# Poesie inedite vol. I

## Part 8

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E contenta vieppiù me ne strappai, Perchè i tuoi sensi mi fur noti appieno: Seppi che da tal madre io germogliai, In cui fortezza mai non verrà meno: Seppi che a dritto il caro padre amai, E ch'ambo in ciel ristringerovvi al seno; Seppi ch'io, precedendovi, ottenuto Avrei per voi d'eccelse grazie ajuto.

Piangimi, o dolce genitrice: a Dio No, non è oltraggio il tuo materno pianto; Ma pensa che felice or qui son io, Che degli sposi mi toccò il più santo; Che siccome eri tu l'angiolo mio, Angiolo or son che aleggio a te d'accanto, E, qual tu provvedevi a' gaudii miei, Così di me perenne cura or sei.

Duo carissimi spiriti celesti Meco sempre su te stanno vegliando, Cui pochi giorni tu per prole avesti, Poi ratti a Dio volaron giubilando: Nostra gara è scostare i dì funesti Dal tuo materno aspetto venerando: Una di nostre gioie è sul tuo viso Certo mirar suggel di Paradiso.

Possederti vorremmo in ciel sin d'ora, Ma carità ciò chieder non consente: Tale offri degno esempio a chi dolora, Tal sei provvida madre all'indigente; Se tarda viene a te la suprem'ora, Maggior gloria n'avrà l'Onnipotente, E, al suo cenno, da noi tua fronte amata Fia di più chiare stelle incoronata.

L'ANIMA DI CLEMENTINA.

(_La Marchesa_ CLEMENTINA GUASCO, _nata_ della Rovere),

Et sic semper cum Domino erimus. (_Ep. ad Thess. II, c._ 4).

Sposo, sorella, figlia, e voi, per cui Data, o fratelli, avrei pur la mia vita, Amiamci in Dio! Per meglio amarvi in lui Io son partita.

Soffersi in vita, in agonia soffersi, Ma ne' dolori mi sostenne un Dio: Non ne gemete, que' dolor gli offersi, E a' suoi li unìo.

E s'ebbi in terra alcuni giorni amari, L'affetto vostro li abbellì cotanto, Che pur tai giorni a me tornaron cari Standovi accanto.

Svelar non debbo s'io già son felice, Ovver se il prego vostro ancor mi giova: Amo quel prego: Iddio ven benedice Con grazia nova.

Amo quel prego ed ogni dolce segno Di pia memoria che il mio nome onora; Ma il duol frenate: nell'eterno regno Vedremci ancora.

Il duolo frena, o generoso Carlo: Sol del mio aspetto nostra figlia è priva: A lei nel cor sempre del padre io parlo, In lei son viva.

Per quell'amor ch'ella a suo padre porta, Un dì fia moglie ad uom che t'assomigli, Ed alta gioia splenderà, risorta Di lei tra' figli.

Ed ecco un angiol pur che ti consola, Ecco una madre che alla figlia resta: Tal è mia suora; ogni atto, ogni parola Di lei l'attesta.

E Clementina pur, benchè offuscati, Sien vostri sguardi, presso a voi rimane: L'alme, che han vita in Dio, dai loro amati Non son lontane.

Fra le mie braccia siete ad ogni istante, E bacio vostre lagrime pietose, E forte amor v'ispiro a tutte sante Bellezze ascose.

Fuggon siccome rapid'ombra gli anni, Comun palestra a carità e dolore: Me troverete dopo brevi, affanni Appo il Signore!

VERITÀ E SOFISMO.

Resistite fortes in fide. (_Petri Ep. I._ 5.9).

SOFISMO

Ov'è amistà? Chi cento volte e cento Sotto le spoglie d'amistà non vide Nei men turpi adulante approvamento, Che merca dono o laude, e ascoso ride, Negli altri la calunnia, il tradimento, La nera ingratitudine che intride La man nel sangue e i benefizi sprazza, E non può cancellarli e più ne impazza?

Ove son leggi d'equità? Il selvaggio Che, simile a Caïno, erra per balze, Libero è appena: ogni città è servaggio Sia che regnante scure un solo innalze, Sia che, brandita in man di molti, il raggio Vieppiù vario ed orrendo intorno balze; E chi succede ad atterrata possa, Ladro è che l'arme d'altro ladro indossa.

Ov'è religïon? Di sangue umano Fumar fu vista di più Numi l'ara; E veggio pur sotto mantel cristiano Egöismo; e viltà celarsi a gara: L'uom per natura ha ingegno empio e profano, Loda il Vangelo, e da lui nulla impara; Vuol carità, ma in altri sol la vuole, E tesse a proprio, lucro atti e parole.

VERITA'

Non v'inganni, o mortali un dispettoso Filosofar che tutte cose annera: Sdegno pur troppo ci sembra generoso Alla infelice de' maligni schiera: Giustificar così cercar l'ascoso Senso d'iniquità che li dispera, O pur malignan perchè infermi sono, E mertan, non già plauso ma perdono.

Ogni nobile petto ebbe un amico, O più d'un n'ebbe, e alcun ne serba ancora, E se perseguitato anco e mendico Visse fra indegni e fra più indegni mora, Ei si rammenta qualche amato antico, E alle umane virtù crede e le onora, E, morendo, ci consolasi al pensiero Che in cielo ei rivedrà quel cor sincero.

Ogni nobile petto ha reverenza Di giuste leggi, ed egualmente abborre La non volgare e la volgar licenza, Che dritto vanta, e ad ingiustizia corre: Ei sa, che se perfetta sapïenza Giammai non puossi a leggi umane, imporre, Pur son tal ordin, senza cui la terra Sarìa di tigri sanguinosa guerra.

Ogni nobile petto ama, ed è amato: Ogni nobile petto il giusto vede: Ogni nobile petto un deturpato. Culto deplora, e al vero culto crede; Dai lumi della grazia irradïato Ragiona, e a sua ragion guida è la fede; Sprezza le vanità, ma gli uomini ama, E a sublime sentier seco li chiama.

SOFISMO.

Che fate, o sciagurati, in sì ria valle, Stima alterna sognando, e alterno amore? Volgete ad ogni mira alta le spalle, Scambiatevi dispregio, odio, livore: Segua ognun della vita il mesto calle Fin che sotto a' suoi piè cresce alcun fiore, Poi, dacchè a tutti ei far non puossi boia, Si squarci il seno, e disperato muoia!

VERITA'

Che fate in questa valle, o sciagurati, Necessario sognando alterno sdegno? I mali suoi dall'uom sono addoppiati, Se di superba intolleranza è pregno: A dolor, sì, ma pure a gioia nati, Da mutua avrete carità sostegno; Forza non siede in vile ira feroce, Ma in portar con serena alma la croce. E forza siede in perdonar sovente Alle stolide colpe de' fratelli; In confessar che d'uom cieca la mente Sempre inciampa, se in Dio non si puntelli; In riedere ogni dì gagliardamente Rischi ed affanni a sostener novelli; In memorar, d'ogni fralezza ad onta, Che nel mortal v'è del Signor l'impronta.

SOFISMO.

Se tanto eccelsa, filosofich'ira Non arde in voi da pugnalarvi il seno, Vivete almen com'alto eroe che mira Tutto con ciglio di minaccia pieno; Dite che a voi sommo dispregio ispira Chi non è pronto a usar brando o veleno; Libri dettate in bile e sangue scritti, Per insegnar a umanità suoi dritti. E s'uomo studia e suscita incremento Di lumi e di virtù senza pugnali; S'ei non porge a plebee rabbie fomento, Perchè s'alzino a dar leggi a' mortali; S'ei non crede esser merto o tradimento L'avere o non aver grandi natali; S'egli ama il pio, sotto qual sia cappello, Dite ch'ei degli stolti è nel drappello.

VERITA'

Compiangete la stizza de' volgari, Che cieca sempre qua e là si scaglia; Filosofia seguite appo gli altari; Di calunnie e d'ingiurie non vi caglia; Sorridete ad ogn'uom che insegni e impari Quanto amore e indulgenza al mondo vaglia; De' frementi nè il plauso nè gli scherni Norma non sian che il vostro oprar governi.

Libri dettate a sollevar gli umani Dai lacci delle ignobili dottrine; Siate pensanti, ma non irti e strani, Non consiglier di scandali e rapine; Ponete mente che gl'ingegni sani Invocano edifizi e non ruine: Bando al Sofismo! egli è quel genio truce, Che al suo fango infernal l'alme conduce. È desso, è desso l'avversario antico, Che, d'angiol luminoso assunto il velo, Sempre de' vizi s'ostentò nemico, Vituperando umana razza e cielo; Ei trasse Giuda al maladetto fico; Esca egli fu del farisaico zelo; Ei repubbliche e regni urta, dissolve, Ed erge invece putridume e polve.

IL COLERA IN PIEMONTE,

Sursum corda! (_Praef_.)

Eleviam fra le lagrime i cuori, Sosteniamo gli scossi intelletti! Siam colpiti, ma non maladetti, Man paterna è la man del Signor. Per provarci con prova più forte, Per destarci a più nobil costanza, Egli ha detto ad un angiol di morte: --Tue saette raddoppia su lor.

Invisibil quell'angiolo armato Scorre l'aer, e su' lidi ove passa Pianti ed urli e cadaveri lassa, E prosegue il mortifero vol. Del disordin la turba seguace Cade prima nell'orrido scempio, Ma co' rei più d'un giusto soggiace, Sì ch'avvolta è la patria nel duol.

Se non che negli estremi perigli Si rinforzan gli spirti più degni: La sventura, spavento de' regni, Pur de' regni salute esser può. Lor salute esser può se di Dio Meglio i cenni seguire han prefisso, Se rivolgon ogni opra e desìo Alla meta per cui li creò.

Debit'è che luttiamo incessanti Della patria a impedir maggior danno, Che tentiam con magnanimo affanno Da sterminio i fratelli strappar; Che accorriamo a' languenti, a' morenti, Che obblïato il mendico non pera, Che al drappel de' pupilli innocenti Ci affrettiam pane e lagrime a dar.

Debit'è doloroso, tremendo! Ma gagliarda è la mente dell'uomo: S'è con Dio, da che mai sarà domo? Patirà, ma con forza immortal. Ei con Dio? Chi di noi fia con esso? Tutti il siam, sebben consci di colpe; Se il piè nostro da lor retrocesso, Oggi a vie di giustizia risal;

Se d'aïta siam prodighi a tutti, S'alto amore in nostr'alme ragiona, Se il nemico al nemico perdona, Se discordia civil più non v'è; Se, coll'opre le preci alternando, Più null'uom d'esser pio si vergogna, Se sparisce lo scherno nefando Che alla croce vii guerra già fe'!

Eleviam fra le lagrime i cuori, Sosteniamo gli scossi intelletti: Siam colpiti, ma non maladetti; Man paterna è la man del Signor. Noi felici, ove questa procella Da colpevol letargo ci desti! Noi felici, ove gli animi impella A bei fatti, a sublime fervor!

Dopo noi sorgerà dignitosa In Piemonte di forti una schiatta, Che a benefiche gare fia tratta Dall'esempio che i padri lor dier: Ed allora a que' nobili figli Con amor dalle stelle arridendo, I lor genii sarem ne' perigli, Sarem luce a' lor santi voler!

CESSATO IL COLERA.

Cumque quaesieris ibi Dominum Deum tuum, invenies cum, si tamen toto corde quaesieris, et tota tribulatione animae tuae. (_Deut_. 4. 29).

Crëato spirto che al mio fral sei vita, Potenze tutte onde m'esulta il core, Alziamo, alziam di gaudio intenerita Voce al Signore!

Dal ciel suoi doni sulla terra effuse, Noi li obblïammo, e ripetè i suoi doni: Ci flagellò, ma ne' flagelli incluse Grazie e perdoni. Egli è colui che i doloranti sana; Che dalla morte, ch'all'uom rugge intorno, Sotto il suo scudo amico lo allontana Di giorno in giorno.

Poi quando a molte umane brame arrise, Toglie quell'ente che vivendo amollo; Ma questo debol ente ei non uccise, Sugli astri alzollo.

Egli è colui che ai sopportanti oltraggio In guiderdone offre onoranza eterna; Colui che i fati del mortal lignaggio E il ciel governa.

Misericordia ed equità lo guida, Se crea, se cangia, se mantien, se spezza: Amico all'uomo, ei vuol che l'uom divida Sua tenerezza.

Un giorno scese dall'eccelsa sfera Per esser uomo e allevïarci il duolo; Calice orrendo, affinchè l'uom non pera, Tracannò solo.

Ci favellò non più come in Orebbe Con formidabil, mistica favella, Ma qual mortal che della donna crebbe Alla mammella.

E quella Madre ch'egli amò cotanto Diede alle donne qual modello e amica, Qual Madre a ognun ch'a lei con dolor santo Sue pene dica.

Le nostre pene, ah sì! dalle Taurine Sponde alla Madre del Signor dicemmo, E le pupille sue sovra noi chine Brillar vedemmo.

L'indica lue nostr'aure appena attinse, Ci risovvenne la pietà degli avi, E quella Madre col sospir respinse Gl'influssi pravi.

Andò assalendo il morbo alcune vite, Ma più rifulse indi il recato scampo: A gare insiem di carità squisite S'aperse un campo.

Anco una Forte del più debol sesso Accorse agli egri, sorbì l'aer funesto, E consolò con dolci cure e amplesso L'orfano mesto.

E visti fur della città i Maggiori Trar di Maria Consolatrice al piede, E in voto stringer tutti i nostri cuori A salda fede.

E visti furo i cittadin più culti Coll'umil volgo unirsi, in Dio sperando, Nè de' beffardi paventar gl'insulti Maria invocando.

Piace al Signor che la sua Vergin Madre Ne incori e affidi col suo bel sorriso, Sì ch'aspiriam con opre alte e leggiadre Al Paradiso.

Vera religïon, ch'è tutta bella, Gaudio ne pinge in Dio, non vil cipiglio, Se lo onoriam ne' Santi, e vieppiù in Quella, Cui nacque Figlio.

Guasta dall'uom, religïon ne pinge Non so qual Dio alterissimo, cui duole, Se a quella Madre che al suo sen lo stringe Drizziam parole.

Fede in te sempre avremo, o Genitrice Dell'umanato, ver Lume divino! Tu sei potente in ciel, tu salvatrice Sei di Taurino!

IL VOTO A MARIA.

Deinde dicit discipulo: «Ecce mater tua». (_Ioh_. 19. 27).

Serpeggiava il malefico elemento Cui dal Gange svolgea l'ira divina, E, recato per l'aer morte e spavento, Pur la dolce assalìa sponda Taurina: Dalla nostra città s'alzò un lamento Alla Vergin, cui terra e ciel s'inchina; E come gli avi già correano ad essa, Corremmo a lei colla fidanza istessa. Sciolto è il voto, innalzata è la Colonna, Che, or volge un anno, il cittadin fervore Imprometteva alla superna Donna, Deprecando l'orribile malore: Speranza in lei vieppiù di noi s'indonna, Dacchè prova ci diè somma d'amore: Venne l'indica lue, tremenda apparve, Ma al cenno di Maria sedossi e sparve.

Ah! questo monumento una incessante Sarà preghiera delle nostre schiatte! Ei rammenterà sempre al vïandante L'inclite grazie che a Taurin son fatte. Ve' l'immagin di Lei col Figlio amante, Ch'orgoglio umano ed uman'ira abbatte! Deh! nessun passi mai per questa via Che il cor non alzi ver Gesù e Maria!

O Regina del Ciel, non è sgombrata La fera lue da tutti i nostri lidi! Piange al flagel Dertona sconsolata, E d'altre sponde a te s'elevan gridi: Pietà di loro! e sia Taurin salvata! Chiedi al Signor che a lui viviam più fidi; Digli che il vuoi; le menti in noi migliora, E il figlio tuo benediranne allora! Deh, ci ottieni ogni don, ma più virtute Di fraterna concordia e d'intelletto! Qui l'alme vili sien di gloria mute, Qui del bello e del ver splenda l'affetto! Qui insidie di stranier non sien tessute, Qui sia armonia di Prence e di soggetto! Qui in pace o in guerra, in giubilo od in pianto Stiane Maria sospitatrice accanto!

Tu, dopo il Dio che s'umano in tuo seno, Sei l'Ente più benefico del mondo; La nobil Eva in cui non fu veleno; La vincitrice dello spirto immondo; L'umano cor che al divin Rege appieno Gradì, perchè in amar fu il più profondo: Tu sei la donna in sua perfetta altezza; Degli Angioli e di Dio sei l'allegrezza!

Invan sonò in più secoli, ed invano Sonerà ancor di cieche menti il riso, Che il bel culto a Maria chiamano insano: Noi la Donna onoriam del Paradiso; Noi giubiliam che il Reggitor sovrano Volgane, in braccio a lei, clemente viso; Noi sentiamo l'incanto celestiale D'aver madre una madre al Dio immortale! Quindi risponderemo all'infelice Che corruccioso ti sogguarda e ghigna: «Degli avi nostri fu consolatrice, E nostr'umile pianto udì benigna! Divine cose il nome suo ne dice; Per esso in noi più cavitarie alligna! Non sappiamo amar Dio fuorchè con Quella, Che per noi l'ha nodrito a sua mammella!»

Che sono i monumenti? Iddio non chiede Statue e colonne, ma infiammati cuori. È ver, ma i sacri segni alzan la fede; Gridan d'età in etade: «Il Ciel s'onori!» Nobilitan le vie dov'hanno sede; Collegano i nepoti a' lor maggiori; Son degl'ingegni sconfortati al guardo, Qual movente a bell'opre, alto stendardo.

Or questo novo segno al vicin tempio Appellerà ogni giorno i passeggieri: Quivi la maestà, quivi l'esempio Degl'incessanti aneliti sinceri, Ad ossequio talor costringon l'empio, L'invaghiscon talor de' pii misteri; E s'egli te, Madre d'afflitti, implora, Il miri, il tocchi,--ed è tuo figlio ancora!

LA MADRE DEGLI AFFLITTI.

Monstra te esse matrem! ( _Av. m. st_.).

O Vergin santa, che il Signore elesse Per nascer dal tuo sen Uom de' dolori, Uom che modello a tutti noi splendesse!

Tu, benchè pura, non respingi i cuori Che a te sorgon macchiati, e come il Figlio Brami scampo e non lutto ai peccatori.

Deh, volgi anco su me quel divin ciglio Che sempre da clemenza è intenerito Verso chi prega dal suo tristo esiglio!

Io t'amai da fanciullo, indi partito Da te sembrai, ma spesso a te pensando, De' lunghi errori miei gemea pentito;

Ed in que' giorni di dubbiezza, quando Della fallacia dell'orgoglio mio Pur meco stesso mi venia crucciando,

Un bisogno invincibile d'Iddio Talvolta m'assaliva e mi parea Che a speranza da te mosso foss'io.

E se in un tempio allor mi ritraea, Cercava la tua immagine, e in quel viso Virgineo e celestial fede io ponea.

E gioiva al pensar che in paradiso, Appo il fulgor dell'eternal bellezza, Brillasse d'una femmina il sorriso!

Il sorriso di madre a pietà avvezza, Ed al desìo che in virtù crescan lieti Quei cari figli ch'ella tanto apprezza.

Non badar, no, se troppo a' consüeti Sentier d'infedeltà raddotto m'hanno Miei giovenili affetti irrequïeti,

Più fermo or t'amerò, più non trarranno Lunge i miei passi da tua dolce via: Fuor d'essa tutto vidi essere inganno.

Degna di te non è l'anima mia, Ma pensa ch'opra è pur del Benedetto Che da te nacque, e che per me patìa.

Riconduci quest'alma al tuo Diletto; Digli che sempre in esso e in te sperava. Digli che tu di confidar m'hai detto!

Digli che il danno mio t'addolorava, Digli che l'amor tuo salvo mi vuole, Digli che a te dal Golgota ei mi dava!

Tai dalla madre udendo alte parole Arriderà, siccome ai sapïenti Tuoi desiderii tutti arrider suole.

Se gli spiacquero in me cuore ed accenti, Cuore ed accenti mi darà novelli, Sì che più caro a dritto, io gli diventi.

Santificata l'arpa mia più belli, Più fervid'inni eleverà, dicendo Come gli afflitti dal periglio svelli.

E forse allor più d'un che va fuggendo Sdegnosamente la tua pia chiamata, Te d'illusi ignoranti idol credendo,

Fermerà il passo perch'io t'ho cantata, E ridirà:--Ma chi è mai costei, Che pur da quell'altero è commendata?

Alzando gli occhi imparerà chi sei; Stupirà, t'amerà, nobil rossore Avrà, qual ebbi degl'indugi rei.

Ma, deh! ti mostra madre al peccatore Pur se debole ei resta, e se talvolta Inchinato a viltà gli scerni il core.

Poca mia possa, ma tua possa è molta; Per balze, per fiumane or tremo, or cado, Ma, qual ch'io sia, tu le mie grida ascolta.

Spesse fiate in malagevol guado Mi porgesti la mano, e uscii dell'onde; M'alzi tua dolce man di grado in grado

Da questi rischi alle celesti sponde!

DIO E MARIA.

Astitit Regina a dextris tuis. (_Ps_. 44).

Umile sì, ma ardimentoso il core Sorga dal fango e si sollevi a Dio: Cinto d'argilla, ma di te, Signore, Figlio son io!

Bella è la terra, e i favillanti strali Del nobil astro che il suo sen feconda, E il dì e la notte, e i fiori e gli animali, E l'aere e l'onda.

Bello è l'imper dell'uom su gli elementi: Ei gioia cerca, e gioia sogna o trova; Ma sete sempre han suoi desiri ardenti Di gioia nuova.

A me non bastan tue bellezze, o terra; Le indagai tutte, le ammirai, le ammiro; Ombre son vaghe, e morte a lor fa guerra: Io il ver sospiro.

Ed in te solo è il vero, o impermutato Bello ineffabil che allumasti il sole, Ed a' tuoi figli nella polve hai dato Vita e parole.

Chi sei? nol so. Chi son? nol so. Ma pure Traluci a me, benchè ti copra un velo; In mille voci annuncian tue fatture Il Re del Cielo.

Ma delle tue fatture la più bella, Quella che più di grazia è portatrice, Quella che più ti rappresenta, quella Che al cor più dice,

Ell'è Maria, la Vergine, la Figlia Dell'Uomo, in Ciel fatta a' fratei reina! La femminil pietà che s'assomiglia Alla divina!

UN FILOSOFO.

Lex lux. (_Prov_. 6. 23).

Dopo indefessi studii, Sopra vantate carte Giustin vedea non fulgere Fuorchè bugiarda un'arte Con cui l'audacia illudere Del fervido mortal, E il ver col falso mescere, E la virtù col mal.

A nobil ira il mossero Il vil, cinico riso, L'epicurea mollizie, Il duro stoico viso; In tutte scuole un'invida Di laudi fame e d'or; Sul labbro la giustizia, L'iniquità nel cor.

E si squarciò dagli omeri Nel suo corruccio il manto; Gettò i volumi turgidi, Scevri per lui d'incanto, E con profondo-gemito Disse:--«Non v'è quaggiù Luce che guidi i miseri A verità e virtù!».---

«Evvi!» gli grida un provvido Vecchio che i lagni udìa. Giustin lo mira attonito, Poi dice: «No! follìa!»-- «Follìe ti svolser, gli uomini (L'altro risponde allor); Leggi quest'alte pagine!»-- «Chi le dettò?»--«Il Signor!»

Tra speranzoso e incredulo Giustin quel libro afferra: Le carte eran profetiche Che a tutti error fan guerra, Che svelan ne' primordii D'umanità il fallir, Poi l'empio Giuda e il Gòlgota, E d'un Iddio il patir.

Gli sconosciuti oracoli Il dubitante aperse, E d'Isaia nel cantico Lo spirito sommerse. Legge:--_Ascoltate, o popoli, D'ira divina il suon: Io Re del Ciel, di vittime Infastidito io son._

_Incensi ed inni perfidi Il mio intelletto abborre: Premio di voti ipocriti Non mai sperate côrre; Sangue le mani grondano, E voi le alzate a me? Tergetele, o miei fulmini Diran che Dio ancor è!_

_Pur se le destre s'ergono Sincere a me tuttora, Se rei pensier non serbano Più in vostro cor dimora, Se torna altrui benefico De' figli miei l'oprar, Credete voi ch'io sappia Miei figli sterminar?_

_Oh! se a pupilli e vedove Esser vi veggio scampo, Venite a me: le folgori Non seguiranno il lampo: E fosser come porpora Sanguigne l'alme pur, Al par di neve candide Le rivedrà il futur!_

Quelle or minaci or tenere Parole d'un Iddio Scosser Giustino, ed avido Le carte allor seguìo; E giorno e notte al mistico Libro lungh'ore ei diè: Novi conobbe gaudii; Amò, sperò, credè.

A mastri e condiscepoli De' suoi passati errori, Move, ed in pria l'accolgono Con risi e con furori: Stupiscon poi del placido Suo forte ragionar; Miransi, e forse pensano: «Filosofo ancor par».

Ed ei coll'invincibile Possa del dir verace Eccita santi aneliti Di carità e di pace: Più d'un mortal da glorie Superbe visto fu Trar con Giustino all'umile Scïenza di Gesù.

Invano, invan rammentano Vigliacchi amici al forte, Che della Croce ai nunzii Leggi minaccian morte: Invano a lui, se i vizii S'ostina a maledir, Tremanti vaticinano Scherno, prigion, martir.

