Poesie e novelle in versi

Part 4

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E l'adorò, recandogli Un impero a tributo; E, ad eternarlo, complici Ebbe Tacito e Bruto; E quando ei cadde, vittima Di vendetta gloriosa, Gli suggerì la posa In cui dovea morir. Sovra il suo corpo esangue S'abbandonò piangendo; E si temprò all'incudine D'uno spasimo orrendo... Poi surse, e avea nell'occhio Sguardi così possenti Che n'arsero le menti Nei secoli avvenir,

Ella narrò a Virgilio L'egloghe e l'epopee; Apprese in versi a Orazio Le proverbiali idee; E rizzò terme e templii, E circhi e colossei, E sogghignò agli Dei, Agli aúguri, agli altar. Dai lidi della Nubia Chiamò il pardo e il leone; Tolse a femminee viscere Caligola e Nerone; Rovesciò il bianco pollice In faccia ai moribondi, E chiese se altri mondi Eran da conquistar!...

Mutati i lauri in pampini. Nuda dal capo ai piedi, A mense interminabili Volle Eterie e Cinedi; E, brïaca, in un'orgia, Di vino e di deliri, Cadde dai drappi assiri Sul pavimento d'or. Fra i bianchi intercolonnii Ella era ancor sopita, Quando un profeta mistico Venne a chiamarla in vita. Ei la coprì col ruvido Manto, le diè una croce, E colla blanda voce Le favellò d'amor.

Cosparsa il crin di cenere Seco a pregar l'addusse; La confortò di massime Söavi ed inconcusse, E in mezzo a ignoti popoli, Quasi selvaggi ancora, Vestitala da suora, La chiuse in monaster. Ella, seguendo l'indole Di sua mondana vita, Da preci e da cilicii Affranta ed intristita, Per scongiurar la noja Del chiostro freddo ed ermo, Tradusse in canto fermo I timidi pensier.

Indi miniò una bibbia, Cesellò dei rosari, E ricamò in fantastici Fregi gli scapolarí... La santità dell'opere La rese ardita, e un giorno A un'asse si fe' attorno Con piume e con color, E disegnò un'aurëola In mezzo a cui, raggiante, Pinse il volto mitissimo Del suo profeta e amante; E, le pupille in lagrime, Compunta a divozione, Disse alle genti buone: "Questi è Nostro Signor!"

Fu la sua voce armonica Che il nuovo dogma apprese; Fu per sua man che sursero E metropoli e chiese; E dissero i miracoli Di sue glorie passate, Le aguglie, le navate, I pöemi e gli altar. Pur, colle glorie, l'orgia Fatal non iscordava; E il giorno che un Pontefice La volle far sua schiava, L'Arte, la bella indomita, Volse le spalle al tristo, E fea ritorno a Cristo Per piangere e pregar.

Un'invincibil nausea Le saliva alla bocca, Chè l'andazzo del secolo La fea torva e barocca; Eran grottesche immagini Di frati, angioli e santi Con manti svolazzanti E iperbolici pel; Erano idee rachitiche Cinte di gonfie vesti; Sparía la pura linea Sotto i fregi funesti; E nei giardini mistici Della latina scuola Il puzzo di Lojola Isterilia gli stel.

E Sanzio, e Michelangelo Non eran polve ancora Quand'ella in Francia e in Anglia Vide la prima aurora; E, mentre di Giansenio La pura man guidava, Fremeva e palpitava D'Amleto col cantor. Poscia amò i nèi, la cipria, Le satire mordenti; Chiamò gli Enciclopedici In sale aurate e olenti; E, per fuggir degli Arcadi L'inesorabil belo, Della Germania al Cielo Cercò sorti miglior.

Ma sulla strada un pallido Giovinetto severo La soffermò, dicendole: "Io mi chiamo Pensiero. "Il mondo mi perseguita; "Io gli grido che l'amo; "Ma son povero e gramo, "E non mi vuole udir! "Tu sei leggiadra, e gli uomini "Aman le cose belle; "Or ben, di' lor che il raggio "Io scrutai delle stelle, "Che la pena ed il premio "Impartirò a chi tocca; "Per la tua rosea bocca "Io mi farò capir!..."

L'Arte e il Pensier si amarono. Ella porse al Pensiero Le gioje che sollevano; Egli le apprese il vero. Ma l'Arte, esperta e provvida, Recò al novello tetto Di cortigiana il letto, Di monaca il pudor. Dall'ideal connubio (Non più Minerva strana Nata da stolto cranio, Nè isterica cristiana, Ma dolce e melanconica, E d'austera parvenza) Nacque una figlia--o Scienza Tu palpitasti allor!

E, gigante, fra gli uomini Già il tuo nome risuona! Ma corre ancora il popolo Alla tua madre buona, E la sua voce armonica E i suoi racconti adora, E ride e freme e plora, Udendoli narrar. E l'Arte narra i dubbi, Che ne assedian qui in terra, E i miti, e i sogni, e i simboli, E la pace, e la guerra; Parla di re e di popoli, D'amorose leggende, E, dai palagi, scende Al rozzo casolar.

Poscia veggendo, trepida, Che dei tempi passati La monotona storia Ha i cèrebri annojati, Sferza colla commedia Le goffe costumanze, E scruta nelle stanze Gli intrighi ed i mister. E, risalendo ai limpidi Fonti della natura, Ci canta in un Idillio Crëato e crëatura, E insegna all'occhio l'ultima Gradazione di verde, Che da lontan si perde In profumo leggier.

L'Arte è la candid'avola Che tesse le sue fole; E noi, che ancor siam pargoli, Amiam le sue parole; Ma, fatti adulti, i popoli La chiameran ciarliera, Ed alla figlia austera Rivolgeranno il piè!... E cercheran l'oceano Del fiume antico uggiati; E scruteran dai vertici I cieli sconfinati; E chiederanno i fascini, Che il genio oggi dispensa, Alla natura immensa, Che tutto chiude in sè.

Forse tu sola, o Musica, Astrazion dell'idea. Vivrai, dell'arti l'ultima E più perfetta Dea! L'altre morran!... Le statue (Simulacri pallenti Delle beltà viventi) Cadranno infrante al suol; E voi, riflesso inutile Di ciò che esiste, o tele, Voi copriràn la polvere, L'oblío, le ragnatele! O libri, al fuoco!... Briciole Della filosofia!... Ogni fisonomia È un libro aperto al sol!

Alberto, ho il ciglio in lagrime Penso a quel dì fatale! Alla luce novissima Della scienza ideale! All'orrenda catastrofe Della tragedia trista! Penso all'ultimo artista Che quel giorno vivrà! Ei della madre suggere Vorrà l'esausto petto, E rabbioso e famelico Lo dirà maledetto; E forse, per resistere Un'ora all'ardua pugna, Lo graffierà coll'ugna E il sangue ne berrà!

Agosto 1876.

DE MINIMIS.

MORS TUA, VITA MEA

Era un uomo sensibile; dicea Che tutto vive d'una vita arcana; Che, come il bruco, si forma l'idea; Che non è sola l'esistenza umana.

E predicava ai bimbi e ai giovinetti Di rispettar gli steli delle rose, I nidi delle rondini, e gli insetti, E le sementi, e gli uomini, e le cose.

Poi, meditando l'incessante guerra Che la fame crudel move ai men forti, E pensando che ognun semina in terra Ad ogni passo migliaja di morti,

D'infinita pietà pianse angosciato, E, i cibi rifiutando alla natura, In un angol tranquillo del crëato S'adagiò, come morto a sepoltura.

Là, rivolgendo gli occhi moribondi Ai fil d'erba ed ai fior ch'avea vicini, Vide la vita di novelli mondi, La strana vita d'esseri piccini.

Vide un bruco, due ragne e un capinero, Il bruco, rosicchiando un'erba-menta, Rotava in essa, senza alcun pensiero, Il pungolo, che sfibra e che tormenta.

E poi che sazio, in estasi bëate Levava il picciol capo verso il sole, Le ragne da una foglia arsa sbucate, Si divisero il bruco nelle gole.

Le due comari, del bottino liete, Facevan l'una all'altra i complimenti, Quando, piombando dal vicino abete Il capinero, li mutò in lamenti.

Nel giallo becco ei se le prese entrambe Trillando gajamente: Il colpo è bello!... --L'uomo _sensibil_ balzò sulle gambe, Stese la mano... e si mangiò l'uccello.

Luglio 1876.

FLECTAR, NON FRANGAR

(A LUIGI DELLA BEFFA)

Tu vuoi saper perchè la vita mia Colla gente volgare si consumi, E come io pensi un'ode all'osteria Fra gli sconci profumi;

Tu vuoi saper perchè fra gli imbecilli Cerco talora qualche idea sublime, E come mai le nebbie dei pusilli Mi dian l'audaci rime;

Tu vuoi saper perchè passo le sere Giuocando un trivial giuoco coi cretini Bevendo spesso le tisane nere Che l'oste chiama vini!

Io sono lo scultor che il sasso adora Con cui saprà dar vita ad una Dea; So che dopo la notte vien l'aurora, Dopo il dubbio l'idea.

So che il maggio fa seguito all'inverno, E che il torpore è padre all'entusiasmo, E che la vita è un alternarsi eterno D'olezzo e di mïasmo!

Come l'aquila anch'io dormo sovente In una grotta una lunga stagione, E nell'ore volgari e sonnolente Annego la ragione...

Poi spicco l'ali dall'oscuro nido E, librandomi in ciel, nel volo immenso Saluto il mondo con superbo strido...-- È allor che canto e penso.

Autunno 1875.

MELODIA

Gli amanti passeggiavano--mentre cadeva il sole; Mormoravan le labbra--portentose parole; Un inno solo dalle labbra uscia, Un inno che diceva: _La parola dell'uomo è melodia, Che sovra ogni idïoma si solleva!_

Gli usignuoli cantavano--mentre cadeva il sole Echeggiavan nei boschi--i trilli delle gole; E un lieto canto dalle gole ascia, Un canto che diceva: _Solo il nostro linguaggio è melodia Che sovra ogni idïoma si solleva!_

Sui rugiadosi margini,--mentre cadeva il sole, Nelle ebbrezze del polline--cantavan le viole; Cantavano con note di profumi, E cantavano il maggio; E tremolanti sui roridi dumi Diceano: _Il nostro è il più gentil linguaggio!_

Nascosta in un rigagnolo,--mentre il sol tramontava, La femmina d'un rospo--ancor essa cantava; Il prediletto che quel canto udia, Da lungi rispondeva: _La tua voce, o mia sposa, ë melodia Che sovra ogni idïoma si solleva!_

Un pallido filosofo,--mentre il sol tramontava. Sulla strada maëstra--pensieroso passava; Egli ascoltò gli amanti, i fior, gli uccelli E i rospi, e disse in cuore: _I linguaggi quaggiù son tutti belli, E specialmente se parlan d'amore!_

Luglio 1876

SEMINARE E RACCOGLIERE

Il cuore è un ventilabro--e noi siam mietitori. Noi seminiam gli affetti a piene mani,

Crediam nelle sementi--che promettono i fiori, Crediamo nelle messi del domani.

Poscia, giunti nel mezzo--del campo della vita, Ci volgiamo alle zolle fecondate;

Non crediam più: speriamo;--speriam la via fiorita; Vogliam mietere i fiori e le derrate.

Ahimè!... Da pochi semi--la pianta si matura! Di molti sterpi la campagna è piena!

E un popolo d'arbusti,--spossati dall'arsura, Chinan la testa sulla gialla arena!

Noi moriam, seminando--la fede e la speranza, Raccogliendo la noja e l'amarezza,

Ai giovani invidiando--la inutile esultanza... E pur bramando lunga la vecchiezza!

Il cuore è un ventilàbro--e noi siam mietitori; Noi guardiamo le zolle fecondate

E le troviam coperte--di spine e di dolori O da compianti cippi funestate.

IL MARE CANTA

(A ENRICO CAROSELLI)

Il mare canta, il fremito dell'onde Son note, son cadenze, son canzoni; E i raggi che la luna in ciel diffonde Son tremule visioni.

I pescatori nelle glauche notti Del Gran Cantore ascoltano i concenti E alla spiaggia li recano, tradotti In melodici accenti.

Napoli abbraccia il mar, come un pöeta Abbraccia l'arpa, con cui ride o geme; Quando tranquillo è il mar Napoli è lieta, Quando è in tempesta freme.

Santa Lucia, febbrajo 1876.

EN ATTENDANT

Il ragno, che da un albero All'altro va tessendo la sua tela, Al pöeta, che smania Dietro i suoi canti, un conforto rivela.

Ei da un ramo si dondola, Acrobata sospeso a un fil d'argento; Tenta alla meta giungere,... Ma sempre invano!... E, allora,aspetta il vento.

Così il pöeta penzola, Pria di spingersi a voi, sulle illusioni; E tenta, e veglia, e spasima... Indi aspetta le sacre ispirazioni.

Luglio 1876.--In un bosco.

A UN CALENDARIO AMERICANO

Nella mia stanza ho un picciol calendario Da cui strappo un foglietto Tutte le sere, pria di pormi a letto.

Quante cose stan scritte Sull'esil cartolina! In alto il mese; poi, sotto la data, L'effemeride e un piatto di cucina! Ieri diceva:--_Luglio--Ventidue; San Prospero--Battaglia nel tal sito, L'anno tale--Bollito Di filetto di bue._

Strano compendio della vita umana! La farsa e il dramma! Il sorriso ed il pianto L'esistenza è una cinica fiumana Che a ignoto mar discende! Oggi a foschi burron passa daccanto, Tra i fior domani d'un giardin risplende Sotto i raggi dell'alba, ed alla sera Rugge fra i massi d'orrenda scogliera!

Quand'io ti strappo, o breve cartolina, Sento una stretta al cuore; Sento la giovinezza che declina; Penso che l'uomo tutti i giorni muore!

Luglio 1876.

ACQUA DEI MONTI

È questa la purissima Acqua dei monti; La cristallina lagrima D'äeree fronti.

Anche le vette piangono Ed han sorrisi, Ed i cipressi alternano Ai fiordalisi...

L'acqua è l'ingenua figlia Dei cicli azzurri, E parlano d'ambrosie I suoi susurri.

L'acqua è la figlia tenera D'inferociti Giganti e, quasi a molcerli, Lambe i graniti.

Madonna d'Oropa, 1876.

IN CORPO DI GUARDIA

(A GIACINTO GALLINA)

È la sera.--Nei lunghi corridoi E nei vasti cortili Passeggiano i soldati. Ognun favella dei päesi suoi E dei volti gentili Che al villaggio ha lasciati. Si canta, si schiamazza, si riaccende La pipa.

In fondo agli anditi risplende La lucerna notturna, la facella Che veglierà di dentro, Mentre veglia di fuor la sentinella.

Quanti giovani ardenti! Menenio Agrippa ha detto Che le nazion son uomini viventi; Chi ne forma la testa E chi ne forma il petto, Chi le braccia e chi il ventre; ed a me pare Che l'esercito sia Il giovin sangue della patria mia.

Tramonteranno i giorni in cui le spade Scintilleranno ai rai del sole.--Allora Questi soldati di varie contrade Saluteranno la novella aurora; Rivedranno le madri e, l'ire spente, Muteranno l'acciaio dei fucili Nei miti aràtri; e obliando la guerra, Feconderan la terra Della loro vallata sorridente.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

I trombettieri sono usciti.--È l'ora In cui debbo a sonar la ritirata; E una folla di gente entusiasmata Si farà ad essi attorno, E udrà gli squilli acuti e le cadenze Che usciran dalle trombe luccicanti; E seguirà, con fervide movenze, I soldati che tornano al quartiere.

Poi cesserà il clamor degli abitanti; Moriran le canzoni E moriranno delle trombe i suoni; Scenderà sui cortili e nelle stanze Un silenzio solenne; E l'ombra romperà dei corridoi La lucerna notturna, la facella Che veglierà di dentro, Mentre veglia di fuor la sentinella.

Quartiere San Filippo, Milano, agosto 1876.

ULTIMA RATIO

Allor che tatto tace E mi rinchiudo nella stanza mia. Sento una voce in cuore, un'armonia, Che mi susurra: La vita è la _Pace_.

Allor che nella storia Dei popoli e dei re scruto le gesta, Una smania m'opprime e mi molesta, E mi ripete: La vita è la _Gloria!_

Allor che dal languore D'una notte di baci io son spossato, Una voce mi giunge dal creato, Che mi ripete: La vita è l'_Amore!_

Quando un vecchio piloto Mi narra gli usi di lontane genti E dei suoi giorni i fortunosi eventi, Io ripeto fra me: La vita è il _Moto!_

Quando la melodia D'un verso o d'un liuto mi percote, Mi echeggian nella mente colle note Le parole: La vita è _Poësia!_

Se alla diva potenza Io penso del cervello di Keplero, Se a Spallanzani rivolgo il pensiero., Dico fra me: La vita è la _Scïenza!_

Ma, se in mezzo a una brulla Campagna, a meditar mesto m'aggiro, Guardo il cielo, la terra... indi sospiro. E ripeto fra me: La vita è il _Nulla!_

DIES.

ALBA

E sia così!--Sul nostro capo un altro Giorno risplenda!--A noi la luce; il bujo Agli antipodi!--A tutti la nojosa Catena della vita; a tutti, grami E possenti, la uggiosa vicenda Del cibo e delle vesti!

Un'alba ancora!

Pallida luce del lontano oriente, Sia tu di nebbie apportatrìce o nunzia Di lieto sol; abbia tu rose al crine O di pioviggin umida ne venga, Nulla ti chieggo!...

I desiderii miei Non han confine, e, novello Epulone, In questo inferno, ove innocente caddi, Io mille volte vo' morir di sete Pria di volgermi a te pietosamente Mendicando una gocciola!

Ahi!... D'Abramo Più ancor spietata, a me,--che nulla chieggo-- Un balsamo fatale, alba, tu imponi!

L'illusïon m'imponi e la speranza, Che renderan più amari i disinganni; E illumini le carte, ov'io favello Con me stesso; ed aggiungi un altro filo A questo cencio, a questa ragnatela Del mio futile orgoglio; e mi conforti Di sublimi parole:

_"All'opra!... Avanti! "Al lavoro!... Al lavoro!... A te, o pöeta, "La luce e il moto!... A te l'immenso dono "Di qualche centinajo di minuti!!..."_

Vecchia megera, sfinge imbellettata, Scialba carogna rizzata sui trampoli, Dal ghigno sterëotipo e dai mille Fronzoli in similoro,... ad altri narra Le tue storielle!... Un vecchio lupo io sono Che non dà nei tuoi lacci!

_"All'opra! All'opra! "Al lavoro!..._"

E tu intanto, oscena arpia, Mi pagherai col rabescar di rughe Il mio sembiante; col pelarmi il cranio; Collo sfiaccarmi i muscoli e filtrarmi Nelle vene e nell'ossa,--a poco a poco,-- Il gel dell'agonia!...

Nulla ti chieggo Alba!... No!--Errai!--Ti chieggo un verso; un verso Per maledirti, quanto umanamente È dato maledir!... Ora ai tuoi vezzi Presti fede chi vuole!... Io m'addormento!

MERIGGIO

9 FEBBRAJO 187*.

Piegate per gli amanti, scongiurate il Signore Che creò la sventura quando creò l'amore. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Tutti abbiam nella vita L'ora fatal che resta, come negro stilita Sul nostro capo, immobile, finché anuiam sottoterra. E. PRAGA.

Questo e il mio dì fatale!... O genti buone, Se i canti miei v'han dato un entusiasmo. Se una scintilla dell'anima mia V'arse un istante, siatemi cortesi D'una lagrima.

Ho qui dentro un'angoscia Che non ebbi giammai!... Oggi ho perduto L'illusione del mio primo amore! Un amore di fuoco, uno sfrenato Abbandono dei sensi!... Oggi colei, Che ieri ancor nei supremi deliri Mi chiamava il suo angelo, m'ha detto Che spento a un tratto si sentì nel coro Ogni disio di me!

Questo è il meriggio! Questo è il triste meriggio della mia Povera vita!

Io sono solo e piango, Ed amo ancora!

Oh!... N'ho provate tante D'amarezze quaggiù!... Negli anni primi Io senza guida rimasi qui in terra; Poscia, orrende compagne, ebbi la fame, E la miseria, e il freddo, e la crudele Compassion dei felici, e l'ironia Dei mille!...

E quelli fùr giorni di gioja Al paragon di questo!... Allora i canti Giocondamente mi nascean nel cranio. Ed io, recando un ideai tesoro Di pöesia, indifferente o lieto Passavo in mezzo alle sventure mie!

Oh! Maledetta la tua testa bionda, O crëatura, che hai forma di donna! Tu, venuta per compier l'anatèma Che un'altra mi scagliò, quand'io non volli Da amor turbati i miei futili sogni Di gloria!... Oh!... Mille volte maledetta Quella tua bocca ch'io baciai fremendo! Quelle tue carni che col labbro mio Consacrai tutte!

O carni!... O polve!... O vermi Olezzanti d'olezzi celestiali! S'agita ancora questo sangue mio. Tumultuando, s'io ripenso a voi! Ma un più intenso desir m'arde le vene! Ed è quel di vedervi entro una bara Scender sotterra a tornar vermi e polve! Maledetta la man che mi porgesti, O donna, il dì che ti venni dinanzi! Maledetto il tuo seno e maledette Le tue spalle! Ed il piè, con cui movesti Ai ritrovi d'amor che m'han bëato! E la tua lingua e le beltà recondite Del tuo corpo, in eterno maledette!

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Io nacqui buono, e là, dove potea Giunger la mano mia, sempre una lagrima Tersi; e, piangendo, il perdono implorai Persin dai bimbi, se, cieco per l'ira, Recai loro un'offesa; ed amo i fiori E l'indulgenza; e un'immensa vergogna Mi sale al viso s'io penso che alcuno, Più debole di me, può dir: "_Tu, forte, "Mi oltraggiasti!_"

Ma in questa ora fatale Io medito un delitto; ed accarezzo Nefande idee di sangue; e s'io potessi Esser solo con _lei_, lontan da tutti, Non veduto, nell'ombra, io la vorrei Vigliaccamente uccidere!... Vorrei Vederla agonizzar fra le mie braccia; E guardarle negli occhi, annebbïati Dalla morte; e coll'ugne, gocciolanti Del sangue suo, vorrei scavarle io stesso La fossa; e seppellirla; e fra le genti Tornar ridendo; e pormi sulla faccia Una maschera; e il dì, che la sua salma Assassinata fosse discoverta, Vorrei mescermi al volgo impietosito; E simular le lagrime; e cantarne Le laudi: e a tutti asseverar, piangendo, Ch'io ne morrò d'angoscia!...

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Oh!... Scellerate Aberrazioni!... Oh!... Mia povera mente! Oh!... Accesa lava dei miei fervidi anni! Deh'... Perdonate!... Io sono un pazzo!... Io piango E son solo!...

E il profil di quella bionda Testa di donna io l'ho dinanzi agli occhi Come nei dì ch'io la copria di baci!

Or mansueto le favello:

"O amata "Crëatura gentil, vorrei morire "Pria di vederti piangere!... Darei "Tutto il mio sangue per vederti lieta! "Alla legge d'amor chino la testa! "Qual colpa è in te se i baci miei, che un giorno "Ti davano il delirio, or ti dan noja? "Qual colpa e in te, che., lagrimando, forse "T'aggrappasti, nell'ultime giornate, "Ai ruderi sconnessi d'un affetto "Che cadeva in rovina?!

"È eterna legge "Che la fiamma d'amor non duri eterna! "Ma eternamente io porterò nel cuore "La tua dolce memoria! E benedetto "Dirò il giorno, in cui tu, nulla chiedendo "Fuor che carezze, a me, che non osavo "Neppur sperarlo, spalancasti il cielo "Di tue beltà!...

"Non ha gemme la terra "Che paghino una sola ora d'amore!... "Ed io fui ricco!... Ed or di mia dovizia "Le briciole soltanto, le memorie, "Conforteranno i miei venturi giorni!

"Ah!... S'io potessi (ineffabil miracolo!) "Dimenticare le tue carni e il tuo "Sembïante, e il tuo nome, e rammentarmi "Dei nostri baci e delle nostre notti "Come di baci e di notti trascorse "In altra vita che non sia codesta! "Come di eventi di tempi remoti!

"Deh!... Fa ch'io non ti vegga!... Solitario "Mi chiuderò fra quattro mura, e lungi, "Lungi di qui vo' seppellirmi, in fondo "A qualche tetra valle, o in cima a un'alpe, "Pur ch'io più non incontri nelle vie "Il tuo flessibil corpo da libellula, "Che nelle forme aggrazïate ha un fascino "Voluttüoso che insulta e tormenta! "Pur ch'io più non ti vegga!... o un vel di sangue "M'offuscherà dell'intelletto il lume! "Ed io dovrei bruttar la vita mia "Inconsapevolmente (ahi mi perdona!) "D'una macchia di sangue!"

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

O genti buone, Se i canti miei v'han dato un entusiasmo, Se una scintilla dell'anima mia V'arse un istante, siatemi cortesi D'una lagrima!

Ho qui dentro un'angoscia Che non ebbi giammai!... Oggi ho perduto L'illusïone del mio primo amore! Questo è il mio dì fatale!... E l'abbiam tutti, Genti buone, quaggiù!... Questo è il meriggio! Questo è il triste meriggio della mia Povera vita!... E mi coce il sollione Dei più torbidi affetti, ed ho nel cuore Il fuoco e lo splendore smaglïante Che nel meriggio abbacina ed uccide!

Io sono solo, e piango, ed amo ancora!

Milano, febbraio 187*.

SERA

Quando dai margini--verdi, le Driadi, Fuggendo i roridi--guazzi del Vespero, Solinghe traggono--verso gli spechi, I campi han echi

Indefinibili;--la brezza mormora; L'estremo bacio,--coi raggi vividi, Sugli alti culmini--dardeggia il sole; Rose e vïole

Pingon la glauca--vôlta dell'etere; I grilli trillano--fra l'erbe tenui; E dentro il calice--chiuso dei fiori, Nido d'amori,

Trovano un talamo--pieno d'effluvii Gli insetti; i placidi--sonni discendono; Ed accarezzano--le fronti umane Estasi arcane.

È allor ch'io medito--dei melanconici Miei versi il flebile--metro!... Di lagrime Un vel m'intorbida--l'occhio languente; Allor, dolente

D'inconsapevoli--mali, di squallidi Giorni d'angoscia--sento il presagio; Ricordo i rantoli--dei moribondi, Penso ai profondi

Misteri, ed évoco--mille fantasimi Torvi, ed enumero--tutte le noje, Tutte le ambascie,--tutti i sospiri, Tutti i deliri,

Che angustian l'anima--di quei che vivono! E sulle spiagge--dei vasti océani Singhiozzo e vagolo,--fremo ed impreco Al Fato bieco

Che in quest'assidua--vita, pulviscolo Gramo, mi esagita;--che in questo circolo Triste m'avvinghia--dell'esistenza; Vana parvenza,

Cui non i secoli--la via segnarono, E che precipita--(l'indivisibile Tarlo recandosi--d'un _perchè_ ignoto) Giù nel remoto!...