Poesie inedite vol. I

Part 7

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Quante fïate a' gravi dubbii miei Mosse amichevol, generosa guerra, E me dai libri tracotanti e rei Svelse di lor, cui senza Dio è la terra!

Se arditi di sua mente erano i voli Quando la mente ei di Platon seguiva, Pur temev'anco di ragione i dòli, Ed a' piè dell'altar si rifuggiva.

Te sorpreso di morte sì precoce, Deh! amico, non avesse il fero artiglio! Più fido mi vedresti ora alla Croce, Più concorde or sarìa nostro consiglio.

E tu stesso maestri avendo gli anni, Con più sicura man rigetteresti Del secol nostro gli abbaglianti inganni, E tutti i lumi tuoi foran celesti.

Ma fu per te misericordia certo, Che tu morissi pria dell'ora, in cui Trassi prigione in bolgie, ove deserto In grandi strazi per due lustri io fui.

Le ambasce mie, le ambasce d'altri amici Troppo avrian tua pietosa alma squarciata: Chi vive sulla terra a' dì infelici, Troppo ne' danni i soli danni guata.

Invece, assunto, come spero, al loco Ove in tutte sue parti il ver risplende, Veduto avrai che di sventura il foco Talor sana gli spirti a cui s'apprende.

Veduto avrai siccome io, debol tanto Quando i miei dì fulgean più dilettosi, Nel supremo dolor contenni il pianto, E mia fiducia nell'Eterno posi.

Veduto avrai siccome, fatto io preda Di lunghe dubitanze sciagurate, Solo in carcer la diva afferrai teda, Che mie maggiori tenebre ha sgombrate.

Veduto avrai, dentr'anime più pure, Che non era la mia, nel duol costrette, Stimol gagliardo farsi le sciagure A volontà più fervide e più elette.

Commiserato avrai noi doloranti, E reso grazie a Dio, tutti scernendo Dell'oprar suo sublime i fini santi, Pur quando sovra l'uom tuona tremendo.

Tu mel dicevi un giorno, ed io superbo Crederlo non potea! Tu mel dicevi: «Dio non si mostra a sua fattura acerbo, Se non perchè l'amata a lui s'elèvi».

Non tutte sue fatture hann'uopo eguale Di venir da procella aspra battute, Ma tai ve n'ha che senza orrendo strale In fiacca letargìa sarian cadute.

Nondimen di mia forza ancor non posso, No, glorïarmi, e spesse volte ancora Son da tristezza e da pietà commosso, E con suoi lumi Iddio non mi ristora.

In quell'ore fantastiche di pena Godo passar dinanzi alle tue porte, E il core allor secreto pianto sfrena, Inconsolabil di tua infausta morte.

Ma poi le tue sentenze generose Mi tornan nella mente, e il tuo sorriso; E m'inondano il sen dolcezze ascose, Ed anelo abbracciarti in Paradiso.

Prego che tu vi sia! prego che appresso Al nostro Volta, ad ambiduo sì caro, Con lui mi guardi, e m'impetriate accesso Laddove col desìo già mi riparo!

Dio, salvator di molti amici miei, Ch'a te in vita e più in morte alzaro il core, Di te indegno e di loro io mi rendei; A farmi degno, ti domando amore!

[1] Il Principe Emmanuele della Cisterna.

LA PATRIA.

In Deo faciemus virtutem (_Ps._ 107. 14).

Oh dolce patria! oh come Balza de' forti il core al tuo bel nome! Stimolo a generosi atti è desìo Ch'ella in senno e virtù splenda felice: La voce che nel dice, Voce è di carità, voce è d'Iddio!

Ma tu che in fondo al core Tutti gli arcani miei leggi, o Signore, Tu sai che l'amor patrio, onde mi vanto, Non è superba frenesìa di guerra, Perchè di sangue e pianto, A nome d'equità, grondi la terra.

Neppure a' dì lontani Quando me travolvean disegni insani, Quando far forza ai casi ambito avrei, Sì che a' brandi stranieri onta tornasse, Con chi gli altari odiasse Affratellato io mai non mi sarei.

Veggio con ira e sprezzo Color che tutto giorno osan, dal lezzo Del vizio che li ammorba, alzar la destra, E, brandendo il pugnal del masnadiero, Chiamar cittadin vero Chi a lor perfida scuola s'ammaestra.

Del santo patrio affetto Gl'ipocriti son dessi! In uman petto, Ove sì di pietà luce s'abbui, Non arde fiamma di virtù sublime: Son desse l'alme prime Che, s'uom pagarle vuol, vendono altrui.

Amara esperïenza Mostrommi ch'ove somma è vïolenza Di feroce linguaggio, ivi s'asconde Mal fermo spirto, prono a codardìa: Sol l'alme vereconde Spiegan ne' buoni intenti alta energìa.

Fida a virtù la mente Colui perchè terrìa che Iddio non sente? Anco in età pagane i veri forti, Che opraron per la patria atti mirandi, Chiedeano al ciel le sorti, E per religïon divenian grandi.

Ad onorar l'avita Terra chi meglio di Gesù ne invita? Di Gesù che ne impon fraterno amore! Che ne impon di giustizia ardente zelo! Che accenna premio il cielo A chi pel comun ben respira e muore!

Gagliarda ira tremenda Serbiam pel dì che a provocarne scenda La burbanzosa avidità straniera: Del Prence e della Patria allora a scampo, Precipitiamo in campo Col grido invitto:--«Si trionfi o pera!»

Accostin core a core Intanto pace, e begli studi, e amore! Chè troppo già da fazïoni stolte, Di perpetua ingiustizia eccitatrici, Fur l'Itale pendici In lutto e sangue ed ignominia avvolte.

L'estera invidia, quando Nostre glorie natìe vien visitando, Gli odii scorge, ed applaude alla maligna Fraterna gara, promettendo aiuti; E poi quando abbattuti Siam da discordia, ci disprezza e ghigna.

Non c'illudiam fra sogni, Onde lo spirto desto indi vergogni: Ma ai circondanti popoli mostriamo, Che in tutte fasi di grandezze umane Grandezza in noi rimane, Dacchè al vero ed al bel sempre aspiriamo.

Al vero e al bello sempre Aspiri chi sortiva itale tempre! Splendidissima a noi traccia segnaro Que' glorïosi, onde la sacra polve Tutte le glebe involve Di questo suolo, al cielo e a noi sì caro!

Penisola gentile, Che sovra il mondo pria la signorile Spada gran tempo trionfando alzasti, E sebben misto a lutti inevitati, Sui barbari domati Ampio tesor di civiltà versasti!

Penisola stupenda, Non nelle gioie sol, ma in sorte orrenda, Poichè per le tue colpe un dì prorotti Venti concordi popoli a vendetta, Da te fra lacci stretta Furo a degne arti, e al vero Dio condotti!

Penisola divina, Che dell'antico imper dalla rovina Così sorgesti, come pronto sorge Sopraffatto da pargoli un adulto, Che, ad onta dell'insulto, Maestra mano ai dissennati porge!

Penisola, ove siede Inconcussa da turbini la fede, Sì che per quanto annoveriamo estesi Della redenta umana stirpe i regni, Ognor ne' retti ingegni Da te i lumi del ver tornaro accesi!

Sembra per te il Signore Più che per altre terre arder d'amore! Sembra nelle tue dolci aure più vago Emanar de' suoi cieli il bel sorriso; Sembra del Paradiso Volerti Iddio sovra quest'orbe imago!

Sugli emuli tranquilla Rivolgi pur la tua regal pupilla. Or quel popolo or questo andare altero Può primeggiando in forza d'auro o ferri: Pur non ve n'ha che atterri Il tuo sublime sulle menti impero.

Se altrove è maledetta L'alma che striscia come serpe abbietta, L'alma che sorda a' grandi esempli aviti, Incurante di senno e di decoro, Serva si fa a coloro Che a sedurre e predar vengon suoi liti;

Quanto più reo non fora Chi, aperti gli occhi sotto Itala aurora, A patria di magnanimi cotanta Non sacrasse altamente opra e desìo! Il popol siam di Dio; Stampiam nostr'orme nella via più santa!

SALUZZO.

Et sit splendor Domini Dei nostri super nos. (_Ps._ 89. 17).

Oh di Saluzzo antiche, amate mura! Oh città, dove a riso apersi io prima Il core e a lutto e a speme ed a paura!

Oh dolci colli! Oh mäestosa cima Del monte Viso, cui da lungo ammira La subalpina, immensa valle opima!

Oh come nuovamente or su te gira Lieti sguardi, Saluzzo, il ciglio mio, E sacri affetti l'äer tuo m'ispira!

Nelle sembianze del terren natìo V'è un potere indicibil che raccende Ogni ricordo, ogni desir più pio.

So che spiagge, quai siansi, inclite rende Più d'un merto söave a chi vi nacque, E bella è patria pur fra balze orrende;

Ma nessuna di grazia armonìa tacque, O Saluzzo, in tue rocce e in tue colline, E ne' tuoi campi e in tue purissim'acque.

Ogni spirto gentil che peregrine A piè di queste nostre Alpi si sente Letizïar da fantasie divine.

Sovra il tuo Carlo, e il dotto suo parente[1], Che pii vergaron le memorie avite, Spanda grazia immortal l'Onnipossente!

Dolce è saper, che di non pigre vite Progenie siamo, e qui tenzone e regno Fu d'alme da amor patrio ingentilite.

Più d'un estero suol di canti degno Porse a mie luci attonite dolcezza, E alti pensieri mi parlò all'ingegno:

Ma tu mi parli al cor con tenerezza, Qual madre che portommi infra sue braccia, E sul cui sen dormito ho in fanciullezza.

Ben è ver che stampata ho breve traccia Teco, o Saluzzo, e il dì ch'io ti lasciai A noi già lontanissimo s'affaccia.

Pargoletto ancor m'era, e mi strappai Non senza ambascia da tue dolci sponde, E, diviso da te, più t'apprezzai.

Perocchè più la lontananza asconde D'amata cosa i men leggiadri aspetti, E più forte magìa sul bello infonde.

Felice terra a me parea d'eletti La terra di mio Padre, e mi parea Altrove meno amanti essere i petti.

E mi sovvien ch'io mai non m'assidea Sui ginocchi paterni così pago, Come quando tuoi vanti ei mi dicea.

In me ingrandiasi ogni tua bella imago; Del nome saluzzese io insuperbiva; Di portarlo con laude io crescea vago.

E degl'illustri ingegni tuoi gioiva, E numerarli mi piacea, pensando Che in me d'onor tu non andresti priva.

Vennemi quel pensiero accompagnando Oltre i giorni infantili, allor che trassi Al di là delle care Alpi angosciando.

Nè t'obblïai, Saluzzo, allor che i passi All'Itale contrade io riportava, Benchè in tue mura il capo io non posassi.

Chè il bacio de' parenti m'aspettava Nella città ch'è in Lombardia regina, E colà con anelito io volava.

E colà vissi, e colsi la divina Fronde al suon di quel plauso generoso, Che premia, e inebbria, e suscita, e strascina.

Oh Saluzzo! al mio giubilo orgoglioso Pe' coronati miei tragici versi, Tua memoria aggiungea gaudio nascoso.

Oh quante volte allor che in me conversi Fulser gli occhi indulgenti del Lombardo, E spirti egregi ad onorarmi fersi,

Ridissi a me con palpito gagliardo La saluzzese cuna, e mi ridissi Che grata a me rivolto avresti il guardo!

E poi che in ogni Itala riva udissi Mentovar la mia scena innamorata, Ed ai mesti Aristarchi io sopravvissi,

L'aura vana, che fama era nomata, Pareami gran tesor, ma vieppiù bello Perchè a te gioia ne sarìa tornata.

Mie mille ardenti vanità un flagello Orribile di Dio ratto deluse, E negra carcer mi divenne ostello.

Non più sorriso d'immortali Muse! Non più suono di plausi! e tutte vie A crescente rinomo indi precluse!

Ma conforti reconditi alle mie Tristezze pur il Ciel mescolar volle, E il cor balzommi a rimembranze pie.

Del captivo l'afflitta alma s'estolle A vita di pensier, che in qualche guisa Il compensa di quanto uomo gli tolle.

E quella vita di pensier, divisa Fra le non molte più dilette cose, Ora è tormento ed ora imparadisa.

Io fra tai mura tetre e dolorose Pregava, e amava, e sentìa desto il raggio Del pöetar, che il cielo entro me pose.

Miei carmi erano amor, prece, e coraggio; E fra le brame ch'esprimeano, v'era Ch'essi alla cuna mia fossero omaggio.

Io alla rozza, ma buona alma straniera Del carcerier pingea miei patrii monti, E allor sua faccia apparìa men severa.

E m'esultava il sen, quando con pronti Impeti d'amistà quel torvo sgherro Commosso si mostrava a' miei racconti.

Pace allo spirto suo, che in mezzo al ferro Umanità serbava! A lui di certo Debbo s'io vivo, e a' lidi miei m'atterro.

Morto o insanito io fora in quel deserto, Se confortato non m'avesse un core Nato di donna, e a caritade aperto.

Scevra quasi or mia vita è di dolore, Ad Italia renduto e a' natii poggi, Ov'alte m'attendean prove d'amore.

Benedetti color, che dolci appoggi Mi fur nell'infortunio, e benedetti Color, che mia letizia addoppian oggi!

E benedetta l'ora in che sedetti, Saluzzo mia, di novo entro tue sale, E strinsi a me concittadini petti!

Non vana mai su te protenda l'ale Quell'Angiol, cui tuo scampo Iddio commise, Sì che nobil sia cosa in te il mortale!

L'alme de' figli tuoi non sien divise Da fraterna discordia, e mai le pene Dell'infelice qui non sien derise!

Le città circondanti ergan serene Lor pupille su te, siccome a suora Ch'orme incolpate a lor dinanzi tiene.

E le lontane madri amin che nuora Vergin ne venga di Saluzzo, e questa Abbian figliuola reverente ognora;

E la straniera vergin, che fu chiesta Da garzon saluzzese, in cor sorrida Come a lampo di grazia manifesta!

Pera ogni spirto vil, se in te s'annida! Vi regni indol pietosa ed elegante, E magnanimo ardire, e amistà fida!

Mai non cessino in te fantasìe sante, Che in dottrina gareggino, e sien luce A chi del bello, a chi del vero è amante;

E del saver tra' figli tuoi sia duce Non maligna arroganza, invereconda, Ma quella fè che ad ogni bene induce;

Quella fede che agli uomini feconda Le mentali potenze, a lor dicendo, Ch'uom non solo è dappiù di belva immonda.

Ma può farsi divin, virtù seguendo! Ma dee farsi divino, o di viltate L'involve eterno sentimento orrendo!

Tai son le preci che per te innalzate Da me son oggi, e sempre, o suol nativo: Breve soggiorno or fo in tue mura amate,

Ma, dovunque io m'aggiri, appo te vivo!

[1] Carlo Muletti, e Delfino suo padre, Storici di Saluzzo.--Io m'onoro dell'amicizia di Carlo, e parimente di quella del Maggiore Felice, suo fratello.

IL POETA.

Et stare fecit cantores contra altare. (_Eccli_. 47. 11).

Perchè data m'hai questa ineffabile Sete di canto? Perchè poni tu in me questi palpiti Ricchi d'amor? --Questi doni a te fo perchè basso Non t'alletti nocevole incanto; Perchè vago del bello più santo, A tal bello tu spinga altri cor.

--Io t'ammiro, ed ahi! quelle mi mancano Voci stupende, Che dir ponno quai movi nell'anima Alti desir. --Non ambir le pompose loquele, Che la turba volgar non intende: Il Vangel che rapisce ed accende, Par d'ingenuo fanciullo il sospir.

--Del possente Manzoni l'energico Inno a te vola: Io versar solo gemiti e lagrime Posso a' tuoi piè. --L'alto carme ispirai d'Isaia, Ma pur d'Amos la rozza parola Ogni labbro sublima, consola, Se gli umani richiama ver me.

--Il tuo nome cantando alla patria, Quali degg'io Fra tue grazie e bellezze moltiplici Più memorar? --Dille ch'io per amor la fei bella, Dille ch'amo, ed affetti desìo: S'invaghisca del grande amor mio; Mia beltà, mia natura è d'amar!

--Ma non denno terribili fremere Gl'incliti vati, Imprecando, schernendo degl'improbi Opre e pensier? --Rei pensieri e mal opre dannando, Sieno i carmi a speranza temprati: Sii pietoso anco a' petti ingannati: Col furor non si suscita il ver.

--Da più secoli squarciano Italia Parti luttanti; Fa ch'io retto impostori e magnanimi Scerna fra lor. --Del Vangel l'amantissimo spirto Luce sia a tua ragione, a' tuoi canti: Spirar dèi l'amor patrio de' Santi, Ch'è bontà, sacrificio ed onor.

SOSPIRO.

Tuus sum ego! (_Ps_. 118. 94).

Amore è sospiro D'un core gemente, Che solo si sente, Che brama pietà: Dolore è sospiro D'un cor senz'aìta, Per cui più la vita Incanto non ha.

Speranza è sospiro D'un core, se agogna, Se mira, se sogna Ridente balen: Timore è sospiro D'un core abbattuto, Che forse ha perduto Un'ombra di ben.

Timore, speranza, Dolore ed amore Del leve uman core Son vario sospir: Sospiro son breve La gioia, il martire, Son breve sospiro La vita, il morir.

E pure in sì breve Sospiro, o mio Dio, M'hai dato il desìo D'accoglierti in me! M'hai dato una luce Che diva si sente, M'hai dato una mente Ch'elevasi a te.

LA MENTE.

Conjungere Deo et sustine. (_Eccli_. 2. 3).

E che importa ovunque gema Questa salma sciagurata, S'altra possa Iddio m'ha data Che null'uom può vincolar? Della creta dagl'inciampi Esce rapida la mente: Più d'un tempo è a lei presente, Cielo abbraccia e terra, e mar.

Io non son quest'egre membra Di poc'alito captive; Io son alma che in Dio vive, Io son libero pensier. Io son ente, che, securo Come l'aquila sul monte, Mira intorno, e l'ali ha pronte Ogni loco a posseder.

Invisibile discendo Or a questi, or a quei lari; Bevo l'aura de' miei cari, Piango e rido in mezzo a lor. De' lontani veggio i guardi, De' lontani ascolto i detti: Mille gaudii d'altrui petti Mi riverberan nel cor.

Essi pur, benchè da loro Lunge sia mio seno oppresso, San che li amo, san che spesso A lor palpito vicin: San che sol la minor parte Di me preda è degli affanni; San che l'alma ha forti vanni, Che il suo vol non ha confin.

Lode eterna al Re de' Cieli Che m'ha dato questa mente, Che lo immagina, che il sente, Che parlargli e udirlo può! Morte, invan brandisci il ferro Di che mai tremar degg'io? Sono spirto, e spirto è Dio; Nel suo sen mi salverò.

MESTIZIA.

In eo enim in quo passus est ipse et tentatus, potens est et eis qui tentantur auxiliari. (_Ep. ad Hebr_. 2. 18).

Ah, nell'uom non v'è possa costante! E quell'io che poc'anzi era forte; Di repente in mestizia di morte Sento l'alma di novo languir! Grave incarco per me stesso Portar so di giorni amari, Ma pacato de' miei cari Ricordar non so il martìr.

Questa almen, questa grazia dimando Nell'affanno che oppresso mi tiene, Che del mio Federico alle pene Talor possa conforto versar: Ch'io tal volta ridir possa A quel mesto amico mio, Che per lui non cesso a Dio Preci e gemiti alternar.

Ma nessuno a mia brama risponde! Passan gli anni, e chi sa se frattanto Quell'amato i suoi giorni di pianto Sulla terra strascini tuttor? Alto duol pensarlo estinto, Alto duol pensarlo in vita! Gronda sangue la ferita Più profonda del mio cor.

A te volgo i miei lai, Divin Figlio, Che, sospeso in patibolo atroce, Una lagrima giù dalla croce Sulla Madre lasciavi cader. Pe' dolori tuoi mortali, Di tua Madre pe' dolori, Ah ti degna i nostri cuori Nell'angoscia sostener!

Dalla croce una lagrima pure Sull'eletto Giovanni spargevi: Ogni dolce pietà conoscevi, Benedetta è da te l'amistà. Benedici ogni memoria Che m'avvince a Federico: Voti innalzo per l'amico, Per me voti innalzerà!

E se avvien che il dovuto proposto Di non mai querelarci obblïamo, Ti sovvenga che debili siamo, E che i forti anche ponno languir. Ti sovvenga che tu pure D'uman frale andasti cinto, Che tristezza allor t'ha vinto, Ch'eri stanco di patir.

TERESA CONFALONIERI.

Lux justorum laetificat. (_Prov_. 13. 9)

No, pia, no, gentile, Per me non sei morta! Ti veggio, simìle Ad angiolo sorta, Su sposo e fratelli E amici vegliar. Dal ciel mi risuona Tua dolce parola. Che spiriti innalza, Che petti consola: Così già solevi Di Dio favellar.

Se il cor mi si turba In me rivolgendo Che i giorni tuoi santi S'estinser, gemendo; Che giovin peristi In lungo patir; Io scerno che il pianto Mi tergi e sorridi! Io scerno che al cielo Ne inviti, ne guidi! Io t'odo che appelli Felice il martìr!

Ell'era di quelle Serafiche menti, Vissute nel mondo Sublimi, innocenti, Amando, pregando, Chiamando a virtù. Doloran pei cari, Doloran per Dio, Lor merto arrichisce Chi in avanti fallì Lor vita è Calvario, Lor norma è Gesù!

Ti piansi, ti piansi Con alto rammarco, Per me, pel tuo sposo D'angosce sì carco! Ma udii la tua voce Parlarmi nel cor. «Le fere sventure Son date a' mortali, Perchè dalla terra Dispieghino l'ali, Cogliendo le palme Che colse il Signor».

No, pia, no, gentile, Per me non sei morta! Ti veggio, simìle Ad angiolo sorta, Il vedovo amico. E me sostener. Ti veggio splendente Di gioie supreme; Ti veggio accennante Le sedi, ove insieme La pace de' forti Dovrem possedor!

L'ANIMA D'UNA FIGLIA.

(_Parla qui_ MARIA VALPERGA DI MASINO _alla Contessa_ EUFRASIA _sua madre_).

Quonium pius e misericors est Deus. (_Eccli_. 2)

Piangimi, o dolce Genitrice: a Dio No, non è oltraggio il tuo materno pianto. Della tua mente ogni pensier vegg'io, Leggo le pene onde il tuo core è infranto, Scerno fra cotai pene un gioìr pio, Me figurando al Re de' Cieli accanto; Scerno che tu il maggior de' sacrifici Rinnovelli ogni giorno e benedici.

Ma affinchè le tue lagrime pietose Grondino più soävi, o madre amata, Io ti paleserò cagioni ascose, Per cui sì tosto al ciel venni chiamata: Non fu olocausto sol che Iddio t'impose Per affinar l'anima tua elevata: Di me compassïone alta lo prese, E me sottrarre a sommi affanni intese.

La tempra ch'Egli al fianco tuo mi dava, Era tutta d'affetto e d'innocenza: Io caldamente i genitori amava, Io gioconda sentìami in lor presenta: Il caro guardo tuo mi confortava, Qual guardo di superna intelligenza: Io d'uopo ognor avea di starti unita, Tu della vita mia eri la vita.

Di congiunti e d'amici altr'alme belle: Dopo il padre e la madre eranmi care: Tanto v'amava, e tanto amava io quelle, Che più tesori io non sapea bramare. Il pensier che sorride alle donzelle Di rosei serti e nuzïale altare, A me non sorridea, temendo ognora Che a te vivrei meno vicina allora.

Dato m'avresti, è ver, degno consorte, E quindi io molto esso pregiato avrei; E d'esser madre avuto avrei la sorte, E rapita m'avriano i figli miei; Ma come inevitabili di morte Son su questo o su quello i dardi rei, Avrei veduto chi sa quali amati Anzi a me infelicissima atterrati!

Ah! s'io perduto avessi alcun di loro, E te precipuamente, o madre mia, Sì acerbo fora stato il mio martoro, Che capir mente d'uom non lo potria! Commosso fu quell'Ottimo che adoro Dai dolci sensi ch'egli in me nodrìa, E perchè strazi io non avessi atroci, Una invece mi diè di molte croci.

Quest'una era il lasciarvi, o miei diletti, E più, madre, il lasciar te sì dogliosa: Pesante croce fu! la ricevetti Come don dell'Eterno ond'era io sposa: Premendola al mio sen, piansi e gemetti, Ma investimmi Ei di grazia generosa: Pesante croce! ma in serrarla al core Sentii che al cor serrava il mio Signore!

Sai tu perchè negli ultimi momenti Io, nel parlar delle mie nozze eterne, Volsi ancora su te sguardi ridenti, Come talun che liete cose scerne? Dalle lor salme l'anime innocenti Divelte son con voluttadi interne: Perde per esse il pungol suo più forte La regnante sul mondo ira di morte.

Già pria di separarmi dalla spoglia Dotata fui di vista celestiale: Schiusa a me ravvisai l'eterea soglia, Vestita mi sentii d'angelich'ale: Tutto mi s'abbellì, fin la tua doglia, Cui di rado la terra ebbe l'eguale: Divina luce a me svelava il merto Del materno dolore a Gesù offerto.

E vidi allora, o madre mia, che il mondo De' rammarichi nostri non è degno: Vidi che frode e malignar profondo Han tal perpetuo fra' viventi regno, Che spirto ivi non puote andar giocondo, Benchè di virtù segua il santo segno: Compiangendo chi resta in tanta guerra, Io mi strappai contenta dalla terra.