Poesie inedite vol. I

Part 1

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POESIE INEDITE

DI

SILVIO PELLICO.

L'Autore intende di godere del privilegio conceduto dalle Regie Patenti del 28 febbrajo 1826, avendo egli adempito quanto esse prescrivono.

POESIE INEDITE

DI

SILVIO PELLICO

VOLUME PRIMO.

TORINO

TIPOGRAFIA CHIRIO E MINA.

MDCCCXXXVII.

AI LETTORI.

Avendo alquanto coltivato la poesia sin da' giovenili anni, e trattone dolcezza, non so cessare d'amarla, e di lasciarmi talvolta da essa ispirare scrivendo i miei più intimi pensieri e sentimenti. Così son nati i versi che oggi m'avventuro di pubblicare, sebbene sia consapevole essere in questi il buon desiderio molto maggiore del merito, e sebbene soglia dirsi nell'età nostra, giovare che gli scrittori italiani gareggiano piuttosto in moltiplicare le buone prose, che in arricchire il tesoro della poesia patria, già cotanto abbondante ed egregio. Non condanno siffatta opinione a favore delle buone prose, le quali pur vorrei vedere aumentarsi ogni giorno nella nostra letteratura, ma dimando grazia anche per le poetiche produzioni. Se svolgono affetti lodevoli e verità religiose e civili, le impressioni che fanno su gli animi possono riuscire benefiche al pari d'impressioni destate da libri morali d'altro genere.

Non poca parte de' versi che do alla luce si riferisce precipuamente alle mie vicende, a' miei dolori, alle mie speranze, alle consolazioni recatemi dalla Fede. Mi sono chiesto se non era temerità il dipingere sì lungamente me stesso, e forse ell'è temerità infatti. M'è nondimeno sembrato che la pittura del mio cuore acquistasse un rilievo dagli oggetti nobilissimi che v'ho associato, e segnatamente dal più sublime di tutti--Iddio.

Sospetto che avrei fatto meglio a parlare di Lui, di Religione, di Virtù, senza tanto a me medesimo por mente, ma non ho saputo. Il benigno lettore gradirà con indulgenza questa confessione: ho argomento di sperarlo, sapendo che altra volta già m'è stato generalmente perdonato il rappresentare con tutta fiducia l'interno dell'anima mia.

AL MARCHESE TANCREDI FALLETTI DI BAROLO

ED ALLA MARCHESA GIULIETTA NATA COLBERT

SUA CONSORTE OMAGGIO DELL'AUTORE.

LA MIA GIOVENTÙ.

Cor mundum crea in me, Deus. (_Ps_. 50).

Lamento sui fuggiti anni primieri, Che fecondi di speme Iddio mi dava, E di ricchi d'amore alti pensieri!

Tra giubili ed affanni io m'agitava, Ed incessanti studi, e bramosia Di sollevarmi dalla turba ignava;

E spesso dentro al cor parola udìa Che diceami dell'uom sublimi cose, Tali che d'esser uomo insuperbìa.

Pupille aver credea sì generose Il mio intelletto, che dovesser tutte Schiudersi a lui le verità nascose;

E di ragion nelle più forti lutte Io mi scagliava indomito; sognante Che sempre indagin lumi eccelsi frutte.

Quella vita arditissima ed amante Di scïenza e di gloria e di giustizia Alzarmi imprometteva a gioie sante.

Nè sol fremeva dell'altrui nequizia, Ma quando reo me stesso io discopriva, L'ore mi s'avvolgean d'onta e mestizia.

Poi dal perturbamento io risalíva A proposti elevati ed a preghiere, Me concitando a carità più viva.

Perocchè m'avvedea ch'uom possedere Stima non può di se medesmo e pace, S'ei non calca del Bel le vie sincere.

Ma allor che fulger più parea la face Di mia virtù, vi si mescea repente D'innato orgoglio il lucicar fallace.

E allor Dio si scostava da mia mente, E a gravi rischi mi traea baldanza, Ed infelice er'io novellamente.

Se così vissi in lunga titubanza, Ond'or vergogno, ah! tu pur sai, mio Dio, Che tremenda cingeami ostil possanza!

Sfavillante d'ingegno il secol mio, Ma da irreligiose ire insanito, Parlava audace, ed ascoltaval'io.

E perocchè tra' suoi sofismi ordito Pur tralucea qualche pregevol lampo, Spesso da quelli io mi sentìa irretito.

Egli imprecando ogni maligno inciampo Sciogliea della ragion laudi stupende, Ma insiem menava di bestemmie vampo.

Ed io, come colui che intento pende Da labbra eloquentissime e divine, E ogni lor detto all'alma gli s'apprende,

Meditando del secol le dottrine, Inclinava i miei sensi alcuna volta Di servil riverenza entro il confine.

Tardi vid'io ch'a indegne colpe avvolta Era sua sapïenza, e vidi tardi Ch'ei debaccava per superbia stolta.

Trasvolaron frattanto i dì gagliardi Della mia giovinezza, e sovra mille Splendide larve io posto avea gli sguardi;

E nulla oprai che d'alta luce brille! E si sprecar fra inani desidèri Dell'alma mia bollente le faville!

Lamento sui fuggiti anni primieri Che d'eccelse speranze ebbi fecondi, E di ricchi d'amore alti pensieri!

Ma sien grazie al Signor che, ne' profondi Delirii miei, pur non sorrisi io mai Agl'inimici suoi più furibondi:

Sempre attraverso tutte nebbie, i rai Del Vangel mi venian racconsolando; Sempre la Croce occultamente amai.

Ed il maggior mio gaudio era allorquando In una chiesa io stava, i dì beati Di mia credente infanzia rammentando:

Que' dì pieni di fede, in che insegnati Dal caro mi venian labbro materno I portenti onde al ciel siamo appellati!

Di nuovo fean di me poscia governo La incostanza, gli esempi, ed il timore Dell'altrui vile e tracotante scherno;

E l'ira tua mertai per tanto errore: Ma gl'indelebili anni che passaro Ritesser non m'è dato, o mio Signore!

Presentarti non posso altro riparo Che duolo e preci e fè nel divo sangue, Di cui non fosti sulla terra avaro

Per chiunque a' tuoi piè pentito langue.

A DIO.

Et anima mea illi vivet. (_Ps_ 21).

D'uopo ho d'amarti, e d'uopo ho che tu m'ami, O tu che per amar mi desti un cuore! Son mal fermi quaggiù tutti i legami, Tu sei solo immutabile, o Signore! S'amo creati cuor, fa ch'io rïami In essi te che mi comandi amore: Se d'altri il braccio mi sostiene alquanto, Sostenga essi con me tuo braccio santo.

Ov'anco intorno a me sien petti cari, No, mai bastar non ponno al mio conforto; Spesso agitato da cordogli amari Lo sguardo mio sui lor sembianti io porto; Ma del mio mal tosto li bramo ignari, E compongo a letizia il viso smorto, E so che anch'essi per affetto eguale Celan sovente del dolor lo strale.

E più volte ho provato in petti umani D'espandere l'arcana angoscia mia, E come a Giobbe i consiglier suoi vani, In me quelli accrescean melanconia; E chi i gemiti miei diceva insani, Chi crollava la testa e non capìa, Chi fingea compatir, mentre in secreto Io lo scorgea de' miei tormenti lieto.

Sì ch'or per la pietà che agli uni io deggio, Perchè tenera brama han del mio bene, Ora per non esportili al vil dileggio Dell'alme giubilanti alle mie pene, Poco agli uomini parlo, e poco alleggio Tra loro il duol che in me dominio tiene; Ma sfogar pur sospiro i lutti miei, E tu, Signor, mio confidente sei!

Fa ch'io ti senta sempre a me vicino: Troppo la solitudin m'addolora! Posar vo' il cor sovra il tuo cor divino Voglio dirti i miei sensi a ciascun'ora! Traggimi in qual pur sia fiero cammino, Purchè teco io respiri, e teco io mora: Tutti i dolori a te d'accanto accetto, Di viverti discaro io sol rigetto.

Per aver l'amor tuo che far degg'io? Pregar soltanto? Ah no, il pregar non basta! Debbo immagine in terra esser di Dio, Debbo luttar contro a natura guasta, Debbo aver di giustizia alto desìo, Debbo non abborrir chi mi contrasta, Debbo amar tutti, anco i più rei nemici, Ed, ove il possa, oprar che sien felici.

Donami quell'amor, ma il dona insieme A chi meco vïaggia sulla terra: Fra gl'inamanti cuori il cuor mio geme E impicciolisce, e sua virtù s'atterra; Fra i malignanti cuori il cuor mio freme, E orgoglio oppone a orgoglio, e guerra a guerra Fra gli odii altrui l'anima mia è infeconda; D'alti esempi d'amor, deh, la circonda!

Con te, Signor, con te stringo alleanza: Perdonerò a' mortali, a me perdona; Amerò tutti, perchè han tua sembianza, Perch'io son tua fattura, amor mi dona; Amerò tutti, ma con più esultanza Chi fra le braccia tue più s'abbandona; Amerò tutti, ma con più fervore Chi più simile al tuo mi mostra il core!

Amar vogl'io, di quell'amor che avvampa In te, e ne' tuoi più nobili viventi, Di quell'amor che da' rei lacci scampa, Di quell'amor che regge infra i tormenti, Di quell'amor che all'universo è lampa Nella chiesa infallibil de' redenti, Di quell'amor sì pio, sì ver, sì forte, Che abbella e vita, e gioie, e strazi, e morte!

DIO AMORE.

Domine, qui amas animas. (_Sap_. 11,27.)

Amo, e sovra il cor mio palpitò il core Del mio Diletto, ed era--ah! la tremante Lingua osa dirlo appena--era il Signore!

Il Signor che di gloria sfavillante Regna ne' cieli, e sua delizia è pure Il picciol uomo in questa valle errante!

Ed attonite il mirano le pure Intelligenze scendere ammantato A questo erede di colpe e sciagure,

Ed il povero verme lacerato Sanar colle sue mani, e a tutti i mondi Ridir sua gioia, se da tale è amato.

Io lo vidi per baratri profondi Movermi incontro, e gridar dolcemente: «Perchè cotanto al mio desìo t'ascondi?»

E più e più appressavasi, e ridente Più e più del suo viso era il fulgore, E n'arsi ed arderonne eternamente.

Amo, e sovra il cor mio palpitò il core Del mio Diletto, ed era--ah sì! il proclamo All'universo in faccia--era il Signore!

Io lo vidi, il conobbi, ei m'ama, io l'amo!

MARIA.

Fac ut ardeat cor meum. (_Stab_.)

Amo, e sovra il cor mio col nome santo Sta del Signor quel d'una Donna impresso Quel della Vergin che a Lui siede accanto!

Quel di Colei che gloria è del suo sesso! Quel di Colei ch'anima avea sì bella, Ch'a sue cure Dio volle esser commesso!

E bambin s'appendeva a sua mammella, Ed ha i merti di lei co' suoi contesti, E l'alzò dov'è a noi propizia stella!

Salve, o Maria! Tu con Gesù stringesti Fra le tue braccia tutti noi mortali; Tu per fratello il Redentor ne desti.

Su me pur, su me pur tue celestiali Pupille scintillaron di materna Pietà ineffabil, sin da' miei natali.

E a quel Figliuol che terra e ciel governa Per me chiedesti e vai chiedendo aïta, Sì, ch'io pur giunga alla sua pace eterna.

Ne' giorni più infelici di mia vita L'invisibil tua man mi terse il pianto; Ognor t'han miei rimorsi impietosita.

Amo, e sovra il cor mio porto col santo Nome di Dio quel di Maria stampato! Quel della Donna che a Lui siede accanto!

Della Madre che il Figlio ha per me dato!

L'UOMO.

Omia possum in eo qui me confortat. (_Philipp_. 4, 13)

Capir non può l'umano spirto quale Fosse dell'uom la prima, alta natura, Pria che i suoi giorni avvelenasse il male.

Ma di natia grandezza un resto dura Pur d'Adam nel nipote sventurato, Che un Dio, piucchè una belva, in sè affigura.

Quel corrucciarsi del suo abbietto stato È ad un tempo alterigia e sentimento Ch'ei pel fango terren non fu creato.

Giocondo del suo pascolo è l'armento, E se rugge il leon, rugge per fame, E quand'è sazio, anch'ei posa contento.

Solo il mortal, benchè ogni senso sbrame, E si sforzi a letizia, ode una voce Che in cor gli grida:--L'ore tue son grame!

Sempre muta pensier, sempre lo cuoce Uopo sfrenato di scïenza o possa, Sempre una spina a sue calcagna nuoce.

Solo fra gli animali ei pur dall'ossa De' cari estinti aspetta vita, e crede Sovrastar gioie e danni oltre alla fossa.

In ogni secol l'uom si vanta erede D'avito senno e cresciutissime arti, Ed egualmente sitibondo incede.

Ambisce ragunar tutti i cosparti Lumi dell'universo, e farsi Iddio, E rifuggongli quei da cento parti.

Agogna fama, e lo ravvolge obblio, Sanità cerca, e infermità l'abbatte, Sa di peccare, e vorrebb'esser pio.

Contr'altri, contra sè freme e combatte, Vuol parer dignitoso ed assennato, E il premon fantasie luride e matte.

Egli è un astro smarrito ed oscurato Che di sua prisca gloria un raggio serba, E volge a rallumarsi ogni conato.

Egli è una cosa angelica e superba, Egli è un Nabucodonosor del cielo, Dannato co' giumenti a pascer l'erba.

Sull'intelletto suo s'è steso un velo, Ch'ei maledice ed agita, e attraverso Scorge il tesor perduto ond'è sì anelo.

Come offes'egli il Re dell'universo? Qual fu l'arbor vietata ch'egli ha tocca? Sin quando in mezzo a' vermi andrà disperso?

Basti che mentre di giustizia scocca L'ineluttabil folgore sull'uomo, Sull'uom misericordia anco trabocca.

Basti che sì da colpa ei non è domo, Che per mano di Dio non debba pure Frangere il giogo, e avere in ciel rinomo.

Basti ch'ei fra ignominie e fra sciagure Sta grande e conscio di virtù divine, E gli destan rossor vizi e lordure.

Ei molto ignora, ma le sue rovine Attestan quella origin ch'egli avea, E suda a restaurarle insino al fine;

E abborre l'angiol vil che il seducea, L'angiolo vil che invano ognor gli grida: «Nulla tu sei che argilla stolta e rea!»

Taci, bugiardo spirto! Iddio m'affida: Ei non m'ha tolto, come a te, l'amore: Uom si fe' perch'io 'l veda ed abbial guida.

Servo a lui son, ma sono a te signore; Mal cangi astutamente e viso e manto, Per trarmi fra tuoi schiavi al tuo dolore.

Mal di filosofia t'usurpi il vanto, Per insegnarmi il tuo esecrando scherno Sull'alte mire del tre volte Santo!

Io caddi al par di te dal regno eterno, Ma non sì basso; e se mi curvo al suolo, Non è per invocar fango ed inferno,

Bensì lui, che raddurmi al ciel può solo!

LA REDENZIONE.

Bibite ex eo omnes. (_Matth_. 26,27.)

Uom, chi sei? Non t'inganni l'argilla Ov'hai stigma d'obbrobrio e di morte. In quel fral maledetto sfavilla Una luce che a Dio somigliò. Spaventosa e sublime parola! Dio nell'uom crea di luce uno spirto, Che dovunque Dio s'alzi trasvola, Che l'abbraccia, che in lui tutto può.

Antichissima colpa ed oscura Dal felice cospetto del Padre Quell'altissima un dì creatura Discacciò, preda a vermi e dolor. Disputar colle belve la terra L'uom fu visto, alle belve agguagliato; Gli elementi gli mossero guerra, Nulla il vinse: egli grande era ancor.

Ma più grande il fe' guardo d'amore Ch'ei pentito osò volgere al cielo: Da quel guardo fu preso il Signore, Scese un giorno, e coll'uomo s'unì. Non fu tolta alla colpa ogni pena Per giudizio ineffabil del Santo, Ma la _coppa del duol_ fu ripiena Di quel Dio che coll'uomo patì.

Da quel giorno s'inchina al mortale Ogni mente che inchinisi a Dio, Perch'entrambe con palpito eguale Condivisero gaudio e martìr. Da quel giorno gli spirti del cielo, Cui straniera fu sempre sventura, Santa invidia portaro all'anelo Che per Dio può con gioia morir.

Dal suo abisso l'eterno perduto Leva il capo, e con perfido ghigno Grida:--Vieni, o tu forte caduto! A me vieni, io de' forti son re! E il fellon nega un Dio salvatore; Ma il mortale a quell'empio risponde: --Sento ignota virtù nel dolore, Ciò mi svela che il Provvido v'è!

Sì, v'è Dio, l'adorabile, il forte! Fatto l'uom a sua immagine avea: Ei dell'uom meritevol di morte Fessi immagine, e a sè il rïunì. Oh magnanimo, a tanta bassezza Sceso sei per restarne vicino! Più non nuoce, no, morte, se spezza L'incantesmo che a te ne rapì.

Oh mio Dio! più di morte, crudele È il dolor che dividemi il core, Ma il dolor convertì l'infedele, Anco i giusti migliora il dolor. Vero è il fatto, innegabil, tremendo: Non v'è in terra virtù senza pianto. Ecco il seno: ah! ch'io t'ami piangendo! Ecco il lacera, il lacera ancor!

Benchè al misero umano intelletto Sollevar non sia dato quel velo, Onde piace a colui ch'è perfetto Di sue vie le cagioni coprir, Pur traspar sapïenza divina, Tra la nube dell'alto mistero, In quel lutto che l'anime affina, In quel Dio che per noi vuol morir;

In quel nobile amor d'un fratello Che patisce per empi fratelli; In quel gran, di giustizia, modello Che ad un tempo è increato e mortal! In quel senno che sembra follia, Ed è stimolo a somme virtudi, Che qual ombra fugò idolatria, Che fra tutti i nemici preval!

LA CROCE.

Confidite: ego vici mundum! (_Ioh_. c. 16.)

E chi ingannato non sariasi quando All'inesperto giovane intelletto Tal si volgea drappello venerando Per alta fama ed eloquente affetto, Che virtù promettendo, ed appellando A sublimanti indagini ogni petto, Dicea: «Siam nati a illuminar la terra, A tutte ipocrisie movendo guerra!»

Qual età vide mai zelo cotanto D'ardenti ingegni, or concitati all'ira Contro menzogna, or concitati al pianto Sulle stoltezze in che il mortal delira? Sì che spesso il lor dir quel grido santo Parea che il cielo a' suoi profeti ispira, Onde riscosse da letargo indegno, Movan le genti di giustizia al regno!

Tonerà in quanti secoli fien dati; Alla palestra degli spirti umani, Tonerà il giusto contro i danni oprati Da' fratelli perversi e dagl'insani; E quel tonar perenne i cor bennati Da ignobil opra tener può lontani, E più li infiamma od infiammar dovria A sacrifizi, a onore, a cortesia.

Ma sciagura sui popoli e sui regi Quando frammisti a nobili pensieri Potentissima scuola alza dispregi Sovra la fonte degli eterni veri! Sciagura sugli stessi animi egregi Che allor di luce esser vorrian forieri! Del vaneggiar d'illustre scuola tersi Arduo a loro medesmi è rimanersi.

Ed in simile tempo io son vissuto! Famosi audaci avean deriso l'are, E affascinata dallo scherno astuto Prendea quelli la turba a idolatrare; Bello parve ostentar disdegno arguto Verso chi preci a Cristo osasse alzare, E più d'un per viltà vituperava Quell'Evangel ch'ei pur nel cor portava,

Io dentro al cor portava l'Evangelo, Nè bestemmie contr'esso unqua avventai; Ma perchè s'irrideano e preci e zelo, Non curanza di Dio spesso mostrai, E agguagliato agli immemori del cielo, Plausi e piaceri e vanità anelai; E pur nell'alma ognor udia una voce, Che dicea: «Dove vai? Riedi alla Croce!

«Riedi alla Croce! mi dicea; sì sforza Calunnia indarno di tenerla a vile: La Croce sol gl'indegni fochi ammorza, La Croce sol fa l'uom grande e gentile, La Croce sol dà all'intelletto forza Di diventare all'Uomo Iddio simìle; Se ipocriti talor stanno a' suoi piedi, Non fuggirla perciò: gemine, e riedi!

«La Croce altro non è ch'alta dottrina Di generosi e giusti sacrifici; La forza d'affrontar doglie e rovina Per giovare a' tuoi cari e a' tuoi nemici; L'ardir congiunto ad amistà divina; La virtù che nel cielo ha sue radici. Chi per la Croce, ov'ei non sia demente, Meraviglia ed ossequio e amor non sente?

«E se tu vedi ciò ch'ell'è, se l'ami, Perchè di lei vilmente arrossirai? Perchè, se il travïato empia la chiami, All'impudente voce arriderai? Di lui spregia e compiangi i ghigni infami, Nè incodardir, sotto agli obbrobrii mai: Della Croce magnanimo seguace, Dimostra quanta in abbracciarla hai pace.

«Dimostra che la Croce a chi davvero Suoi pregi indaghi, scema ogni amarezza; Dimostra col tuo oprar, non esser vero Ch'ella guidi a torpore ed a fiacchezza; Dimostra che alto fa l'uman pensiero, Che a tutti i grandi e forti atti lo avvezza; Dimostra che se ride all'ignorante, Pur del nobil sapere è sempre amante!

«Pari ad ogni miglior vantata scuola La Croce insegna dignità ed amore; Ma in lei sol v'è possanza di parola Che inforzi, e persüada, e appuri il cuore; Unica le angosciate alme consola, Unica abbellir puote anco il dolore: Ogni scuola miglior tituba e illude, Dubbii ed error la Croce sola esclude».

Tal mi sonava in cor voce gagliarda, Or è gran tempo, e s'io non l'obbedìa, Del mio spirto esitanza era infingarda, E di rapidi, lieti anni malìa; La retta via scernendo, io la bugiarda Con secreti rimorsi ognor seguìa: Mesto or che tanto resistessi al vero, Miro la Croce--e in sue promesse io spero!

GLI ANGELI.

Qui facis angelos tuos spiritus. (_Ps_. 103).

Con un sol cenno, è ver, l'Onnipossente Può governar gl'innumerati mondi, Scevro d'ausilio di creata mente;

Ma più degno è di lui ch'ami e fecondi L'universo d'angelici Intelletti, Di cui l'opra sue grandi opre secondi.

Ei così volle, e spirti a lui soggetti Adempion suoi decreti in ogni loco, Quali a premiar, quali a punire eletti.

L'Angiol del Sol, da quel beante foco Ai circostanti globi è fatto legge, E della luce incantali col gioco.

Ed ogni astro ha uno spirito che il regge, Od hanne molti, giusta ch'ivi è bello Esser vario de' duci il santo gregge.

La nostra terra di sventure ostello, Ostello è pur di squadre celestiali, Onde scempio non facciane il rubello.

Per fraterna pietà si fean coll'ali Agli occhi vel, lunge l'acciar rotando Ai cacciati quaggiù primi mortali.

E d'Adamo fu l'Angiol, che allorquando Reo lo mirò--«Non disperar! gli disse, «L'Eterno puoi placar, te umilïando!»

Poscia ogni volta che la colpa afflisse Cuori che si pentiano, il Signor tosto Di consolarli ad uno spirto indisse.

Chi al fido Abramo che sul rogo ha posto Il caro figlio ed il coltel già snuda, La man rattiene? Un Cherubin nascosto.

E quando l'infelice Agar di cruda Sete col figlio langue entro il deserto, Dio fa che l'acque un Angiolo dischiuda.

De' dolci Genii ognor s'accrebbe il merto Di quest'esule argilla a giovamento, Per cui sapean che Cristo avria sofferto.

Noi vediam nel soave accorgimento Di Rafael (perchè Tobia giungesse D'ogni più cara brama al compimento)

L'amor de' nostri Genii: in lor le stesse Ardono industri fiamme generose Per l'alme peregrine a lor commesse.

E più lieti n'avvampan, dacchè impose L'Eterno a Gabriello il gran messaggio, E Maria «la tua ancella ecco!» rispose.

In quel bel dì le sfere tutte omaggio Le prestaro, e degli Angioli reìna Brillò una Donna di terren lignaggio!

Qual fu la gioia lor quando in meschina Stalla videro nato il Dio lattante Al sen della Mortal, fatta Divina!

Oh felice lo stuolo vigilante De' pastori che l'inno udiron primi, Nuncio alla terra del celeste Infante!

Godo in pensar che allor fra que' sublimi Angioli avevi loco, Angiolo mio, Tu che guidarmi or degna cura estimi.

Tu l'hai veduto quell'amante Iddio Pender bambin fra le materne braccia, E già per me il pregavi, e t'esaudìo!

E poi seguisti di Gesù ogni traccia Pel cammin della vita, e poi vedesti Sul fero legno sua languente faccia,

E di dolor sui falli miei piangesti!

II.

L'Angiolo! Oh amabil creatura! Un Ente Tutto bellezza, e intelligenza e amore, Che tutto legge nell'eternamente!

L'uom qual angiol saria se affrontatore Della sconfitta sua stato non fosse, Bandiera alzando contro al suo Fattore.

Ma il reo di sua stoltizia addolorasse, E lagrime spargendo si sommise, E Dio intese sue preci, e si commosse.

Del mortale a custodia un Angiol mise, Che lo guidi e consoli, e ognor ripeta: «Tieni a salute le pupille fise».

Dal giorno poi che nostra afflitta creta Iddio venne a vestire ed a noi diessi, Dolorando e morendo, esempio e meta,

Portando noi del divin sangue impressi Sulla fronte i caratteri possenti, Più invidia non ci fan gli Angioli istessi.

Angioli siam noi pur, benchè gementi In questo passeggier regno di morte: Gesù nobilitò nostri tormenti!

Perdermi ancor potrei; ma la mia sorte Fidata venne ad un guerrier del cielo: Ei mi regge e difende con man forte.

L'Angiol che per mio bene arde di zelo Amo, e cerco, ed invoco, e benedico, E pur di poco amarlo io mi querelo.

Ei fra' creati fu il mio primo amico! Il Genio che svolgea ne' miei prim'anni Del Bel l'amore, ond'oggi il cor nutrico!