Poesie inedite vol. II

Part 10

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Infelici ambidue!--Ma più infelice Forse d'ogni innocente addolorato È quel mortal che temerario corse A illusïoni infauste, onde tormento Ineluttabil ridondò a' suoi cari! Oh come allor, nella pietà ch'ei sente Di questa o quella vittima diletta, Tardi vede primier debito d'uomo Esser religïon, carità, pace, Provvedimento a dolce sicurezza Di domestiche gioie, e non desìo Imprudente di gloria e di perigli. Tal verità gli splende, or che non puote Più sollievo ritrarne il vecchio Arrigo; E forte è assai per sè medesmo in tutte Avversità, ma non è forte, al duolo Della figlia pensando, e sebben mostri In mezzo a' suoi guerrieri animo invitto, Spesso ei nel manto si rinchiude e piange. Tre dì Maria si stette in disperati Non cessanti delirii: --Empio Eleardo! Perchè movevi alle felici insegne Destinate al trionfo, e il padre mio Per dolci preghi e dolce vïolenza Teco a salvezza non traevi? Oh fossi Tu restato co' guelfi! il valoroso Tuo braccio avriali sostenuti. Un prode Fatal perdemmo in te: spesso deciso A pro de' ghibellini hai la vittoria. Possente impulso hai dato alla fortuna Del profugo Tommaso: alta, primiera Cagion tu sei delle sconfitte nostre. Ah, non m'amavi, ingrato! E insino ad ora Io figlia iniqua, immemor de' perigli Del caro padre mio, secretamente Alzato sempre voti ho pe' tuoi giorni! Que' voti abborro! quell'amor disdico! Il padre mio si serbi! il padre vinca! Il padre atterri i suoi nemici, i miei! Guelfa, guelfa son io! Mendace è il grido Che di virtù civile ai ghibellini Or dona palma. I nostri petti infiamma Vero di patria amor: calunnïato È Manfredo da voi; calunnïato È il padre mio, di giuste opre seguace; Ma vinti siamo, e il mondo vil ne impreca! Così l'immenso affanno isconsolata Iva Maria sfogando; e avvicendava Accenti d'ira e di pietà, e d'umìle Fervida prece. E promettea al Signore, Se dagli eccidii salvo andasse il padre, Essa tutrice farsi ad orfanelli, A vedove, ad infermi, a pellegrini, E tutti gli anni un dono offrire eletto Sì di Riffredo al monister famoso, Sì ad altri santi d'innocenza asìli. Ella avrebbe voluto alle promesse Che le dettava il core, aggiunger quella Di cingere in Riffredo il santo velo, Ma la meschina non potea, pensando Al solitario padre orbo di figli! Ed, ahi, forse non conscia ella a sè stessa, Anco pensava mal suo grado ognora A colui, che ne' scorsi anni felici Erale stato così caro! Oh come La infelice Maria sta dalla torre Investigando ogni lontano moto D'armi o di passeggieri, ed in lei cresce Indicibil timor ch'ella securo Presentimento d'alto lutto estima! Chi son que' duo che sull'arcion veloci Movon per la pianura? Ad essi lunghe Soverchiamente son le usate strade, E là passano un rio, là per gli sterpi D'una macchia s'inoltrano, agognando Il più diretto corso. Alla borgata Pareano volti di Revello, e pure Quivi non si soffermano, e alla terra Certo d'Envìe sospingono i cavalli. Oh di Maria nell'anima dubbiante Ansïetà novella? Or si protende A guardare in silenzio, or si dispera, E grida e trema di saper chi sièno Que' frettolosi. Omai discerne alfine Che non guerriera è la lor veste; e poscia Sospetta, avvisa che l'un d'essi il giusto Presule sia col fido laico. Un dubbio No, più non è; son dessi! A quella vista Le ginocchia le mancano, ma i sensi Non perde ancor. La reggono le ancelle, E la misera esclama:--Ugo! tu vieni A me del padre ad annunciar la morte! Ma quando intese appo il castel d'Envìe Scalpitare i corsieri, allor sì grande Fu la tema e il dolor, che appieno svenne. Ahimè! spenta la credon qualche tempo Le ancelle e i servi. Alfine in sè ritorna, Ed entrar vede pallido, turbato, Lagrimoso il canuto. --Il padre mio... Parla... dov'è sua spoglia? --Ei vive ancora; Ma prigionier, ma dalla cruda legge Che a morte danna i prigionieri, oppresso! --Oh sventurato! oh più felici quelli Che in battaglia cadeano! E tu a supplizi Lasci lui trarre? Intercessor non debbe Uom di Dio farsi a disarmar le atroci Ire de'vincitori? --Ah! da te sono, O vergine, ignorati i vani sforzi Che tentai da Tommaso! I suoi nemici, Or volgon pochi dì, sacrificaro Barbaramente dieci illustri teste Di ghibellin captivi. Universale Nell'oste ghibellina è quindi il grido, Che gl'immolati abbian vendetta. Arrigo Morrà domane con nov'altri: il cenno Tommaso niega rivocar; respinto Venni da lui. Prova sol una or resta: Seguimi al campo: sforzerem l'ingresso Della tenda del sir; forse il tuo pianto Ammollirà il suo nobil cor, dai truci Fatti d'alterna rabbia incrudelito. --Il ciel t'ispira: andiam. Rapidamente La vergin s'allestì; rapidamente Ella e pochi fedeli in sui corsieri Volser con Ugo al saluzzese campo. Ad un tronco giaceva incatenato Tra i furenti nemici Arrigo, a breve Di Saluzzo distanza. Ei siccom'uomo Che avea la gloria di Saluzzo amata Vagheggiando per essa e per Manfredo Fortune alte, impossibili, or mirava Con istupor, qual visïon non vera, Quell'ultima sconfitta, e quell'orrendo Svanir d'ogni speranza, e quel ritorno De' ghibellini e di Tommaso, e quella Guerra in veloci tratti or consumata Con nessun frutto, fuorchè stragi e scherni E povertà ed obbrobrio e sacrilegii! E tutto ciò per vicendevol, grande, Creduto zelo di virtù e di patria! E innanzi a lui mirando egli quel loco Dove a prosperi dì sorgea Saluzzo, E dove diroccato oggi è il recinto, E dentro quel, fra orribili macerie, Non v'ha che rari antichi alberghi e templi Con negri campanili, e qualche novo Incominciato cittadino ostello, Sente Arrigo la dura alma infiacchirsi Da pietà inusitata. Ei nella foga Delle gioie guerresche avea con occhi Di ferocia le fiamme un dì veduto Ed il saccheggio devastar Saluzzo. Or cessata l'ebbrezza, il cavaliero Delle avvenute iniquità s'affligge, E dice mal suo grado:--Ecco onde il CieIo Manfredo e i guelfi e me con lor condanna! Poi caccia quel pensiero, e, benchè rieda, Celarlo vuole, e alta la fronte ei tiene, Con dispregio guardando i vincitori. Cacciar vorrebbe altro pensier più dolce, Ma in un più divorante. Ei nelle meste Sale d'Envìe scorge la figlia, ed ode Il miserando suo lamento, e sola, Orfana, senza prossimi congiunti, Senza soccorsi d'amistà la mira; E le canute palpebre di pianto Amarissimo grondano e i singhiozzi Frenar non puote, e colle scarne mani Si copre il volto per vergogna e rugge. Un de' custodi come un tempo i falsi Di Giobbe amici, lo compiange e incuora. --Non avvilirti, o prode; in cielo è scritto Il destin de' mortali; adorar sempre Dobbiam di Dio gl'imperscrutati cenni: Non accettarli è codardia e bestemmia. --Taci, impudente ghibellin; m'è noto Che giusto è Iddio, che i falli miei punisce, Che l'are sue mal onorai, che vissi D'ira e d'orgoglio più d'ogn'uom, che merto Cader per mani inesorate e inique. Non mi ribello contro a lui; non biasmo Il suo rigor, non tremiti codardi Me presso a morte invadono: un'angoscia Non ignobil mi preme. Ho una figliuola Ch'orfana resta, e sua sventura io piango! --Padre ai pupilli derelitti è Iddio. --Vero favelli, ma la terra è piena Di pupilli derisi, insidïati, Spogli di tutto; ed ahi! su lor punite Forse da Dio son le paterne colpe! Indi io pavento, io peccator, sul fato Che all'innocente figlia mia sovrasta. --Ben paventate, o sciagurati guelfi, Che tanti alberghi incendïaste, e tanti Olocausti sacrileghi immolaste: Men empio è il ghibellino. --Empi siam tutti, Amor vantando di giustizia a gara, E ognor con nostre stolte ambizïoni Opprimendo la patria e calpestando Natura e dritti ed innocenza e onore! Così dal labbro del feroce vecchio Usciva un misto d'indomata audacia E di sincero pentimento. Il capo Piegava sotto ai fulmini divini, Ma i consigli degli uomini esecrava, E negli sguardi suoi sì presso a morte Indistinti fulgean Cielo ed Inferno.

IX.

Bella fra tutte umane imprese è quella Dell'uom che avvampa di desìo di pace E di perdon, non per suo proprio bene, Ma per altrui! ma per servire a Dio, Ed alla dolce patria e ad infelici Cuori ch'egli ama e consolare anela! Tal nell'ire civili è il vostro uficio, O vegliardi autorevoli che all'ara Del Dio di pace consecraste i giorni! Ecco arrivare al campo Ugo e Maria: E mentre del marchese al padiglione Van rivolgendo accelerati i passi, Veggono appunto da catena stretto A fisso legno fra custodi Arrigo. Con qual pianto e quali impeti di grida Prorompe la fanciulla infra le care Braccia paterne! e qual celeste han suono Sue filïali tenere parole A genitor così infelice? Ei serra Al sen quella innocente; e sclama: --Oh gioia! Ma insana gioia! Oh nuovi affanni orrendi! Deh, perchè a me non li sparmiava Iddio? Non misero abbastanza era il mio fato, Ugo crudel? Tu qui la figlia traggi A vedermi morir! --Padre, ei mi tragge A salvare i tuoi dì. --Che? supplicando Codardamente il vincitor maligno Di largirmi il perdon? Non sarà mai! La stirpe mia non annovrò guerrieri Che morir non sapessero da forti. D'espor ti vieto il virginal sembiante Al barbaro sorriso de' felici! Io so morir, io morir voglio prima Che la mia figlia a'piedi altrui si prostri! --Padre, lasciami: il so, ti disdirebbe Di coraggio scarsezza ai più tremendi Giorni della sconfitta, e se il nemico Te immolar vuol, da prode cavaliero E da cristiano perirai pregando Non gli uomini, ma Dio. Lasciami: un altro Dovere è quel di figlia. A me ignominia Fora il non chieder la tua vita al sire. --Vilipesa sarai. --Pur vilipesa, Degna sarò d'ossequio e di compianto: Avrò adempiuto quanto amor di figlia, Quanto la voce del Signor m'impone. Contendeano in tal foggia, e l'ostinato Arrigo persistea nel suo divieto; Ma di Staffarda l'infulato duce Strappò Maria dalle paterne braccia, Ed attraverso a numerose tende Corrono di Tommaso al padiglione. Udivan essi da lontano gli urli Del corrucciato Arrigo: --A tutte dunque Serbato io son le più esecrabili onte! Di me la figlia indegnamente stesa Ad implorar la vita mia, la vita Che mi si fa spregevol, che non posso, Che non voglio accettar! Riedi, ten prego, Tel comando! paventa il furor mio, Il maledir d'un genitor morente! Ghibellino fu sempre Ugo, e nol move Pietà di noi. L'ipocrita vegliardo Del nostro duolo infamemente esulta, E per farlo maggior vuol che d'Arrigo L'ultima figlia esempio doni abbietto. Del minacciar, paterno e delle ingiuste Voci contr'Ugo questa inorridiva; Ma il venerando abate alla fanciulla Reggeva il cor, dicendole:--Salvarlo Dobbiam malgrado l'ira sua superba. Ma qual d'entrambi è l'animo allorquando Dalle guardie interdetto al padiglione Vien lor l'ingresso! Non bastàr nè preghi, Nè lagrime, nè strida. Un assoluto Cenno del sir faceva inesorati Tutti i guerrieri che cingean la tenda. Stavano dentro a quella in assemblea Col supremo signor parecchi duci; E questi duci tutti eran da lunghi Danni e da amare perdite innaspriti, Sì che spinto da lor venìa il marchese A costante fierezza, insin che, espulsi Pienamente i nemici, astro securo Di comun gioia sfavillar potesse. Entro la rocca di Saluzzo chiuso Erasi il rio Manfredo, e colà ancora Ei da stranieri iva sperando aïta, Benchè spersi fuggissero, inseguiti Dall'antico Giovanni e da Eleardo. Di questi duo suoi fidi cavalieri Or più Tommaso non avea contezza Già da due dì. Certo parea il trionfo; Ma se fallito avesse? e se impensate Novelle squadre di possenti guelfi Nel paese irrompessero? Que' dubbii Nutron lo sdegno di Tommaso. Impone Che congedati sien Ugo e Maria, E quai si fosser supplicanti. Allora Pria di ritrarsi il presul generoso Resistendo alle guardie, alzò la voce: --Nobil marchese di Saluzzo, ascolta I moti del cor tuo: non meritato Da' tuoi nemici è di tua grazia il raggio, Ma so ch'aneli d'emanarlo, e Iddio L'adempimento di tua brama aspetta Per benedirti più e più... Troncato, Fu duramente da' guerrieri il pio Grido del vecchio, e fu troncato il grido Dell'angosciata vergine, e repente Lunge dal padiglion venner sospinti. Videli Arrigo a sè tornare, e disse Con amaro sogghigno:--Il pianto vostro Non terse dunque il vincitor? Lucraste, E ben vi sta, gli ultimi oltraggi: io puro Son di codesto obbrobrio vostro almeno! A Dio mi curvo; a nessun uomo in terra! Ma dopo quel sogghigno e quell'acerba Favella, intenerissi alle dirotte Lagrime di Maria. Con lui rimase La sconsolata, e ritornò alla tenda Il santo amico lor, novellamente Tentar volendo di Tommaso il core; Ed intanto la vergine abbracciando Del padre le ginocchia, or lo pregava Di placar Dio con miti sensi, ed ora A Dio medesmo rivolgea sue preci. Ugo, ahimè, ricompar! nulla otteneva, Nulla ottener più spera! Alta mestizia Al degno sacerdote in volto siede, Ma mestizia di forte alma che viene Un moribondo a regger nel tremendo Agonizzar dell'ore sue supreme. Maria l'intende, e misera prorompe In impeti di duolo inenarrati; Smarrisce i sensi, e inconsapevol tratta Viene appartatamente infra pietose Donne che a lei soccorrono. Prostrossi Arrigo allor del sacerdote a' piedi, E confessò sue colpe. E dacchè sciolto Gli fu in nome di Dio di queste il laccio, Si rïalzò con pacatezza altera, Ma non di quella indomita alterigia Che in lui dianzi apparia, qual di nociva Fosca meteora formidabil luce. Or quell'ardito e dignitoso sguardo Porta di pace e d'umiltà un'impronta Che vien dal Ciel, dal Cielo, autor sublime Di stupende armonie! --Dov'è mia figlia? Ugo, traggila a me: l'estrema volta, Benedirla degg'io. Meco brev'ora Star si potrà. Fu ricondotta al padre La sventurata, ed ancorchè d'affanno Le sanguinasse il cor, pur di lui vide Con maraviglia la quiete, e grazie Alla Donna degli Angioli ne rese, Ed impose a se stessa umiltà, pace, Eroica forza. Ella piangea, ma freno Ponea a' lamenti, e con devote ciglia Mirava il padre, e sue parole tutte Accoglieva nell'anima, siccome Parole d'uom che santamente muoia. Festivo era quel giorno, e perciò l'altro Pei supplizi aspettavasi. Omai tarda Era la sera, ed Ugo apparecchiati A pio morire aveva altri prigioni. Ritorna ei quindi presso Arrigo, e i proprii Palpitamenti di pietà vorrìa Celare in parte:--O cavaliere! o donna!... Tutto puossi con Dio!... --Dal padre amato Deh, ch'io non venga separata ancora! Lontana è l'alba. --Più crudel sarìa Vicino all'alba separarvi. Arrigo Stringeva al sen la figlia, e lei disporre Desïava a partir. Ma la infelice Alla prova tremenda obblïò i miti Sentimenti di pace, e la ragione Le si turbò miseramente.--Oh guerre Scellerate di popoli! oh stendardi Di virtù menzognere! oh glorie infami D'emuli cavalieri, onde son frutto Crudeltà e morte! Ah! perchè Dio fecondi Alla feroce umana stirpe ognora Fa gl'imenei, se la catena intera De' secoli spruzzata è d'uman sangue? E qual di sì esecrande ire perenni Colpa abbiam noi, dell'uom compagne e figlie, Nate ad amar, nate a compianger, nate A viver senza offesa, assorte in Dio! Di qual delitto intrisa son perch'oggi A me tolgano il padre i masnadieri, Nè generoso pur vi sia terrestre O celeste poter, che degli oppressi Alla difesa accorra? Ed Eleardo In ch'io tanto fidava, anco Eleardo Ch'io tanto amava, abbandonommi! Il campo Suona improvviso di festanti grida. Balza il core a Maria; porge ella ascolto: Che sarà mai? Reduci sono il prode Antico Doglianese ed Eleardo, Apportatori di vittoria piena. Brillan del presul le ispirate luci Per novella speranza, e i passi affretta Ver l'amato nepote; il giunge, il ferma, E d'Arrigo gli parla. Intanto usciva Del padiglion Tommaso, e lieto amplesso Porgeva a' trionfanti; e ratto a lui Volgea tai detti di Dogliani il sire, Indicando Eleardo;--Alla prodezza Di questo forte molto devi, o prence; Le più valenti squadre egli ha sconfitte. Stende il marchese al giovin glorïoso L'amica destra. Ei gliela bacia, e prono. --Signor, grida, signor, me qui tu miri Astretto a chieder dalla tua clemenza A' pochi miei servigi alta mercede. --Quai pur sieno tue brame, o campion mio, Le manifesta, e saran paghe. --I giorni Chieggo salvi d'Arrigo. Il so, fu reo: Non corrucciarti del mio ardito prego. Arrigo a me qual padre ebbi molt'anni, E padre è di colei che sul mio core Sin dall'infanzia regna. Ondeggia alquanto Il magnanimo prence, indi prevale Benignità sugli altri affetti, e sclama: --Ho perdonato! ogni prigion si sciolga, Ed a' suoi tetti rieda, apparecchiando A più nobile oprar suoi dì futuri. A quella augusta consolante voce Mill'altre voci eccheggiano, e fra loro Quella del vecchio di Dogliani, e quella Del presul di Staffarda, e più robusta Quella del giovin che all'amata donna Rendere può del genitor la vita. A tanti applausi si nasconde il prence Rïentrando commosso entro sua tenda: Ed ecco volan Ugo ed Eleardo A scior d'Arrigo i lacci. Il prigioniero Uso ad ira e superbia, esitò prima, Poi fu da conoscente animo vinto E da dolcezza, ed Eleardo al seno Colla figlia serrando, inginocchiossi, E disse a Dio:--Sovra Tommaso schiudi Tuo più giocondo riso, e prosperato Sia nel dominio e nella prole, e cessi A lui d'intorno ogni fraterna guerra! Modestia e gratitudine e contento E maraviglia e amor davano agli occhi Della vergin bellissima un novello Indicibile incanto, onde il fedele Suo cavalier gioìva inebbrïato. Scorge i lor voti il padre, e prende e unisce Le destre loro. Un grido alza di gioia Il felice Eleardo, e la tremante Fanciulla irrompe in lagrime soavi, Benedicendo la celeste aïta Che i lunghi affanni in tanto gaudio volse. Di Saluzzo la rocca indi a tre giorni Spalancar si dovette. Uscì Manfredo Con pochi suoi compagni ed esularo; E in sua paterna sede il buon Tommaso, Se non durevol pace, almen godette Signorìa da virtudi alte illustrata, E alle rovine di Saluzzo orrende Nuovi successer tetti e nuovi prodi.

AROLDO E CLARA

CANTICA.

Questa cantica nacque in giorni di somma sventura, ne' quali io, sentendomi troppo inclinato a sentimenti di sdegno, procacciava di vincerli col ragionare fra me stesso sulla bellezza della mansuetudine. Era in me indelebile un consiglio del buon Alessandro Volta, il quale un dì m'aveva detto queste parole, distogliendomi dallo scrivere satire:--«La poesia arrabbiata non migliora nessuno; e se v'avviene di sentirvi iracondo e propenso a spargere la bile in versi, paventate di diventar maligno. Vorrei anzi che allora cercaste di raddolcirvi, poetando sopra qualche nobile esempio di carità e d'indulgenza.»

AROLDO E CLARA.

_Sed si esurierit inimicus tuus, ciba illum; si sitit, potum da illi._ (Ep. ad Rom. 12.)

I.