Poesie inedite vol. II

Part 2

Chapter 2 1,111 words Public domain Markdown

Otton s'alzò sdegnato, e mise un cenno, E l'inno s'interruppe, e dalle mani D'uno scudier tolta al cantor fu l'arpa; E la popolosissima assemblea Alzò lungo susurro, in cui sommesso Plauso verso Aldiger mostravan molti, Ma plauso da rispetto e da paura Alternamente soffocato. I cuori Più ad Ugonello e ad Aldiger propensi Nuocer temeano maggiormente ad ambi, Se quel plauso sciogliean. Qui l'assennato Imperador volle calmare il moto Di quella moltitudine di menti, Mostrando alma pacifica, e di novo Sovra il trono s'assise, e chiese il canto Delle arpatrici. Ognuno imitò il sire, Dissimulando la imprudente scossa Data ai pensieri dal gagliardo vate, E dolcissima scese sugli spirti Delle virginee voci insiem sonanti La musica celeste. Ognun per altro, Benchè temprato a palpiti più miti, Volgendo la pupilla in sul monarca, Contristar si sentìa; chè nell'augusta Faccia, atteggiata indarno alla quïete, Balenava recondito corruccio, E l'occhio suo fulmineo esser parea D'imminente rigor nuncio tremendo. I più avveduti spettatori scritta La morte vi scorgean del pro' Ugonello. Ad Aldiger s'approssimò Romeo, E--Che festi? gli disse sotto voce; Che fia di te? Finta indulgenza è questa, Che te impunito breve tempo lascia: Libero uscirai tu di questa cinta? E se pur libero esci, ove allo sdegno Ti sottrarrai del rege? Oh potess'io Trarti di qui! Pietosa a lor d'intorno Volea la folla schiudersi allo scampo Del perigliante vate.--Uso alla fuga Non son, disse Aldiger; se travïommi Nell'impeto dell'estro il buon desìo, Tal non è colpa che celarmi io debba, E molta ho fè nel retto cor del sire. Sebbene irremovibil dal suo loco, Pur mesto era Aldiger, tardi mirando Assai sciagure sovrastanti, e prima L'accelerato d'Ugonel supplizio, E rimordeagli coscïenza.--Io reo, Secretamente a sè dicea, d'audace Orgoglio fui; me ne punisce Iddio! Dopo il virgineo insiem sonante accordo, Palma Ottone degnò batter con palma, E sorridendo già sorgea, bramoso Di portar lunge da cotanti sguardi Alfin l'arcana impazïenza. Il passo Rafaella avanzò, novo tintinno Assumendo sull'arpa, ed il cortese Imperador si rifermò nel seggio, Brevi credendo reverenti augurii Dalla ispirata udir vergine illustre. Rafaella tremanti avea le bianche Mani sovra le corde, e uscìa tremante Dal dolce petto il modulato suono, E le guance arrossìano e di pallore Si ricoprìano, e il grande occhio fulgente Errava intimidito, e s'atterriva Del re incontrando il formidato sguardo. Quel gentil trepidar della fanciulla Di tutte grazie adorna, intenerìa, E maggiormente a lei tutti amicava. Oh! prepotenza de' söavi incanti Che la donna somigliano al bambino, E pur la spargon di virtù nascosa Che ratta vince ogni viril fortezza! Oh! come l'uom, quell'apparente infanzia Mirando in viso della donna, e in tutti I morbidissimi atti di quell'ente, Gli s'avvicina con fiducia, e ardisce Dirsi maggiore,--ed a quell'ente quindi Che sì debol parea, tributi solve Di reverenza, e a sè maggior lo estima! Per quel poter che nelle forme regna E nella voce della donna, e astringe, Le feroci, virili alme ad ossequio, Dato alla donna è svolger ne' suoi detti Mirabili ardimenti; ed ardimenti Non sembran quasi, ma sospiri e preghi. Chi rivelato avea tal maestrìa Alla vergin de' cantici? Addolcisce A sua voglia e fortifica. Ispirava Pietà col suo tremor; poi quella voce Dianzi timida tanto, e quell'aspetto Sembran di cherubin conscio a sè stesso Di grazia e d'autorevole potenza Irresistibil. Ne stupisce Ottone, Ma non puote adirarsene, e diletto Anzi ne prova sommo. E Rafaella Seppe scansar ne' generosi carmi Quel periglioso, indefinibil punto Di baldanza per ottimi consigli, Che irritar puote qual pungente biasmo; E non pertanto ella assai disse a laude Della giustizia ne' regnanti, e disse Necessarii gl'indugi, ove affrettata Da esortatori fremebondi venga Di talun la caduta. Ogni pensiero Della bella arpatrice era incalzante A virtù, ma siccome i detti blandi Di madre, che a virtù sprona e accarezza L'indociletto garzoncello, o come I detti d'una figlia a piè del padre. Quell'umiltà, quella dolcissim'arte, Que' prorotti dal cor supplici versi Vinser l'alma del grande Imperadore, E gl'intenti ei capì di Rafaella. Battè le regie palme, e alla percossa Unissona fur segno, onde gli astanti Baroni il plauso prolungàr sì forte, Che ne tremaro il suolo e le colonne. Otton chiamò la vergine, le cinse L'eburneo collo di splendenti gemme, E dal suoi rïalzandola, degnossi Dirle:--Qual grazia chiederesti?--Ed ella: --Se t'offese Aldiger, deh! gli perdona, E mite sii nelle condanne, o sire! Cessò la festa, e pieno di söave Commozïone era d'Otton lo spirto, Ed all'intime stanze dei riposi Riträendosi, disse al più fidato De' cancellieri suoi:--M'avea lo schietto, Ma severo Aldiger mosso a tal ira, Ch'io divisava d'Ugonel la morte; Pacato or sono, e indugierò. Felice Quel freno ai moti del rigor! felice La sapïente vergine che a brame Di verità togliea l'impeto scabro Delle audaci parole, e ammorbidìa Con abbondante carità i consigli! Il sospendersi i fulmini, die' loco A gravi scoprimenti: entrò discordia Fra gl'inimici d'Ugonel; le accuse Si contraddisser; la menzogna apparve; Del Sassone Emerigo l'omicida Fu manifesto e dato a morte; e colmo Di gloria uscì del carcer suo Ugonello. Fu grato all'Imperante il liberato Ed alla vergin trovadrice; e vide Ch'ella amava Aldigero, e che Aldigero Per l'emula ne'carmi si struggea, E fra i varii parenti accordo trasse, E l'imen si compiè. Sorrise Ottone Ai degni sposi, e a Rafaella disse: --Temprato dal tuo pio genio celeste, Il vigor d'Aldiger più non m'irrìta. Nè da quel dì Romeo gl'impeti incauti Non temè del figliuol: fatto era questi Prode leon che a gentil maga è ligio.

EBELINO

CANTICA.

L'idea di questa cantica non è tutta mia. Il tema vennemi fornito da un romanzo storico tedesco, ch'io lessi già tempo, e di cui ignoro l'autore. Il merito letterario di quel libro mi pareva debole, ma il personaggio d'Ebelino vi spiccava con tratti forti, e mi rimase vivamente impresso nella fantasia, come nobile modello di pazienza ne' dolori. Ivi narravasi d'Ebelino, non so con qual fondamento, ch'ei fosse un povero cavaliero scacciato nell'adolescenza con atroci minaccie di morte da sette disumani fratelli, e divenuto uno de' liberatori della regina Adelaide. Questo giovane prode passato in Germania coll'illustre vedova di Lotario, allorch'ella sposò in seconde nozze Ottone I, dipingevasi dal mio autore quale un nuovo Giuseppe alla corte d'Egitto, potentissimo e sapientissimo; e a fine di meglio somigliare al vicerè di Faraone, Ebelino scopriva anche i suoi fratelli, venuti d'Italia a Bamberga senza che immaginassero chi egli fosse, e perdonava loro. Conservata alcun tempo la sua alta fortuna sotto Ottone II, cadeva poscia vittima d'un traditore collegato a molti invidi rivali; ma il traditore stesso, agitato da visioni spaventevoli, confessava indi a poco l'innocenza dell'immolato Ebelino.

EBELINO.

_Si bona suscepimus de manu Dei, mala quare non suscipiamus!_ _Job._ 2, 10.