Poesie inedite vol. I

Part 9

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--«Oh mal pietosi e timidi! Risponde al caro stuolo, Sappiate che un orribile Martirio esecro solo, Quel che patii nel misero Mio giovanile error, Quando tra fedi varie Mi vacillava il cor.

«Al vero nata l'anima Nel dubitar si snerva; Quindi a sospetti ignobili Fatta ogni dì più serva, Discrede l'amicizia, Discrede ogni virtù; Nessun eccelso palpito Suoi giorni abbella più.

«Ma, dacchè i vili dubbii Cacciai dall'intelletto, E potei diva accogliere Filosofia nel petto, Dacchè imparai qual abbia La vita alto valor, E affratellato agli uomini Conobbi il Redentor;

«Io da quel dì mi pascolo Di forza e di speranza, E questa è gioia intrinseca Che tutte gioie avanza: Il vivere emmi grazia, Grazia mi fia il morir; Uom mi potrebbe estinguere. Ei non può Dio rapir!»

Il predicar fulmineo, I trionfanti scritti Prima fur detti insania, Poi detti fur delitti; Ed ecco il pio filosofo In ceppi rei giacer: Eccol d'iniquo giudice Gl'insulti sostener.

--«Che ti giovar gli stolidi Del Nazareo costumi? Se brami scampo, ossequio Presta ad Augusto e a' numi: Mira per quei che agl'idoli Incenso negan dar, Mira i parati eculei, Mira i flagei d'acciar».

Non si smentì nell'ansia Della terribil ora; Mostrò come un Apostolo Opri, patisca e mora: Al giudice, a' carnefici Perdono oppose e amor, Ed il sublime esempio Nobilitò altri cor.

Venner con lui dal carcere Ai barbari supplici Intemerata vergine E cinque eletti amici: La giovin fra gli strazii Un gemito mandò; Giustin mirolla, e impavida Gli strazii sopportò [1].

[1] Con S. Giustino furono martirizzati cinque suoi amici ed una fanciulla per nome Caritana.

SAN CARLO.

Bonus pastor animam suam dat pro ovibus suis. (_Ioh_. 10, _v_. 11).

Oh! quanto degno è di fiducia un grande Di pietà e sacrificii operatore, Che fu debol mortale, ed ammirande Forze trovò nel suo sublime amore! Fama antica non è che voci espande Sovra Carlo, d'Insubria almo Pastore; Ei visse quasi ieri, e sue pedate In tutto il suol natìo sono stampate.

E perocchè de' secoli non volve Oscura nube di sua vita i fatti, Dir non possiamo: «Era d'un'altra polve, Era di tempi al dolce errar men atti». Dir non possiam: «Noi tal etade involve, Che irresistibilmente al mal siam tratti». Ma ravvisiam come in orrendi tempi Possan pur di virtù fulgere esempi.

Sotto il tempio gigante di Milano Un delubro contien la sacra spoglia; Colà viene il devoto da lontano, E de' commessi falli si cordoglia, E fede ha ch'ivi niun pregar sia vano, E torna speranzoso alla sua soglia; E narrato è di cuori, un dì perversi, Che furono per sempre al ciel conversi.

Talora a quel delubro io discendea Dubbio su tutto, e quasi su Dio stesso, E lung'ora solingo ivi gemea Da sciagurate passioni ossesso, Poi vedea mover giù dalla scalèa Il poverel da' suoi malori oppresso, Ch'appo il corpo del Santo s'inchinava, E di lui la beata alma pregava.

La fè del poverello io con dolcezza Invidiando, era commosso al pianto, E vergognava della ria stoltezza Che sovente di senno usurpa il manto; E allor tutta splendeami la bellezza Del culto ch'elevar può l'uom cotanto; E Carlo io pur pregava, e in me largita Tosto sentìa di maggior fede aita.

Sempre onorai quel forte: ad onoranza M'astringon que' magnanimi mortali, Ch'osano concepir l'alta speranza Di sveller d'infra il mondo orrendi mali; Ch'osan, non per vendetta od arroganza Contro a poter di soverchianti eguali, Ma di Dio per amore e delle genti Confonder dell'iniquo i rei contenti.

Di Carlo a' tempi, vïolenza e orgoglio Spesso ne' sommi e oscenità regnava, E de' vili costumi il turpe loglio Indi più nella plebe pullulava; Innocenza per tema e per cordoglio Da ogni parte ascondeasi e palpitava, E se la raggiungea braccio nefando, Irrugginito era di legge il brando.

E perchè inetta era la legge ultrice, L'uomo spogliato del paterno avere, E il padre della vergine infelice Che a lui rapita avea truce potere, Fean la propria lor destra esecutrice Di cieche stragi e di perfidie nere, E in mezzo al sangue gli uomini cresciuti L'ire feroci esser credean virtuti.

E per maggior calamità d'allora Premeano Italia immiti ferri estrani, Onde tra parte e parte ardean tuttora Più frequenti gli oltraggi e gli odii insani; E perchè il volgo stolido peggiora Quando vien retto da esecrate mani, La podestà straniera incrudelìa Quanto più il volgo oppresso l'abborrìa.

E in sì gravi sciagure, onde cotanta L'ignoranza e l'obblio dell'Evangelo, Anche la schiera che dovrìa più santa Sfavillar, perchè interprete del Cielo, Campioni egregi aveva, sì, ma oh quanta Feccia sol mossa a farisaico zelo, Inimica di Roma, e sovvertente Co' rei costumi ipocriti la gente!

Su' tristi giorni suoi Carlo fremea: Data non gli era onnipossente mano, E pur argin gagliardo imporre ardea A quel di vizi orribile oceàno. Non disperò della sublime idea, Il soccorso affidandol sovrumano, Vide ch'altri giovar uomo può sempre, Se a virtù somma sè medesmo tempre.

Dio benedisse quell'eroica brama, Il suo servo su molti altri estollendo, E tal gli die di giusto Presul fama, E linguaggio amorevole e tremendo, Che, mentre de' perversi ad ogni trama Fu visto questi oppor senno stupendo, Ad amarlo costretti o a paventarlo, Tutti il messo di Dio scerneano in Carlo.

Chè se rigore e dignitosa vita Il Vescovo integerrimo imponeva, Ei pria mollezza avea da sè sbandila, E co' poveri il pan condivideva, E l'austera sua mente era addolcita Da quel sorriso che gli afflitti eleva; Co' superbi terribile soltanto, D'ogni infelice intenerialo il pianto.

Del paterno suo cor fur monumento Ospizi per famelici ed infermi, E istituti ove sprone ed alimento! Dato venia d'intelligenza a' germi, E il suo forte, moltiplice intervento, Ove occorrean contr'ingiustizia schermi, E l'impulso ch'ei diede a' patrii ingegni Verso i nobili fatti e i pensier degni.

Sua immensa carità, suo santo ardire Suscitogli appo il trono alti nemici; A impudenti rampogne, a spregi, ad ire, Grida si mescolar calunniatrici: Nudrir fu detto scellerate mire, Tutti i dolenti a sè facendo amici; Dei regi udissi schernitor chiamato, Che il lituo avea sopra gli scettri alzato.

Lasciava ei che la collera stridesse. E della Chiesa ognor sostenne il dritto: Finchè vestigi sulla terra impresse Contro a sè vide mosso empio conflitto; Ma se alcun della grazia ai lampi cesse, Con gioia obbliò Carlo ogni delitto; E spesso tal, che più l'aveva offeso, Alfin d'amor per lui sentiasi acceso.

Gl'implacati di Carlo abborritori Quai tra' mortali furo? I farisei! La più abbietta genìa di traditori! Color che in ogni età sono i più rei! Color che della Chiesa ambìan gli onori, Poi core e mente ribellaro a lei! Que' sacerdoti che fautor si fanno Di sfrenatezza eretica e d'inganno!

Chi è quell'infelice maledetto Che porta in fronte i torvi occhi di Giuda, E come Giuda si percuote il petto, Perchè più in rimirarlo altri s'illuda? Schiavo sempre viss'ei d'iniquo affetto? Di virtù l'alma ebb'egli sempre ignuda? O dopo aver d'amor di Dio avvampato, Cadde e non sorse, ed a Satàn s'è dato?

Per quai sequele di misfatti orrende Scritte nel libro degli eterni guai, Dove cancellatrice più non scende Del sangue di Gesù stilla giammai, Un mortifero bronzo oggi egli prende, E d'empia gioia brillano i suoi rai? A' rei socii sorride, esce del chiostro, E l'arme sotto il manto asconde il mostro.

Sì! del truce delitto ei socii avea! Ed appunto i supremi del convento! Eran tre questi indegni, e li stringea D'infernale amicizia giuramento. Lor chiostro che di santi un dì fulgea, Fatto avean di turpezze abitamento. Ministro e amico loro astuto e forte Era colui che or volge opra di morte.

Uscito appena il perfido omicida, Guardansi e impallidiscono i preposti, E un di costoro all'assassino grida: «Riedi! il sappiam che intrepido ognor fosti; Questo novo cimento or mal t'affida; Riedi! sii obbedïente a' cenni imposti!» Ma in covil di superbia e di licenza Vano e risibil nome è obbedïenza.

«Ahimè! questi prorompe, ei non m'ascolta! Che faceste, o compagni, a suscitarlo? Gagliarda fu l'offerta sua, ma stolta, Di tor dal mondo l'esecrato Carlo. Sempre scherniste di dolore avvolta La presaga alma mia, ma il vero io parlo: Tanto di colpa in colpa osi vi feste, Che omai l'abisso a tutti noi schiudeste».

«Codardo! esclama un de' compagni; pensa Che ognor la sorte al nostro messo arrise; La sua destrezza in tutte imprese è immensa, E altre volte le man di sangue ha intrise. Move or egli ad oprar fra turba densa, E fian le menti da terror conquise, Sì che non arduo esser gli dee celarsi, E illeso nelle tenebre ritrarsi».

Il terzo ostenta egual baldanza, e dice: «Purch'egli atterri il Vescovo odïato! S'anco andasse scoverto l'infelice, E in ferri tratto, e a morte strascinato, Chi potrà dimostrar ch'eccitatrice Fosse la nostra voglia all'insensato? Al venerevol Carlo inni alzeremo, E il suo uccisor cogli altri imprecheremo».

Intanto l'omicida affretta il passo, E sui preposti a sogghignar si sforza; Sembragli il loro cor vigliacco e basso, Quand'è più d'uopo irremovibil forza; E dice: «Io ben son certo che a me lasso, Se la prospera stella oggi si smorza, Intenti solo ad evitar lor danno, Costor l'amistà mia rinnegheranno.

Spero che gioïrò di mia vittoria, Ed eroe da lor labbra udrò chiamarmi! Quel Carlo ch'ogni nostra ascosa istoria Investigare osava e minacciarmi, Vedrà come del lituo anzi la boria Per la salute del mio chiostro io m'armi! Ma s'io perir dovessi?... oh allora tutto Meco trarrò l'empio convento in lutto!»

Giunge il ribaldo al vescovil ricinto, Ed ascende al tempietto, ove il Pastore, Da' famigliari sacerdoti cinto, La preghiera seral porgea al Signore. Ivi d'oranti assai stuolo indistinto Pïamente con esso effondea il core: Palpita mal suo grado l'omicida, E ancor «Ti penti!» l'angiol suo gli grida.

Ma soffocò tutti i rimorsi, e rise Dell'angiol suo e di Dio, come di larve. Con ira gli occhi sovra Carlo affise, Ed esecrando zelator gli parve. A liberarne il mondo si decise, E certo il proprio scampo gli trasparve; Allo scoppiar dell'avventata morte Ratto balzar fidava oltre le porte.

Salmi sciogliendo il Presul benedetto, Quel nobil verso di Davìd dicea: «Non si turbi, nè tremi ora il mio petto!» Quand'ecco sfolgorar la canna rea. Al fero tuono, ognun d'ambascia stretto Dal suol sorgendo, «Ov'è il fellon?» chiedea. Da tergo il colpo giunto era su Carlo, E, oh prodigio! non valse ad atterrarlo.

«Non si turbi nè tremi ora il cor mio!» Con ferma voce ripigliò il Prelato, E in ginocchio rimase a lodar Dio, Ed a pregar pel mostro sciagurato. S'udì questi ulular: «Preso son io!» E il giorno maledire in ch'era nato, Ed il padre e la madre, e più il perverso Chiostro, ov'ei s'era in tutti vizi immerso.

Taccia il mio carme le bestemmie atroci Del traditore e l'infernal suo riso, Quando mirò degli abborriti soci, Appo i supplizi, impallidito il viso; E taccia come, anco all'estreme voci, Ei sperar ricusò nel Paradiso: L'alma sua dal carnefice spiccata, Fu dal re dei demon presa e baciata.

Benchè mirasse nel suo clero istesso Carlo intelletti perfidi cotanto, Lo sperante suo cor non fu depresso, Ma allor anzi doppiò di zelo santo; Non ebber più nel santüario accesso Tai che d'avi o d'ingegno avean sol vanto; Purificata ei la lombarda Chiesa Volle ed ottenne, ad alti esempli intesa.

Mentre corregger egli e sublimare I suoi tempi ed i posteri anelava, E in peste orrenda visto fu esemplare Di pietà fra la turba afflitta e ignava, E in nessuna miseria il casolare Del poverello ei mai non obblïava, Pur non tacea di basse alme lo sdegno, Ed era ei spesso ai vilipendii segno.

La luce de' suoi fatti alle sincere Menti dimostra qual mortale ei fosse; E quando ascese alle superne sfere, Confusa alfin calunnia ammutolosse. Della Chiesa ogni santo condottiere Sovra l'orme di Carlo indirizzosse, Ed oggi ancor sulle lombarde rive Delle virtù del Grande il frutto vive.

Io nulla son, ma ad onorarti appresi, E so che sei possente appo il Signore, E con fè al tuo sepolcro mi prostesi, Ed il pensare a te m'innalza il core: Odimi, Carlo, e i miei sospiri accesi T'abbian per me ne' cieli intercessore! Delle giust'opre caldo amor chiegg'io, Chieggio vederti un giorno in seno a Dio!

Tra gl'Itali non v'ha petto gentile, Cui söave non sia la rimembranza Di pastor sì benefico all'ovile, D'uom ch'agli altari diè tanta onoranza. Chi, solcando il Verban con petto umìle, Non mirò intenerito in lontananza L'antica Arona, ove le limpid'acque Lietamente dir sembrano: «Ei qui nacque!»

In anni oggi remoti e sempre cari, Quell'amabil pur fei pellegrinaggio. Gli ultim'astri fulgean tremoli e rari, Perocch'era una prima alba di maggio, E sui monti segnava oggetti vari Impallidito della luna il raggio, Finchè cedendo a luce più gioconda, Più languidetta in cielo era e nell'onda.

Ed allor sulle cime orïentali Rosseggiavan leggère nugolette, E spuntavan del sole i dolci strali, Qua e là indorando le contrarie vette; Ed i fiotti del lago or dianzi eguali S'increspavano al tocco delle aurette, E nel lor fasto signorile e vago L'isole risplendeano in mezzo al lago.

E le spiagge lunghissime e distanti, E le molli e le ripide pendici Mostravan con moltiplici sembianti I lor tugurii poveri e felici, E i campanili de' tempietti santi, Ove già del mattino ai sacri uffici Del vigil bronzo l'eccheggianti note Chiamavan le rideste alme devote.

Oh quali eran miei palpiti veggendo Arona, verso cui più concitati Dal desiderio andavano battendo I remi de' nocchieri affaticati! Colà s'innalza, e sta benedicendo Colossale un'effigie i lidi amati: L'effigie del Pastor, per cui d'Arona Benedetto nel mondo il nome suona.

Su quell'alto colosso eran mie ciglia Lungamente fissate da lontano, E quella fè che a tutto il cor s'appiglia Da me espelleva ogni pensier profano. Parea al mio spirto pien di maraviglia, Che il Santo stesso, alzando ivi la mano, Accennasse di Dio le creature Benedir tutte, e benedir me pure!

Come allora, oggi esclamo con affetto: Proteggi, o Carlo, la Lombarda terra, Ed ogn'Itala sponda, ed ogni petto, Ovunque ei sia, che preci a te disserra! Se germe è in noi di ben, rendil perfetto, All'opre vili insegnaci a far guerra, Veglia su noi qual padre, ed i tuoi figli Sprona e guida a vittoria infra i perigli!

SANTA FORTUNULA.

Bonum certamen certavi. (_Tim. II_. 4.7).

Ed a te pur, Fortunula immortale, La fronte mia s'atterra. Deh! chi sarà che ne discopra quale Vivesti in sulla terra?

Nulla di te sappiam, fuorchè il bel nome E la tomba che il porta, E a chiari indizi di martirio, come Per nostra fè sei morta.

L'ossa inadulte e il teschio venerando Sembran dir che donzella Eri trilustre, allor che iniquo brando Svenò tua salma bella.

Forse del padre e della madre amata Che per Gesù moriro, Piangendo sul sepolcro, indi infiammata Sentivi te al martiro;

Nè senza loro, e senza il paradiso Più viver, no, potesti, E magnanima gl'idoli hai deriso, Ed ai leon corresti.

Forse malgrado genitori insani Che con minacce e grida, E con tenere lagrime e con vani Spregi voleanti infida,

Dal lor sen con angoscia ti strappavi Per abbracciar la Croce, E spirando al battesmo li invitavi Con amorosa voce.

E forse allora e padre e genitrice Commossi al detto caro, Sclamavan: «Siam cristiani!» e la cervice Porgeano all'empio acciaro.

E forse della vergine alla morte, Tal, che sue nozze ambìa, Eternamente farsi a lei consorte Volle, e con lei morìa.

Noi pure eternamente in ciel vederti, O vergin, sospiriamo, E il pregarti n'è gioia, ed esser certi Che in te un'amica abbiamo.

Due menti pie tua spoglia hanno raccolta E tratta a queste sponde, Ambe quell'alme a te devote ascolta, E sien per te gioconde.

E chiunque a Fortunula s'inchina Gentile ottenga un core Che lieto porti alla beltà divina Immensurato amore!

E le afflitte, scampate appo quest'ara Dalle mondane frodi, Obbliin lor pene, celebrando a gara Di te, di Dio le lodi.

SANTA FILOMENA.

Laudate Dominum in sanctis ejus. (_Ps_. 50. 1).

Vidi sembianti di disdegno accesi, Quando dapprima infra devoti cuori Nome sonar di Filomena intesi:

E chiesta la cagion di tai rancori, Udii fremiti alzar, che così poco L'unico Ver, l'unico Iddio s'onori!

«Perchè, gridavan con alterno foco, Perchè non al Signor dell'Universo, Ma a novelli suoi santi ognor dar loco?

«Culto quest'è risibile e perverso! Secoli di barbarie lo foggiaro! Distruggerlo omai dee secol più terso!»

De' corrucciati al querelarsi amaro Applaudiron taluni, ed applaudendo Senno svolger sublime essi agognaro.

Io non capii qual fosse lo stupendo Argomentar di quegl'ingegni acuti, E meditai, nè tuttodì il comprendo.

Alla luce del Bel mi sembran muti, Se stiman colpa o ignobiltà un amore Portato a petti in santità vissuti.

Nè so perchè sia di barbarie errore L'aver per sacre l'ossa di que' forti, Che a noi lasciàr d'alta virtù splendore;

Nè scorgo quale al nostro secol porti La Chiesa oltraggio, quando ancor favelli D'egregi estinti, e ad imitarli esorti;

E n'esorti a pensar che vivon quelli Non senza possa al Re del Cielo amici E lor pietate ad invocar ne appelli.

A te, Religïon, credo che il dici, Ma se tacessi, anco ragione il grida: Anzi al Giusto si curvin le cervici!

Io così sento, e quindi appien m'affida Ogni defunto sugli altari alzato, Bench'altri al volgo me pareggi, e rida.

E m'affida ogni tumulo illustrato Da indubitati segni, in cui ravviso Ch'ivi hann'ossa di martir riposato.

Chè, se storia pur manca onde provviso Venga al desìo dei posteri, a me basta Nome d'ignoto assunto in paradiso.

Il caro nome tuo solo sovrasta Evidente alla terra, o Filomena, Ma indarno inclito onor ti si contrasta.

Parla il tuo avello, e d'alta grazia è piena L'ampolla di quel sangue che spargesti Per Gesù, in chi sa qual crudele arena!

Sensi di fè, d'amor si son ridesti In color cui tue spoglie e il venerando Tuo dolce impero il Cielo ha manifesti.

Sensi di fè e d'amore, e donde e quando Cessaron d'esser palpiti gentili, Che a bassi affetti inducono a dar bando?

Ah no! Color che ad una Santa umìli Porgono omaggio, memori ch'è santa, Pronti non sono ad opre e pensier vili!

Nel memorar somme virtudi, oh quanta Riconoscenza per quel Dio si sente Che alzò i mortali a dignità cotanta!

Il tuo sepolcro a questi dì presente Ne dice, Filomena, alti dolori Pel vero sostenuti arditamente.

Nè discreder possiam che tu avvalori Di quei la prece che, a te innanzi proni, D'aver simile al tuo chieggon lor cuori.

Nè mi prende stupor se forse a' buoni Sembrò in lor sante visïoni udirti, E imparar di tua morte le cagioni,

E se degnando alle lor brame aprirti, Ottenesti da Dio che in premio a fede S'annoverasser fra i più eccelsi Spirti.

Infelice quel torbo occhio che vede Ne' culti, nostri amanti e generosi Frode o stoltezza, e accorto indi si crede!

Alma beata, impetra che siam osi D'amarti e benedirti infra gli scherni Degl'intelletti freddi e burbanzosi.

Ispirane il desìo de' lochi eterni, E anco i nemici tuoi vinci ed ispira! Chiedi al Signor che tutti noi governi

Luce di carità, non luce d'ira!

LA BENEFICENZA.

Esurivi enim, et dedistis mihi manducare. (_Matth_. 26.35).

Mentre tanti di nome e d'òr potenti Volgono a vanitate e nome ed oro, Nè a taluni più bastano i contenti Che sulla terra Iddio concede loro; Mentre a meglio goder cercan furenti La propria gioia nell'altrui disdoro, Simili a falsi Dei d'età lontane Che a' lor piedi volean vittime umane; E mentre mirando Que' ricchi malvagi Il volgo fremente Che invidia lor agi, Esagera, infuria, Invoca dal Ciel Su tutti i felici Sanguigno flagel;

Que' flagelli rattiene il ricco pio Che riparar gli altrui misfatti agogna, E oprando assai per gli uomini e per Dio, Anco d'essere inutil si rampogna: Degl'innocenti aiuta il buon desìo, Gli erranti tragge a salutar vergogna; Onora l'arti ed anima l'artiero, E chiamar vorrìa tutti al bello, al vero.

Il volgo commosso Ripensa, si calma, Capisce che il ricco Può aver nobil alma: Insegna a' suoi figli, Che pace e lavor Del povero sono Salute e decor.

Salve, o di carità sacra fiammella Che accendi il cor del pio dovizïoso! Se a noi mortali fulgi or così bella, Qual fulgi tu dell'anime allo Sposo? A lui che, tutte mentre a sè le appella, Le appella a mutuo affetto generoso! A lui che quando cinse umano velo, Ci palesò che tutto amore è il Cielo!

Amore santifica Tesori e palagi, Amore santifica Tuguri e disagi; Amor sulla terra Può tutto abbellir, L'impero, il servire, La vita, il morir.

Amato molto, amato sia il Signore Ch'è modello de' ricchi impietositi! Amato molto, amato sia il Signore, Modello ai cuori da sventura attriti! Amato molto, amato sia il Signore Che noi vuol tutti alla sua mensa uniti! Amato molto, amato sia il Signore Che per l'anime umane arde d'amore!

Oscuro o potente, Di Dio tu sei figlio, Fratello degli Angioli, Ancor che in esiglio! Gran fallo ci avvolse Nel fango e nel duol: Amiam! ci fia reso Degli Angioli il vol!

UNA DONNA.

Quoniam mulier sancta es et timens Dominum. (_Judith_. c.8.29).

Nota è a me sulla terra una mortale Che dal Ciel tutti i doni ebbe più chiari: Poch'alme han forza d'intelletto eguale, E fior dal meditar colgon sì rari: S'alza di fantasìa su fulgid'ale, E a' più posati ragionanti è pari: Pronta discerne il ver, pronta l'addita, E tanta luce è da umiltà addolcita.

Cinta ell'è di ricchezze e di splendore, E le aggradano brio, riso, favella; Tutte potrebbe del suo viver l'ore Incantar con magìa sempre novella: Par che delizïato il suo bel core Ogni affannoso sentimento espella; Ma questa d'eleganti arti regina Nutre d'egregi fatti ansia divina.

E color che l'ammirano raggiante D'ingegno e grazia in suoi ridenti crocchi. Ignoran che fissati ha poco avante Sopra miseria spaventosa gli occhi; Che sua candida man dianzi tremante Alzò il mendico prono a' suoi ginocchi; Che il delicato piè stanco or riposa D'aver recato ad egri aïta ascosa.

De' suoi giorni in sull'alba acerba morte Rapito a lei la dolce madre avea; Ma il padre in sen chiudeva anima forte, Anima avversa ad ogni bassa idea: Ei della figlia le pupille accorte Volgere a desideri alti sapea: Pensante crebbe, e in ogni tempo ambìo Il sorriso del padre e quel di Dio.

Data fu la sua destra a mortal degno Di tesauro sì bello e invidïato. Lontana dal natìo, gallico regno, Mosse al diletto suo compagno a lato: Non mirò i novelli usi con disdegno, Non portò di straniera orgoglio usato: Amò la nova patria, amò l'antica, Visse de' giusti d'ogni lido amica.