Poesie inedite vol. I

Part 6

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Gloria il novo Parnaso ornò stupenda, Nè più tutta disparve a' dì futuri; Ma non per ciò le vie Da' sommi ingegni al ver furono aperte: In cor del volgo non oprossi ammenda; Spirti v'ebbe più colti e più spergiuri: Sul Parnaso salite anco le arpìe Spesso di plauso e fiori andàr coverte, E con immonda cetra D'influssi rei contaminaron l'etra.

Vidi un'età delle sue forze altera, E fra le sue venture una fu tale Che nulla mai sì grande Non pareva la terra aver lucrato, Sebben non per real possa guerriera: Tre savi industri (ond'un con infernale Patto a scïenze occulte, abbominande, Esser dicea la turba inizïato) L'arte inventaron, donde Ratto il pensier si stampa e si diffonde.

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Voce sonò per l'Europee contrade: «Incivilir mai non potean le genti Finchè sì nobil arte Non rapivano al cielo od all'inferno I tre veggenti della nostra etade: Or moltiplici fien tutti eccellenti Frutti di verità, sì ch'ogni parte Prosperi della terra, al cibo eterno; Chè, s'error nasce ancora, Tosto convien che vilipeso mora».

Gloria sorrise all'immortal portento, Onde crebbe ogni scritto a mille a mille; Non più temuto danno Fu il perir de' giovanti, aurei volumi: Ma con sacre faville indi incremento Trasser tante malefiche faville, Che se qui il ver, là incensi ebbe l'inganno E fur cäosse ancor tenebre e lumi: Dei tre veggenti forse All'ombre irate il fatal don rimorse.

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Vidi un'età delle sue forze altera, E l'uom che in lei saldissim'orma impresse, Fu il Ligure che volse Su novello emisfer l'armi e la frode Dell'ingorda europea stirpe guerriera: Chiese ad Italia che colà il träesse Promettendole un mondo, e spregi colse; Mosse ad Ispania, e prore ottenne e lode; Trovò i promessi regni, E n'ebbe in guiderdon vincoli indegni.

Voce sublime alzàr d'Europa i liti: «Questo fra tutti eventi è il benedetto, Onde ignoranza cessa Nella sparsa d'Adam grande famiglia! Ambo emisferi dal battesmo uniti Scola esser denno a incivilir perfetto: Chè se per or la nova gente è oppressa Dall'invasor che a dirozzarla piglia, Succederà al conflitto Il trionfo dell'ara e del diritto».

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Gloria brillò sugli arbitri dell'acque; Ma l'assalita rozza gente, invece D'aver tutela amata Negli ospiti arricchiti in quel terreno, Parte ad orrenda tirannia soggiacque, Parte in pugne e miserie si disfece: Invidi per la terra conquistata I vincitori si squarciare il seno: Il novo mondo e il vecchio Fur di colpe e sciagure alterno specchio.

Vidi un'età delle sue forze altera, E il decimo Leon ne andò festoso, Intorno ad esso egregi Cotanti fur di civiltà i cultori. Oltremonti ferveano ira guerriera E furibondo zel religïoso, Sì che Roma schernìan popoli e regi; Ma ad onta delle guerre o degli errori, Di belle arti reìna Anzi al mondo brillò Roma divina.

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Voce tonò fra i nobili intelletti: «Questo è il secol fecondo, in cui gagliarde E fantasìa e ragione Le lor potenze spiegano a vicenda; Destano, è ver, gli spirti maledetti Nuove eresìe, ma vieppiù fervid'arde Zelo di verità nella tenzone, E fia che pel Concilio indi più splenda: Per queste grandi lutte Le insorte larve sperderansi tutte».

Gloria su quell'età fulse immortale; Ma nè per la gentil magìa de' carmi, Nè pei dipinti insigni, Nè per più gravi studi, e nè pel forte Dato da' santi di virtù segnale, Non s'antepose caritade all'armi, Non s'ambiron costumi alti e benigni; Chè di superbia sempre le ritorte Scevràr dai pochi buoni La turba degli stolti e de' ladroni.

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Vidi un'età delle sue forze altera, Che di filosofia luce si disse: Garrì coi re, coll'are, Supplizi eresse, e libertate offrìo; Indi men rea si fece, e più guerriera, Ed adorò il mortal che più l'afflisse; Poi veggendo crollato il Luminare, A somme altre fortune alzò il desìo; Sempre mutava insegna, Giurando inalberar la più condegna.

Voce sonava in gallica favella, E le favelle tutte eco le fero: «Squarciato il velo abbiamo, Che per gran tempo de' cristiani al ciglio Celò del ver la salutar facella! Ripigliam de' pagani il bel sentiero; Forza, piacere, astuzia idolatriamo; Sia vilipeso di pietà il consiglio; Così l'umana polve Sostien suoi dritti, e da viltà si svolve».

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Gloria di brandi e di scïenze e d'arti Cinse allor la fatal razza europea, Ma non s'udì che i petti Fosser men crudi che all'età trascorse: Vivi lampi emanàr da tutte parti, E folta nebbia pur vi si mescea; E spesso i furti eccelse opre fur detti, E il parricida a mieter laudi sorse; E senza amici il giusto Vivea schernito, e di calunnie onusto.

Io vidi i tempi, e mesto allor sorrisi Dell'uman replicato, allegro vanto, Che ai posteri s'appresti Carco minor di guerra e di perfidia: Dacchè del sangue del fratello intrisi I passi di Cäin furo e di pianto, La famiglia mortal sempre funesti Nutre germogli di fraterna invidia: Mutan le usanze, e ognora Convien che Abel gema, perdoni e mora.

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Orrenda è storia, e sarà sempre orrenda Questa milizia della umana vita, Tal che lo stesso Iddio Fattosi a noi fratel, fu strazïato! Inorridiam, ma non viltà ci prenda: Possente è umanità, benchè punita; La regge quel Divin che a lei s'unìo! Il figlio della creta è al duol dannato, Ma la terribil prova, S'egli ambisce il trionfo, a dargliel giova.

Non qui, non qui il trionfo inter!--ma pure Qui già comincia lo splendor de' giusti! Patiscon danni e morte, E il maligno sprezzarli indi s'infinge. Ei chiama lor virtù volgari e scure; Vorrìa che i rei fosser di laudi onusti; Ma tutte coscïenze un grido forte Son costrette ad alzar (Dio le costringe): «Falsa è, Cäin, tua gloria, Il grande è Abel, d'Abello è la vittoria!»

ALESSANDRO VOLTA.

Erat vir ille simplex et rectus, et timens Deum. (_Job._ I. 1).

Europa e il mondo onor ti rende, o Volta, Per l'altissimo ingegno ond'hai natura Scrutata, e in gravi magisterii svolta.

E fin che indagin glorïosa dura Di scïenze tra i figli della terra, Il nome tuo d'obblio non fia pastura.

Ma non sol perchè piacque a te far guerra De' fisici misteri all'ignoranza, Giusta laude il cor mio qui ti disserra.

Vidi altro merto ch'ogni merto avanza Splender nella tua grande anima, ardente D'ogni santa e magnanima speranza.

In tua vecchiezza, a me giovin demente T'avvicinava il caso.... ah! non il caso, Ma la bontà del senno onnipotente!

E ti vidi anelar, perch'io süaso Dai falsi lumi d'empietà non gissi, Ma dal lume del ver crescessi invaso.

Un dì, seduto appo quel Sommo, io dissi Quai m'affliggesser dubbii sciagurati Sovra i destini a umanità prefissi;

E gli narrai quai mi tendesse aguati Mia fantasia superba, investigante Supremi arcani, a noi da Dio negati.

«O tu, gli dissi, che vedesti avante Più di molti mortali entro a' secreti, Fra cui traluce il sempiterno Amante,

Dimmi in qual foggia in mezzo a tante reti Di volgari credenze e d'incertezza, Circa la fede il tuo pensiero acqueti».

Il buon vegliardo a me con pia dolcezza: «Figlio, anch'io lungo tempo esaminando, Tenni la mente a dubitanze avvezza;

E a' giovani anni mi turbava, quando Mi parea che del secolo i primai Di Fè il giogo scotesser venerando,

E s'infingesser di scïenza a' rai Scoperto aver ch'Ara, Vangelo e Dio, Fuor ch'esca a plebe, altro non fosser mai.

Temea non forse alfin dovessi anch'io Da' miei studi esser tratto a dir:--La scuola, Che mi parlò d'un Crëator, mentìo.

Ma benchè ardito e avverso ad ogni fola, E benchè in secol tristo in ch'ebbe regno Quella filosofia che più sconsola,

E benchè procacciassi alzar lo ingegno, Sì che a Natura io lacerassi il velo, Sempre d'Iddio vidi innegabil segno».

Così Volta parlava, ergendo al cielo La cerulea pupilla generosa, Poi seguitava con paterno zelo:

«Degli audaci all'imper resister osa, Che da lor alta fama insuperbiti Noman religïone abbietta cosa!

Mal per dottrina ostentansi investiti Di maggior luce che non dan gli altari: Io negli studi ho i passi lor seguiti,

Nè scorto ho mai ch'uom veramente impari Saldo argomento a diniegar quel Nume, Che splende nel creato anco agl'ignari.

E se d'umano spinto all'acume Diniegare è impossibile l'Eterno, Lui trovo pur di coscïenza al lume».

«Lui troviam tutti! dissi; e mai governo Del mio cor non faranno atee dottrine, Ma fuor del tempio assai dëisti io scerno.

E tu forse a costor più t'avvicine, Che non a quei che dall'Uom-Dio portate Estiman del Vangel le discipline».

«T'inganni, o giovin! replicò (e sdegnate Sfavillaron le ciglia del vegliardo, Poi su me si rivolsero ammansate).

T'inganni, o giovin! Nel Vangel lo sguardo Figgo come ne' cieli, ed in lui sento Tutto il poter di verità gagliardo.

Sento che negli umani un vïolento S'oprò disordin per peccato antico, E che vizio e virtù son mio tormento,

Sento che il Crëator rimase amico De' puniti mortali; e, a noi disceso Per esserne modello, il benedico.

Sento che siccom'Egli uomo s'è reso, Divino debbo farmi, e tutto giorno Viver per lui d'amor sublime acceso.

Sento che puote ingegno essere adorno Di ricco intendimento e di scïenza, Della Croce adorando il santo scorno;

E m'umilio con gioia e reverenza Col cattolico volgo a questa Croce, E in lei sola di scampo ho confidenza».

Eloquente dal cor rompea la voce Del buon canuto, come a tal, cui forte Dell'error d'un amato angoscia cuoce.

«Tu mi garrisci e in un mi riconforte, Dissi, e poichè alla Chiesa un Volta crede, Spezzar de' dubbii spero le ritorte».

«Le spezzerai! quegli gridò con fede; Vedrai che bella fra' più colti ingegni Anco religïosa anima incede!

Nè immaginar che lungo tempo regni La gloria de' filosofi or vantati, Che fur di scherno e di superbia pregni:

Pochi anni ti prenunzio, e smascherati Vedrai que' mille turpi falsamenti, Con che in lor carte i fatti han travisati.

Il più splendido autor di que' furenti, Che tutto diffamò col vil sogghigno, E con tai grazie che parean portenti,

Malgrado i pregi del suo stil vòlpigno, E il suo bel _Lusignano_ e sua _Zaìra_, Detto sarà filosofo maligno.

Ei tutti i dì già meno ossequio ispira, E Francia, ond'ei sembrò tanto dottore, Già del mentir di lui parla, e s'adira.

Ed al crollar del gran profanatore La ciurma crollerà dei men famosi, Che volean Dio strappar dall'uman core».

Io di Volta ridire i luminosi Sensi mal so, ma dell'egregio vecchio Amor mi prese, e più a lui mente posi.

Più fïate percossero il mio orecchio I suoi santi dettami, e più fïate Divisai farli di mia vita specchio.

Io meditando tue parole amate, O incomparabil uom, più non gustava Degli audaci le carte avvelenate.

Ancor pur troppo da te lungi errava, Ma pur m'innamoravan que' volumi Che il dolce genio tuo mi commendava.

Io debol era, ma ogni dì i costumi Del mondo a me tornavan più molesti: Chè li scernea della tua fede ai lumi.

Sovente i giorni miei trascorrean mesti, Perocchè i tuoi consigli io non seguìa, Mentre pur mi fulgean veri e celesti.

Varie sorti e distanze a quella mia Tenerezza per te scemàr vantaggio, E poco al tuo savere io mi nodrìa.

Vedendoti di rado, il mio coraggio Appo la Croce non durò abbastanza, E a follìe tributai novello omaggio.

Ahi! diè l'Onnipossente a mia incostanza Castigo di sventura e di catena, E lurid'antro a me divenne stanza!

Tu, certo, benchè allor pensieri e lena Ti s'infiacchisser per decrepiti anni, Raccapricciasti di mia orribil pena,

E con secreti gemiti ed affanni Per me a' pie' del Signore hai dimandato Sollievo e forza, ed alti disinganni.

Ei t'esaudiva, e il creder tuo stampato Così alfine in quest'alma addentro venne, Che più da dubbii non andò crollato.

E gaudio e libertà poscia m'avvenne, E rividi la madre e il genitore Dopo la sanguinosa ansia decenne.

Ma ne' giorni del mio lungo dolore Molte vite finìan la mortal traccia, E di batter cessò tuo nobil core.

Duolmi che più non posso infra tue braccia Gettarmi alcun momento, e alzare il ciglio In tua paterna, veneranda faccia.

In tutti i dì del mio terreno esiglio Pregherò Dio che schiuda a te sua reggia, Se mai fuor ti legasse aspro vinciglio.

Ma te già spero nell'eletta greggia! Di là mi vedi, e preghi impietosito Che in tua pace per sempre io ti riveggia.

Perdonami se tardi io t'ho obbedito! A tua amistà m'affido, e affido pure Quel diletto mio Porro, a te gradito!

Impetra il fin dell'alte sue sciagure; Impetra ch'io con esso e gli altri amici Troviam nel divo Amor gioie secure,

Sì che n'abbian giovato i dì infelici!

UGO FOSCOLO.

Claritas....omnia sperat. (_I. Cor._ 13.7).

Ugo conobbi, e qual fratel l'amai, Chè l'alma avea per me piena d'amore: Dolcissimi al suo fianco anni passai, E ad alti sensi ei m'elevava il core. Scender nol vidi ad artifizi mai, E viltà gli mettea cruccio ed orrore: Vate era sommo, ed avea cinto l'armi, E alteri come il brando eran suoi carmi.

Tu fosti, o mio Luigi [1], il caro petto Che, allorch'io dalle Franche aure tornava, Me a quell'insigne amico tuo diletto Legasti d'amistà che non crollava: Oh quanto è salutare a giovinetto, Perchè avvolgersi sdegni in turba ignava, Lo stringer mente a mente e palma a palma Con celebre, gentil, fortissim'alma!

Ma, sventura, sventura! Uom così degno D'amar colla sua grande anima Iddio, In fresca età l'ardimentoso ingegno Ad infelici dubitanze aprìo: Che di natura l'ammirabil regno Opra di cieche sorti or gli apparìo, Or de' mondi il Signor gli tralucea, Ma incurante d'umani atti il credea.

Nondimen fra' suoi dubbii sfortunati, Ugo abborrìa l'inverecondo zelo Di que' superbi, che, di fè scevrati, Fremono ch'altri innalzin voti al cielo; E talor mesto invidïava i fati Del pio, cui divin raggio è l'Evangelo; E spesso entrava in solitario tempio, Come non v'entra il baldanzoso e l'empio.

E mi dicea che que' silenzi santi Della casa di Dio nella tard'ora, Quando qua e là da pochi meditanti Sovra i proprii dolor si geme ed òra, Ovvero i dolci vespertini canti Sacri alla Vergin ch'è del ciel Signora, Nell'alma gl'infondean pace profonda, O d'alta poesia la fean gioconda.

Sempre onoranza fra i più cari amici Rese al canuto Giovio venerando, E sue parole di virtù motrici Con benevol desio stava ascoltando, E a lui diceva:--«Anch'io giorni felici Ho sulla terra assaporati, quando Innamorata ancor la mia pupilla Vedea quel Nume che a' tuoi rai sfavilla».

E Giovio protendendo a lui la mano, Paternamente gli diceva:--«Io spero, Io per te spero assai, perocchè umano E magnanimo ferve il tuo pensiero! Invan t'ostini fra dubbiezze, invano Della grazia ricàlcitri all'impero: Iddio t'ama, ti vuol, nè ti dà pace, Sinchè d'amor non ardi alla sua face».

Tai detti al cor scendean del generoso Che il bel profondamente ne sentiva; E al vecchio amico rispondea:--«Non oso Sperar che in mar cotanto io giunga a riva; Ma vero è ben che più non ho riposo, Dacch'egli è forza che dubbiando io viva, E un dì tua sicuranza acquistar bramo, E il mister della Croce onoro ed amo».

E siccome al buon Giovio sorridea Con ossequio amantissimo di figlio, Così sul mio Manzoni Ugo volgea Quasi paterno, glorïante ciglio: In esso egli ammirava e predicea Di fantasìa grandezza e di consiglio, Forte garrendo, se taluno ardìa Di Manzoni schernir l'anima pia.

Tal eri, o mio sincero Ugo; e più volte Io pure udii tuoi gemiti secreti, Qualor non prevedute eransi accolte Su te cause di giorni irrequïeti. La guancia t'aspergean lagrime folte Ricordando i fuggiti anni tuoi lieti: --«Percuotenti, sclamavi, un Dio tremendo, Che offender non vorrei, ma certo offendo!»

Allora a dimostrar che titubante Mal tuo grado bolliva il tuo intelletto, Ed odio non portavi all'are sante, E di sete del ver t'ardeva il petto, Meco avvertivi nella Bibbia quante Splendesser tracce del divino affetto, E confessavi, in tue mestissim'ore Sol raddolcirti quel gran libro il core.

Un dì col genitor del mio Borsieri Io passeggiava al bosco suburbano, E tu ch'ivi leggendo sedut'eri, Ci vedesti, e gridasti da lontano: «Ecco il volume degli eterni veri!» Corsi, e il volume presi io da tua mano: Lessi: Evangelio! E--«Bacialo! dicesti; Gl'insegnamenti d'un Iddio son questi!»

Ah, sebbene quell'Ugo ottenebrato Mal sapesse scevrar natura e Dio, E talor supponesse annichilato Nella tomba il mortal che i dì compio; D'altro dopo l'esequie eccelso fato Nodrìa talor vivissimo desìo, E dir l'intesi:--«No, quest'alma forte Mai non potrà vil pasto esser di morte!»

E ben più udii dal labbro tuo eloquente, Quando insiem leggevam famose carte, Ove un illustre ingegno miscredente Rampogne avea contro alla Chiesa sparte: Dal seggio allor balzasti impazïente, E ti vidi magnanimo scagliarte A sostener con voci alte e robuste, Che le accuse ivi mosse erano ingiuste.

E quantunque a' Pontefici severo Si volgesse il tuo spirto e a' Sacerdoti, Ammiravi la cattedra di Piero Ne' giorni di sua possa più remoti; E di gentil nell'arti magistero Datrice l'appellavi a' pronepoti; E sovra ognun che fu decoro all'are Liberal laude ti piacea innalzare.

Se in alcuna tua carta eco facesti D'animi non cristiani alla favella; Se di soverchio duol semi funesti Sparsi hai ne' cuor che passïon flagella; Se del secolo errante in cui nascesti, Bench'alta, l'alma tua rimase ancella, Opra fu di fralezza e di prestigio, Non mai di petto a mire inique ligio.

E il tuo libro d'amore isconsolato, Benchè riscosso immensi plausi avesse, Benchè da te qual prima gloria amato, Bench'opra non indegna a te paresse, Talor gemer ti fea, ch'avvelenato Un sorso gioventù quivi beesse D'ira selvaggia contra i fati umani, Ed idolo Ortis fosse a ingegni insani.

Biasmo gagliardo quindi al giovin davi Che ti dicea suoi forsennati amori; E l'atterrarsi, codardìa nomavi, Sotto qual siasi incarco di dolori; E sua vita serbar gli comandavi Per la pietà dovuta a' genitori, Pel dovuto anelar d'ogni vivente, Sì che sacri a virtù sien braccio e mente.

Di molti io memor son tuoi forti detti Da core usciti di giustizia acceso, E a tue nascose carità assistetti, E al tuo perdon ver chi t'aveva offeso; E pochi vidi sì söavi petti Portar costanti il proprio e l'altrui peso, E quel pianto trovar, quella parola, Che gli afflitti commove, alza e consola.

Memor di tanto, io spero, e spero assai, Che, sebben conscio non ne andasse il mondo, Sul letto almen della tua morte avrai Sentito del Signor desìo profondo: Spero che l'Angiol degli eterni guai, Già di predar tua grande alma giocondo, L'avrà fremendo vista all'ultim'ora, Spiccato un volo al ciel, fuggirgli ancora.

E mia speranza addoppiasi pensando Che alla tua madre fosti figlio amante: Quella vedova pia vivea pregando Che tu riedessi alle dottrine sante: Di buoni genitor sacro è il dimando, E sul cuor dell'Eterno è trionfante, Nè da parenti assunti in Paradiso Figlio che amolli, no, non fia diviso.

L'inferma, antica genitrice ognora Benediceva a te con grande affetto, Perchè al minor fratello ed alla suora D'alta amicizia andar godevi stretto: Furono a Giulio giovincello ancora Quai di padre tue cure e il tuo precetto, Ed amai Giulio perocch'ei t'amava, E l'alma tua del nostro amor brillava.

Ah! tanto spero io più la tua salvezza, Che sventurato fosti in sulla terra! Or tuoi difetti, or tua leale asprezza Ti suscitàr di mille irati guerra: E di profughi dì lunga amarezza, E povertà t'accompagnàr sotterra: Nè lieve a te fu duol che dolci amici Fossero al pari, o più di te infelici.

Le lagrime vegg'io che certo hai spanto Quando l'annuncio orribil ti giungea Che, tronco della vita a me ogn'incanto, Per anni ed anni in ceppi esser dovea: Il Cielo sa se in mia prigion t'ho pianto, E quai voti il cor mio per te porgea! Sempre io chiesi per te l'inclita luce Che di tutto consola, e a Dio conduce.

Dolce mi fu dopo decenne pena Riedere alla paterna amata riva; Ma allo spezzarsi della mia catena D'immenso gaudio l'alma mia fu priva; Chè di tue rimembranze era ripiena, E già in Britannia il cener tuo dormiva! E seppi tue sciagure, e niun mi disse Se, morendo, il tuo core a Dio s'aprisse!

Di tua vita furenti indagatori, Per laudare o schernir la tua memoria, Di te narraro i deplorandi errori Quasi parte maggior della tua gloria: Falsato indegnamente hanno i colori! Del tuo core ignorato hanno l'istoria! Ugo conobbi, o ingiurïanti infidi, E tra' suoi falli alta virtude io vidi!

E tu, schietta e magnanima Quirina, Che appien di lui pur conoscesti il core, Meco ogni dì il rammenti alla divina, Infinita pietà del Salvatore: Come la mia, tua dolce alma s'inchina Con invitta fiducia e con fervore A pro del nostro amato, onde con esso Veder per sempre Iddio ne sia concesso.

Appagar te non ponno, e me neppure, Nessun ponno appagar su caro estinto Funebri canti o funebri scolture, Da cui pari ad eroe venga dipinto: Uopo han di Dio le amanti creature! A fede e speme han l'intelletto avvinto! Noi non chiamiamo eroe l'amico andato: Amiam, preghiam ch'ei sia con noi salvato!

Noi d'Ugo abbiamo un giudice pietoso, E tu sei quello, onniveggente Iddio: Non un de' suoi sospir ti fu nascoso; Anzi a te ogni sua giusta opra salìo. Che festi d'un mortal sì generoso? Dimmi se il perdonavi e a te s'unìo! Ah, se ancor di sue piaghe afflitto langue, Appien le asterga, o buon Gesù, il tuo sangue!

[1] Mio fratello primogenito.

LODOVICO DE BREME.

Non obliviscaris amici tui in animo tuo. (_Eccli._ 37. 6).

Dacchè miei ceppi hai franto, e il subalpino Aere di novo, o sommo Iddio, respiro, Piena d'incanti è al guardo mio Taurino; Ma un caro ch'io v'avea cerco e sospiro.

Qui Lodovico nacque, e parte visse De' diletti suoi giorni, e qui patìo, E presso a morte qui le ciglia affisse L'ultima volta sul sembiante mio.

E m'indicò le vie dov'ei solea Trar verso sera i solitarii passi, E il loco della chiesa ov'ei porgea Preci, me lunge, perchè a lui tornassi.

Si ch'ogni giorno or qua or là lo veggio Smorto ed infermo, e pien di lena sempre, Ed in ispirto al fianco suo passeggio, E parmi che sua voce il cor mi tempre.

Negli estremi suoi dì quanto, o Signore, Altamente parlommi ei del Vangelo! Come esclamò che il rimordeano l'ore A gioie, a larve, e non sacrate al cielo!

Ah, que' detti m'affidano, e m'affida La tua clemenza, e lui beato io spero! Ma se ancor dolorasse, odi mie grida, Aprigli i gaudii del tuo santo impero.

Debitor fui di molto a Lodovico: Sprone agli studii miei si fea novello; Ai dolci amici suoi mi volle amico, E più al suo prediletto Emmanuello[1].

Ma in ver di Ludovico io l'amicizia Ingratamente troppo rimertai, Fera in quegli anni m'opprimea mestizia, Nè a lui la vita abbellir seppi io mai.

Con indulgenza infaticata il pondo Ei reggea di mia trista alma inquïeta, E spesse volte da dolor profondo A sorriso traeami e ad alta meta.

Per forte impulso de' suoi cari accenti Energìa forse conseguii più bella: Quell'energìa perch'uomo infra i tormenti Soffoca i lagni, e indomito s'appella.

La facondia, l'amor, la pöesia Perscrutante e gentil de' suoi pensieri Luce nova sovente all'alma mia Davan cercando i sempiterni veri.