Part 5
Caldo zelo ad estinguer non si sforzi La nobil vigoria de' giovani anni, Ma pïamente il fidar troppo ammorzi,
Sì che delle inesperte anime i vanni Luce, lontan dal vero Sol, cercando, Non si perdan nel vuoto e negl'inganni.
A due falli i parenti omai dian bando: Uno è il vano agognar che tutto a' figli Nell'odïerna età paja esecrando.
I sempre spaventosi, irti consigli Ispiran diffidenza, e ciechi allora Vieppiù s'avventan quelli entro a' perigli.
E l'altro fallo è più funesto ancora: Quello di chi, spregiando i tempi andati, Del novo senno tutti i vanti adora,
E dall'are tue sante illuminati Non gli cale, o Signor, che i figli sieno, Ma li spera da orgoglio sublimati.
Lode a filosofia, ma quando in seno Porta umiltà ed amor; quando a' suoi voli Tuo infallibil Vangelo è guida e freno!
Altro lume non fia che mai consoli, Ed appuri, ed innalzi umani cuori, E per cui nelle vie de' lor figliuoli
Gloria acquistino e pace i genitori!
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Non v'è patria felice, se a Dio Consecrate non son le famiglie; A' parenti, a' garzoni ed a figlie Solo vincolo egregio è la Fè. Dove cresce magnanima stirpe, Talor anco sventura la preme, Ma non pere, non crolla, non teme Il Signor della forza ha con sè!
I SANTUARII.
Et induxit eos in montem sanctificationis suae. (_Ps._ 77).
Infelice colui che ignobilmente Mira natura e le bell'opre umane, Ed allor più s'estima alto-veggente Che più freddo e schernevol si rimane! Quant'evvi di sublime e d'innocente Gli par macchiato di bruttezze strane: Per le spine la rosa gli par truce, E, perchè il Sole avvampa, odia la luce.
No, non è tal la verità, ma ad onta Delle sue spine amabile è la rosa, E l'alma luce immense gioie impronta, Benchè talor dardeggi anco dannosa; E il passegger che faticando monta, Pago sovra le balze indi si posa; E benchè abbondin gli empi in sulla terra, Frode non è per ogni dove o guerra.
L'ipocrita, ahi! s'accosta anco all'altare, Ma i non infinti quell'altar migliora: Ogni spirito umano, alto o volgare, Pervertesi dal dì che più non òra; Ed in ogni uso della Chiesa appare Celeste senso che a virtute incuora. Chi d'amor sante preci insania crede, Quai vuol foggiarle, e non quai son, le vede.
Voi pur, voi pur siete di scherno oggetto, Famosi Santuarii, ove i credenti Peregrinando anelan con diletto, Sebben plebee taluni abbian le menti. Menti han plebee, ma candido l'affetto, E l'esempio commun li fa più ardenti. O Santuarii, abbiatevi il mio canto: Io ne' delùbri di Varallo ho pianto!
Tutelare di Sesia Angiol gentile, Come nobile e vaga è tua vallea! Qual v'ha Meandro all'acque tue simile? Qual altra auretta i cor tanto ricrea? E come, fuor del consüeto stile, Qui il villanel di belle arti si bea! Qui leggiadri pittori ebbero cuna, E lor opre Varallo in copia aduna.
Ma più di tutti i Varallensi egregio Di virtù per la forte orma stampata Fu il buon Caüno ch'or sull'are ha pregio, Ei che alla valle nova gloria ha data, Ei che v'aggiunse così fregio a fregio, Che da' secoli andasse indi ammirata. Umil cappuccio lo coprìa, ma ardente D'alti pensier gli rifulgea la mente.
Caïmo giovin mosse in Terra Santa, Poi tornò pien di rimembranze il core, Ed ambìa che sua terra tutta quanta Innalzasse le brame al Crëatore; Ed era di color, cui non va infranta La volontà da inciampi o da timore. Ardüissima cosa immaginossi, La predicò, la volle, e gridò: «Puossi!»
»Puossi, gridò, glorificare Iddio, »A questi lochi eccelso lustro dando. »Ergasi un Santuario in un sì pio, »E sì per inclit'opere ammirando, »Che inviti pure il miscredente e il rio, »I quai vengan da pria maravigliando, »Poscia vinti si sentan dall'incanto »Del Bel, del Ver, del sommamente Santo.
»Puossi! e tristo colui che m'opporrebbe »Che opulenta non è questa convalle! »Dal voler forte ognor la forza crebbe, »E le ben chieste grazie il Signor dàlle. »Più costante di noi popol non v'ebbe, »Zelo non fia ch'indi all'impresa falle: »Diam chi l'or, chi le braccia, e chi lo ingegno, »E di Dio monumento alzerem degno».
In tal guisa ispirato predicava Il reduce da' liti Palestini, E col robusto dir comunicava Negli altrui cor suoi palpiti divini. Universale un plauso s'elevava Primamente da' borghi più vicini, Poi rapido quel plauso si diffonde Pur tra fedeli di lontane sponde.
E quasi per prodigio ecco tant'oro, E tanti chiari spirti, e tante braccia Moltiplicarsi e gareggiar fra loro Sì che novo Sïonne ivi si faccia. Non manca all'alta impresa alcun decoro; L'aspra montagna trasmutato ha faccia; Magnifico cammin fra ombrose piante Guida a esimii delùbri il vïandante.
Ascendendo quell'erta, evvi un mistero Tal nel loco e nell'aer, che pria che giunga A' consecrati muri il passeggero, Forz'è che preghi, ed ami, e si compunga. Vista non v'ha che noi ritragga al vero, Che dal mondo fallace nol disgiunga, Tanto, dovunque ei volga la pupilla, Del Crëator la mãestà gli brilla.
Quanto più progredisci alla salita, Tanto più ti stupiscon da ogni parte Quel bosco là della vallea romita: Là le fumanti capannette sparte; Là un torrente fra scogli che s'irrìta, E mormorando e spumeggiando parte; E colà un altro che sue rapid'onde Rotola verso il piano, e in lui s'infonde.
Qui il ciel sovente è limpido zaffiro, E spande fulgidissima la luce, Poscia improvvisa là sui gioghi io miro Nube che tuoni e fulmini conduce, E ne' rami degli alberi uno spiro Freme di vento, or lusingante, or truce, E in tutte quelle cose è un'armonia Che scuote l'alma ed al Signor l'avvia.
Venìa meco Tancredi, ed ammutiti Or contemplando questo, or quell'obbietto, Più gioïvam perchè fra noi partiti Sensi cotanti d'intimo diletto Scorger ne fean quanto da Dio forniti D'unanime eravam mente ed affetto: Tacean le lingue, ma l'alterno sguardo Il söave dicea sentir gagliardo.
Più oltre i passi producemmo, e alfine I delùbri toccammo desïati: Su ciascun di essi vaghe ombre son chine D'olmi vetusti, sotto a cui posati Già si son peregrini e peregrine, Ora in polve dispersi ed ignorati. Quanti, com'io, veduto han queste rive! Tutti son morti, e quella ombra sorvive!
Il pio silenzio di tai sedi appella A veridici e gravi pensamenti. Scende sul cor rimorso, e lo flagella, Ma speme santa mitiga i tormenti. Scerne l'uom ch'ogni vita si scancella, Quasi che gli anni suoi fosser momenti, E invaso allor da salutar terrore, S'umilia, e invoca, e trova il Redentore.
Oh! chi d'uopo non ha di chi il redima? Qual adulto vivente è immacolato? Chi non desìa tornar ciò che fu prima, Quando non era ad empietà varcato? E chi fia mai che irreverente imprima In Santuario i piedi, ove adorato Mirasi quanto, sceso in terra Iddio, Per redimerci tutti, oprò e patìo?
No, qui nulla è volgar, nulla è concetto Di scempi ingegni! tutto è sapïenza! Rider vorrìa l'incredulo intelletto, E falla qui a lui stesso la impudenza: Qui riconoscer debbe ei con dispetto Esservi un Bel che sforza a reverenza: Istorïate scene del Vangelo Han qui una voce che rammenta il Cielo.
Di Varallo i sacelli adorni sono Di cento effigie di gentil lavoro: Ed una v'ha che par d'angioli un dono, Cotanto pinge di Maria il martoro! Di Maria, che in orribile abbandono Indicibil, divin serba decoro, Di Maria che, abbracciando il morto Figlio, Frena le amare lagrime in sul ciglio!
Fra gli sparsi tempietti si divelle, Qual tra la prole sua la genitrice, Qual magnifica luna infra le stelle, Sommo Tempio che al loco appien s'addice. Egli è sacro a Maria, che fra le belle Schiere de' cherubin sorge felice, E dir sembra a' mortali:--«Oh figli miei! Meco voi tutti alzare in ciel vorrei!»
Non fulge dì, non fulge ora del giorno, Che sul monte preganti alme non meni. Sono pii villanelli del contorno Che invocan messi a' patrii lor terreni; Sono un padre sanato, e a lui d'intorno I figli suoi di gratitudin pieni; Son donne antiche e vergini montane Vestite a fogge in un leggiadre e strane.
E queste e quelli, a varii gruppi onesti, Van ramingando qua e là pel monte. Mormoran preci, e i rai tengon modesti, Ed in ogni sacel chinan la fronte, E più si ferman dolcemente mesti Dove San Carlo ha sue pedate impronte; E sotto voce ai figli il genitore Le virtù narra di quel gran Pastore.
Poscia ciascun pur là s'arresta molto, Dove il fulcro d'un letto anco si vede: Il letto fu di Carlo! Ivi quel volto Dormì e vegliò quando a lodar la fede De' Varallensi a lor si fu rivolto Dalla Lombarda glorïosa sede. Oh reliquia onorata! oh quanti ispira Di pietà desiderii in chi la mira!
E colà presso, d'un più antico Santo Venerevole avanzo è custodito: Un teschio egli è! Chi di facondia incanto Effuse da quel teschio ora ammutito? E chi da quelle or vote occhiaie ha pianto? Chi cogli sguardi i cuori indi ha colpito? Caïmo fu! quel forte che volea, Ed all'opre ardüissime impellea!
Adorator de' secoli vetusti No, non son io: so che barbarie assai Contro a' fiacchi porgeva arme agl'ingiusti, E alle vendette succedean più guai: Ma sfavillar pur si vedean tai giusti, Che d'obblio non saran preda giammai: Del secol lor vinceano il genio tristo, L'alme träendo a caritate e a Cristo.
Onore a nostra età per fatti egregi, Ma non per la calunnia e pel sogghigno, Con che vorriansi vilipesi i pregi Di chi fra rozzi oprò saggio e benigno! Ogni secolo ha menti onde si fregi; Ogni secolo impulsi ha dal maligno: Ah! in ogni età da' cuori ingentiliti Abbiansi laude gli atti a Dio graditi!
A Dio graditi certo erano e sono D'alta religïon que' monumenti, Ov'ansio d'impetrar pace e perdono Tutti elèva il mortal suoi sentimenti; Ove chi più fu sotto i vizi prono, Talor più sorge, e move a' begli intenti; Ove color che già inimici furo, Si rïabbraccian con fraterno giuro.
Ah! tutto ciò che alle passato sorti De' natii ne congiunge amati liti, È quasi suon di glorïosi morti, Che di virtù civil ne drizza inviti; E ben di patrio amor vincoli forti Son quindi i Templi e i Santuarii avìti; Ed ogni buon là grandi lumi scerne, Pregando ove pregàr l'alme paterne.
LE PASSIONI.
Gustate et videte quoniam suavis est Dominus. (_Ps._ 39. 9).
Dov'è mia gioventù? Dove i bëati Anni d'amor, del Rodano appo l'onde? Dove il ritorno a' miei dolci penati, E mia stanza alle Insùbri aure gioconde Dove in Milano i glorïosi vati Che mi cingean dell'apollinea fronde? Dove mia gloria alle applaudite scene? E poi dove il decennio infra catene?
Io di carcere usciva egro, e piangendo Il mio buon Federico e gli altri cari, Cui dato ancor da quel recinto orrendo Rieder non era ai desïati lari: Poscia esultava, Italia rivedendo, Ed alfin temperando i giorni amari Fra gli amplessi de' miei sacri canuti, Per me sì lungamente in duol vissuti.
E omai da un lustro tutto ciò trascorse! E nuovi plausi a me la patria diede, E di nuovi Aristarchi ira mi morse, E dì nuovi propizi ebbe la fede, E nuova infanzia a me d'intorno sorse, E di morte vid'io novelle prede, E «Vana cosa è questo mondo!» esclamo, E separarmen voglio--ed ancor l'amo!
L'amo perch'alme vi trovai fraterne, Che all'alma mia s'avvinser dolcemente, E diviser mie gioie, e nell'alterne Pene collacrimàr sinceramente: E v'ha tali amistà che fièno eterne, Benchè tessute in questa ombra fuggente, Benchè tessute ov'ogni nobil core S'apre appena a virtù, lampeggia e muore.
Degg'io, poss'io da tutte cose amate Divellere una volta il mio pensiero? Io, le cui sorti furono esaltate Da tanto lutto e tanto gaudio vero! Io, le cui rimembranze innamorate Han su mia fantasia cotanto impero! Io, cui balzar fa sin talora il petto Vista di leve, inanimato oggetto!
Reduce a' lidi miei, dopo che giacqui Sepolto vivo per sì cupe notti, Agli affetti più teneri compiacqui Che la sventura non avea interrotti; Nè agli estinti carissimi pur tacqui Culto di preci e di sospir dirotti; Indi a rivisitar presi le antiche Pagine ch'ebbi a dolce veglia amiche.
E sovente su libri polverosi La man vo riponendo tremebonda, Ed apro, e parmi a' giorni studïosi Tornar di giovinezza, e il pianto gronda! E trovo i segni che ne' libri io posi, Ove con mente mi fermai profonda, Ove ad alti pensier d'amato autore Commento fei di verità o d'errore.
Pur con sensi diversi or vi rimiro, O libri tanto amati a' dì primieri: Vate son io, ma spento è in me il desiro Di prostrarmi idolatra anzi agli Omeri. Se volgendo lor carte ancor sospiro, Magìa non è de' grandi lor pensieri: Più d'un libro m'è caro, e pure in esso Di rado cerco lui; cerco me stesso.
E non sol me vi cerco: alla memoria Del me passato aggiugnesi indivisa Di palpiti d'amor söave istoria, Quando un'egregia m'infiammava in guisa, Ch'io per lei sola ambìa pietate e gloria, Ch'io sempre in lei tenea l'anima fisa, Che d'un sorriso suo per farmi degno, Sempre agognava ingentilir lo ingegno!
E se pio talor fui, pregio egli è stato Di quella generosa animatrice: Era ad essa straniero il forsennato Foco d'amor che mi rendea infelice; Ma compatìa mie pene, ed elevato Volea il mio spirto, e lo volea felice, Ed allor che più insano io le parea, S'affannava, e garrivami, e piangea.
Quella donna, onde il bel, nobile viso Polvere è da molt'anni, e l'alma in Dio, Non disamai, benchè da lei diviso, E onorerolla tutto il viver mio: Ma nuovi poscia affetti han me conquiso, E quel primiero ardor s'intiepidìo: Quel ch'era in me un incendio, è una favilla Che come lampa ad un sepolcro brilla.
Senza obblïar la già cotanto amata, Altra ammirai ch'or dipartita è anch'essa; E in me virtù credendo io sublimata Per averla a sì bello angiol commessa, L'anima mia da orgoglio inebbrïata Vana si fea di lungo ben promessa: Giorni d'alto dolor mi mosser guerra, E a lei pur venni tolto, ed è sotterra!
Sete d'amor, sete di studi, e sete D'innalzar sopra il volgo il nome mio, Gran tempo mi rapìan sonno e quiete, Nè scerno se ammendato oggi son io: Tu che del cor le làtebre secrete Solo ravvisi e mondar puoi, gran Dio, Pietà di me che tanto sempre amai, E sino a te l'amor non sollevai!
Tante cose sfumarono al mio sguardo, E tutto giorno sfumar altre io miro! Valga d'esperïenza il raggio tardo, In che forzatamente oggi m'aggiro, Ad oprar alfin sì, che più gagliardo A tua bellezza s'erga il mio desiro, E nulla tanto da' mortali io brami, Quanto ch'ognun tuoi pregi scorga ed ami!
La legge tua non è d'irto rigore, Sol le idolatre passïoni abborri: Lunge che a te dispiaccia amante cuore, Ad un cuor fatto gel più non accorri. Tu vuoi che a' miei fratelli io con ardore Così soccorra, come a me soccorri: Tu vuoi che in forte guisa il bello io senta, Tu vuoi che al giusto il plauso mio consenta.
Tu doni a' figli tuoi mente e parola, Non perchè il dono tuo venga sepolto; Tu non imprechi investigante scuola Su non vietato ver fra l'ombre avvolto: In odio a te l'indagin empia è sola Che contra il cenno tuo l'ardire ha volto: Tu gl'ignari del mal chiami felici, Ma il veggente non reo pur benedici.
Tu che sei tutto amor, la sacra stampa Della natura tua nell'uomo imprimi: Gagliardo sprone e inestinguibil lampa Tu sei di tutti aneliti sublimi. Tu godi quindi se il mio spirto avvampa Per que' tuoi fidi che in virtù son primi: Tu godi se fra lor taluni eleggo, E nel lor santo oprar meglio ti veggo.
A me tu dato hai queste fiamme ardenti, Con cui desìo de' petti amici il bene, E con cui studïando i tuoi portenti Traggo esultanza, e di capirti ho spene: Così caldo sentir più non diventi Esca giammai di vanità terrene: Mie passïoni in guisa tal governa, Che lode sièno a tua saggezza eterna.
Sempre le temo, e sempre sento ancora Che in amar altre cose io troppo m'amo: Cieca errò mia bollente alma sinora, E presa fu di sua superbia all'amo. Distruggi il suo sentire, o lei migliora; O vil torpore, od amor santo io bramo: Ah no, non vil torpor, dammi amor santo, Tu che le tue fatture ami cotanto!
I SECOLI.
Militia est vita hominis super terram. (_Job._ 7).
Vidi un'età delle sue forze altera, E questa rifulgea dal greco lido: Superava i famosi Secoli che brillàr per altre sponde; Ed oltre ad immortal virtù guerriera, Sparsa per Asia d'Alessandro al grido, La irruzïon de' ladri generosi Impromettea alle genti fremebonde Sotto a' vincenti brandi Novi di civiltà raggi ammirandi.
Voce per ogni parte era d'Achivi: «Noi chiama Giove a illuminar la terra! Al nostro Omer, ch'è luce Prima alle menti, succedean tai vati, Onde a fiotti emanàr del bello i rivi; E, perchè il sommo Bel tutti rinserra Sensi gentili e sapïenza adduce, Gli Apelle e i Fidia in queste aure son nati, E Plato e gli altri mille, Che poste ne' misteri han le pupille».
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Gloria, sì, coronò le Achee pendici; Ma del grande Alessandro il trono cadde, E le barbare genti Contro il superbo eroe mosse a disdegno Dell'alto crollo si stimàr felici; Poi d'arti e di saver Grecia decadde, Sì ch'alle scuole sue contraddicenti Chi recava di lumi avido ingegno, Sol v'imparava come Darsi del ver possa a menzogna il nome.
Vidi un'età delle sue forze altera, E sfavillava questa in Campidoglio; Scherniva i preceduti Secoli, che dall'uom sommi fur detti. Tutto cedeva all'aquila guerriera Che ad ogni eccelsa meta ergea l'orgoglio. Sul Tebro convenìan co' lor tributi Della terra i più splendidi intelletti, Ogni altro core umano Dovea spezzarsi o diventar Romano.
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Latina voce in tutte aure s'udìa: «Noi siam chiamati a spegner l'ignoranza Che dagli antichi tempi Le varie schiatte de' parlanti regge; Noi soli alzar possiam tal monarchìa Che abbracci il mondo e il forzi a fratellanza, Che per ogni contrada atterri gli empi, Che in loco di furor ponga la legge; Filosofia fanciulla Vagì sinor, noi la traggiam di culla».
Gloria brillò sul Tebro incomparata; Ma i gagliardi imperanti all'universo D'onor si dispogliaro, E dier lo scettro a destre parricide: La immensa monarchia fu lacerata, E da' suoi prodi eserciti converso Contro agli Augusti suoi venne l'acciaro, E più stolto di pria l'orbe si vide: Gara di colti e rozzi Furon morte, perfidia e gaudii sozzi.
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Vidi un'età delle sue forze altera, E dava di sè mostra in varie sedi: I popoli che oppressi Avea di Roma il gigantesco ardire, Veggendo vacillar l'alta guerriera, Di sue virtù si dissero gli eredi: Fiato alle trombe in venti regni diessi, E tutti ardendo di terribili ire Giuràr pei nobili avi Che a Roma guasta non sarìano schiavi.
Voce sonò di barbare coorti: «Noi chiama il cielo a restaurar giustizia, Chè ne mentì il Romano Impromettendo civiltà e diritti; De' mortali tradite eran le sorti Per satollar di pochi l'avarizia; Tutti scettri afferrar non de' una mano; Tutti i popoli denno essere invitti! Oggi infiacchisce Roma, Si punisca, a lei spetta oggi esser doma!»
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Gloria sorrise a' Vandali ed a' Goti, Ma fu gloria di spirti usi a furore: Distrussero un Impero Che ad un sol giogo i popoli astringea, E ferrei gioghi imposero a' nepoti: De' vizi inorridirono al fetore, Onde il Tebro appestava il mondo intero; Ma gentilezza insiem credetter rea, E contro a lei pugnando Disonoràr l'insuperato brando.
Vidi un'età delle sue forze altera, E diè prima in Sïonne il maggior raggio: Fu virtù combattuta Sotto Romani e Barbari, e s'estese, Non per astuzia o gagliardìa guerriera, Ma per novo in patir, santo coraggio. Fra dileggi e patiboli cresciuta, Perdonando a' carnefici, li prese: Scandalezzava in pria, Poi volgari ed eccelse alme rapìa.
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Voce allor di Cristiani empì le terre: «Noi Dio sospinge a debellar gli errori! Finor saggezza umana Tentò regger le sorti, e fu delirio: L'uom dalle colpe è dissennato, e scerre Non può di verità gli alti splendori, Se da superbia il cor non allontana, Se nol consacra ad umiltà e martirio. Or che la Croce splende, A vera civiltà l'uomo trascende».
Gloria inaudita a' battezzati fulse, E perocchè d'Iddio quest'era l'opra, Se fidi al suo Vangelo Fosser vissuti i popoli redenti, State sarian tutte ingiustizie espulse. Sàtana accinto a volger sottossopra La indestruttibil via che guida al cielo, Seminò scismi ed odio infra i credenti; Onta il fellon ne colse, Ma pure in novi lutti il mondo avvolse.
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Vidi un'età delle sue forze altera: Il successor di Piero e Carlo Magno Destra si dier fraterna, Come agli antichi dì Mosè ed Aronne, Sì che il Monarca a sua virtù guerriera Visibilmente avesse Iddio compagno: Così doppiata la possanza alterna, Frenaro il vizio e umanità esultonne: Parea che mai contesa Più nascer non potrìa fra Trono e Chiesa.
Voce allor si levò d'Itali e Franchi: «L'atterrata da' barbari è risorta Imperïal tutela, Ed or che dagli altari è benedetta, Fia che i mortali a civiltà n'affranchi. Or ogni studio a sapïenza è scorta, Tutti or nobilitar la legge anela, Bandire anela schiavitù e vendetta: La prima volta è questa Che il trionfo del ver più non s'arresta!»
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Gloria abbellì di Carlo Magno i fatti, Ma sceso nel sepolcro, ebbe seguaci Di men gagliardo ingegno: Trono e Chiesa s'urtàr, si combattero, E da scandalo uscìr follie e misfatti: Nocquero a verità studi fallaci, Città e castella fur nemiche al regno; Libero sir divenne il masnadiero; E, franti i gioghi spesso, Piansene il popol da licenza oppresso.
Vidi un'età delle sue forze altera, Allorchè il Saracin recò dispregi Su tutti d'Asia i liti, E destò in Occidente ira e temenza. Ecco tacer le gare, ecco guerriera Fraternità fra i battezzati Regi: Ecco d'Europa i volghi rïuniti: Ecco mille poteri una potenza Scuote, strascina, incanta: Tutti soldati son di Roma santa.
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Voce s'alzò di folte osti crociate: «Ciò che saputo oprar non avean gli avi, Compiere è dato a noi! L'alme cristiane da concordia alfine A magnanima impresa suscitate Più ludibrio non son d'affetti pravi. Cristo ne scelse per campioni suoi, E rimerto n'avrem palme divine: Da noi frattanto il mondo D'ogni impulso a giustizia andrà giocondo».
Gloria i pro' cavalieri ebber traendo La tomba del Signor da giogo infame, E grazie a' loro acciari Non invase anch'Europa il Mussulmano; Ma in vile obblìo religïon ponendo, Aprirò il core ad esecrande brame, In rapina emulàr gli Arabi avari: Volsero a lacerarsi invida mano: Colpì i Crociati Iddio, E in Asia lor possente orma sparìo.
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Vidi un'età delle sue forze altera, E nell'Italo suol fulse più bella: Non già poter di brandi Sorse a magnificar la sua fortuna, Sebbene ovunque ardesse ira guerriera: Fu suo splendido pregio una novella Ambizïon di studii venerandi: Parve Italia con Dante uscir di cuna, Indi Petrarca venne, E la corona in Campidoglio ottenne.
Voce di qua dall'Alpe inclita alzossi: «Di civiltà sepolta era la luce; Ed or novellamente Sulla terra la spargono le Muse: L'idïoma oggi vivo affratellossi Agl'idïomi antichi, e si fa duce Anco agl'infimi spiriti possente, Sì ch'al ver tutte vie sono dischiuse; Gli studii più non regge Idolatrìa, ma del Vangel la legge».
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