# Poesie e novelle in versi

## Part 6

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Il coraggioso giovine--fe' per spiccare un salto... E fuggire... Martino--gli gridò: "Ma, per Diana, "Fermati, giovinotto!--Cosa son?... La befana?... "Via!... Piuttosto che espormi--a mille infreddature "Fate presto, sposatevi,--mie care creature!"

* * * * *

Graziano sposò Lisa. --Era tempo! Martino Morì. Il maestro allora--lasciò i libri pel vino. Divenne ostiere. Lisa,--dopo quattr'anni, anch'ella Spirò, mettendo al mondo--una bambina bella Come un amore, e cui--lasciò erede del nome.

II.

Nel mille ed ottocento--settanta, colle chiome Che parevano d'oro,--allegra e ben tornita Era la nuova Lisa--la delizia e la vita Del padre, a cui la testa--s'era fatta canuta.

Egli la contemplava--in un'estasi muta; Le baciava la fronte;--la chiamava _folletto_; Le dicea di ripetergli:--"Oh! Mio babbo diletto!" Ai villani, recando--la solita scodella Di vino, domandava:--"Non è vero che è bella?" Volea che alla domenica--ogni donna, alla messa, Mormorasse vedendola:--"Guarda com'è ben messa!"

Le aveva appreso a leggere. --Su un libro d'orazioni Avea di proprio pugno,--con grossi paroloni, Scritto dei versi (ignoro--di qual poeta); questi:

Le fanciulle son angioli Che pregan col candore; Per esse il vecchio padre È il loro primo amore!

* * * * *

Ma pel povero padre--vennero i giorni mesti

* * * * *

Il volto allegro e sano--della bella fanciulla Si fe' pallido e magro "Che hai?" Le chiese. "Nulla!" Ella rispose. Il vecchio--divenne da quel giorno Pensieroso. Le stava--ogni momento attorno; Volea leggerle in cuore;--di notte non dormiva.

* * * * *

Una notte, fra l'altre,--(era una notte estiva) Egli balzò dal letto--e s'affacciò inquieto Alla finestra, Il lume--degli astri, mansüeto Come un guardo materno,--sulla terra piovea: Il corteggio dei colli,--da lungi, si perdea Dietro il caro ideale--dell'azzurro dei cieli; Lo stormir delle fronde--parea fruscio di veli; Le campagne riarse--dai torridi sollioni Beveano la rugiada;--le Talli aveano suoni Indistinti, söavi;--il villaggio dormia Sul guancial di granito--che e il monte gli fornia.

Ei guardò gli astri, i colli,--e l'azzurro orizzonte, E le piante, ed i campi,--ed il villaggio, e il monte Che gli sorgea daccanto...--Parea cercar la via Su cui stornar la mente--da una triste malia...

Ma la cercava invano!--Ei pensava a sua figlia.

* * * * *

Che è questo? Al primo piano--s'è dischiusa una griglia, Giù, nella via, si muove--un'ombra nera. Dice Una voce da basso:--"Lisa, notte felice! "Come ti voglio bene!"

--L'altra risponde: "Anch'io!"

Allor l'ombra soggiunge:--"Domattina, amor mio, "Voglio farmi coraggio!--Vo' chiederti in isposa "A tuo padre..." Ad un tratto--cordiale e fragorosa Scoppia, come una folgore,--una risata in alto. Già l'ombra coraggiosa--sta per spiccare un salto E fuggire... Ma il vecchio--le grida: "Evvia!.,. Perdiana, "Fermati, giovinetto!--Cosa son? La befana? "Orsù!.. Per risparmiarmi--le mille infreddature "Fate presto! Sposatevi,--mie care crëature!"

* * * * *

O lettrice cortese,--non dir che t'ho ingannata! È vero, troppo semplice--novella io t'ho narrata! La colpa non è mia--ma degli umani eventi!... Una storia monotona--han gli amori innocenti! Nella gente volgare--(che invidio e che rispetto Per rispettar me stesso)--si ricopia ogni affetto Di padre in figlio.

È un calcolo--infinitesimale; È l'acqua, che può forse--aver nome _termale_, O _salsa_, o _benedetta_,--o _tofana_, o _stagnante_, Ma s'assomiglia sempre--con ben poca variante!

E quest'acqua è il racconto.

* * * * *

--"Per farlo men meschino (Tu mi dirai) "Poeta--ci hai messo anche del vino!

Ahi!... L'acqua guasta tutto!--Persino il vino buono!

La bevanda fu insipida--te ne chieggo perdono... Vuoi un'altra novella? --La leggerai fra poco. Bada!.. Non riscaldarti!..--Ha per titolo: _Fuoco!_

Milano, 1875.

FUOCO

Era sera e pioveva. --Il tremolante raggio Delle lampade ad olio,--accese nel villaggio Dinanzi alle Madonne,--col giallastro bagliore Sulle pietre specchiavasi--della strada Maggiore; Sulle pietre, cui l'acqua--rendea lucide e nere, E alle quali imprecava--un grosso carrettiere, Perchè il mulo a ogni passo--scivolava. La via Era deserta. In alto--dicean l'avemmaria Due fesse campanuccie. --Di piombo il ciel parea, E la sottil pioviggine--silenziosa cadea.

* * * * *

Le galline e i piccioni,--nascosti sui fienili, O accovacciati agli angoli--dei luridi cortili, Borbottavan sommessi--cercando il posto adatto. Sulle ceneri calde--s'accoccolava il gatto. I dindi, che non amano--dormire affratellati, Sui carri e sulle travi--eransi sparpagliati; Taluni dai piuoli--d'una scala sbilenca Dominavan la scena. --Il bove e la giovenca Ruminavan sdraiati--nelle tiepide stalle, Pensando forse all'erba--brucata nella valle E alla miglior pastura--da sceglier la dimane.

Col muso fra le zampe,--dalla sua cuccia, il cane Guardava con disprezzo--dell'oche la famiglia, Mentre un fanciullo lacero--con una fronda in mano Di spingerla all'asciutto--s'affaticava invano.

L'orizzonte, all'occàso,--colla sua tinta scialba Facea dir: "_Sol che guarda_--_indietro, pioggia all'alba!_" E con questo proverbio--le rubizze comari Chiudevano le imposte--dei rozzi casolari.

* * * * *

Quella sera non c'era--benedizione in chiesa. La prebenda era povera,--non potea far la spesa D'accender tanti moccoli--tutti i giorni. Il curato Passava coll'ombrello--sull'umido sagrato, Movendo a lunghi passi--verso la farmacia.

Colà la vieta triade--del villaggio venia A far tutte le sere--la solita partita.

* * * * *

"Buona notte, Teresa!"--"Salute, Margherita!" "Dormite bene, Checca!"--"State bene, Gervasa!"

Eran le donnicciuole--che rientravano in casa.

* * * * *

I lumi scintillavano--nelle rustiche stanze; Sui talami nuziali--scendevan le esultanze; I vecchi accarezzavano--le coltri cogli sguardi; I bimbi sonnecchiavano. --Alcuni, più testardi, Strillavan nella culla--con noiosi lamenti. La nenia dello gocciole--dalle gronde cadenti, Come un canto materno,--diceva lor: "Tacete!"

I desiderii inutili--colle vampe segrete Turbavan le orazioni--delle fanciulle ed esse Accanto al picciol letto--pensavan, genuflesse, Dell'amante villano--all'ultima parola, E trovavano fredde--le candide lenzuola, E con stolidi accenti--pregavano il Signore Perchè la santa fiamma--spegnesse a lor nel cuore!

Sovra le brune case--il silenzio scendea, E la sottil pioviggine--lentamente cadea.

* * * * *

A un tratto, come il lampo--che le nubi rischiara, Risuonò da lontano--un'allegra fanfara.

I fanciulli, che uscirono--sugli alpestri sentieri, Tornarono di corsa--gridando: "I bersaglieri! I bersaglieri!!!"

Allora--fu un batter d'impennate, Un cigolar sui cardini--d'imposte spalancate, Un vagolar di lumi--sulle negre baltresche, Un vociar di padrone,--un chiamar di fantesche.

Si gridava: "Correte!...--Son qui!... Sono vicini!"

Le madri abbandonavano--le culle dei bambini; E, fra l'essere donne--curiose o madri buone, Prendeano il mezzo termine--d'affacciarsi al verone, Tenendo sempre a bada--colla coda dell'occhio Il letticciuolo, dove--miagolava il marmocchio.

* * * * *

La fanfara appressavasi.--Con un piglio insolente Parean le note acute--sfidar l'ombra silente.

Le fanciulle, lasciando--divozioni e rosari, Balzavan sulle soglie--dei bruni casolari; Colle pupille in fiamme,--battendo mano a mano, Saltellavan di gioia,--e guardavan lontano, In fondo alla contrada. --Gli squilli delle trombe, Come fìtta gragnuola--che sui tetti precombe, Echeggiàr nella via,--annunziando al villaggio Che i bersaglieri entravano. --Sotto il tenue raggio D'una lampada santa,--fantastiche visioni, Sfavillaron nell'ombra--le bocche degli ottoni.

* * * * *

I soldati marciavano--serrati; il suon dei passi Cadenzato e monotono--rimbombava sui sassi; I tinníti dell'armi--pareano strappi d'arpe; Nelle pozze e nel fango--cadean le larghe scarpe Insudiciando l'uose--strette sulle caviglie; La pioggia scivolava--sulle negre mocciglie E imperlava i cocuzzoli--dei cappelli alla scrocca.

I fanciulli, guardandoli,--aprian tanto di bocca; Le ragazze esclamavano:--"Che bei giovani!"

Ed era Bujo!!!

* * * * *

Dinanzi a tutti,--accanto alla bandiera, Marciava un uffiziale--dal torace spazioso, Dalle spalle quadrate.--Marciava silenzioso, Colla fronte dimessa;--parea sopra pensieri.

Pensava egli al domani?--Pensava egli all'ieri? Forse pensava a nulla! --Con piglio indifferente Egli passava in mezzo--allo stuol della gente Ed automa ambulante--si guardava i ginocchi.

Giunto presso a una lampada--l'uffiziale alzò gli occhi E si fermò. Due stelle--gli brillavan davanti; Due stelle nere, lucide,--che parevan diamanti. Erano due pupille,--cui fea cornice un volto Di giovinetta, pallido,--nella penombra avvolto.

Il soldato col guardo--esperto ed indovino S'accorse che quel volto--era un volto divino; Un volto sedicenne--di bellezza ideale! Vide due labbra tumide--dal taglio sensüale, Una fronte purissima,--un mento ovale e fine, Dalla pelle cosparsa--di linee azzurrine, E su due guance bianche--cader due brune anella.

Il soldato, baciandola,--disse: "Quanto sei bella!"

* * * * *

La fanciulla fu presa--da uno strano languore E mormorò, abbracciandolo:--"Assistimi, o Signore!" Indi trasse il soldato--sotto un andito oscuro; Spinse una porticella--che s'apriva nel muro E fe' cenno che entrasse. --Ei la seguì... La porta Fu chiusa.

* * * * *

Era una stalla.-- Piovea la luce smorta Da una piccola lampada--che dall'alto pendea; Una magra giovenca--gravemente giacea Su poca paglia; agli angoli--delle rozze pareti I ragni sciorinavano--le polverose reti; La soffitta, composta--d'esili travicelli, Era negra pel fumo;--vanghe, zappe, rastrelli In un canto appoggiavano--l'aste lunghe e lucenti; In fondo c'era un mucchio--d'erbe e di fiori olenti Falciati nella sera. --La fanciulla s'assise Su quel mucchio di fiori;--alzò gli occhi e sorrise. Poi disse a voce bassa:--"Qui ci vede nessuno! "Mio padre dorme... E poi--sarà un minuto!" Il bruno Ufficiale si pose--a sederle dappresso.

Ella guardò per poco--lo smagliante riflesso Dei bottoni dorati--del giovane soldato; Li toccava, tremando,--col dito fusellato; Sembrava come assorta--in un sogno; chinava La testa sovra il petto--e quel petto anelava...

Ad un tratto, cogli occhi--socchiusi, alzò la faccia; Cinse il collo del giovane--con entrambe le braccia E...........--............ ...........--.............

* * * * *

Giovinette ardenti,--donne all'amor crëate, Da una stolida legge--a soffrir condannate, Non sognaste voi forse--il gaudio d'un istante Ricordando il profilo--d'un maschio sembïante?

O superbe matrone,--dalle vesti scollate, Che parlate d'onore--e di virtù parlate, Io sorrido al severo--vostro piglio glaciale Perchè so che i viventi--hanno un nemico eguale! La carne!... Questa schiava--ribelle, non mai doma, Che freme al sol contatto--d'una leggiadra chioma!

Voi pur siete di carne,--o severe matrone, E forse in qualche giorno--di suprema oblivione E d'ardore supremo,--da ogni sguardo lontane, Voi pure calpestaste--le convenienze umane, E ai baci d'un ignoto--vi abbandonaste ignude!

Chi narrerà i misteri--che un cuor di donna chiude? Chi gli incontri fatali--che il caso ha preparato?

Fu un istante!... Nessuno--lo seppe... Il fortunato Baciò, tacque e passò... --La matrona severa Ripigliò la sua maschera--nei crocchi della sera; Ad un detto men cauto--finse sentirsi offesa; Frequentò, come al solito,--e corsi, e balli e chiesa; Licenziò la domestica--e il fedel servitore Perchè nell'anticamera--parlavano d'amore; E, suscitando intorno--mille fiamme lascive, Visse, come ogni dama--che si rispetta, vive: Ipocrita a trent'anni,--bacchettona a cinquanta, Borbottona a sessanta,--e nel feretro santa!...

Giovinette di fuoco,--donne all'amor create, Da uno stolto egoïsmo--a soffrir condannate; Giovinette di fuoco--e superbe matrone, Che forse in qualche giorno--di suprema oblivione E di supremo ardore,--da ogni sguardo lontane, Calpestaste con gioia--le convenienze umane E ai baci d'un ignoto--v'abbandonaste ignude, Voi capirete il senso--che il mio racconto chiude!

* * * * *

Quando il bruno soldato--uscì sopra la via Gli passava dinanzi--l'ultima compagnia. Ei, raddoppiando il passo,--raggiunse la bandiera.

La fanciulla (che tale--da un istante non era), Sovra il mucchio di fiori--pareva addormentata... I suoi sogni di languide--vision la fean beäta.

Come noi sogniam spesso--negli anni adolescenti Di leggiadre donzelle--i bei volti ridenti, Ella sognava un nimbo--di giovinetti gai...

* * * * *

La fanciulla e il soldato--non si vider più mai,

Napoli, 29 febbraio 1876.

MASTRO SPAGHI

A

FELICE CAMERONI

MASTRO SPAGHI

I.

Mastro Spaghi era il boia--della città d'Urbino. Contava cinquant'anni;--era smilzo e piccino; Era calvo; il suo cranio,--da lontano, pareva Una palla di vetro.--Sul petto gli cadeva Una candida barba.--Avea gli occhi profondi, L'orbite cavernose,--i pomelli rotondi E violetti, le labbra--grosse e larghe. Campava Tirando il collo agli altri.

* * * * *

--La forca prosperava Nell'Evo Medio! Oh! Quelli--eran tempi bëati! Nè i maggiori colpevoli--erano gli appiccati!

I furbi ed i potenti--facevano man bassa, Come chi taglia spiche,--sui capi della massa. Le tanaglie e l'eculeo,--le scuri ed i capestri Fiorivan dappertutto. --Perciò v'eran maestri Nell'arte del carnefice! --A Roma avea gran nome Un boia, che sapeva--dal calcagno alle chiome Tanagliare una vittima,--senza farla spirare.

La Santa Inquisizione--avea fatto educare Molti allievi alla scuola--di cotanto maestro.

In quanto a mastro Spaghi--s'era dato al capestro.

* * * * *

Perchè vi spaventate,--o lettori cortesi, S'io parlo di carnefici? --Il nome lor lo appresi Nella storia dei popoli,--in cui tengon gran parte, Il dire mastro Spaghi--o il dire Bonaparte Per me suona lo stesso.--Ammazzare al dettaglio O in partita, gli è sempre--ammazzare.

Il barbaglio Della gloria e del genio--pel filosofo è nulla! Chè, sfrondati gli allori,--v'è la campagna brulla; V'è la campagna brulla,--tutta a macchie di sangue; Ove il forte sogghigna;--ove il debole langue; Ove stanno i carnefici--e le vittime. Evvia! Perchè mai vi spaventa--questa novella mia? Converrebbe abolire--la storia ed i cannoni Per non parlar di boia! --Abolirli?... Illusioni D'anime semplicette! --Togliam le guerre e il boia, E impossibile è il dramma,--e morirem di noia!

L'umanità è un malato--che di salassi ha d'uopo!

Ma finiran le guerre--e i carnefici!... E dopo? Che faranno i mortali?--Quali saranno i temi Degli umani discorsi--degli umani pöemi?

Saran la fede immensa;--l'amore universale; I viaggi nell'aria,--e l'assenza del male; Del male, che pei posteri--sarà l'egual chimera Di quel che è il ben per noi! --E s'anco fosse vera Questa ideal famiglia--degli umani (fra mille Miliardi di secoli)--figgiamo le pupille Ancor più innanzi... Il cèrebro--Mormora ancora: "E poi?..." Siam daccapo alla noia!

II.

--Fra tutti i pari suoi Mastro Spaghi emergeva--nell'arte del capestro. La gran pratica è vero--l'avea reso il più destro In tal ramo di scienza;--ma il suo merito c'era. Fabbricava lacciuoli--in siffatta maniera Che gli altri d'imitarlo--avean tentato invano! La seta più ribelle--di mastro Spaghi in mano Si mutava in un filo--così forte e sottile, Qual non l'avria mutato--la mano più gentile D'una donna ai ricami--espertissima.

* * * * *

Quando Saliva sopra il palco--era proprio ammirando!

Dall'alto della forca--con un braccio potente, Al segnale prefisso,--ei ghermiva il paziente; Gli chiudeva la strozza--col famoso lacciuolo; Poi, lasciata la vittima,--ratto balzava al suolo E, con ambe le mani--afferrati i ginocchi, Dava uno strappo... Il misero--schizzava in fuori gli occhi Tremava in tutto il corpo;--contorceva la faccia; Allungava la lingua;--dibatteva le braccia;... Ma era affar d'un istante!... --E il popolo plaudiva A lui che così presto--d'una persona viva Sapea fare un cadavere!

* * * * *

Il popol gli era grato, Perchè soltanto il popolo--era allora appiccato. I nobili morivano--di scure, e i popolani Dicean: "Se mi facessero--appiccare domani "Per man di mastro Spaghi--preferirei morire. "Mastro Spaghi ama il popolo,--chè non lo fa soffrire!"

III.

In vent'anni la fama--del nostro personaggio Nelle città d'Italia--avea fatto vïaggio, Raccontando la storia--di mille impiccamenti, Miracoli dell'arte,--alle estatiche genti; Tantochè mastro Spaghi,--il carnefice artista, Era chiamato ovunque,--al par d'un concertista Nei dì presenti; ed egli--era sempre in cammino.

Oggi appiccava un ladro--nella città d'Urbino; L'indomani a Piacenza--giungeva di gran fretta Per un villan, che avea--tentato far vendetta Contro il Duca, perchè--questi gli avea (badate Che inezia!) la sorella--e la sposa violate; Il dì dopo correva--a Firenze, chiamato Per un giovane ardente,--che aveva cospirato (Diceva la sentenza),--contro le leggi. Insomma, Mastro Spaghi pareva--una palla di gomma Che balza, ed agli astanti--sembra dir: "Dove vado?"

IV.

Adesso lo troviamo--a Sant'Angelo in Vado, Grossa borgata allora,--posta tra l'Appennmo Ed i repubblicani--colli di San Marino.

A Sant'Angelo in Vado--non c'è che una prigione.

Nel mille e due (secondo--la vecchia tradizione) V'abitavano i frati;--era un piccol convento; Non divenne prigione--che nel mille e trecento.

* * * * *

Mastro Spaghi sedeva--in un umida stanza, I cui muri, giallognoli--e a macchie, avean sembianza Di facce d'appiccati. --Era una notte estiva. Sui campi la finestra--della stanza s'apriva. Di fronte alla finestra--c'era una porta, quella D'un carcere, che un tempo--era stato una cella, Là stava il condannato--a morire domani Sulla forca.

Il carnefice--torceva nelle mani Un superbo lacciuolo.--Splendeva alla sua destra, Su un tavolo, una lampada. --La vicina finestra Tormentava il lucignolo--con buffi violenti, Di profumi campestri--söavemente olenti.

Mastro Spaghi annasava--le odorose zaffate Come un fanciul che sogna--le libere giornate Nella scuola rinchiuso,--e il cui sguardo si perde Alle cime dei pioppi--che si pingon di verde, E al cielo azzurro, mentre--il professor di greco Gli spiega la grammatica. --Non la più debol eco Il silenzio turbava. --S'erano i borghigiani Coricati assai presto,--per poter l'indomani Svegliarsi di buon'ora,--e gustar per intero La festa della forca.

* * * * *

--Dormiva il prigioniero? Io l'ignoro. Chi veglia--è mastro Spaghi. E questi Faceva a bassa voce--dei monologhi mesti:

V.

"Questo è quel dei dugento--che in vent'anni suonati "Spaccierò sulla forca.--I primi che ho spacciati "Mi costarono lagrime--di compassione! Io penso "Con vergogna a quei tempi!-Non avevo buon senso! "Cos'è strozzare un uomo?--Mandarlo all'altro mondo! "E questo (almen mi pare)--è un beneficio, in fondo! "Forse, che in questo qui--si sta meglio? Che bazza! "Chi non vi nasce ricco,--o di nobile razza, "O vigliacco del tutto,--o forte, o scaltro, od empio, "Ci viene per soffrire,--o per fare, ad esempio "Di me, la bella parte--di carnefice!"

* * * * *

Un grillo Lungi nella campagna,--turbò il sonno tranquillo Alle cicale, sopra--le piante addormentate, Con note così allegre--che parevan risate.

* * * * *

"Oh!... Le note dei grilli,--umili creature, "Piccioletti filosofi--desti nell'ore oscure, "Come son liete!" disse--il boia sospirando. "Essi vivono poco;--e col profumo blando "Delle erbette si innebriano;--son vestiti di nero "Per darsi fra gli insetti--un tal piglio severo, "Ma in cuor ridon di tutto!--Dormono la giornata, "Poi di notte nei campi--corrono all'impazzata!...

"E dir che, giovinetto,--io n'ho ammazzate tante "Di queste bestioline!... --Allora ero l'amante "Di Rita, la più bella--forosetta che Iddio "Ai campi regalasse!...--Almeno, a parer mio!

"Era bionda; abitava--qui presso, a poche miglia, "In una casettina--tra i monti. La giunghiglia "Ne baciava i mattoni--profumandola tutta. "Una quercia, simíle--ad una vecchia brutta "Che s'è presa d'amore--per un bel giovinetto, "Abbracciar del tugurio--parea volesse il tetto; "Un tetto di lavagna--nera, lucente, lina, "Su cui ridean gli steli--d'una rosa canina. "Mi parea che si amassero--quel tetto e quella rosa! "Anzi il tetto, agli abbracci--di Madonna Ghiandosa "Quasi per isfuggire--parea farsi più basso! "Chi conosce i misteri--d'una pianta o d'un sasso? "Noi ci viviamo in mezzo--cogliam le frutta e i fiori, "Caviam fuoco dal sasso...--ed ecco tutto!"

VI.

Fuori, Nell'aperta campagna,--il grillo allegramente Trillò ancor. Mastro Spaghi--sospirò nuovamente.

* * * * *

"Poveri grilli! Povere--bestiole liete! Quante "N'ho ammazzate!... Di Rita--ero allora l'amante! "La notte, quando tutti--dormivano, soletto "Io m'aggiravo intorno--alla quercia ed al tetto, "Spiando la finestra--dove Rita dormiva.

"Talora ella l'apriva,--ma quando non l'apriva "Che fare in mezzo ai monti--aspettandola?--Un poco "Sedea sull'erba e il guardo--alzavo al cielo. Il fioco "Lume degli astri piovere--sentia nelle pupille! "Oh! Quanti dolci fascini--han le notti tranquille! "Poi dagli steli, madidi--di rugiada, sul volto "Mi balzava un insetto.--Io ghermivo lo stolto... "Era un grillo; io grattavo--il suo ventre, per fare "Che il povero piccino--avesse a strimpellare "Qualche rullo di note--che svegliassero Rita... "Ma la bestiola in mano--mi moriva sfinita! . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

"Oh!... Sta a veder ch'io piango--perchè ho ucciso dei grilli! "Per Dio! Strozzai tanti uomini--ed ho i sonni tranquilli!"

VII.

La lampada schizzava--bagliori incerti e vaghi Sovra il meditabondo--cranio di mastro Spaghi, Il lacciuol, colle mani--inerti, sui ginocchi Del boia era caduto.-- Ei tenea fisi gli occhi Sul laccio e sulle mani... --Ma il suo pensier dovea Essere ben lontano.

* * * * *

--Il vegliardo dicea A fior di labbra: "Rita!...--Vent'anni son trascorsi! "Da allora n'ho provati--di angosce e di rimorsi! "Sono stato un vigliacco!--Quando il Duca d'Urbino, "Dopo l'_jus primae noctis_,--sorridendo, il mattino "A me t'ha rimandata,--io dovevo tacere, "O ucciderlo... od uccidermi!--Quando il tristo messere "Io di spacciar tentai--per vendicarmi, invano "Io raccolsi il coraggio--in codesta mia mano! "Questi privilegiati--che portano un gran nome "Hanno un certo prestigio--che fa rizzar le chiome "Ai più arditi; hanno un fascino--che noi, povera gente, "Siam dannati a subire;--hanno un piglio insolente "Che agghiaccia!... Superiori--a noi li fece Iddio! "Sospeso sul suo petto--rimase il braccio mio, "E la mano ribelle--non mi volle ubbidire!"

* * * * *

Una nottola venne--nella stanza a squittire Attirata dal lume;--fece due giri in tondo Nelle pareti urtando;--poi nel buio profondo, Fuori della finestra,--tornò, battendo l'ali, Spaventata d'avere--osato tanto.

VIII

Eguali Alle gocce che il tufo--nell'umide caverne, Lagrime solitarie,--lentamente secerne, Poche gocciole fredde--imperlavan la testa Del boia.

* * * * *

Egli diceva: "--Fu una notte funesta! "So che mi son svegliato--con pesanti catene "Ai polsi e alle caviglie.--Me ne ricordo bene!

