# Poesie inedite vol. I

## Part 4

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Sostegno quattro fidi ecco si fanno Al padiglion, sotto cui l'Ostia viene Riparatrice dell'eterno danno

Escon del tempio, e in meste cantilene Salmeggiano il bel carme in che il Profeta Reo si chiamava, ed estollea sua spene.

All'ansio mover della schiera è meta Il tetto di fratello o di sorella, Cui forse morte è già da Dio decreta.

E talor quell'afflitta anima in bella Giace magion, che al volgo ivi stupito Rammemoranza d'alte gioie appella.

Allor più d'un fra gl'infimi è colpito Dal sentir ch'è pur cosa egra e mortale Uomo a sorti sì splendide nodrito.

E tra sè dice: «Ai fortunati oh quale »Stolta invidia portai, se tutti dee »Involver duolo ed esterminio eguale!»

E mentre le atterrite alme plebee Il vil livor depongono, e commosse Pregan per lui che l'ultim'aure bee,

Con dolcezza rammentan com'ei fosse Modesto in sua possanza, e come pure L'altrui miseria a pietà sempre il mosse.

Ovver tristi rammentan le pressure Ch'oprate lunghi giorni ha il vïolento, Insultando degl'imi alle sventure.

Lagrime versa quei di pentimento, E scorge di perdon raggio felice Entro al cor ricevendo il Sacramento:

E a sè d'intorno mira e benedice La carità di quella pia congrèga, Che i torti obblìa dell'alma peccatrice,

E pel suo scampo sempiterno prega.

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Chi sì fredda laudar mente potrìa Sì del bello avversaria e del sublime, Che la potenza non ammiri ed ami Del gran mister? Mentre all'infermo è data Per patire o morir forza oltr'umana, Uno spirto di serii pensamenti E di mutua pietà gli astanti afferra; E ciascun dal palagio ov'oggi han regno Le dolorose infermità e la morte, Riede a sue ricche sale, o al suo tugurio, Più memore del cielo e più benigno. Nè spettacol men alto è quando tragge Il Pan celeste al miserando letto Dell'indigenza. Fra lo stuol seguace Dell'adorabil visita divina, Donna s'annovra illustre e generosa, Ben conscia già di luride scalee E di covili ov'han mendici albergo. Ed ella dietro al Salvatore ascende Alla povera stanza; e gentilmente Del suo splendido stato si vergogna, Ed aïtar tutti vorria gli afflitti. Egra giace una vedova, ed intorno Lagrimosi le stanno i figliuoletti Della fame dimentici, e accorati Sol perchè temon pe' materni giorni. Della Comunïon pur non vorrebbe Questa mirarli nel solenne istante; Pensar vorrebbe solo a Dio; ma gli occhi, Pensando a Dio, ricadon sovra i figli, E s'empiono di pianto.--«Oh figli miei! «All'infrenabil mio materno lutto »Deh non badate, e voi consoli Iddio! »A lui vi raccomando: ei padre ognora »Fu de' pupilli derelitti; piena »Fiducia abbiate in lui!» Così l'inferma Geme ed abbraccia ad uno ad uno i cari; Poi, vinta dall'angoscia, obblia di nuovo La voluta fiducia, e per delirio. Lamentosa prorompe: «Oh delle mie Viscere amati frutti! ov'è chi prenda Cura di voi, quand'io sarò sotterra? --Per mezzo mio li aiuterà il Signore!» Dice l'illustre donna ivi prostrata; E s'alza, ed alla vedova giacente Le braccia stende, e al sen la stringe; e questa Effonde il core in voci alte di gioia, Dicendo: «Io moro consolata! a' figli «Che in terra lascio, resterà una madre!» Io vidi, io stesso un giorno in mezzo a' campi Avvïarsi la visita d'Iddio A povera magion. Seguii la turba, Per l'infermo pregando, e quell'infermo Canuto essere intesi agricoltore Presso al centesim'anno. Ove giacea L'onorato vegliardo? In una stalla! A manca erano i buoi; spazio bastante Libero stava a destra, e un letticciuolo Ivi il padre capìa della famiglia. E in quella stalla il Creator del mondo Entra a soccorrer l'uomo! ad onorarlo! A nutrirlo di sè! tanto è il prodigio Dell'umiltà divina, o tanto agli occhi Del Crëator sublime cosa è l'uomo! Ah! ben desso è quel Dio che in una stalla Nascer degnava, e palesar che in pregio Gli era il mortal, non per potenza ed oro, Ma per l'umana sua nobil natura! Oh mirabile vista quel languente Che dal guancial la testa sollalzava, Bella per bianche chiome, e pel sorriso Della pace di Dio! mirabil vista L'atto in cui della debil creatura Cibo si fa il Signor! Chi non di dolce Stilla bagnate aver potea le ciglia, Ripetendo le preci?--E la pietosa, Ond'or parlai, che della vedov'egra L'oppresso spirto avea racconsolato, Non è del vate invenzion. Mi stava Quell'angelica donna appunto a fianco Or nella stalla del canuto. E quando Il Sacerdote retrocesse, allora Sorse l'egregia, e avvicinossi al letto, E favellò non so quai detti al vecchio, E nelle antiche palpebre io vedeva Gratitudin rifulgere e contento.

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Ma non così pacifiche Sempre si volgon l'ore Al figlio della polvere, Quando patisce e muore.

Colui tre volte misero Che in suoi peccati è spento, Di cui la gente mormora: «Non ebbe il Sacramento!»

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Assai meno, assai meno infelice Di chi muor senza luce d'ammenda È colui che da legge tremenda Vien dannato a precoce morir! Fur gravissimi forse i delitti Che macchiaron la vita del tristo; Ma piangendoli a' piedi di Cristo, Spera in ciel perdonato salir.

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Ed anco a tal dannato a fera morte Religïon moltiplica sua cura: Ella sola al gran passo il rende forte, Che vinta da terror fora natura. Arrivato d'un tempio appo le porte Perchè il fermano? Oh ciel! che raffigura? Dall'altar mossa l'Ostia avvivatrice, Conforta ancor la vittima infelice.

E la vittima piange benedetta L'ultima volta dal Signore in terra, E con più vigoroso animo accetta La fune onde il carnefice la serra: Che è mai la morte al misero che aspetta Grazia colà, dove non è più guerra? Ch'è mai la morte all'uom quaggiù imprecato, Se Iddio gli dice in cor: «T'ho perdonato!»

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Le varie pompe tutte Uopo non è che annovri il verso mio, Onde sovente addutte L'anime sono a rammentarsi Iddio, E onde abbelliti vanno Di vita il corso ed il postremo affanno.

Io tutte v'amo, quante Istitüì la provvidente Chiesa Processïoni sante! Sol per la mente a basse cose intesa, Il senno dell'altare Non benefizio, ma stoltezza appare.

Io v'amo, o pompe! ed amo Pur la più mesta; quella in cui giacente Nel fèretro seguiamo Il simil nostro, che di nobil ente Sulla terra mutossi In carne data a' vermi e in poveri ossi.

Oh commovente gara Il congregarsi ad onorar per via La sventurata bara! L'alzare ancora in fùnebre armonia Un voto pel fratello, Di cui le spoglie inghiottir dee l'avello.

Soleasi a' dì lontani, Che barbari a ragion forse son detti, Ed in cui pur gli umani Portavan reverenza a' begli affetti, Soleasi da' congiunti Pianto sacrar, solenne a' lor defunti!

Mutò la degna usanza, E quando un genitor serrato ha il ciglio, Più intorno non gli avanza Nè la consorte, nè un diletto figlio: Decenza impone a questi Sgombrar lochi per morte oggi funesti.

Ah! ben più venerando Era a' tempi de' barbari il compianto Delle famiglie, quando I figliuoli mescean lagrime e canto, Venendo primi dietro All'orribile e in un caro ferètro!

Fretta mi par non pia Il fuggire un amato, appena e' muore; Il non voler qual sia Prova a lui dar di pubblico dolore: Ma ben è ver, che ascoso Pur gronda il pianto--e spesso è più doglioso!

Se quei che vincolati Son per sangue col morto, alla gemente Pompa non son restati, Folta dietro la bara è pur la gente: Misto al terror, v'è un forte Amor nell'uom per l'alta idea di morte.

Chi vive puro, i grandi Proponimenti inforza a quella vista, E chi traea nefandi I giorni suoi, sogguarda e si contrista: D'ognuno a tal pensiero Scossa è la mente e richiamata al vero!

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Ma poichè il più giulivo e il più dolente Fra quanti riti a noi la Chiesa espone, Ha in sè di grazia spirto onnipossente, Che al cor favella ed a virtù dispone, Star giammai non si vegga ivi il credente Col vil sorriso che a bestemmia è sprone: Ne' templi e fuor de' templi ogni atto pio Puote e debbe nostr'alme alzare a Dio.

V'amo, o pompe divine! e prego il Cielo Ch'io mora in patria ove sien usi santi, Ove alla tomba il mio corporeo velo Dato non sia da ignoti o da sprezzanti, Ma pochi amici con pietoso zelo Seguano la mia bara salmeggianti, E valga sì de' lor sospiri il merto, Che tosto siami il sommo regno aperto!

I PARENTI.

Deus enim honoravit patrem in filiis (_Eccli. c. _3_, v._ 3)

Inno di gratitudine e d'amore Al Creator de' nostri cuori amanti, Di tutte meraviglie Creatore!

Dacchè pel fallo prisco doloranti Alla luce veniam, qual dolci aïta Ne' genitorï è data a' nostri pianti!

In ogni coppia umana, onde la vita D'altri umani si svolge, ecco una diva Pe' figiuoletti carità infinita.

Vedi la vergin titubante e priva D'ogni ardimento, simile a cervetta Che intorno guata, e de' perigli è schiva.

Chi nella fievol, timida animetta Opra mutazione inaspettata, Quand'è fra il coro delle madri eletta?

Di progenie d'Adamo al ciel chiamata, Grave è il sen della dianzi paventosa, E il pondo regge da dolor cruciata.

Ed il porta con forza generosa! E dopo un figlio compro a tanto prezzo D'orrende angosce, altri portar pur osa!

Oh di strazii mirabile disprezzo In creatura sì gentil, che solo Parea nata de' fiori al molle olezzo,

Onde bëasse a lei d'intorno il suolo E le dolci aure col suo bel sorriso, E morisse alla prima ombra di duolo,

Per destarsi felice in Paradiso.

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Vedi la donna col suo piccol nato, Che suggendole il seno a lei sorride: Sebben abbiale tanto egli costato, La madre da lui mai non si divide. Insazïata il guarda, insazïato È il provveder ch'ei non s'affanni e gride: Animo lieto o da timore oppresso Nella veglia o nel sonno ha ognor per esso.

Lo sposo benchè a lei caro cotanto, È più caro perch'ei pur ride al figlio; Sovente, favellando a lei d'accanto, S'avvede ch'ella e core e mente e ciglio Tien sovra il pargol con sì forte incanto, Che non ha udito il marital consiglio: Allora ei tace e mira, e con dolcezza Il lattante e la madre egli accarezza.

Oh tristo il giorno, oh trista l'ora, quando Giace nella sua cuna egro il bambino, E la giovine madre sospirando Ad ogn'istante riede a lui vicino, E invan teneri detti prodigando Tien sulle amate labbra il petto chino, Ma l'offerta mammella ei bacia appena, E non la sugge, ed a vagir si sfrena!

Oh con qual lutto miserando allora La spaventata si rivolge a Dio! Oh come al dubbio che il figliuol le mora Trema se in lei fu reo qualche desìo, E perdono dimanda, e s'infervora, Promettendo al Signor viver più pio! I soli Angioli ponno anzi all'Eterno Sì ardente prego alzar, qual è il materno.

Giorno di liete voci, ora felice, Quando sceman del pargolo i vagiti! Quand'ei cerca la dolce genitrice Con isguardi dal riso ingentiliti! Quand'ei di novo il caro latte elice, E scherzoso riprende i suoi garriti! Tai porge allor la madre inni d'amore, Quai mandar può de' Serafini il core!

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Ov'alti rischi fervono, Vieppiù la madre ardita Pel frutto di sue viscere Pronta è a donar la vita.

Ella, se fera scoppïa Divoratrice vampa, Verso la cuna avventasi, E il pargoletto scampa.

Se il picciol piede illusero Di cupo rio le sponde, La madre piomba rapida, E il tragge, o muor nell'onde.

Ella, se il figlio palpita Tra infetto aere tremendo, Tenta i suoi dì redimere, Le piaghe a lui lambendo.

Se patria e tetto invadono Empie, omicide squadre, Stringe i suoi figli, e impavida Pugna per lor la madre.

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Tal è la nobil donna ingigantita Dalla materna celestial possanza, Che a tutte generose opre la invita.

Ma un sacrifizio v'è che ogni altro avanza, Ed è in lei quell'assidua ed operosa Sulla cara progenie vigilanza.

Alma di buona madre più non posa Finchè non ha ne' figli suoi destata Di virtù la favilla glorïosa.

Nè puote alma di figlio esser pacata Fra inique gioie, se ha una madre ancora Che i vestigi di lui tremando guata,

E occultamente prega, e s'addolora.

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Negli anni primieri Del forte maschietto, V'è mente selvaggia, V'è indocile affetto, Par ch'indi s'annunci Futur masnadier. La picciola belva Se alcun la minaccia, Vieppiù baldanzosa Innalza la faccia; Di colpi, di rischi Non prende pensier. Qual è quello sguardo, Qual è quella voce Che frena l'audacia Del picciol feroce? Incanto sì dolce La donna sol ha. Ed ella ripete, Ripete l'incanto, Frammesce sorriso, Disdegno, compianto, E amore gl'infonde, Gl'infonde pietà.

Non bada la saggia Se petti inumani Diran che a domarlo Suoi studi son vani; In cor d'una madre Speranza non muor. E quei che parea Futur masnadiero, S'infiamma del bello, S'infiamma del vero, Divien della patria Gentile decor.

La madre è il primo dell'infanzia amore! Poi di ragione al dolce lampo i teneri Fanciulli aman la madre e il Crëatore! Sõave affetto sentono Pel padre, pe' fratelli e per le suore, Ma il lor pensier più consolante ed ìntimo E quello ognor: la madre e il Crëatore!

E tutti quasi del Vangelo i forti, Che con grand'opre od immortali pagine Più ricchi di virtù sono al ciel sorti, Dal sen materno attinsero L'amor, l'ingegno e i nobili trasporti, E della madre caramente memori, Iddio amando, con lei sono al ciel sorti.

Quale stupor, se pienamente spanta D'un diletto figliuolo entro lo spirito Alta fiamma si sia di madre santa? D'uomini gravi assidua Cura in noi del sapere i germi pianta, Ma niuna cura è guida al cor del giovine Come riso gentil di madre santa.

In quello sguardo che posò primiero Sovra i nostri dolori e i nostri giubili, È un poter che strascina a pio sentiero. Mille congiuran fàscini A pervertir di gioventù il pensiero, Ma in lagrime di madre, o nel suo tumulo È un poter che ritragge a pio sentiero.

Agostin dagli errori avvincolato, Udendo della madre i sacri gemiti, Bramava consolar quel core amato; Nel rimirarla, a palpiti Religïosi si sentìa spronato; Doppiò il desìo del ver, doppiò le indagini, E terse il pianto di quel core amato.

Ne' giovani anni del Salesio santo, La madre, che il dovea da sè dividere, Un giorno mosse a lui solinga accanto: Sotto vetusta rovere In cima a giogo alpin fermata alquanto, L'opre di Dio mirando, esclamò: «Figlio! Pensa che quel gran Dio t'è sempre accanto!»

E gli parlò sì calde e generose Ricordanze dell'alta, unica gloria, Che Dio per meta all'uman viver pose, Che il giovin cor rifulgere Vide al suo sguardo le celesti cose, E il dir materno in lui restò indelebile, E saldo il piè pel cammin arduo pose.

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Ma di veri ed opposti elementi Vien temprata dell'uom la saggezza: Ei bisogno ha di freno e dolcezza, Ei bisogno ha di forza e d'ardir. Troppo i figli addolcir prolungata Indulgenza di madre potrìa; Ne' lor cuori animosa energìa Ogni padre è chiamato a nodrir.

Della madre il söave sembiante Il bambino con gioia mirando Brameria riprodurre quel blando Elegante sentir femminil. Ed insiem nel mirar si compiace Più severi del padre gli sguardi; In sè brama gli spirti gagliardi Che più bella fan l'indol viril.

Grazie, amabile Ingegno divino, Che, in donarci i duo cari parenti, Vuoi che sorga gentil nelle menti Armonia di contrarie virtù! Tutti grazie a te rendano i figli Che gustàr de' parenti l'amore! Ed ai mesti orfanelli, o Signore, Notte e dì padre e madre sii tu!

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Quanta in un padre e in una madre splende Luce emanata dall'Eterno Iddio! D'affetto pari al lor niun cor s'accende.

A' genitori miei come poss'io Render le gioie prodigate e il pianto, E gli esempi, e i consigli, e il pregar pio?

Troppo sovente immemor fui del santo Senno che ad essi per me il Ciel largiva, E baldanzoso i lor dettami ho franto.

Ma se per vie superbe io mi smarriva, Cercando il ben dove il Signor nol pose, E di mondani sapïenza ambiva,

Quai salutari spine a me le cose Pur rimanean, cui già m'aveano impresse L'anime de' parenti generose;

E contento io non era nelle stesse Più inebbrïanti glorie che il mio orgoglio E l'altrui vanità crëato avesse.

Inestirpabil resta il buon germoglio A que' dolci, infantili anni piantato, In cui d'alta malizia il cuore è spoglio.

Io m'avvolgea tra dubbi, e innamorato Pur mi sentìa secretamente ognora Di quell'Iddio ne' primi dì invocato.

E quando il Sol gli oggetti ricolora, Ed ammirandol poscia al suo tramonto, E nottetempo udendo batter l'ora,

E in mille di que' casi in cui più pronto Fassi a grave sentir l'intendimento, Sì che in lui nasce d'alte idee confronto,

Mi sovvenìa con dolce incantamento La carità del padre, e di colei Dal cui seno ebbi vita ed alimento; E allor tornava sovra i labbri miei Irresistibil uopo di preghiera, E i miei delirii m'appariano rei.

Nel ricordar la madre, un fascino era Che quasi mal mio grado m'attraea Alla credenza e all'amistà primiera,

E della madre ai templi indi io riedea!

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O padri! o genitrici! il più efficace V'è dato minister sovra la terra: Da voi pende de' figli la verace Intima calma, o la perpetua guerra.

Sentir non basta natural dolcezza A' cari vezzi di crescente prole; Non basta ch'uomo obblii truce fierezza, Come nel suo deserto il leon suole Quando sul leoncel ch'egli accarezza Spiegar le insanguinate ugne non vuole; Non basta ch'uom de' figli suoi le strida Tolleri, aïzzi, e i giochi lor divida.

Non basta ch'ei, mentre con essi scherza, Pur li brami al suo cenno obbedienti, E talor pigli l'esecrata sferza A domar le più irose audaci menti.

Uop'è che padri e madri abbian sublime Conoscimento dell'ufficio loro, E le impronte, che i figli accolgon prime, Sien d'amor, d'innocenza e di decoro. Uop'è che i genitor la prole estime, Perchè non da piaceri o sete d'oro O bassa invidia spinti unqua li miri, Ma da pii, generosi, alti desiri.

Gemer che val che nostra età sia guasta? Che abbondin tradimenti e fratricidii? Che del dubbiar l'orribile cerasta Strazii le menti e tragga a' suicidii?

Al torrente de' vizi argin chi pone, Se mal la patria a' figli suoi provvede? Se de' fanciulli il cor non si dispone Da' genitori ad alti sensi e fede? Se il giovine schernir religïone, O simularla da' canuti vede? Perchè t'onorerà, padre, il tuo figlio, Se in te virtù mai non brillò al suo ciglio?

Sia maledetta la progenie ingrata Ch'alza sul genitor risa di scherno! Mal s'affanni di giubilo assetata, E nell'alma sua vil regni l'inferno!

Ma al par de' figli iniqui e irreverenti, Voi sommamente sciagurati e abbietti, Che versate negli animi innocenti Mortifero velen con opre e detti! Vita lor deste, e por li avete spenti! Da Dio li avete, e contro a Dio concetti! Prodotto avete per l'età future! Germi rei di più ree progeniture!

Bella è di colta civiltà la luce, Che assai chimere d'ignoranza espelle! Ma se spoglia è di fè, non altro adduce Ch'arti affinate in basse anime felle.

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Altera iva, già tempo, i suoi tesori Di ricchezza e di fama e di possanza Roma pregiando, e sebben tocche avesse L'ignee quadrella di sventura, e sommo Più sulla terra il cenno suo non fosse, Ancor a sè dicea: «La invitta io sono! »L'accenditrice della sacra fiamma »Del saper nelle genti! e indarno lutta »Contra il mio genio di barbarie il genio!» Ma venne il dì che la città del mondo Fremebonda languendo in crudo assedio, Prevedea suo sterminio ed il trionfo Della barbarie propugnata e sparsa Dal valente Alarico. Una Sibilla Nel roman Foro passeggiava irata, Cinta da cittadini; e se speranza Fosse di gloria le chiedean coloro, E richiedeano con affanno.--Ed ella Con disprezzo miravali, e taceva, E passeggiava irata, e i dardeggianti Sguardi della divina alto terrore Nella plebe infondeano. E poichè sempre Insisteano le turbe a interrogarla Sovra i destini della patria, il riso Amaro del disprezzo in furor santo Volse; e, strappato dalle grigie chiome Il vel, la fronte colla destra palma Si percosse tre volte, e a' suoi pensieri «Uscite!» disse,--e uscirono tremendi! «Vaticinio d'obbrobrio e di morte »All'iniqua Regina del mondo! »Sette giorni; e poi veggo giocondo »Qui sue fiamme Alarico gettar! »In tre parti ecco Roma divisa: »Un'intera, altra mezzo abbattuta; »La maggiore ecco fumiga muta »Sovra l'ossa che un dì l'abitàr».

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Dell'antica Sibilla al disperante Grido colpiti di spavento, alzaro Miserevol lagnanza i cittadini, E a lei diceano, e al cielo: «Onde su noi, »Onde su figli così orrendo fato?» Guardolli la inspirata, e lungamente Tacque fremendo, indi il silenzio ruppe:

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«Onde mova sì fera condanna, »O perversa d'eroi discendenza! »Più da voi di virtù la credenza »A' figliuoli trasmessa non fu! »Non v'è popol che piombi in rovina, »Se non dove s'innalzi tal prole »Che non sa, che non può, che non vuole »Fuorchè oltraggio ed obblio di virtù!»

E vinse Alarico, E in fiamme andò Roma, E tutti la stirpe Latina fu doma! E invan quegli oppressi Dell'Itala terra Dicean: «Fummo grandi »In pace ed in guerra!» Disgiunte da forza Di mente e di cor, Le voci orgogliose Schernìa il vincitor.

E fama narra che la pia Sibilla Per le italiche sponde ramingando, Molle sovente avesse la pupilla Sui rei trionfi dell'estranio brando: Chiesta venìa talor se una favilla Prevedesse di scampo, e come, e quando; Ed allor rispondea più corrucciata: «Stirpe forse vegg'io dal fango alzata?»

Inteneriasi poscia, ed agli afflitti «Luce, dicea, non fulge or di speranza! »Ma da viltà cessate e da delitti, »E crescete ad onor la figliuolanza. »A nulla giova favellar di dritti, »E gli avi rammentar con gran burbanza: »D'ammendati parenti all'opre sole »Puote ribenedetta andar la prole».

Ma i più ascoltavan, e movean la testa, E tenean la fatidica per pazza; E lungh'anni durò la ria tempesta Degl'invasori sull'iniqua razza. Tutta convenne tracannar la infesta Di servitù e d'obbrobrio amara tazza; Sepolta andonne civiltà, e con pena Dopo secoli ancor ripigliò lena.

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Manda, o Signor, lo spiro tuo possente Ne' padri che al mio tempo han la tutela Della patria speranza adolescente!

Quanto sia gran tesoro ad essi svela Un'affidata nova alma immortale, Cui tanti move assalti corruttela.

In padri e genitrici un'ansia eguale Desta sì, che ne' figli i pensier santi La possa degli esempi non affrale!

La madre allor ne' dolci cuori pianti Profonda e pia di bell'amor semenza Per tutte l'opre ad alta fè guidanti;

E il genitor protegga, la innocenza, E la scorti, e la eserciti, e la inforzi Contr'ogni non vitale, empia, scienza.

