Poesie inedite vol. I

Part 10

Chapter 10 3,281 words Public domain Markdown

Il livor de' volgari alla gentile Perdonò l'esser nata in altre sponde, Tanto le piacque farsi a noi simìle Avvezzando le sue labbra faconde Non solo al bel, sonante italo stile, Ma al dïaletto che di Dora all'onde, E in tutte le dolci aure subalpine, Bench'irto, par che ad amicizia inchine.

Ai genitori dell'amato sposo Abbellì reverente i vecchi giorni, Però che ognor fu suo pensier pietoso Che da nostr'opre gloria al Signor torni, E da noi con amor religïoso La voce del vicin di rose s'orni, E dal Ciel maggiormente al dolce sesso Recar sollievo altrui venga commesso.

Ma a costei non bastava entro sue mura Spander pietà, sorriso, amore e pace: Dello spettacol dell'altrui sventura Nel petto le scendea duol sì verace, Che santa spesso l'assalìa paura D'appagarsi in virtù scarsa e fallace: Pareale ch'a indigenza oro gittando, Poco pur sia di carità al comando.

Allor si fu che a visitare assunse Il tugurio di gioia derelitto; Allor si fu che più desìo la punse Di commoversi al gemer dell'afflitto; Allor, com'angiol, fra i sospiri giunse Di tapine espïanti il lor delitto; Allora, insieme a facil don, largiva Fatiche, ambasce, carità più viva.

Per alcun tempo di celar s'impose Ai leggeri del mondo i passi santi: Non già che paventasse le vezzose Celie dell'alme vili ed inamanti, Ma perchè vereconda ella ognor pose L'orme sue pe' sentieri al ciel guidanti: Poi cotal luce sue bell'opre diero, Che ad alcun più sottrar non si potero.

Fra i tristi cuori ond'era impietosita S'annovravano quei delle infelici, Che, sebben colpa in lor venga punita Da universale scherno e leggi ultrici, A risorgere ancor bramano aïta, E affetti serban di virtute amici: Men proprii falli che gli altrui talvolta Più d'una d'esse han nell'obbrobrio avvolta,

In pria delle dolenti incarcerate Si fe' consiglio, e al lor governo diessi: Da lei furo ivi pene allevïate, E di religïon gaudii concessi: Furon le trepidanti alme incorate, E talor vinti i cuor più duri istessi: Dove eran pria disordine e furore, Addusse pace e penitenza e amore.

E non fugaci benefizi questi Brillàr di caldo ma incostante petto: Riede ogni giorno in quegli alberghi mesti, E vi sparge opportun, söave detto. Acqueta ivi gli spirti ad ira presti, Ispira cortesìa col dolce aspetto: Il sincero ammendarsi o loda o sprona, E i migliorati cuori guiderdona.

Ma pur fuori del carcere infinite Donne e fanciulle in duol veggionsi immerse, Che per amor falliro e fur tradite, Ed ahi! di fama più non vivon terse. Rïalzarsi vorrìan, ma da inaudite Sorti vittima son d'alme perverse: Sottrarsi anelan da periglio ed onta; Ov'è una destra a sostenerle pronta?

Tal destra ecco a lor tendersi! ed è quella D'una mortal, che, siccom'angiol monda, Pur contro al suo decoro non appella L'inchinarsi a infelice vagabonda, L'udirla con dolcezza di sorella, L'aprirle un tetto ove il suo pianto asconda. D'afflitte ed oltraggiate a molta schiera Quel pio rifugio è di virtù carriera.

Non somiglia a prigion, non è prigione; Ad entrarvi le ree non son costrette: Nè quelle, che invocata han tal magione, Ivi da forza fremon quindi strette. Asilo è d'alme per rimorso buone, Che lavorano e gemono solette, E pregano il Signor pel mondo tristo, Che il lor fallir con empio scherno ha visto.

Poscia che fu quel mite albergo eretto Per pensier della donna generosa, Provvide ella che attiguo un altro tetto Sorgesse a secondar vaghezza ascosa D'ammendate, che in velo benedetto L'anima aver chiedeano a Gesù sposa: Un solo tempio i duo ricovri unisce, E il mutuo canto i lutti ivi addolcisce.

Talor io di quel tempio in segregata Parte mi prostro, e mesco i preghi miei A quelli della pia turba scampata Dalla pietà operosa di colei. L'anima mia a quel canto si dilata, E occulto piango su miei giorni rei; E in cotal donna ad altri spirti duce Ravviso anco per me celestial luce.

Nè quest'amica degli afflitti cuori, Per ritrarli all'altezza del Vangelo, Li circonda di spregi e di rigori, Si ch'ognor tremin, quasi in ira al cielo: Del pentimento ai nobili dolori Vuol congiunta speranza e amante zelo; Vuol quella santa ilarità tranquilla, Per cui la Croce maggiormente brilla.

Certo, ell'avea le inique voci udito Contro a religïon vibrate spesso: Che selvaggia sia questa, ed avvilito Cada, se a lei si volge, un cuore oppresso; Mostrar quindi la saggia ha statüito, Che fede e cortesia si danno amplesso, Che penitenza e consolante riso Ponno concordi alzarci al Paradiso.

Ah sì! caratter questo è ben del vero, E sol di Cristo nella legge splende! Che in chiunque a virtù mova sincero, Santificati e duolo e gaudio rende: Retta è la via del penitente austero Che ne' deserti caritade accende: Retto altresì, purchè temprato e pio, È il civile consorzio innanzi a Dio.

Onore ai forti Anacoreti! e onore A tali, che bensì reggon la Croce, Bensì il proprio e l'altrui piangono errore, Nè ignoran di mestizia il carco atroce, Ma rimangon nel mondo, e con amore Spandendo van religïosa voce! Duo son diversi modi, ambo divini, Per cui l'uomo al Signor si ravvicini.

L'ammirata da me soccorritrice, Mentre al Signor ravvicinare anela Adulta moltitudine infelice, Pur di bimbi plebei prende tutela; Perocchè padre indarno e genitrice, Che faticando tutto il dì trafela, Vorrìa de' meschinelli assumer cura, E, negletta l'infanzia, ahi! si snatura.

Memore che sì cari il Dio umanato Dichiarò i pargoletti ond'era cinto, La pia nel proprio ostello ha radunato Stuol di fanciulli in duplice ricinto, Ove, mentre sostegno al corpo è dato, Viene a virtù il crescente animo spinto, Vigilando colà vergini umìli Ad addolcire i palpiti infantili.

Intanto, pur allor che senza asprezza Un cor religïon fervido porta, Consüetudin mai di vil mollezza, Nè per sè, nè per altri unqua sopporta. Poco gl'incanti della vita apprezza Chi di celeste amor l'alma conforta: Giorni in secreto mena penitenti, E se bello è il rischiar, corre ai cimenti.

Questa donna vegg'io quindi nel tristo Tempo in cui Dio l'indico morbo scaglia Trarre agl'infermi ad onta del previsto Pericolo che a molti il cuore ismaglia. Compiange, esorta, ajuta, e volge a Cristo Chi in angoscia di morte si travaglia, Poscia a piangenti vedove e orfanelli D'orrenda povertà tempra i flagelli.

In tai fatiche ed in quell'aure infette Langue della gentil la debol salma, Ma sinch'altri giovar Dio le permette, Ella non osa a sè conceder calma: Il benevol desìo forza le mette, E sua fiducia dal Signore ha palma: Dolora, ma prosegue, e con sant'arte Altrui suoi patimenti asconde in parte.

Tal esser può sì fievol creatura, Qual è donna cresciuta a splendid'agi, Quando al lume del Ciel che l'assecura, Pace e gloria non pone in bei palagi, E rammenta che un Dio prese figura Di poverello, e visse infra disagi, E di lui ne assevràr le labbra sante Che in ogni afflitto Ei stassi a noi davante!

Tal esser può, restando pur nel mondo E in convenevol, fulgida eleganza, Chi nutre del Vangel senno profondo, Chi gode esser di Dio fatto a sembianza, Chi sa che spirto uman d'opre fecondo Non dee in van'ombre usar la sua possanza, Ma in amar Dio! ma in dimostrargli amore, Sempre sacrando all'altrui bene il core!

LE SALE DI RICOVERO.

Qui susceperit unum parvulum talem in nomine meo, me suscipit. (_Matth_. 18.5).

«Son pargoletto e povero e ammalato; Abbi pietà di me, Gesù bambino, Tu che sei Dio, ma in povertà sei nato!

Me qui lascia la mamma ogni mattino Nel solingo tugurio, ed esce mesta Il nostro a procacciar vitto meschino.

Ancella move a quella casa e questa, Ed acqua attinge e lava e assai si stanca, E vive appena, ed indigente resta.

Qui soletto io mi volgo a destra, a manca, Senza dolcezza di parole amate, E fame ho spesse volte, e il pan mi manca.

Le melanconich'ore prolungate M'empion l'alma di pianto e di paure, E mi sfogo in ismanie sconsolate.

Amor la madre assai mi porta, e pure Quando al tugurio torna e pianger m'ode, Spesso le voci sue prorompon dure;

Talor mi batte, e duolo indi mi rode, Sì che allor quasi affetto io più non sento, E in maligni pensieri il cor mi gode.

Povera madre! il viver nello stento Estingue nel suo spirto ogni sorriso, Ed anch'io più cruccioso ognor divento.

Gesù, prendimi teco in Paradiso, O tempra la tristezza che m'irrita, E rasserena di mia madre il viso:

Fa ch'ella trovi ad allevarmi aïta, Fa che deserto io non mi strugga tanto, Fa che un po' d'allegrezza orni mia vita.

Se ad altri bimbi io respirassi accanto, E non sempre gemessi, e qualche mano Söavemente m'asciugasse il pianto,

Crescerei più benevolo e più sano, E più caro alla madre io mi vedrìa: Lassa! altrimenti ella fu madre invano!

Ella al mio fianco in pace invecchierìa, E per essa con gioia adoprerei A laudevol sudor mia vigorìa.

Le poche forze ai patimenti rei Soggiaceranno in breve, e, fuorchè pena, Nulla i miei giorni avran fruttato a lei.

Ovver, se presto a morte non mi mena Tanta miseria, crescerò doglioso, Me coll'afflitta madre amando appena.

Ed ella pur mi dice che odïoso Il povero alla terra e al ciel rimane, Quando alle brame sue non dà riposo,

Quando coll'ira in cor mangia il suo pane.

Ed ecco del bimbo La mamma ritorna: È stanca, ma un raggio Di gioia l'adorna; S'asside a lui presso, Lo stringe al suo sen. «Oh quanto sinora Mi dolse, o figliuolo, Lasciarti ogni giorno Sì tristo, sì solo! T'allegra: celeste Soccorso a noi vien.

«Nell'ore ch'ai figli Non ponno dar cura Le madri, cui preme Fatica e sventura, Da provvide menti Ricovro s'aprì. Alquanto risana, E là tu verrai: Son piene due sale Di pargoli omai: Giocando, imparando, Vi passano il dì.

«Al santo pensiero Che aprì quel ricetto, Ministre si fanno Con tenero affetto Più vergini umìli, Sacrate al Signor: Null'altro che amarti, Il sai, potev'io, Ma quelle söavi Ancelle di Dio Più dolce, più giusto Faranno il tuo cor.

«Io, conscia che al figlio Non manca un'aïta, Trarrò senza pianto Mia povera vita, L'usato lavoro Stimando leggèr. Al tetto materno Verrai verso sera, E sempre alzeremo Concorde preghiera Per l'alme pietose Che asilo ti dier».

Quel fanciulletto già infermiccio e tristo, Indi a non molto, in sì benigna scuola, Rosee le guance e lieti i rai fu visto.

Oh d'amorose labbra la parola Quanto a' cuori avviliti, e più a' bambini, Addolcisce le doglie e li consola!

D'entrambo i sessi i pargoli tapini Ivi sottratti vanno a rio squallore, Ed a costumi stolidi e ferini.

Che invan vorria la madre o il genitore Occhio assiduo tener sui cari pegni, Qua e là faticando per lungh'ore.

Abbandonati a sè, crescere indegni Veggionsi quindi d'assai plebe i figli, Egre le membra ed egri più gl'ingegni.

Per cadute e per cento altri perigli Vedi qual di storpiati e di languenti Esce turba da' poveri covigli!

Quanti avrian le persone alte e ridenti Ch'essi strascinan luride e contorte, Perchè guaste d'infanzia agli elementi!

Oh benedetti voi che sulla sorte Della schiatta plebea v'intenerite, E pensate a scemarle e vizi e morte!

In voi sì belle le grandezze avite Non son, quant'è il magnanimo disìo, Onde a tanti innocenti asilo aprite.

Memori siete di quell'Uomo-Iddio Che, cinto da drappel di bambinelli, Li confortava col suo sguardo pio,

Ed imponea d'assomigliare a quelli.

E voi benedette, Donzelle pietose, Che al Dio de' bambini Facendovi spose, Di madri assumete Le pene e l'amor. Per voi dalla terra Piacer non alligna: Fors'anco taluno Vi guarda e sogghigna, Vi chiama delire Da stolto fervor.

Ma voi non curanti Di plauso o di scherno, I poveri amando Amate l'Eterno, Ai bimbi servendo Servite a Gesù. Il mondo che ignora Del core i misteri, Non sa che più dolce Di tutti i piaceri È l'umil conflitto D'arcana virtù.

La vergine sacra Al Dio degl'infanti Sublima sue pene Con palpiti santi; È abbietta ai mortali, Ma l'anima ha in ciel. Con Dio nella mente Le cure più gravi, Le cure più vili Diventan söavi: Bassezza non tange Un'alma fedel.

La vergine sacra Al Dio de' bambini Vagheggia in Maria Affetti divini, Le impronte cercando Di lei seguitar. Non volgono ai bimbi Tirannico ciglio Color, che mirando Maria col suo Figlio, Li veggon dal cielo Sui bimbi vegliar.

Ah! sì, benedette Voi tutte, o bell'alme, Che ai miseri infanti Porgete le palme, Di padri e di madri Vestendo l'amor! Pensier non vi preme Di plauso o di scherno: I poveri amando Amate l'Eterno: Ai bimbi servendo Servite al Signor.

LA GUIDA.

Cuius anima est secundum animam tuam. (_Eccli_. 37.16).

Ognor amai sublimi oggetti, e ognora Un più di tutti:--ah! quei non era Iddio, Non era il sommo Ben ch'or m'innamora!

Ma fra i cuori mortali era il più pio Ch'io conoscessi, era alcun nobil cuore Che a virtute innalzasse il desir mio.

Quai debbo grazie renderti, o Signore, Che fra mie cieche idolatrie pur mai In beltà vili non ponessi amore!

Nell'obblïar tua propria luce errai, Ma negl'idoli miei sempre io bramava L'ineffabile incanto de' tuoi rai.

Se creature troppo io venerava, Erano creature in te invaghite; Era qualch'angiol che ver te volava.

Tai luminose tracce ivan seguite Sol dagli sguardi miei maravigliati, E nel mondo io tenea l'orme irretite;

Ma perocch'io vedea gli angioli amati Anelare a' tuoi lumi e benedirti, Io pure i lumi tuoi sempre ho sperati.

Intero il voler mio non seppi offrirti Per lungo tempo, e nondimen io ardeva D'annoverarmi fra i più giusti spirti.

I conosciuti iniqui io respingeva, E quando d'amicizia ad uom m'unìa, Alto core a mio senno in lui fulgeva.

Or non più, non più voglio idolatrìa, Supremamente amar voglio te solo, Benchè ogni fido tuo caro a me sia.

Ma perdona se pure infra lo stuolo Delle tue creature predilette Una più ch'altre sulla terra io colo.

Ella a fere calunnie non credette, E mi difese da' nemici miei! Ella a ben far tutti i suoi passi mette,

Ella è mia guida, il nostro Sol tu sei!

L'ANTICO MESSALE,

Et benedictae reliquiae tuae! (_Deut_. 28.5).

Oh ben a dritto più di gemme e d'oro Ch'abbian sol di ricchezza immenso pregio, Ami, o Donna gentil, questo tesoro, Che vetustà rarissima fa egregio: Muto è al cor de' mortali ogni lavoro Che splenda sol come opulento fregio: Qui de' secoli v'è l'alta parola Che percuote ed in un turba e consola.

Qui v'è un incanto ch'a noi stende innanzi Remotissimi giorni, i giorni alteri, Allorchè di barbarie infra gli avanzi Fiorian città, castella e monasteri, E non sol grandeggiavan ne' romanzi Le sante dame e i santi cavalieri, Ma di religïone e di portenti Tutte fervean le più elevate menti.

V'abbondavan dolori, e v'abbondava D'armati rei la vïolenza atroce; Ma mentr'era sì forte ogn'indol prava, Forte in cor degli eletti era la Croce! Di forza era un'età che suscitava Tra l'iniquo ed il buon guerra feroce: Stupor ci fa tal quadro e ci atterrisce, Ma con somme virtù pur ci rapisce.

Io non posso adorar l'età lontane, Ma nè pertanto adorar so la mia, Chè troppo da vicin veggo profane Opre d'assai maligna e vil genìa, Sì che gemendo alle speranze vane Di chi grida, or regnar filosofia, Io non ami onorar que' vetust'anni Di cui non sento almen tutti gli affanni.

Da qual lato pur penda la bilancia De' meriti maggiori e de' delitti, Gode la fantasìa quando si slancia Fra monumenti o per magìa di scritti In mezzo a quelle stirpi use alla lancia, Alle preghiere, ai mistici conflitti, Ai romeaggi, ai ruvidi cilìci, A tutta l'energìa de' sacrifici.

E ciascun che non basso abbia l'ingegno Ammira que' giovanti cenobiti, Ch'oggi il diffamator con riso indegno Pinge ozïosi, inutili, insaniti: Senza i loro intelletti, avrebbe il regno D'ignoranza coverto i nostri liti: Ingratitudin dementò la terra, Quando in sua civiltà lor mosse guerra.

L'anima langue e impicciolisce quando La ristringiam ne' quattro dì presenti: Nobil uopo ha di spargersi, abbracciando Avi e imperi e costumi e grandi eventi: Uopo ha di meditar, commiserando Coi nostri error quei delle scorse genti: Uopo ha d'uscir di sue natìe catene; Ogni tempo, ogni spazio le appartiene.

Tale, o Donna pensante e generosa, Tal è l'arcano che ti molce il core, Gli occhi ponendo su vetusta cosa, E più se esprime santità ed amore. Dove non sorge l'alma tua pietosa Con questo antico libro del Signore, Che già posò su chi sa quali altari A' giorni de' Crociati e de' Templari?

A que' dì tu vi scorgi il Re Luigi Forse vivente ancora, o appena estinto, La sua bontà, il suo senno, i suoi prodìgi, I prodi cavalieri ond'era cinto, Il suo partir dai campi di Parigi Per la fatale impresa ove fu vinto; Fors'ei nel visitar conventi ed are Queste pagine vide alluminare.

Il rimirar que' resti e quella polve Che a noi tramanda la lontana etate, Ci dice come Dio sempre dissolve Tutte le cose sulla terra nate; Ci sublima lo spirto, ci disvolve Dai vincoli di nostra vanitate: Per la scala de' secoli il pensiero Alza sull'orme dell'eterno Vero.

Di quanti regi e prenci e capitani Festeggiando la nascita o la morte Questo libro servì nei riti arcani Che al debol uomo uniscono il Dio forte! Di quanti celebranti e sguardo e mani Lo toccaro, onde ignota oggi è la sorte! Quante labbra baciàr questo Evangelo Di sacerdoti or glorïosi in cielo!

Forse colui che tante veglie stette Su queste venerate pergamene, Fu Paladin che il proprio sangue dette Col pio Luigi sull'Egizie arene, E al santo Re l'ultimo dì assistette, E fu ludibrio all'ire saracene, Poi ritornato nella dolce Francia Appese entro d'un chiostro e spada e lancia;

E venduti i suoi campi e dispensato Ogni suo avere a' poveri e alla Chiesa, Volle che il viver suo fosse immolato Ad oscura umiltà d'amore accesa; Eccol fattosi monaco e obblïato Dalla turba del mondo ai gaudi intesa! Eccolo salmeggiante assiso in coro, O in cella volto ad un gentil lavoro!

Al lavoro di splendido Messale Che pazïentemente ei sta vergando; E poichè per ferite più non vale Sua nobil destra a servir Dio col brando, Come già il sangue, ora con gioia eguale Gli offre l'ingegno, questo libro ornando, E gode in abbellir d'oro e di fiori Quelle preci che tanto alzano i cuori.

Egli il buon Salvator dipinger gode Per cui sì volentieri ha combattuto, E la Vergin Maria che lo fè' prode E sempre in guerra gli ha prestato aiuto; Del pennello ogni tocco è una sua lode, Un sospiro di grazie, un pio saluto: Circondano Angioletti il pittor santo Dando all'opera sua celeste incanto.

Ma tu meglio di me, Donna, volgendo Quest'antico Messal senti secrete Inaudite armonie che appena intendo, Che mal accenna il verso o mal ripete: Parla tu stessa, dal tuo labbro io pendo; Delle soavi tue parole ho sete. Tutta adorna con esse è l'arpa mia, Tutta luce è di te mia poesia!

FINE DEL PRIMO VOLUME.

INDICE.

La mia Gioventù..............pag. 9. A Dio........................... 14. Dio Amore....................... 18. Maria........................... 20. L'Uomo.......................... 22. La Redenzione................... 26. La Croce........................ 30. Gli Angeli...................... 35. Le Chiese....................... 44. Le Processioni.................. 77. I Parenti...................... 110. I Santuarii.................... 131. Le Passioni.................... 142. I Secoli....................... 149. Alessandro Volta............... 168. Ugo Foscolo.................... 177. Lodovico de Breme.............. 188. La Patria...................... 195. Saluzzo........................ 201. Il Poeta....................... 210. Sospiro........................ 213. La Mente....................... 215. Mestizia....................... 218. Teresa Confalonieri............ 221. L'Anima d'una figlia........... 224. L'Anima di Clementina.......... 230. Verità e Sofismo............... 233. Il Colera in Piemonte.......... 239. Cessato il Colera.............. 243. Il Voto a Maria................ 248. La Madre degli afflitti........ 252. Dio e Maria.................... 256. Un Filosofo.................... 258. San Carlo...................... 266. Santa Fortunula................ 281. Santa Filomena................. 284. La Beneficenza................. 289. Una Donna...................... 293. Le Sale di ricovero............ 304. La Guida....................... 313.

_Con permissione._