# Poesie inedite vol. II

## Part 13

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[1] Vedi il libro del SANTAROSA, intitolato Scene istoriche del Medio Evo Spenti sono i migliori, e succeduta È qui razza di mesti e di discordi Ch'ogni dì più contristerìami. Or voglio Questa regal magnificente corsa Assaporar per via; fermo in Vinegia Prendere ostello intendo poi: Vinegia, La città senza esempio! il più bel frutto Dell'italica mente! il seggio dove, La maestà si ricovrò latina! Barbara cosa è tutto il resto: i soli Veneti han leggi e libertà e senato Come i prischi Romani, e ad emularli Chiamati son per l'universa terra. --Vedrem, dicea Gilner, vedrem codesta Città di fetid'acque e di palagi. Piantati nella melma! E veneranda Nazïon certo ne parrà una ciurma Di possenti pirati, usi a galere E traffichi e saccheggi, ingentilita Men fra cristiani che fra turchi e mori! Ma giunsero a Verona, e qui la moglie Del temuto Luchin maravigliose Accoglienze gioconde ebbe dai duo Scaligeri fratelli ivi regnanti, Mastino e Alberto: illustre coppia e forte D'unanimi signori, anch'essi audaci In desiderio di supremo impero. Il saluzzese cavalier si piacque Su' bei liti dell'Adige, e più lieta D'ogni altra corte or giudicando questa, Disse a Gilner:--Se poi Vinegia a noi Stanza grata non fosse, io, vedi, ho fermo Di trarmi a queste sponde. Il sai, prosapia È d'eroi la Scaligera, e la insidia Qui della serpe Viscontèa non cova. Dante Alighier, quel lume delle genti Che passato e presente e avvenir seppe, Com'esul fu dalla sua ingrata terra Qui portò i passi, ed altre itale reggie Non onorò sì lungamente. È fama Che l'ispirato ingegno presagisse A questa prode casa alte fortune. In Mastino ed Alberto io veramente D'anime grandi e voci e modi scerno. --Signor, non volge lungo tempo, il guardo Accarezzante e astuto del Visconte Apparìavi innocenza di colomba. --Taci! --Que' nomi di Mastino e Cane Che di Verona usano i prenci, un segno Mi par di minacciosa indol cagnesca Più che di santa carità e di pace. Proseguiro il viaggio e finalmente Videro la laguna e di san Marco Le mura incomparabil. Il superbo Doge e il Senato e innumerevol folla D'uomini e donne illustri a Dea simile Tenner la bella di Milan signora, E d'onoranze pie la inebbrïaro. Fulgeano i giorni dell'Ascensa e il ricco Sfoggio di tutte merci e tutti giochi E in Vinegia fervea gente di cento Itale spiagge e greche e saracine; E il portentoso Bucentor dai mille Remi indorati recò il doge in trono Sulle sparse di fiori onde spumanti Ed allor dalle dita il doge trasse L'anel, gettollo, e si sposò col mare. Più d'Isabella forse inebbriato Da sì vaghi spettacoli era il core Immaginoso di Roccello.--Oh primo Popolo di quest'orbe! Oh manifeste Testimonianze d'opulenza e regno Che crebbe e cresce e crescerà. Oh ridenti E colte labbra anco del volgo! Oh dolce D'amor linguaggio e d'intima blandizie Costringente a fiducia! Oh maga stirpe Che da pantani eleva case e templi, Ed eserciti crea, manda, alimenta, E miete palme, e serto a serto aggiunge! Qui respirar vogl'io; qui mi vo scerre Gentil compagna, e padre esser di prole Cui toccar possa virtù chiara e gloria. Brontolava Gilner, ma--Taci! taci! Gridò con più vigor l'acceso sire; Veneto voglio farmi, allo stendardo. Sacrar della repubblica il mio brando Mescer di prode Saluzzese il nome Ad immortali Adriaci nomi. In guerra Sta Vinegia co' Dàlmati: sottratte Al cenno suo di Zara son le torri, Per impulso degli Ungheri; ma il forte Leon non perde sue conquiste mai. Ciò meditava il cavaliere, e intanto Fama gli arriva di severe, atroci Opre de' reggitori. E Zara ed altre Città soggette fremono di leggi E di capricci d'avidi mercanti Fattisi quasi prenci. Entro la stessa Celebrata laguna, appo quel vampo Di libertà e di rìso e di saggezza, S'odon sommessamente acerbe storie Di tribunal secreto e di profonde Fosse per vivi seppelliti, a piedi Della reggia de' dogi; e su tal reggia Mentovavansi bolge arse dal sole Sotto infocati piombi, e là espïati Venìan da illustri vittime delitti Che il volgo mal sapea, che il volgo in dubbio Osava por. Malediche, oltrespinte Eran tai voci del terrore, e niuno Forse dalla repubblica iva tolto Dal dolce liber'aer, se d'esecrandi Fatti non reo. Ma all'alma di Roccello Que' vivi seppelliti e quelle bolge Che son corona a tal palagio, un sogno Angoscioso divennero. Imprudenti Quesiti usò su quelle storie, ed ecco Farglisi incontro, un dì, cortese fante De' vigili patrizi imperadori, Il qual l'avverte pronta esser la nave, E l'affretta a salirvi, e gli pronuncia, Sotto pena di scure, eterno bando. Non è a ridirsi il sogghignare amaro Del fremente Gilner. Giunti alla riva, E risaliti sull'arcion, guardossi Intorno intorno lo scudier, poi volto Ver la città dell'acque, alzò la destra. E a mezza voce' fulminò parole Di maledizïon. Non l'interruppe Con dirgli «Taci» in sulle prime il sire, Ma diessi poscia ad acquetarlo. --Eh via! Non t'infiammar con tal corruccio il sangue. Tedio noi già prendea di quelle meste Gondole e de' canali impegolati, E i piedi nostri e de' corsier le zampe Nascean per batter sul terren, le impronte. --M'era dolce, o signor, che di quel lezzo Ci traessimo alfin, ma volontarii, Non come coppia di birboni espulsi! Ed espulsi da chi? Da insolentita Di possenti usurai turba corsara! --Oibò, Gilner! qualche rigor molesto Ponno i Veneti oprar, nè però cessa Delle lor leggi il venerevol lustro: Fu colpa mia; chè di maggiore ossequio Era a tai leggi debitor. Creduto M'hanno inimico, e pur, tu vedi, in ceppi Non siam ne' pozzi o nell'aeree buche. --Meglio infatti così! sclamò Gilnero; Ma dove andiam? --Mel chiedi? Al cor mio nota Città non è che in leggiadria e costumi Cavallereschi agguaglisi a Verona: Da lei scostarmi io non doveva; e l'orme Sacre di Dante ivi mi legan. --Parmi Che qua e là, come le nostre, erranti Vagasser l'orme di quel vate, ognora Fiori di senno e carità cercando, Ed abbrancando non que' fior, ma spine E morte frasche e laidi insetti e rospi. Ma l'esul Fiorentin dritto al compianto Avea d'ogni gentil, chiuse dall'arme Veggendosi le valli, ove ne' campi Degli avi suoi vissuto fora, amando Se non tutti i mortali, almen taluno De' servi e cani delle sue pareti. Noi, sir, compianto non mertiam, fuggendo Senza esilio que' lochi ove la polve De' padri nostri giace, ove ogni zolla Rammenta di que' padri angosce o gioie Ad essi sacre, e non men sacre ai figli. --Taci! disse Roccello. Ed ambidue S'asciugaron le ciglia. Entro il regnetto Della prosapia da Carrara i passi Misero i vïaggianti, ed ivi i dotti Portici Padovani appena tocchi Venner dal cavaliero, a questo un fante Cortese come il Veneto affacciossi. --Illustre sir, picciolo prence è il nostro, E l'ira di san Marco evitar debbe: A voi di là bandito i Padovani Dar non possono ospizio: uscir vi piaccia. Sulle cavalcature i Saluzzesi Risaliron mirandosi, e Gilnero Vermiglia come brage avea la faccia. --Spero, disse a Roccel, che da ogni lido Sarem cacciati come ladri, e grazia Poca non fia se n'è sparmiato il laccio. Ma novamente in breve eccoli a riva Stanzïati dell'Adige, il fremente Gilnero sbadigliando, e il lieto sire Gioie di cavalieri assaporando Ora a torneamenti, or a pompose Sere di corte, ove su nobili arpe La scaligera gloria i trovadori Su tutte glorie esaltano, e obblïato Non è l'ospizio e l'amistà che v'ebbe Il ramingo signor de' patrii canti. Ma dopo il giro di due lune, oppressi Cittadini conobbe il Saluzzese, Che si dolean secretamente: il tempo Esser dicean per sempre estinto, in cui Davver fiorìa Verona, uomini insigni Recando in seggio. Or tralignato il seme Stimavan de' lor prenci. Or su Verona Primeggiante vedean di giorno in giorno Vieppiù Milano: or non fulgea più raggio Di grandezza ai nepoti; ora infamato Iva il nome scaligero da paci Ed alleanze instabili e bugiarde, E pazze guerre e di giustizia spregio. S'attristava Roccel considerando Come per ogni umana gente, accanto A superbe allegrezze e a larghi incensi Tributati al natìo suolo beato, Ferva di sconsolate alme il dolore, Ch'ivi non veggion fuorchè fango ed onta. --Dunque, ei dicea (non a Gilner, ma chiuso Entro se stesso), a che vogl'io contrade Trovar migliori di Saluzzo? Inferma L'umana razza non è tutta al pari? Vana apparenza ognor non sono il lustro E l'albagìa de' più cospicui lidi? Vana apparenza non è tutto, i retti Pensieri tranne e le magnanim'opre? Meditava ei così, ma fantasie Più splendide e men vere indi volgea, Che bello il secol gli pingeano, e bello il vincolarsi all'inclito destino De' prenci più operosi e più possenti: Alte dal secol suo cose aspettava, E da Verona or presagìane il cenno. Del bando a lui da' Veneti scagliato Voce traspira intanto, e da maligni O sospettosi inventansi novelle Sulla cagion del fatto. Ei di Luchino Viene estimato esploratore astuto, E cessano per lui gli accoglimenti Nelle sale de' sommi ed il sorriso Delle dame scaligere. Egli espulso Per comando non vien, ma dai serrati Cuori si scosta disdegnoso e parte. Invan Gilnero, il curïoso adunco Naso arricciando, investigar tentava Dal taciturno signor suo le cause Del pronto dipartir.--M'era avvezzato, Sire, a quelle bell'onde, a que' bei colli, Aquel sublime anfiteatro, a quella Cavalleresca, franca indol soave Della incorrotta Veronese stirpe. E da lei ci togliam? Sire, io non penso Che pur qui v' abbian detto: «Ite in mal'ora». --Temerario! --Ma dunque... --Ognor vaghezza Di Fiorenza ebbi, e visitarla or voglio, E so ch'ella Verona in pregio vince. --Bel pregio, parmi, esser madrigna atroce A quel re de' poeti, onde cotanto Italia e tutta umanità s'onora! --Dell'Alighieri a' tempi incrudeliva Parte malvagia entro Fiorenza; or pio Vi campeggia stendardo, e all'Alighieri Culto, siccome a patrio angiol, si rende. Mossi i duo Saluzzesi ecco alla volta Delle tosche amenissime colline, E toccan pria le fertili campagne Dell'Abdüano, e non si ferman, tanta Ira colà nutrono i petti al nome Di Filippin di Mantova tiranno; E varcan per Ferrara, egregia sede D'Obizzo Estense, ma laddove il ferro Sempre sovrasta del vicin Gonzaga E del Visconte, e queta alba non sorge; E varcan per Bologna, ove l'acciaro Stendon robusti i Pepoli, ma dove Da' nemici de' Pepoli ogni notte S'alza tumulto, e pallidi il mattino I passegger pacifici bagnate Veggion di sangue cittadin le vie, Od appesi alle forche i ribellanti. --Salve, Fiorenza! un dì sclamò Roccello Con ardente esultanza, allor che alfine Vide sulla pendice i generosi Tetti della repubblica più ardita Che in cor d' Italia splenda. A te serbata Di tutta Etruria è signorìa secura, Dacchè il ciel maledetta ha l'esecranda Torre di Pisa, ove perìan di fame I figli d'Ugolin: Pisa, già donna Di tanti mari e terre, oggi da guelfi E ghibellini lacera e da nuovi Ospiti protettori ogni dì spoglia. Salve, o patria di vati e di guerrieri, Che non han pari altrove! Oh, finalmente Avrà qui posa il mio agitato spirto, Avido d'alti fatti e di verace Gara per dritti e libertà ed onore! --Ma parmi, o sir, che, non ha molto, un grido Universal vilissima chiamasse Questa prosapia di toscani eroi, Curva a lambir d'un cavalier francese L'orme sanguigne. --Oibò, Gilnero! Il tristo Gualtier duca d'Atene avea la stolta Sua gallica arroganza ivi recato, Soggiogarli sperando; e più rifulse Di Fiorenza il valor! più la concordia Contro a straniere tirannie! Di laude Più che mai degna è questa illustre terra. Così in Fiorenza entrarono, e tre giorni Roccel d'amor s'inebbriò e d'ossequio Per quelle mura, per quel ciel, per quelle Argute faccie, per quel dolce vezzo D'un idïoma che le grazie vince Pur de' veneti suoni, e per palagi E chiese e monumenti, ove di grandi Anime tante la memoria vive: E d'amore e d'ossequio inebbrïossi Per le repubblicane alto-sonanti Paterne leggi, onde con bello orgoglio Favellava ne' trivii anco l'artiero. Volgea la terza notte, i Saluzzesi Desta ad un tratto un rombo, ed era a guisa Di nembo e terremoto. Ed ecco rugge Di strida l'aura, e splendono attraverso La fenestra giganti orrende fiamme Divoratrici di civili alberghi. S'alza Roccel, s'alza Gilnero: ascolto Porgono all'empie voci, e gridar morte Odono a' guelfi e morte a' ghibellini, E viva i buoni popolani, e viva Le patrizie famiglie! Intanto ferve Carnificina sino all'alba; e poscia Ecco feste e clamori di vittoria, Ed a suono di trombe un proclamarsi Felicità, cui mischiasi condanna Di scure o strozzamento a' reggitori Che regnavano ier, se alcun di loro Fia che al notturno scempio anco sorvivan Ed insiem si proclama uno stupendo Magistrato di plebe imperadrice, Tutto saggezza e libertà e confische, E carità di patria e manigoldi. In tal trionfo di giustizia e senno Roccello e lo scudier venner percossi E ingiurïati e rapinati, e a stento Salvo recàr lunge dall'Arno il capo. Frenar Giluero or chi potea?--Villana Di beccai libertà! sozza di schiavi Sollevati repubblica! Ed è questa Dell'itale divine arti la terra? La degna patria d'Alighier? la gente Che se vivo il dannò, morto l'adora? Oh! nella schietta saluzzese lingua, Razza di!... --Taci; andiamo. Oggi qui palma Pur troppo han colto i rei. Se piace a Dio, Roma ci appagherà. --Roma? Neppure Il Padre Santo più v'alberga! --I tempi Trapiantavan la sede in Avignone, Ma al Tebro, il sai, riede Clemente alfine. --Quando vedrollo, il crederò: promesso Da molt'anni è il ritorno; ad impedirlo Troppi s'adopran fra romani istessi. Lasciamo, o sire, i vani sogni. Il mondo S'approssima al suo fin, tutto è rapina, Fraude, eresia, bestemmia; e più si muta, Più si peggiora. Un angolo men tristo In quest'ampia penisola rimane All'alme generose, ed è Saluzzo: Colà si nasce ancor come nasceste, Come nacqui io: garrula gente, ardita, Prona ad afferrar brandi e a menar busse, Ma larga di compianti e di perdoni. Rivolto a Roma, non badò Roccello Al consiglier che lo seguìa cruccioso; E più cruccioso, imperocchè per via Cose orrende s'udìan dell'empia stirpe Onde in Ravenna uscita era Francesca, La trucidata in Rimini infelice. Regnava Ostasio, e morto questo, il serto E i mutui dì s'insidïaro i figli Con nere trame, ed un de' tre sgabello Fece a sua gloria i duo fratelli in ferri. Odono i vïatori anco tragedie De' Malatesti a Rimini imperanti, E de' tiranni di Forlì Ordelaffi, E de' Trinci in Foligno, e delle venti Schiatte di masnadieri insignoriti Di Romagna e di Marca e dell'antico Patrimonio di Pier. Mille fïate Più di pria sanguinose eran le genti Di quel latino suol, dacchè lontana La tïara gemea quasi captiva. Sconfortato Roccel da tante voci Di sciagure e di colpe, arrivò un giorno Alle sette colline, e messe appena Nella sacra città l'umili piante, Andò ne' templi a lagrimar. Chi puote Non lagrimar mirando Roma e tali Di sua crollata possa orme famose, Ed orme di miracoli e martirii, E pur troppo fra i santi anco frammiste Alme d' Iscarïoti e di perenni Del Figliuolo di Dio crocefissori! E assai giorni Roccello e il suo scudiero, Le romane basiliche ammirando E le mille rüine e le vetuste Effigie e le colonne e gli obelischi, Alternàr gioia e lutto ed ira e scherno E penitenza e preci, ogni pensiero Della terra obblïando oltre a' pensieri Che in lor destava la città rëina, Afflitta sì, ma ognor rëina al mondo Per memorie e speranze e immortal ara. A far vieppiù maravigliosa e grande La città de' portenti, ecco a tai giorni Sorger Cola di Rienzo, uom che insanito Pareva e saggio, e invaso da potenza Non si sapea se inferna o celestiale. Abbietto di prosapia, alto d'ardire, Vissuto in gravi studii, amico a' sommi Di dottrina e di cor, predicò, volle Che da Avignon la Pontificia Sede Sul Tevere tornasse, e poichè udita Non fu sua voce, sguainò la spada, Quasi guerrier profeta, e intitolossi Tribuno e sire e correttor dell'orbe. Tal fu l'audace senno o gl'incantesmi Del plebeo fatto eroe, che al suo comando Patrizi e popol si curvaro, e plausi Ebbe da re lontani, e il suo stendardo Parve a Petrarca stesso il destinato Per ristaurar giustizia e fede e pace. Ratto elevossi e ratto cadde, e ratto S'elevò ancor l'incomprensibil forte, Adorato e imprecato. Oh quante in esso L'alma fidente di Roccel sognava Forze divine! Or nella vera patria Ei sì credea de' generosi, e patria A se medesmo Roma indi eleggea! Sublimi, eterne gli parean le leggi Di quel re popolano: alme d'eroi Pareangli tutti, e sommi ed imi, in Roma. E che a Roccello non parea?... Gilnero Zufolava fremendo e intercalando: --Cola di Rienzo il tavernar! costui Aver senno da Cesari! Albagìa D'uom che impazzì su que' vetusti libri Di cui la gente il dice dotto, e breve Reca stupor! ne ghignerem dimane. E la dimane da Gilner predetta Spuntò non tarda. Il dotto imbaldanzito Sol ne' volumi conoscea la grande Arte del regno, e in suoi pensier foggiava Uomini antichi, ed ignorava il core De' respiranti, e gioco alto imprendea Da giocator frenetico. Trasparve Tra' suoi lampi d'ingegno al mobil volgo La stoltezza di Cola, e fin que' lampi Gli si negaro, e l'appellar buffone, E riser di sue leggi e dalle spalle Strappargli voller di tribuno il manto, Ed ei chiamò i suoi fidi alla battaglia, E quei che fidi ei riputava, il ferro Volser sull'idol loro e il laceraro! In quella orrenda civil pugna, il folle Parteggiar di Roccel per l'assalito L'espose a risse ed a coltelli. A stento Si strascinò ferito alle ospitali Soglie d'un chiostro, e le pietose cure Di Gilnero e de' frati il serbàr vivo. Il magnanimo infermo cavaliero Più dì e più notti delirò, imprecando I nemici di Cola e Cola istesso, E le promesse e le speranze e l'ire Del suo secol maligno, e ciascheduna Delle da lui percorse itale spiagge. Gilner l'interrompea:--Saluzzo in vero Non è paese come questi, e vale Tutte le Rome della terra: ad ogni Paio di birbi abbiam cinquanta onesti! Ad ogni donna vil, cento zitelle E cento mogli che son perle! Andate Dove volete, una Saluzzo è sola! L'infermo cavalier ne' suoi delirii Tai di Gilnero udendo amate voci, Non discernea chi il parlator si fosse, E a lui diceva:--Oh! chi se' tu, cortese Venerando filosofo, che alfine Sveli al mio indagatore, avido spirto La contrada cui tende ogni mia brama, La contrada de' buoni? --Io son Gilnero, E a Dio piacesse ch'io vi fossi ognora Sembrato un venerando! Io vi consiglio Di risanar dalle ferite e in uno Dalle vostre follìe. Cercando eroi Si trovan coltellate, e si consuma Inutilmente sanità e danaro. --Dunque? --A Saluzzo torneram. --No: vista Non ho Napoli ancor, la fortunata Monarchia di Giovanna: ah troppo dure Son le maschie superbe anime, e solo Dove bella Reina un popol regge, Imperar ponno amore e pace e gloria. Ito a Napoli fora il cavaliero, Ma mentre ei stava risanando, crebbe Contro Giovanna in tutta Italia il grido, Aver dessa aguzzato i brandi infami Che la francàr dall'abborrito sposo, Ed esser già del novo sposo stanca, Ed avvilirsi in empi amori, e tutto Esser rivolte ed omicidii il regno Ed alterne vendette e sacrilegio. --Dunque? ridisse al buon Gilner. --Saluzzo! Ripigliò questi. E uscirono del chiostro, Mercè rendendo alla ospital famiglia De' fraticelli. E uscirono di Roma, E verso le dilette Alpi lontane Venner ricavalcando. Ardui perigli Incontran mille, ma le sponde un giorno Ritoccan del Piemonte, e omai vicina La maestà riveggion del Monviso, E le pendici amene, innamoranti Del marchesato. Oh grande, oh incomparata Gioia a chi mosse ramingando in cerca D'egregi umani e di felici terre, Ed incontrò per ogni dove umani Da colpa travagliati e da sventura, E ritornando alle natìe convalli Gli amici primi si ricorda, e i fatti Glorïosi degli avi e l'indol cara Della fraterna stirpe! Invaso il seno Da quella nova gioia avea Roccello, Nè il suo Gilner con palpiti men dolci Salutava l'Eridano ed i poggi Di Taurino eleganti e la pianura D'arbori e prati e campi e ruscei vaga, E i monti di Saluzzo, e finalmente Saluzzo istessa. --Ah vi siam giunti! esclama Quegli e questi a vicenda; e il cavaliero, Fervido sempre, altissime, abbondanti Mette dal cor voci di laude al loco, Al principe, alle leggi, a' consanguinei, Al volgo, agli usi, alla favella, a tutto. --Temprate il foco del contento, o sire, Dice il savio Gilner: senza magagne Non evvi terra, ed ha le sue pur questa. Ma poichè pieno è di magagne il mondo, Indulgete de' vostri avi alla terra Più che ad ogni altra, e pïamente a lei Sacrate il senno ed i tesori e il brando.

LA MORTE DI DANTE.

Cantica.

Non ho mai capito in qual modo Dante, perch'egli fra i magnanimi suoi versi ne ha alcuni iratissimi di varii generi, sia potuto sembrare ai nemici della Chiesa Cattolica un loro corifeo; cioè un rabbioso filosofo, il quale o non credesse nulla, o professasse un cristianesimo diverso dal Romano. Tutto il suo poema a chi di buona fede lo legga, e non per impegno di sistema, attesta un pensatore, sì, ma sdegnoso di scismi e d'eresìe, e consonissimo a tutte le cattoliche dottrine. Giovani che sì giustamente ammirate quel sommo, studiatelo col vostro nativo candore, e scorgerete che non volle mai esservi maestro di furori e d'incredulità, ma bensì di virtù religiose e civili.

LA MORTE DI DANTE.

Lavamini, mundi estote! (_Is._ I)

