandi A collegarci a reverenza e pace. --Pensa, o canuto, ch'alto assunto è il nostro: Degna è di te l'aïta. --Aïta bramo Recarvi, sì: guisa sol una io scorgo. --Qual? --Del popolo agli occhi e degli armati Intercessor presenterommi a voi, E per relïgione ambi e clemenza Sospenderete le battaglie, e intanto A Napoli n'andrò. Placherò, spero, L'augusto re; lo distorrò da impresa Onde gli torneria danno ed obbrobrio; E se leso alcun dritto era a Manfredo, Per saldi patti ei risarcito andranne. --Proporne indugio alle battaglie è vano: Impermutabil di Roberto è il cenno; E mal vai profetando obbrobrio e danno A chi certezza piena ha di vittoria. Solo uno sguardo a nostre schiere volgi, E vedrai che Saluzzo oggi s'espugna. --Espugnarla potrete, ed il ricovro Forse tor del castello al vinto sire, E prigion trascinarlo, e dalle chiome L'avito serto marchional strappargli, E tu, Manfredo, ornartene la fronte. Io non ciò vi contendo; io, per l'antico Conoscimento mio di questa terra E degli animi suoi, sol vi dichiaro, Che al crollar di Tommaso, ardua e non ferma Vittoria avreste. In cor de' più, gagliarde Son le eredate ghibelline fiamme, Gagliarda quindi l'amistà a' Visconti, Gagliardo l'odio per le guelfe insegne. Picciol popolo siam, ma ci dan forza E l'arme de' Visconti e il nostro ardire, E l'indol Saluzzese, aspra, selvaggia, Che paure non piegan ne' supplizi. --Obblii ch'io pur son Saluzzese, e mai Non mi piegan paure. --In te, Manfredo, Splenda il miglior degli ardimenti: quello D'anteporre alle gioie empie del brando Una gloria più pia, l'amabil gloria D'allontanar dalle tue patrie rive Una guerra funesta! --Altra favella, Assumi, o vecchio. Se t'è caro ufizio Scemar l'orror d'inevitata guerra, Sposa il vessillo mio, movi alle mura Assedïate, i cittadini arringa, Traggili a sottopormisi. --Non posso! Nol debbo! Ufizio mio giovevol solo Esser ponno le supplici parole, E l'aprirvi, quai Dio me li palesa, I forti avvisi. Trattenete i brandi, E se ingiustizia fu in Tommaso, al dritto Basteran le ragioni a richiamarlo, Ed indi a pochi dì voi satisfatti E glorïosi e senza ira di sangue, Benedetti dai popoli e dal cielo, Trarrete a vostre sedi. Ove sospinto Da ambizïone e da rancori antichi Tu inesorabilmente alla corona Di Saluzzo, o Manfredo, oggi agognassi, E afferrarla potessi, in odio fora Il nome tuo a' soggetti, e, pur volendo, Felici farli non potresti. Iniqua Necessità di gelosie e vendette Nasce da civil guerra, e l'usurpante Non si sostien fuorchè a perpetuo patto Di timori e carnefici. E si ponga Che dianzi mal reggesse il prence vinto, L'esser vinto o fuggiasco ovver sotterra Amicherà al suo nome i cuori molti Che offeso avrai; s'obblïeranno i torti Del perduto signor; s'abbelliranno Le ricordate sue virtù. Lui spento, Sorgeran prenci astuti o generosi Per vendicarlo, e s'anco astuti ed empi Fossero in cor, venereralli il volgo, Giocondo sempre d'abborrire un forte, Che per ingegno e vïolenza regni. E a cotal colleganza d'assalenti Quai son le forze che opporrìa Manfredo? --Le regie forze! esclama furibondo Il Provenzal barone. --In molte guerre Il vostro re s'avvolge, Ugo ripiglia, E ove sia con gagliarde armi assalito Per altri lidi, a propugnarli io veggo Receder queste schiere, e te, Manfredo, Veggo fremente e povero d'acciari, E tradito da' tuoi!... Qui del profeta Interrompon la voce i capitani. Egli alza il Crocefisso, ed umilmente Prega i superbi, e pregali pel nome Del Redentor. Respinto viene, e sorge Più d'un ferro dell'oste a minacciarlo. Scudo al monaco feansi alcuni prodi, E fra questi Eleardo. Il santo vecchio Di scherni non tremò, nè di minacce, E più fïate ripetè ai felloni: --L'impresa vostra maledice Iddio!
III.
Di te, Religïon, nobile è ufficio, L'affrontare imperterrita coll'arme Delle temute verità i superbi, Pur con periglio d'onta e di martirio! E quell'uficio, oh quante volte i veri Sacerdoti di Dio forti adempièro! Talor sotto l'acciar de' vïolenti Perìan que' venerandi, e talor rotti E insanguinati, e carichi di ferro Venìan sepolti in erma, orrida torre: Nè dai tremendi esempi sbigottito Era il cor d'altri santi. E se la voce D'un'alma pura e consecrata all'are Da iniqui prodi spesso iva schernita, Pur non inutil pienamente ell'era: Schernita andava, ma ponea ne' petti Di que' feroci inverecondi un germe Che forse un dì fruttava; ed era un germe Religïoso di terrore. E in mezzo A tai feroci petti, alcun pur sempre Ve n'avea di men guasto, a cui l'ardita Sacerdotal, magnanima parola Or di cospicui presuli, or d'umili Fraticelli o romiti in patrocinio Degl'innocenti, era parola invitta Che con pronti rimorsi il tormentava, Sì che riedesse a carità ed onore. Compagno fessi al vecchio Ugo per molti Passi Eleardo oltre al terren coperto Da quelle schiere di crudeli armati, Indi, con grave d'ambidue cordoglio, Il nipote strappossi dalle invano Tenaci braccia dell'amato antico. Ahi! senza pro sclamava questi:--Oh figlio! Qui non m'abbandonar! Più fra quell'empie Insegne che il Signore ha maledette Pel labbro mio, deh non ritrarre il piede! Te ne scongiuro per la sacra polve Della mia suora, a te sì dolce madre! Te ne scongiuro per la polve illustre Del tuo buon genitore e de' nostr'avi, Che fidi cavalieri ed incolpati Furon sostegni tutti a chi in Saluzzo Stringea con dritto il signorile acciaro! Esci dal laccio che al tuo core han teso I rapaci stranieri! A me, alla patria, Al tuo prence ritorna. Infamia e lutto Sta con Manfredo, con Tommaso il cielo!
Udìa Eleardo il prolungato grido Del supplice canuto, ed il veloce Corso intanto seguìa. Ma benchè sordo Paresse e irreverente, a lui que' detti Eran quai dardi all'anima commossa, E vïolenza a sè medesmo ei fea Non fermando il suo corso, e non volgendo Il piè per rigittarsi alle ginocchia Del caro supplicante. Il pro' Eleardo S'ostinava per varii ignoti impulsi A ritornar fra i collegati duci, Cercando creder ch'ei virtù seguisse, Ed Ugo fosse un tentatore, un cieco D'errori amico. Intende il cavaliero Ad ogni vil tentazïon lo spirto Incolume serbare: idolo intende Virtù, virtù, non larva farsi alcuna! Virtù vuol ravvisar, virtù secura Nelle giurate splendide fortune, Che il re Angioìno ai Saluzzesi e a tutta La penisola appresta. Ei quel monarca Ed i suoi capitani, e più Manfredo Vuol reputar veraci eroi. Ma pure.... Ad onta del proposto, il sen gli rode Nascente dubbio irresistibil. Cela Questo dubbio, ma il porta, e così giunge Turbato, afflitto ai Manfredeschi brandi. A molti il cela, sì, non a sè stesso; E ondeggia alquanto, indi neppur celarlo Può al genitor della donzella amata, Guerrier, cui lo stringea più che ad ogn'altro Pia reverenza. E sì gli parla: --Oh Arrigo! Appartiamci, m'ascolta: allevïarmi D'occulta angoscia non poss'io, se teco Non ne ragiono come a padre. Il fero Barone attento il mira, e con presaga Severità:--Vacilleresti? --Lievi Estimar bramerei del venerando Ugo le voci, e non so dirti quale In siffatte or benigne or fulminanti Parole di tant'uom, che onoro ed amo, Splender raggio tremendo oggi mi paia! Aggrotta il ciglio Arrigo, e l'interrompe: --Bada, Eleardo, che al rischioso passo Dopo lungo pensar ci risolvemmo; Or paventar nel cominciato calle Obbrobrio fora. Ma sebbene Arrigo Al giovin cavalier biasmo gettasse, Non men del giovin si sentìa colui Perturbato nel cor, per l'ardimento Del fatidico abate, e nel futuro Nubi scorger pareagli atre e sinistre. Dissimulava non pertanto, e saldo Stava come mortal che da gran tempo Il proprio senno e i proprii fatti adora. Tal era il truce Arrigo: ei mille volte Morto sarìa, pria che mostrarsi in gravi Opre dapprima certo, indi esitante. Il ferreo vecchio avea ne' precedenti Anni, coll'inquïeta ed iraconda Sua desïanza di giustizia e gloria, E col non mai pieghevole intelletto, Molti alla corte di Tommaso offesi. L'esacerbaron quelli, ed egli volse L'animo suo secretamente a' guelfi Ed a Manfredo, ivi lor duce occulto. Parve a Manfredo egregio essere acquisto L'amistà di tal forte, incanutito In severi costumi; e scaltramente Il seppe avvincolar con dimostranze Di sommo ossequio, affinchè il guelfo volgo, Affidato d'Arrigo alla canizie, Argomentasse tutti esser maturi, Tutti esser giusti gli audacissimi atti Cui Manfredo appigliavasi. Ahi! d'Arrigo La canizie coprìa pochi pensieri, Benchè gagliardi, e quell'ardito prence Consigli non chiedea, ma obbedïenza. Arrigo sè medesmo in alto pregio Reputa nella mente di Manfredo: A lui si crede necessario, e spesso Immagina que' dì, quando in Saluzzo Dominerà quel novo sire, ed ivi Migliorate n'andran tutte le leggi. Giubila e fra sè dice:--A tanto bene Della mia patria io dato avrò l'impulso! Io sono il genio di Manfredo! Io lui Illuminato avrò! Tener lontana Saprò da lui l'adulatrice turba, E gli ottimi innalzar! Beneficate L'adoreran le Saluzzesi terre, Ma unito al nome suo splenderà il mio! Sì grande speme ad Eleardo egli apre, Voglioso d'infiammarlo. Il giovin ode, Ma sta sospeso e mesto, indi ripiglia: --Rimaner con Manfredo obbligo è nostro, S'egli, mantenitor delle più sacre Fra le promesse, non vendetta anela, Ma podestà di padre, e di supremo Difenditor de' nostri antichi dritti. Chè s'egli, come d'Ugo oggi è temenza, Sol esca avesse ambizione ed ira, E gettasse la larva, e m'apparisse Malefico signor, oh! apertamente Gli disdirei servigio, e a cielo e terra Confesserei ch'io per error lo amava! Del magnanimo detto d'Eleardo Stupisce Arrigo, e corrucciato esclama: --Supposto indegno è il tuo! Pensa che solo A impermutabil, vero animo guelfo Sposa n'andrà dell'inconcusso Arrigo L'obbedïente figlia! Il disdegnoso Vecchio si scosta, e resta ivi solingo Col suo dolore, e colla sua turbata Ma non corrotta coscïenza il prode Amante cavalier. --Volli del giusto Seguir la insegna, e voglio: in me desìo Altro capir non potrà mai! Sospetti Sol mi ponno assalir che non qui sorga, Non qui del giusto la bramata insegna. E se ingannato mi foss'io? Se falsi Scorgessi i dritti di Manfredo? Ligio Ad armi inique ratterriami forse Perfido orgoglio? O ad armi inique ligio Mi ratterrìa questa laudevol fiamma Che in petto chiudo per Maria, per tale, Che tutte illustri damigelle avanza In bellezza e virtù? Mi farei vile Per ottener la mano sua? Non mai! Amarti debbo degnamente, o donna Di tutti i miei pensier; debbo onorarti Ogni virtù seguendo e suscitando, S'anco per onorarti, ah! il più crudele Mi colpisse infortunio, e te perdessi! Del maggior tempio di Saluzzo all'alto Vertice non lontano erge le ciglia, E curvando ei lo spirto anzi alla croce Che colassù sfavilla, al Signor chiede Lume a scernere il vero e a praticarlo. Il divin lume balenogli e crebbe Al guardo suo ne' dì seguenti, alcuna Non vedendo in Manfredo esser pietosa, Verace cura nel funesto assedio Di tutelar gli oppressi e vendicarli, Mentre la invaditrice oste pe' campi S'andava ad ogni infamia iscatenando. A tutelare o vendicar gli oppressi Bensì Eleardo qua e là accorreva, Ma non di lui bastanti eran gli sforzi, Nè bastanti gli sforzi erano d'altri D'animo pari al suo cavalleresco, Che insiem con esso or s'avvedean fremendo Quanta in Manfredo, e ne' fratelli suoi Ed in Bertrando e nelle rie caterve Indol, non già d'amici eroi si fosse, Ma d'impudenti ladri e di nemici. Insin dal primo giorno i brandi iniqui Della straniera turba entro innocenti Tugurii sparser miserando affanno. Qui sgozzarono vergini inseguìte, Là genitori che alle amate figlie Difensori si fean. Volge ma indarno La sua voce imperterrita Eleardo Or a questo or a quel de' condottieri. Il siniscalco move il capo e ride, E Manfredo le accuse ode in silenzio, Guarda le torri di Saluzzo, e sembra Dir:--Che mi cal d'iniquità e di pianto, Purchè in breve là entro io signoreggi? Vengono a tutta la contrada imposte Inaudite gravezze, e ad ogni adulto Legge s'intima, sì ch'ei giuri ossequio Al marchese novel. L'abbominato Giuro negavan molti; indi tremende Carnificine a spegnerli, ed i tetti Diroccati e consunti dalle fiamme, E borghi interi in cenere ed in sangue! Fama nel campo giunge aver Lunello, Antico sir di Cervignasco, il giuro Negato agl'intimanti, e colà sorta Esser numerosissima una plebe A difender quel sir.--Temono i duci Che di Lunel la resistenza esempio Ad altri arditi feudatari avvenga, Ed invìan fero stuolo a Cervignasco, Che tutto abbatta, e in ogni dove insegua Il valoroso sire, e in brani il faccia. Consanguineo Lunello è d'Eleardo, Ed il giovin l'amava. Ahimè! non puote Questi il cenno arrestar, ma prontamente Scagliasi dietro all'orme de' ladroni, E moderarli spera, o spera almeno Sottrarre agli omicidi i cari giorni Del congiunto barone e de' suoi figli, O almen d'alcun di loro. Ah! dalle spade Distruggitrici invaso, saccheggiato, Pieno di strage è il borgo! Il prò Lunello Ferito fugge, e a stento si ricovra All'ombre sacre d'una chiesa, e seco Tragge l'antica moglie e le sue nuore E i lattanti nepoti. Ecco nel tempio I sacrileghi brandi! Ecco all'altare Abbracciate le vittime! Eleardo Entra, s'inoltra, grida: i truci colpi Eran vibrati! A' pie' di lui nel sangue Stramazzando Lunel, queste supreme Voci mettea:--Se tu Eleardo sei, Non prestar fede al rio Manfredo; imìta L'esempio mio: pria che avvilirti, muori! Dato alla chiesa il guasto, escon gli armati In cerca d'altre prede, e fra que' morti, Appo quell'ara, in disperata angoscia Resta Eleardo, e piange ed urla, e i crini Dalla fronte si strappa. Oh! chi l'afferra Gagliardamente per un braccio e parla? Il presul di Staffarda. Il qual veniva Di Lunel suo cugino ai dolci alberghi, Ed impensata vi trovò battaglia Ed orribile eccidio, e dalla fama Venne sospinto ai sanguinosi altari. Il braccio afferra del nipote, e dice Con autorevol grido: --O sciagurato, Non di lagrime è d'uopo in queste colpe, Ma di nobil rimorso! A me la cura Lascia di queste miserande spoglie: Di giusti da feroci arme sgozzati, E volgi ad opre valorose. Espìa Il breve tuo delirio: appella, aduna, Suscita i forti delle valli. Insieme V'avvincolate con possenti giuri: Pio ghibellino ridivieni e pugna. Abbracciò il giovin cavalier le piante Del magnanimo zio. Questi con forza Lo rïalzò, gli ripetè il comando, Gli mostrò i consanguinei trucidati E il rosso altare e le spezzate croci; Raccapricciò Eleardo, il cor gl'invase Lampo di speme, si riscosse e sparve. Che avvien di lui, mentre lo zio infelice Riman nel tempio e fra dolenti voci D'alcuni inconsolati villanelli E di pietose donne, a tanti uccisi D'ultima carità rende gli ufizi?
Strazïato Eleardo dal conflitto De' sinistri pensieri, asceso in sella, Simile a forsennato errò per vie, Per prati e per arene di torrenti, Chiedendo a sè medesmo e al ciel chiedendo Che fare omai dovesse. Un forte impulso L'agitava, e diceagli ad ogni istante D'obbedir senza indugio ai sacri detti Del morente Lunello e ai detti d'Ugo, Ridivenendo ghibellin. Ma in core L'astuto angiol del mal gli rinnovava Quel lusinglliero dubbio:--E se agli scempi Inevitati di que' giorni atroci, Che forse gettan falsa ombra maligna Sul benefico intento di Manfredo, Succedesser davvero inclite prove D'alto senno in Manfredo e di giustizia, Sì che alla patria giovamento e lustro Per lunga età tornasse? Impresa egregia Senza olocausti non compìasi mai, Nè per questi dar loco a terror debbe L'alma del forte, a giusta gloria inteso. Così fra le incertezze e le speranze E i rimbrotti del cor riede Eleardo Delle masnade assedïanti al campo.
IV.
Miseramente ricca è d'infinite Fallaci industrie coscïenza, i cari Proponimenti ad abbellir, pur quando Luce severa di ragion li danna. Ma chi d'iniquità volonteroso Per l'infame sentier non move il piede, Sente per quel sentier, sebben cosparso Da inferne mani di stupendi fiori, Un ribrezzo frequente, un indistinto Fetor che si frammesce a que' profumi, Ed il ferma e il sospinge ad arretrarsi; Simile a que' timori innominati Che invadon ne' deserti il buon destriero, S'ivi non lungi s'accovaccia il tigre; E simile a que' taciti spaventi Che fanno impallidir la verginella, Quando in sembiante d'uom che di bellezza Adorno splende, ella ravvisa ignoto Lineamento, o non so qual favilla Nel sorridente sguardo, o non so quale Moto di labbro che le dice:«Trema!» In que' presaghi palpiti d'un core Ch'è vicino al periglio, e per potenza Misterïosa se n'accorge e guata, V'è la voce di qualche angiolo amante Che tutti sforzi a pro dell'uomo adopra: V'è la possa d'Iddio che lume sempre Bastevol dona a illuminar suoi figli. Vane di coscïenza in Eleardo Son le fallaci industrie: ei sulla fronte Porta il corruccio di talun che vive Fra scoperti ribaldi, e più li mira, Più inorridisce; e nondimen vorrebbe Insensato scusarli e amarli ancora. Oh come trista di quel dì esecrando Giunse la sera, e qual più trista notte Agitò ognun che, pari ad Eleardo, Alti e pietosi sensi ivi serbasse! Ma la dimane di quel dì pur troppo Sorse peggior! Repente una perfidia Entro le mura di Saluzzo avvenne, Che affrettò la caduta. In vari alberghi Scoppiano incendi orribili, ed il volgo De' cittadini si sgomenta, accoglie Di calunnia le voci. Un grido s'alza Esser Tommaso degl'incendi autore, Affinchè al buon Manfredo omai vincente Nulla Saluzzo fuorchè cener resti.