Poesie inedite vol. I

Part 3

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Io il disprezzo acquistava de' ferri, Ma non più quel disprezzo superbo Che del vinto fa l'animo acerbo Contro quei che nel lutto il gettàr. Io sperava, io credea che i vincenti M'assegnasser destin sì tremendo, Non vil odio, ma sol rivolgendo Di giustizia rigor salutar.

Io dicea che se in pugno tenuto Uno scettro in que' giorni avess'io, Gli avversanti dell'animo mio Con isdegno atterrati avrei pur: E scernea che son fremiti ingiusti Que' dell'uom che da forti domato, Non ripensa ch'ei forza ha sfidato, Che d'un dritto essi i vindici fur.

Compiangea il fato mio, ma pensando Qual dover mosse i giudici miei: Ma pensando che in ciel li vedrei S'io perdon ritrovava al fallir. E di grazia per me sospiroso, Supplicava ogni grazia per essi, Presentendo i reciproci amplessi Là dov'ira non puossi nodrir.

Della chiesuola de' prigioni uscito, Io ritornava entro mia mesta cella Col sen da mille affetti intenerito, Con fantasia più generosa e bella: L'ineffabil poter del santo rito Avermi parea dato alma novella: Ed intero quel dì lieto sciogliea Di David gl'inni, ed inni altri tessea.

Oh facoltà di poëtar gioconda, Ma più negli anni orribili del lutto, Quando forza divina il core inonda E d'eccelsi pensier lo infiamma tutto! Quando nell'uom tal grazia sovrabbonda Che a benedir sue croci indi è condutto! Face di poesia! senza una chiesa, No, non saresti in me rimasta accesa!

E se tal possa amabil dell'ingegno In me si fosse per dolore estinta, Languito avrei d'ira e superbia pregno, O l'alma a vil furor sariasi spinta: Della vita un frenetico disdegno Spesso prendeami in tanti mali avvinta, Poi la luce de' sacri inni tornando, Io riponea l'empio disdegno in bando.

Il mortal che in mestizia s'inabissa, E fero soffre ineluttabil danno, Sempre in oggetti d'ira il guardo affissa; Ogni umano gli par vile o tiranno; L'altrui virtù al suo torbo occhio s'ecclissa; In tutti sogna i benefizi inganno; E fraterna pietà posta in obblio, Disama e niega e maledice Iddio.

Filosofar s'immagina il fremente Calunnïando il mondo e il Créatore; Ma chiudendo a' pensieri alti la mente Tutto mira a traverso empio livore, Bugiarda estima ogni men atra lente; Satana è il suo maestro e il suo autore; Armi date e coraggio a quell'ossesso, Ed eccol trucidare altri o sè stesso.

Vicino a quella infame insania giacqui Più d'una volta a' giorni incarcerati; Ed allor tetramente mi compiacqui Ricordando que' libri sciagurati, Che nell'audace secolo in cui nacqui Plausi a ferocia e suicidio han dati, E col velen de' rei volumi in petto, Volvea il fin dell'apostol maladetto.

Grazie, chiesuola, a' prigionieri amica! Da te emanava inenarrato incanto! Da te riedea la mia fiducia antica Nell'assistenza del tre volte Santo! In te il perdon non mi costò fatica! In te d'amore e di dolcezza ho pianto! In te ne' tristi dì ripigliai lena, E sino al termin sopportai mia pena!

Improvvisa comparve un'aurora Che distinguer dall'altre non seppi, E la sera ivan sciolti i miei ceppi! Ed uscii dall'orrendo castel! Del decennio l'angoscia mortale Un istante, un accento avea sgombra: Dalla fossa qual reduce un'ombra, Mi stupìan terra ed uomini e ciel.

Traversai valli e balze straniere, M'avvïai della patria a' bei lidi, L'Alpe ascesi, ed oh gioia! rividi La natíva penisola alfin. Al dolcissimo letto del padre Egro giunsi, ma giunsi felice: Lui rividi e la mia genitrice; Tra lor braccia mie pene avean fin!

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Ahi! nuove, pene sempre cingon l'uomo, Bench'ei talvolta in impeto giulivo Tutte calamità creda aver domo!

Piansi più cuori amati onde me privo Gli strali avean d'inesorata morte, E più d'un ch'io lasciato avea captivo!

Allegrar mi volea della mia sorte, Ma spesso in cupo involontario duolo Mie deboli potenze ivano assorte.

Ciò ch'io patissi, Iddio conosce solo, La mente rivolgendo a tanti cari Del cui lungo martir non mi consolo!

Il mondo mi dicea! «Se ancora impari Ad ambir le mie feste e i miei sorrisi, Sollevati saran tuoi giorni amari».

Ma indarno sovra lui le ciglia affisi: Ei più non mi rendea que' dì lontani Ch'io con altre dolci alme avea divisi!

Gratitudin destavanmi gli umani Che generosi mi plaudeano intorno, Ma i plausi lor pur rïuscianmi vani.

In sì frequente di dolor ritorno, Il loco ove ogni dì forza racquisto È quel dove le sante are han soggiorno:

Ogni mattin là prono a' piè di Cristo Breve, benefic'ora io volger amo, Ed esco allor più dolcemente tristo,

E conformarmi al divin cenno io bramo.

«Entro i templi, pari al volgo, Di prostrarti non vergogni? Lascia, stolto, i vieti sogni: Sol ne' sensi è verità. Pari a noi, sii glorïosa Del tuo secolo facella: Al pensar de' forti appella La crescente umanità».

«Al pensare de' forti l'appello; Forti son que' che regge l'Eterno: Molti errori nel volgo discerno, Ma non quando umil viene all'altar; Ma non quando suoi falli ripensa; Ma non quando li lava col pianto; Ma non quando de' Santi nel Santo Alza i lumi, e lo vuol seguitar».

«D'un Iddio pur si favelli; Ma di templi, ma di riti, Ma di spiriti contriti Fastidito è il pensator. Basta a gloria delle genti Predicar virtù civile, Maledir ogni opra vile, Intimar fraterno amor».

«Ch'altro grida la voce dell'Ara, Che civili, fraterne virtuti? Fiacchi sono del senno gli aiuti, Se l'Eterno virtù non impon. D'uomo il senno ch'a Dio non s'eleva Con qual dritto imporrà sacrifici? Senza Dio l'uom ne' giorni infelici Ruba, insidia, trucida a ragion».

«Se adorar si vuole un Nume, Sieno semplici omai l'are; Vane pompe ad esecrare Ne consiglia l'Evangel: Volgi l'alma a culto novo; Il vetusto s'abbandoni: Non più incensi, effigie, suoni; Ma qui l'uom, là il Re del ciel».

«Sventurati! v'abbagliano l'ire; Gl'intelletti ad amore schiudete, E virtù e verità scorgerete Nelle pompe che innalzano il cor: Non son vane se non pel fremente Che lor sacra potenza dileggia, Che il suo rigido spirto vagheggia Non il bel, non Iddio, non l'amor!»

«Chi son quegl'iniqui Che parlan di Dio? Chi sei che linguaggio Usurpi d'uom pio? Dai ceppi in che fosti Sol frode provien. Da noi t'allontana Ch'a Dio, a Sacerdoti Vivemmo fedeli Dagli anni remoti, Mentr'empie covavi Dubbianze nel sen!»

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«Felici voi che al lume eterno ingrati Non foste mai, siccome questo insano! Ma nulla tolgo a voi, se ardisco alzati Tener gli affetti al Salvator Sovrano. I templi non a soli intemerati S'apron, ma accolgon pure il pubblicano: Di voi, di me pietà prenda il Signore, Ed in noi colla fede istilli amore!»

LE PROCESSIONI.

Vexilla Regis prodeunt. (_Eccl. hymn_.).

Dolce è l'aspetto De' templi santi, Dove tra faci Sfolgoreggianti, Dove tra incensi, Dove tra canti Di Dio grandeggia La maestà;

Dove al mortale Le sacre mura Tolgono il resto Della natura, Dove ogni oggetto Ch'ei raffigura Gli dice: «Adora, L'Eterno è là!»

Nondimeno allorquando dal tempio Uscir vedesi l'Onnipotente, Tra le mani d'un debil vivente, Pe' sentieri che tutti calchiam, Pare a noi che vieppiù ci sorrida, Che vieppiù ci si faccia fratello: Per pregarlo un impulso novello, Una nova speranza sentiam.

Egli è il Re che diffondersi brama, Che pacifico vien dalla reggia, Che fra i sudditi amati passeggia, Che lor volge parole d'amor: Egli è il padre che visita i figli, Che s'appressa a ciascun de' lor petti, Che lor mostra quant'ei si diletti Di cercarli, di starsi fra lor.

Oh nel moltiplicar tuoi benefici, Ricca d'industrie amabili e sublimi, Religïon che a' tuoi sinceri amici Con sì söavi grazie amore esprimi! Religïon, che pur ne' tuoi nemici A lor dispetto meraviglia imprimi! Religïon d'imperscrutati veri, Bella in tuoi grandi lampi e in tuoi misteri!

Splendono innumerati i santi modi Con che rammenti agli uomini il Signore, Con che il Signor medesmo offerir godi Alla vista de' popoli ed al core; A te non basta in mezzo a preci e lodi Sull'ara alzar la diva Ostia d'amore; Fuor de' delubri, tu la traggi, e in pie Feste l'elèvi per le dense vie.

Perchè iroso talun le venerande Processioni con ribrezzo guata? Perchè immagina ei tutta in miserande Cure avvolta la turba ivi adunata? In ogni loco, ottusa al Bello, al Grande Langue, è ver, più d'un'alma sciagurata, Ma gente è pur che il Grande, il Bello ancora Sente con forza, e, quando sente, adora. Alme sono, in cui ragione Ed amante fantasia Tal serbarono armonia Che abbellisce ogni pensier: Chi ragion vuol tutta gelo Senza slanci, senza affetto, Tarpa l'ali all'intelletto, Non s'innalza fino al ver.

Tutto Ciò che santo brilla, Che divelle dalla creta, Che solleva ad alta meta, Dobbiam credere ed amar: D'infelici sprezzatori Non confondaci lo scherno: Vile sforzo è dell'inferno ogni cosa dissacrar.

Quali volge a noi la Chiesa Rimembranze in tutti riti? Son materni, dolci inviti A speranza ed a fervor. Il Signor quando discende, Quando incede in mezzo a noi, Chiede amore a' figli suoi, Chiede e in un largisce amor.

Indelebil mi sei, giorno lontano Allor che in giovenili anni a me stanza Era söave lido oltramontano:

Cessava la sacrilega burbanza Dalla falsa republica ostentata Contro la dolce degli altar possanza;

E l'ardito mortal che, rovesciata La licenza volgar, lo scettro prese, Volle che laude fosse a Dio ridata.

Da lungo tempo augusta dalle chiese Pompa uscita non era d'alternanti Supplici turbe a fervid'inni intese,

Ricordavano solo alcuni santi Vecchi le amate feste, ove il Signore Passeggiava cogli uomini preganti.

Di repente riviver lo splendore Ecco di quelle feste a' Franchi lidi, Ad un cenno del Corso Imperadore.

E con gara magnifica allor vidi Il popolo esultar, che finalmente Fosser compressi di bestemmia i gridi: E la città del Rodano opulente Sfoggiò tappeti e drappi ed archi e troni Al quaggiù ridisceso Onnipotente.

Gioiva la caterva udendo i buoni Racconti de' vegliardi, ed esclamava: «Di novo esser del ciel vogliam campioni!»

Intanto ognun con dignità n'andava Qua e là per le strade brulicando, O a' pensili balconi susurrava,

Lo spettacol santissimo aspettando.

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Del cannone il fragor nuncio prorompe, E da ogni parte ecco seguir silenzio; La procedente pompa in quell'istante Prese le mosse avea del tempio. E oh quale In tutta quella turba apparìa senso Misto di gaudio, di stupor, d'ossequio, Di terror sacro! E nel quadrivio tutti Protendeano la testa, impazïenti D'appagar le pupille in quel sublime Intervenir del Re dell'universo Tra le infelici vie che de' mortali Cingon le case!

Il cinguettìo s'andava A poco a poco intorno rïalzando, Sin che ad un capo della via rifulse La prima Croce, e la seguia drappello Di devoti cantanti. Allor di novo Regnò silenzio. A quella prima Croce Ed al suo stuolo, stuoli altri seguìro, Con altre Croci ed elevate insegne, E varii ammanti, onde scerneansi varie Affratellanze di civili uffici E di sacerdotali. Inteneriva Quell'ineffabil mistica armonia Degli aspetti, moltiplici, e dell'inno Da tante bocche e tanti cuor sonante, E del brillar dell'infinite faci, Il pio simboleggianti amor ridesto.

Bello il mirar là sovra antiche gote Lagrime di piacer! Là, sovra gote Di dolci verginelle e di lor madri Lagrime d'agitate alme, ferventi Di carità reciproca e di gioia! E là l'ansante genitrice in alto Il suo bimbo elevar, sì ch'egli scorga La maestà del rito, ed insegnargli A riportar la tenera manina Sulla fronte e sul petto e sulle spalle, Balbettando la trina alma parola, Che de' cattolici è gloria e salute!

Poi tragittate le abbondanti schiere Che annunciavan l'Altissimo, ecco un nembo Di timïàmi, e fra quel nembo pria Vago drappello d'angioli incensanti, E fiori per la sacra aura spargenti; Indi--oh spavento! oh amore!--indi Colui Che la terra creò, che creò i cieli, Che l'uom creò, che all'uom s'unì, e divisa Dell'uom l'ambascia, il consolò e redense!

A cotal vista l'adorante folla Genuflessa cadeva, ed i singhiozzi Udii di molti che dicean: «Signore, »Pietà di me che te cotanto offesi, Ed ammenda desìo!»

--Stava fra i mille Colà prostrato un giovane infelice, Ch'empio non era stato, e sempre in core D'amor favilla avea per Dio nodrita, Ma pur sovente dal demòn superbo Delle dubbiezze invaso avea lo spirto. E certo le dubbiezze eran flagello Da Dio permesso, perchè umìl non era Di quel giovin lo spirto, e si credea D'altissima natura, atto all'acquisto D'ogni saper cui non s'aderge il volgo; E lungh'ore ogni dì sedea solingo Fra libri ottimi e pessimi, e scrutava La verità--dimenticando spesso D'invocarla dal ciel. Ma in quel gran giorno Dell'adorabil pompa, in quel momento Che a mille a mille si prostràr gli astanti, Ed anch'egli prostrassi; il giovin, pieno Poco prima di tenebre, una luce Vide novella, e umilïò l'altero Intelletto con gioia, e senza orgoglio Fu per più giorni e immacolato e forte.

E quando quell'audace irrequïeto Tornava a' suoi deliri, investigando Con indagin profana alti misteri, Scontento si sentiva e sen dolea; Ed in sè di quel giorno Lugdunense La ricordanza ridestava, in cui S'era con fede innanzi a Dio gettato; E tale avventurosa ricordanza Lui consolava, e gli rendea sovente, Od accresceagli della fede il raggio!

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V'amo, o Processïoni! e v'amo tutte, Pubbliche preci dalla Chiesa alzate Ad inforzarci in perigliose lutte!

Io son quell'un, che da dubbiezze ingrate Afflitto in gioventù, pur vi cercai, Ed hovvi schiettamente indi onorate.

E non sol nelle feste, ove, i suoi rai Nascondendo, intervien l'Ostia divina, D'indicibil dolcezza io m'esaltai;

Ch'ovunque l'uom pregando pellegrina Affratellato al suo simìle e canta, Sento un poter che a Dio mi ravvicina.

Quant'amo l'adunanza umile e santa De' confidenti nell'amor di Quello Che di bei fiori le convalli ammanta!

Congregati alle miti aure d'un bello Mattin di maggio, in copia anzi la chiesa Ecco stan villanel con villanello. Ed ecco, il piede innoltran per la scesa Giovani donne, e nel tugurio resta L'avola antica alle faccende intesa.

Ed il sacro Pastor move la festa, Guidando i parrocchiani in mezzo ai prati, E in mezzo a' campi e in mezzo alla foresta.

Mirano con dolcezza i germogliati Frutti di quel terreno, e pel ricolto Litanïando invocano i Bëati;

E il passegger da lunge dando ascolto Alla rustica prece, si commove, Ed anch'egli a pregar sentesi volto,

E forse da mal opra indi si move.

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Udran certo la prece devota I Bëati che sono appo Dio; L'udrà l'Angel del bosco e del rio, L'udrà l'Angel del monte e del pian; E le debili umane parole Commutando in concento divino, Le alzeran fino all'Unico-Trino, E felice la messe otterran.

Ma se pur le parole dell'uomo In concento divin commutate Al Signor non salissero grate, E vibrasse tremendo flagel, La preghiera che alzaro i credenti Infeconda giammai non si fora, Sempre i cor la preghiera migliora, Sempre l'uom riconcilia col ciel.

E dopo l'anno in cui sole o procella Di frutti la campagna han desertato, Riedono i contadini in la novella Stagion di maggio al supplicare usato. Di sue peccata ognun castigo appella L'arsura o i nembi del trist'anno andato; Ognun con penitenza più sincera Da Dio depreca tai sciagure, e spera.

Venga a que' giorni il vate ed il pittore Sulla bella collina d'Eridàno, E contempli quel quadro incantatore Cui son limite l'alpi da lontano. Di bellezza uno spirito e d'amore Diffuso è là sui monti, e là sul piano, E qui sui poggi, e sui due fiumi, donde Accarezzan Taurin le amabil onde.

Il vate ed il pittor vedrà un incanto; A sì bel quadro unirsi novo ancora: Escon le forosette in bianco ammanto Da diversi tuguri anzi all'aurora, Ed affrettano il passo al loco santo, Ove la campanetta suona l'or; Passar indi tra questo albero e quello Vedesi colla Croce il pio drappello.

Pingetemi raggiante dall'Empiro Degli Angiol la Regina che sorride: Dicesi che talor nel sacro giro Delle Rogazïoni alcun lei vide; Dicesi che commossa dal sospiro Di quell'anime semplici a lei fide, Col divin Figlio i campi benedisse, Nè gragnuola per molti anni li afflisse.

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E belle son le supplici Pompe di penitenza in alto lutto, Quando da morbo orribile A gran terrore un popolo è condutto.

Per alcun tempo attonite Portano le cittadi il flagel rio, Indi, poichè ogni provvida Arte inutile appar, volgonsi a Dio.

Ed allor sorgon uomini Per eloquenza e santo cor sublimi, E con ardir magnanimo Rinfacciano lor colpe ai grandi e agl'imi.

Della rampogna ridere Vorrìa il perverso, e già il malor lo afferra: Jeri con vil tripudio Opprimea l'innocenza, oggi è sotterra.

Prendon la Croce gli umili, E più d'un già superbo anche la prende, E il penitente cantico Da migliaia di cuori al cielo ascende.

Religïon fortifica Gli animi che depressi avea paura, E quindi all'aer malefico Più robusta resiste anco natura.

Religïon le torbide Coscïenze deterge, indi le calma, E più efficaci i farmachi Opran nell'uom, qualor pacata è l'alma.

Accumular prodigii Potria certo il Signor, ma senza questi Pur con sue leggi solite Sana e protegge chi a ben far si desti.

Il penitente popolo Dopo le preci meno ismorto riede, E più costante esercita Sua carità, perchè doppiata ha fede.

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Ed allor men sovente abbandonati Van gli egri da' famigli e da congiunti; E più d'un egro che di duol perito Fora per l'abbandon, s'altri l'aiuta, Forze ritrova, e più del morbo i dardi A lui non son mortiferi. In tal guisa Scema la strage a poco a poco, e cessa.

Ah! in questi miseri anni Europa invasa Dall'indica per l'aer corrente lue, Quanta per ogni loco alzar dee lode A te, Religion! Dove i più ardenti Soccorritori delle inferme turbe? Eran color che a beneficio spinti Venìan da fede! Eran le pie fanciulle Vincolate da voto a farsi ovunque Ancelle de' languenti! Eran dell'are Degni ministri! Erano illustri o scuri Concittadini che schernir solea La vigliacca empietà, perchè prostesi Sovente all'are onde traean virtude! E te fra tanti ardimentosi egregi, Ottogenario Vescovo, annovrava La nostra Cuneo dianzi, a' più tremendi Lunghi giorni di morte e di spavento!

Te col drappello de' tuoi forti amici Cingeano indarno gli ululi codardi, E i turpi esempli di color che aïta Negavano a' giacenti! Impallidìa, Ma per alta pietà, non per paura La vostra fronte, ed al pallor gentile Succedea sulle guance il nobil foco Della vergogna per l'altrui fiacchezza.

E quando truce cova, e già scoppiando Va in queste Taurinensi aure la lue, Chi a' bisogni provvede e rischi affronta, E sprona, e gare generose incìta? Alme prodi son desse, a cui ben nota Religion senno e costanza infonde! E fra tali, io con giubilo un amico Vidi primo scagliarsi all'ardue cure Che salvaron la patria; e fra i gagliardi Che il seguitavan, godo altri a me cari Scorgere e benedire, e vieppiù amarli!

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Ma il dolor pur rammentiamo D'altre turbe supplicanti: Stirpe misera d'Adamo, Numerar chi può tuoi pianti?

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Più d'una volta Furon vedute Disperar quasi Della salute Assedïate Degne città.

L'oste che i muri Ivi circonda; Desolò questa E quella sponda; Scevra si vanta D'ogni pietà.

Pubbliche preci La Chiesa intima, Anzi agli altari Ciascun s'adìma, Indi procede Ignudo il piè. La mescolanza Del lor dolore, Del loro grido Al Salvatore, In tutti i petti Cresce la fè.

Dopo la pompa Il capitano Ripon sull'elsa L'ardita mano, Ed ispirato Snuda l'acciar, «Chi di voi sente »Iddio con noi? »--Tutti il sentiamo!» Sclaman gli eroi. Apron le porte, Vanno a pugnar.

Scossa, atterrita L'oste nemica, A ripulsarli Mal s'affatica; Già si scompiglia, Si dà a fuggir. Mai non è, vinto Chi vincer crede: Negl'irrompenti, Opra la fede: Salva è la patria Presso a perir!

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Chi son que' feroci Che d'Asia partiti, Di tutto Occidente Percorrono i liti? Rapinan, devastano Campagne e città. Il lor capitano È demone od uomo? Da niuna possanza Giammai non fu domo. Flagello di Dio Nomar ei si fa.

Le Slaviche terre, Le terre Tedesche Sopportan sue stragi, Sue luride tresche; Le Gallie lo veggono Sovr'esse piombar. Ma il barbaro in mezzo Al sangue, alle prede Non gode, se Roma In polve non vede; Ed eccol dall'Alpi Furente calar.

Qual possa di braccio Avria soffermato Chi tanto al suo ferro Già, avea soggiogato? Qual gente dal Tevere Incontro gli vien? Un duce canuto, Magnanimo, forte, Non forte di schiere Datrici di morte; La sola sua fede Il guïda, il sostien.

Quel duce vestiva D'Apostolo il manto; Portava in sue mani Il Re sempre Santo; E folto seguialo Pregante drappel. Ed Attila, fero Flagello di Dio, Innanzi agl'inermi Tremò, impallidìo, E disse: «Non voglio «Pugnar contro il Ciel!»

Perchè retrocesse Con tanto spavento? Vid'ei nelle nubi Un vero portento, O tutto il prodigio Oproglisi in cor? Dicevano gli Unni Con rabida voce: «Per quale incantesmo »Ci vinse la Croce?» Ed Attila urlava: «Fuggiamo il Signor!»

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Ah! dolce siami ricordarmi ancora Processïoni d'altri cuori amanti, Volte a far sì ch'uom santamente mora;

Allorquando a' fratelli doloranti Sovra il letto di morte vien portato Quel Dio che si commove a' nostri pianti.

Brama la Chiesa intorno a sè adunato Stuolo di figli allora, ed indulgenza Materna a chi v'accorra ha pronunciato.

Per le vie con sollecita frequenza Suona la nota squilla annunziatrice Di quel mister d'amore e sapienza.

E già la donnicciuola, osservatrice De' pii dettami, il suo lavor sospende, E prega per l'incognito infelice,

E lascia l'officina, e il passo tende Con altri umili artieri al loco santo, E il cereo appo l'altar ciascuno accende.

Ivi ad artieri e a donnicciuole accanto S'inginocchiano tai, che più cortese Hanno il contegno e le sembianze e il manto.

Il vario grado qui sparisce; intese Tutte quell'almo al Re del Ciel si stanno Che in man dell'uom dalla sua gloria scese.