Part 12
Oh sospirato d'indulgenza alterna Malagevol ritorno, allor che fiamma Di discordia civil tocche ha l'irose Schiatte de' forti! Nè bastò la fuga Delle guelfe di Napoli bandiere E del lor collegato empio Manfredo A raddur tosto pe' Saluzzii lidi L'armonia del perdono e delle paci. Aperti scherni ed avventate punte Di calunnia secreta e più crudele Affliggean le famiglie, e singolari Ne seguìano certami e vïolenti Scoppi a vendette. Il buon Roccel, perduti Ambo i vecchi parenti, e contristato Dallo spettacol di cotanti sdegni, Caduta in troppe a lui sembrò bassezze La stirpe umana entro la patria terra. Di Milan sorrideagli e de' Visconti La rimembranza, ed a Milan s'avvia Vagheggiando col fervido pensiero I costumi leali e generosi Della città lombarda.--Oh dell'estinta Mia genitrice amata culla! Oh pie Torri de' suoi congiunti! Oh come tutta Combacian quest'amante anima i fatti De' cavalieri che in Milano io vidi! Là s'albergo pur v'hanno alcuni indegni, I degnissimi abbondano: là i cuori Intemerati a cuori intemerati Unir si ponno e confortarsi. Un tempo Anco Saluzzo e le sue valli amene Eran così; mietute ha cruda guerra Le magnanime vite, e brulicante Vil di rettili resta oggi semenza. Scotea le spalle il suo scudier Gilnero Dietro a lui cavalcando:--Illustre sire, Trista per ogni dove è l'agitata De' mortali progenie, e sol da lunge Sfavillan di virtù le stranie rive. --Gilner, tu ignori l'età nostra: eccelse Speranze arridon per più genti, e il loco Onde arridono più, certo è Milano. Grandi cose avverran: d'uopo il mio core Ha di batter fra giusti e fra gagliardi. --Signor, di giusti e di gagliardi copia Non nutre alcun terren. --Grandi ti dico Avverran cose in questo secol. Rozza, Ignara del presente e del futuro È la nostra Saluzzo; io nella sede Degli operanti e de' veggenti spirti Nato a viver mi sento. --Udite, o sire... --Taci. E Gilner tacea; ma affettuose Occhiate indietro qua e là gettava Ai Saluzzesi campanili, ai poggi Che dalle mura estendonsi con tanta Varïetà e vaghezza di contorni Per le verdi convalli, ed agli acuti Gioghi che più remote alzan le teste Coronate di neve. A quell'aspetto Sin da' prim'anni a lui sì caro, il mesto Scudier sospira e brontola:--Contrade Si cerchin pur simili a questa! Il mondo Alquanto anch'io stolidamente ho corso: V'è un sol Monviso sulla terra, un solo Gruppo di monti come quello, un solo Pian che s'agguagli di Saluzzo al piano. Su via, vediam quel de' Lombardi. Un tempo So che di maestose ombre penuria Patìa pe' molli prati, e su quel guazzo Giacean fetide nebbie. Or sarà, certo, Ricco di piante al par di questo, e scarso Di pantani e di febbri; e trasportate Le bige nebbie si saranno oltr'Alpe. --Gilner, non adirarmi: e quando cieco Ti parvi di mia patria alla bellezza? Non questa fuggo, ma color che iniquo Su terra sì gentil traggon respiro. Brontolava sovente il buon seguace, E gemiti mandava, e sovra gli occhi Talor di furto colla destra il pianto Mal compresso tergeva; e se Roccello Vedea quel pianto, commoveasi anch'esso Ma celava del dolce animo i sensi, E si fea beffe di Gilner.--Cinquanta Anni, e sei debol come donna! --Ingrato A mia terra non son, dicea con ira Il rozzo Saluzzese: amo ed onoro Tutte le sponde sue, tutti i suoi rivi, Perchè infinita all'alma mia recaro Per molt'anni letizia! Un Saluzzese Che s'innamori di straniere spiagge, Sire, oltre voi, lo cercherete indarno. In tali avvicendati impeti il suolo Di Piemonte magnifico varcaro I duo peregrinanti, e nella Insùbre Signorìa de' Visconti eccoli alfine. Bello l'aspetto della reggia altera Ove rinnovellato han de' Lombardi La monarchia i Visconti, esterminando La invecchiata repubblica! E del forte Imperante Luchin bella col saggio Fratel Giovanni l'armonia perpetua, Mentre Giovanni dall'Olona il lituo Stendeva episcopal per così vasta Regïon cisalpina! Ambo i fratelli Sprona eccelso desìo: giustizia, freno Alle gare de' grandi e alle plebee, Accrescimento di virtù guerriera, Civil, religïosa. Ogni sublime Italo indegno è loro amico: il sommo Petrarca istesso ad Avignone omai Vuol Milano anteporre. Oh bella, oh piena Di nobili destini una contrada Signoreggiata da potente senno, Il qual sue lance dilatando astringe Popoletti ad unirsi, e così sempre Prosperità, studi e fortezza aumenta! In tal guisa Roccel solea dapprima In Milano esclamare. Esilarati Venìan gli spirti suoi dalle splendenti Feste del prence in Lombardia primiero Che a lui dal seggio sorridea, siccome A tutti sorridea gli ospiti illustri, Anelando in occulto alle sue mire Ambizïose partigiani farli. E ricolmo di grazie iva Roccello Dalla moglie del prence incantatrice, Isabella del Fiesco, emula a grandi Regine della terra in gemme ed auro E di corte eleganza e di conviti. Tali accoglienze un fàscino alla mente Poser del saluzzese ospite, a segno Che men trista gli parve una sciagura, Il non trovar tra' Milanesi amati Alcuni volti consanguinei. Morte Ed esilio colpite avean più teste Ne' giorni infausti in che Luchino ad uno De' suoi proprii fratelli, al bellicoso Marco, troncò le trame e in un la vita. Roccel creder non può che nell'orrenda, Storia del fratricidio il gran Visconte Da tiranno operasse. Ode assai bocche Giustificarlo ed attestar che il sire Dannò, costretto da giustizia e rischio, L'empio fratello, e in condannarlo pianse. Sol dopo trenta giorni al buon Gilnero Badò Roccello alquanto.--Il cor, signore, Quei gli dicea, voi nella reggia aprite Alle voci di tali infra i Lombardi, Cui prodiga Luchino ogni onoranza: Io parlo al popol. Di Luchino il regno Regno è di frodi e sangue. Il trucidato Marco avea queste colpe: alti pensieri Pel comun bene e invitta spada e senno. Tolta la vita all'innocente prode, Vite molt'altre caddero. Il terrore Per le vie di Milan muto passeggia, E questa in ogni dove or celebrata Prosperità, è menzogna. A signoria Dritti non ha Luchino, e dove manca La possanza de' dritti, usasi il ferro. --Fole, Gilnero mio. --Fole? E l'indegna Di Luchino alleanza oggi col rio Filippin de' Gonzaghi, uom che fregiato Della corona mantovana obblìa Ogni fè signorile, e omai s'agguaglia Con sue perfidie ai masnadier più vili? Udiste pur di Filippin l'infame Sovr'Obizzo degli Esti tradimento, Promettendogli il passo, e su lui quindi Con oste scellerata prorompendo Che fe' de' pellegrini ampio macello? Vero, inaudito, orribile misfatto Mentovava Gilnero, e collegato Col truce sire infatti era il Visconte. --Taci, dicea Roccello al temerario Ragionator. Ma breve tempo quegli Ammutolisce e a mormorar ripiglia: --Luchino un grande cavalier? Luchino Degno di regio serto? Il salvatore Ei dell'itale glorie? Alma villana Mascherata da re! Col fratricidio Non si pianta un impero a' dì cristiani. Indarno ei rapinava una dop'altra Città qui intorno tante, e si curvaro Alla vipera alzata in sanguinosi Stendardi Alba, Cherasco, Asti, Alessandria, E intero omai s'arroga egli il Piemonte. Gloria oggidì al ladrone, e doman forse La fune al collo! Eroe lo chiaman oggi; Doman da quei che gli movean più laudi, Si scaglierà sulla sua tomba oltraggio! --Taci! era il grido di Roccello ancora. Ma ruminava ei di Gilnero i motti, E scrutando iva poscia altri pensanti; E a poco a poco discoprìa infelice La città Milanese, e fremebonda Di rancori indelebili e di trame. Vide egli stesso di Luchin nel tetto Paure e inimicizie ed immolate Nobilissime fronti; e vide il sommo Vate Petrarca abbrevïar l'ospizio Largito a lui dal protettor Visconte; E dalle labbra di quel sommo intese Questo secreto, spaventevol detto: --Qui sovrasta ogni dì spada o veleno! La bellissima Ligure Isabella, De' Milanesi ammalïante donna, Al Veneto san Marco un voto sciorre A que' tempi volea. Glielo consente Il signor suo. Con sontüosa, immensa Di liete dame e lieti cavalieri Cavalcante brigata ella al devoto Vïaggio move[1]. Italia mai non ebbe Lusso più vago di monili e insegne E vesti ed armi e splendidi corsieri, Ed arpe e trombe e canti. Anco Roccello Quelle pompe seguì, vago ad un tempo Di visitar la veneta laguna, Ed ansio nel cor suo di trarsi a lochi Men da rammarchi e tirannia infestati. --Nasconder non tel vo, fido Gilnero: Con letizia abbandono or quelle mura Che più non son la mia gentil Milano Degli anni andati, quando tanti avea La genitrice mia concittadini A lei pari in contento e cortesìa.