Poesie e novelle in versi

Part 3

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"La mia man non distrugge, ma trasforma; "Apportatrice di vita indefessa, "La Materia non muor; muta la forma, "Ma la creta è la stessa."

--"Lasciami dunque la forma presente, "Con te non mi lagnai della mia sorte. "Io voglio restar rosa eternamente!..." --Le rispose la Morte:

"E che dirà la terra, a cui tu devi "Porger te stessa in provvido alimento? "Tu dalla morte altrui vita ricevi; "A te l'altrui tormento

"Dà l'esistenza; il loto che si muta "Nel tuo stelo e le foglie ti colora, "Muore anch'ei; d'esser rosa ei si rifiuta "Ma pur convien ch'ei mora!...

"A che tanto terror?... Prima d'un mese "Che saran le tue foglie?... Od aria o loto. "Per ridonarle a te, l'April cortese "Le farà d'aria e loto.

"La stessa brama, che tu senti, avranno, "Morir dovendo, l'aria e il loto allora... "Ma poi, mutati, Iddio benediranno "D'essere rose ancora...

"Benediran l'Ente Infinito e Ignoto "E d'esser rose lo ringrazieranno,... "Per poi lagnarsi il dì che in aria o loto "Rimutarsi dovranno!

"È un'assidua vicenda!...--Il nëonato "È vecchio quanto il Tempo!--È un'infinita "Catena!... Tutto muore!... E nel Crëato "Freme eterna la vita!..."

Tacque e passò.--Cadean le foglie a mille Giallastre e secche; e dietro i tenui fusti Biancheggiavan le mura delle ville; E gli sfrondati arbusti

Parevan membra di bimbi malati Usciti da mefitici ospedali; Borea scopava coi buffi gelati Le foglie nei vïali;

E intorno, intorno, un susurro s'udia Confuso e fioco, come il suon lontano D'un'arpa, cui chiedesse un'armonia Un'aërëa mano.

Era un canto di grazie; era un concento Che nel vespro nebbioso si perdea; Le foglie e i fior caduti, a cento, a cento Lo ripetean.--Dicea:

"Ave, o Signor, che ci desti la vita, "Che loto ed aria quaggiù ci mettesti! "Possente Iddio, la tua bontà infinita "Fa che si manifesti!...

"Possente Iddio, ci manda un po' di piova! "Possente Iddio, ci manda un po' di neve! "E tien lungi l'April, che in forma nova, "Aimè, mutar si deve!

"Deh!... Tien lungi l'Aprile!... Ave, o Signore! "Noi siamo lieti della nostra sorte... "L'April tien lungi, chè mutarci in fiore "Vuol dir darci la morte!"

Milano, giugno 1875.

A FULVIO FULGONIO

O modesto filosofo, Che giunto a quarant'anni, Fra l'incessante turbine Di miserie e d'affanni, Vivi solingo e povero, E nel tuo cor securo _Sotto l'usbergo del sentirti puro_,

Di' qual è dunque il tramite Che al sepolcro conduce E cui conforta il raggio D'inestinguibil luce? Dimmi, come si vincono Queste umane tempeste, Che fan le genti o torve, o tristi, o meste?

Verso la tomba scendere Io ti contemplo, o amico, Come l'ombra di Socrate, Il grande savio antico; Tu pure d'ogni infamia, Con bocca altera e muta, Bevesti in questo mondo la cicuta!

Deh!... Se una pia memoria E un fervido entusiasmo, Possono ancora emergere Dall'umano mïasmo, Lascia ch'io possa volgerti Quell'arcana parola Che sa dire chi soffre e che consola.

Sorridi ancora!... Passano I secoli e le genti, E le plebi, al barbaglio Degli empi pläudenti, Tu non merchi gli applausi, Ma sul tuo franco viso Ami serbar l'impavido sorriso,

O modesto filosofo, Spesse volte affamato, Io mi faccio una gloria Di camminarti allato! O dolce amico, insegnami A vivere securo _Sotto l'usbergo del sentirmi puro_!

Agosto 1875.

LA CHIESETTA DEI MORTI

(A GIULIO CORSARI)

L'ho vista la chiesuola; essa è perduta In mezzo ai campi come un eremita; Ed è deserta, solitaria e muta, Qual chi studia il problema della vita.

O teschi, o tibie, o stinchi ammonticchiati, Macerie umane, chi vi mosse in terra? Insiem congiunti come v'han chiamati? Bécero, Truffaldino o Fortinguerra?

Sotto una rozza lapide sconnessa Dorme il vecchio curato del villaggio; Egli almen cogli offizii e colla messa Il nome a questa età lasciò in retaggio!

Ma un teschio, posto là, sul cornicione Con cent'altri, ridendo, par che esclami: "Bel profitto davver, se le persone "Deggion dir _ti chiamavi_ e non _ti chiami_!"

Ed è un teschio giallognolo e pulito Siccome d'un nodar la pergamena, Ed ha la nuca dal profilo ardito E guarda in giù con un'occhiaja appena.

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È il mattino.--Sull'erba verde e folta Scintillano le gocce di rugiada, E il ritornello da lontan s'ascolta D'un villano che passa sulla strada.

La Natura e il Lavoro!--E poi?--La testa Poggiar sul cornicione d'una chiesa, Coi passeri che intorno le fan festa O col becco alle vuote orbite offesa!

E contemplare i proprii stinchi ignudi In una nicchia, messi insieme a mille, O (peggio ancora) un pöeta che sudi, E cerchi un verso alzando le pupille...

Ei colla vita di cento persone, (Che visser forse ognuna settant'anni) Farà dieci quartine o una canzone. Che l'udito ai viventi o strazii, o inganni!...

Poveri morti, perdonate!--Tutti Amor vi concepì; tutti una madre E un padre aveste; e amaste; e foste tutti Sposo, figlio, fratello, amico o padre...

Per una strofa che dalla matita Mi cade, voi viveste, ahimè, tant'anni! Un sol mio verso è costato una vita!... E una mia rima chissà quanti affanni?

Castelleone, agosto 1874.

A UNA DONNA INTELLIGENTE

Quand'io lessi i tuoi versi Ho pensato alla gioja Immensa e alla sventura Di chi può amarti, o bella crëatura.

Ho pensato all'arbitrio del destino, Che ti formò col puro cäolino Con cui formò il cervello dei veggenti: Ho pensato al delirio Di chi baciò i tuoi begli occhi lucenti; All'angoscia di chi, dopo il delirio, Vorrà, tremante, interrogarti il cuore, E, forse, troverà lento e sbiadito. Come un suono che muore, L'amoroso battìto!

Strano connubio!... Donna e intelligenza! I sogni, che s'incarnano Nella gentil parvenza! Strano connubio!... Intelligenza e donna!... Lucifero che cela il ghigno orrendo Sotto un pallido volto di Madonna! Una bionda e leggiadra testolina, Un gingillo da pôr sovra un guanciale, Che scruta ed indovina Il cupo abisso del Bene e del Male? Strano connubio!... Donna e intelligenza!... Una mandòla, cui la man d'amore Sa cercare una languida cadenza, E a cui scuote le corde Questo fantasma che sussulta e spia, E bacia, e sferza, e morde, E che gli umani chiaman: _Poesia_!

Quand'io lessi i tuoi versi Ho pensato alla gioja Immensa e alla sventura Di chi può amarti, o bella crëatura!

Io vorrei che alla mia donna adorata Mormorasse un mortal detti d'amore, Perch'io potessi trafiggergli il cuore O morir di sua mano; Ma, ginocchioni, il ciel supplicherei Che tenesse lontano Dal suo capo gentile Il più spietato dei rivali miei, Il _Pensier_, che solleva Il tristo tentatore Che un dì fe' perder Eva E poi distrusse ogni sogno d'amore.

E s'io t'amassi, ti verrei dinanzi Colle lagrime agli occhi e il viso bianco, E, come un pellegrin d'affanni stanco, Singhiozzando ai tuoi pie' mi getterei E, baciandoli, o donna, io ti direi:

"Di non udir quaggiù che la mia voce, "E d'esser sorda alle melòdi arcane "Che vibrano nel tuo capo adorato; "Perch'io temo che il sol della dimane "Ti risvegli più fredda all'amor mio; "Perch'io temo che i baci del _Pensiero_ "(Funestissimo Iddio) "Ti tolgano per sempre ai baci miei!"

Questo, o donna, piangendo, io ti direi.

E se tu volgerai, dolcezza mia, Quasi ammaliata, le pupille al cielo Ov'abita il tuo Nume, io, soffocando Nel profondo del cor la gelosia, Afferrerò la balza del tuo velo Per tenerti qui in terra... o per morire, Se a quella reggia d'oro Poëta e donna, tu vorrai salire.

Agosto 1876.

IL DÌ DEI MORTI

Quest'oggi il calendario Segna il giorno dei morti, Il giorno in cui gli scheletri Han mistici conforti, Ed io, seguendo il popolo Come sopra pensiero, Mi trovo al cimitero Fra i cippi a vagolar. Qui tra le mute lagrime Delle madri dolenti, Tra gli ipocriti gemiti Degli eredi parenti, Tra i fiori che inghirlandano I cippi biancheggianti, Rovistando i sembianti, Comincio a meditar.

Chi mi disse che il fùnebre Campo, ov'io sono, ispiri Pensieri melanconici, Desolanti deliri? Chi mi disse che incutono Disinganni e paure Le mille sepolture Che stan dinanzi a me? Qui, dove gli altri parlano D'incompresi destini; Qui, dove gli altri perdonsi In mar senza confini; Qui, dove tutti fremono D'indicibil terrore, A me si spegne in cuore Ogni bugiarda fè.

Sulle zolle che atteggiansi A smaglïanti ajuole, Tra i fiori, che si volgono Desiosi ai rai del sole, Della Morte io non veggio La larva ischeletrita; Non la Morte, la Vita, O miei fratelli, è qui!... La Morte!... Che significa Questa strana parola, Che fa sgomento ai timidi E che i forti consola? La Morte!... Chi mi scioglie Questo fatal segreto, Che al cèrebro d'Amleto Il dubbio suggerì?

È la Morte una fisima Delle pusille menti! Se nacquer dai cadaveri L'erbe ed i fiori olenti, Se i vermi ha fatto nascere La carne imputridita, La forma, e non la vita, D'esistere cessò!... L'operosa materia Convien che a sè ritorni; La Morte è legge assidua; Noi moriam tutti i giorni! Noi moriam, trasformandoci Da bimbi in giovinetti! Noi moriam cogli affetti Che il nostro cor provò!

Perchè cercar nell'anima Le fede e la speranza? Perchè cercar nell'anima La postuma esultanza, Se scioglier la materia Ci può il fatal problema, Se il mistico pöema Essa cantar ci sa? Essa, l'eterno simbolo; Essa, l'eterna Dea; Essa, da cui germogliano E l'albero e l'Idea; Essa che dà alle indagini I responsi più esatti, Che non i sogni astratti Delle trascorse età!

Che v'importa dell'anime Dei figli trapassati, O padri, sovra i candidi Sepolcri inginocchiati? Via!... Chiudete l'orecchio Ad una sciocca turba, Che il pensier vi conturba Con sogni di terror! I vostri figli vivono; Sono raggi di sole, Son glebe, son garofani, Son aria, son vïole; Voi, pregando sugli umidi Fiori o sui secchi dumi, Ne aspirate i profumi E vivete con lor.

Oh!... Dite ai mille ipocriti Dalle fisime strane, Che noi, togliendo l'anima Alle credenze umane, Non vi togliamo il balsamo Delle memorie pie, I canti e l'armonie Che sanno consolar! Credete alla Materia Per creder nell'Eterno; Il Bene e il Mal sussistono; Ecco il Cielo e l'Inferno! Religïon purissima È la Scienza, la luce Che gli uomini conduce Ad amarsi e pensar.

PER IL SANTO NATALE

(A EUGENIO TORELLI-VIOLLIER)

Eugenio, l'abitudine È una cinica Dea, Che avvelenò coll'alito Ogni sublime idea! Profuse il genio ai popoli Le perle smaglïanti E un'orda di baccanti In pietre le mutò!

Dal dì che all'Evangelio Pace e conforto io chiesi, Dal dì che il cor degli uomini A interrogare appresi E, come un serpe, ascondersi Vidi nel Bene il Male, Il giorno di Natale, Da allora mi indignò!

I pöetastri raglino Vieti e melliflui canti, Le olenti dame pensino Ai bambini lattanti, Credan davver gli stolidi Ch'oggi ogni sdegno è spento, Biascichi un complimento Ogni bocca volgar!

Io, solitario, medito Chiuso nella mia stanza Che retaggio di popoli Grulli è una grulla usanza... Nè a vagolar pei trivii Coi miei pensier discendo, Chè fuggo un quadro orrendo Che m'eccita a imprecar.

Giù v'è un delirio, un'orgia Di sangue e di carname; Polpe squarciate e muscoli Ornati di fogliame, Bestie sgozzate e viscere Ancora palpitanti, E rosse man fumanti, E gocciolanti acciar!

Lungi da me l'orribile Tripudio dei macelli, Ove le fronti pallide Di pecore e vitelli, Trofëo spaventevole, Col livid'occhio spento, Mandandomi un lamento, Mi possono guardar!

Lungi da me, o limosine D'un mondo imbellettato, Chicche donate ai bamboli D'un popolo affamato! Lungi da me l'ingenua Fede dei tardi ingegni, Che spengansi gli sdegni Coll'agape d'un dì!

Lungi da me quest'ebete Sfida a chi più divora, Quest'inno che da gonfie Ventraglie erutta fuora! Lungi da me l'effluvio Di frutta e di dolciumi, A cui gli acri profumi Inutil sangue unì!

O triste lotta!... O vincolo Fatal della Natura! È ver, dell'altrui sangue Vive ogni creatura! È ver, la morte è il nocciolo Che genera la vita! In terra e in ciel scolpita La dura legge io so!...

Ma, per far festa, uccidere, Non per sbramar la fame; Ma il rider tra i cadaveri, Gridando: _Pace_!... è infame! Ma l'esclamar tra i rantoli "_Quest'oggi è un giorno gajo!_" È lazzo da beccajo Che il sangue inebrïò!

Deh! Se nei vostri pargoli Sensi d'amor bramate Dal barbaro spettacolo, Madri, li allontanate... O scenderanno funebri Fantasimi crudeli A rapir loro i cieli Del sonno verginal!

Ah! dite lor che scordino Quest'efferata usanza; Che a feste meno stolide Rivolgan la speranza; Che verrà un dì in cui gli uomini Saran davver fratelli, Senza l'orgie e i macelli Di questo saturnal!

25 dicembre 1876.

CORAGGIO!

(AD ALBERTO BARBAVARA)

Tu sogni una condotta, un bel villaggio, Dall'esil campanile, a mezza china. Che si imporpori al raggio Del sol, quando declina, Come la guancia d'una giovinetta Cui si parli d'amore.

O mesto amico mio, biondo dottore, Talor lo sogno anch'io Questo tranquillo oblio; Talor m'accascio anch'io sul mio dolore Penso alla noja arcana Che da ogni cosa emana; Penso a quelli che furono E a quelli che verranno; All'albe ed ai tramonti ed all'affanno Che domina crëato e crëature; Alle molte sventure Ed ai pochi sorrisi Concessi a quei che pensano; alla culla Tanto presso alla tomba; A questo eterno nulla!

Tu sogni una condotta, un bel villaggio Dall'esil campanile, a mezza china, Che si imporpori al raggio Del sol, quando declina; Ed io perdo il coraggio Nella frivola vita cittadina! E nei ridotti, ove s'affolla un mondo D'ubbriachi e di cretini, M'aggiro; e il volto mio cogitabondo Porta il riflesso d'inconsci destini...

Pur se giunge una nota al mio cervello, Se vien qualche cencioso menestrello A strimpellare una canzon gioconda Al mio attonito orecchio, Una febbre m'inonda Di mille desiderii sconfinati; E penso ai vecchi errori, al mondo vecchio Che crollerà sotto il mio giovin pugno; All'arte nuova; ai versi cesellati, Coi quali passo qualche lieta notte Della mia giovinezza; E ritorno alle lotte, Ove soltanto il debole si spezza; Ed odio, ed amo, e scrivo, E lagrimo talor, ma fremo e vivo!

DITIRAMBO

(A EUGENIO TORELLI-VIOLLIER)

Un giorno, Eugenio, tramontava il sole E tu mi stavi accanto, Ed al cervello mio le tue parole Suggerivano un canto.

Tu mi dicevi: "La scienza è la luce "Che feconda gli ingegni; "È la guida infallibil che conduce "A inesplorati regni...

Ai regni inesplorati, agli ideali "Che tu cercando vai, "A cui le menti, che han tarpate l'ali "Non arrivano mai."

Ed io dicevo: "È vero!... I giorni miei "Passan senza splendori! "Oh, quante notti fra i bicchier perdei! "E quante fra gli amori!"

E ripetevo: "La scienza è la luce "Che feconda gli ingegni! "È la guida infallibil che conduce "A inesplorati regni!"

Poscia, rinchiuso nella stanza mia, Quella notte vegliai; Degli intravisti carmi l'armonia Mi si aperse e pensai:

Scienza, che debbo chiederti? Qual ben puoi tu largirmi? Ahimè!... Dei canti il fascino Forse tu puoi rapirmi! L'entusiasmo puoi togliermi Che i giorni miei fa lieti! L'entusiasmo!... Il tesoro dei poeti!

Scienza, che debbo chiederti? Forse il concetto immenso Del nostro nulla?--È inutile! Io questa idea la penso... Come da vasto incendio Le scintille incessanti, Così dal nulla a me vengono i canti

Tu sai giunger, per aride E tortuose vie, In lande ove s'impressero, Da tempo, l'orme mie! Scienza, che debbo chiederti? Io volo, e tu cammini... Per soffermarci agii stessi confini!

Puoi tu insegnarmi il numero Degli astri rotëanti? Dirmi che sia lo spazio E cosa sian gli istanti? Dirmi perchè sussistano La luce, l'ombra e il moto, E come in foglie si trasmuti il loto?

Scienza, a crëare insegnami Un'erba od un insetto; A discerner le cause Dell'odio e dell'affetto; A indovinar l'incognito Principio della creta; Scienza, dei mondi apprendimi la meta!

Ed io, fervente apostolo E adorator dell'arte, Verrò a chiedere l'estasi Alle tue dotte carte, E vestirò coi fascini D'un eterno poëma La soluzione del vital problema!

Ma, fino allora, chiederti, Scienza, che deggio io mai? Forse l'oro e la gloria Che da tempo spregiai? Forse di qualche popolo Le gesta o la favella? Forse una data o il nome d'una stella?..

Ahimè!...La scienza è un briciolo All'ignoto involato! Noi non ghermiam che un atomo E gridiamo: È il Creato!... E perdiamo nell'ansie, E perdiam negli affanni L'incantevol sorriso dei verd'anni!

E poi, giunti sul margine Della vita che fugge, Anco cinti di gloria, Un pensiero ne strugge; È del Nulla il fantasima Che nell'estrema prova Ci mormora all'orecchio: Or, che ti giova?...

Lo so; i verd'anni passano Pei dotti e pei gaudenti, E forse nel silenzio Degli anni miei cadenti, Triste e scorato, ai fervidi Giovani dì pensando, Anch'io dovrò ripeter lagrimando:

"Stolto!... I bei sogni sparvero! "Sparvero e nappi e amori, "E i giorni tuoi tramontano "Qual sol senza splendori! "Scendi, rabbiosa ed invida, "Nella tua sepoltura "A mutar forma, o volgar crëatura!"

È ver!... Ma tutti muojono, E dotti e gaudenti! E allor che giova il plauso O il biasmo delle genti? In un pugno di polvere L'incompreso Destino Muta i cranii di Dante e d'Arlecchino!

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Viviam!... Rubando un briciolo, Affannosi, all'Ignoto, O tessendo una lirica Ad un pugno di loto, Pensiam che i giorni passano, E che--forse--Alighieri Invidia il bimbo partorito jeri...

E vorrebbe rivivere Per giornate più liete, Soffocando nel cèrebro Della Scienza la sete,... Per poi--forse--rimpiangere, Fatto vecchio, gli allori Fra le tazze oblïati e fra gli amori!

Viviam!... Rubando un briciolo, Affannosi, all'Ignoto, O tessendo una lirica Ad un pugno di loto, Pensiam che i giorni passano E che--forse--Arlecchino Vorria rinascer per studiar latino

E vorrebbe rivivere Per diventar dottore, L'esilarante arguzia Soffocando nel cuore... Per poi--forse--rimpiangere, Fatto vecchio, le cene Rubate al ventre... dalle pergamene!

Viviam!... Dei desiderii È la turba infinita; Per soddisfarla gli uomini Troppo breve han la vita!... E vivesser coi secoli Convien che il labbro gema: "Noi siamo affranti...o la turba non scema!"

Viviam!... Lasciam che passino Servi all'istinto gli anni! Tutti avrem pari i gaudii, Tutti pari gli affanni!.... L'eternità in un circolo Infinito ne serra!... È il Nulla in cui s'avvoltola la terra,

Luglio 1875.

PER UNA SUICIDA

Una bionda fanciulla innamorata Dal terzo piano si gettò stasera. L'han raccolta piangendo ed è spirata!

Domani i preti, colla stola nera, Com'è costume, a prenderla verranno Recitando la solita preghiera;

Domani tutti il nome suo sapranno, E morrà nel frasario d'un giornale Questa epopëa d'un immenso affanno!

Poveretta!... La veste nuzïale L'attendeva coll'alba!... Ella ha voluto Mutare in epitaffio un madrigale!

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Un tempo, anch'io, giovinetto inesperto, Credea nei libri di legger la vita, E non vedea che sterile deserto!

E rivivea la fantasia romita In epoche lontano; in mezzo a gente Che incancellabil orma avea scolpita.

E tutti mi diceano amaramente: "Che noi non siam che un popol di fantasmi; "Che i nostri affetti son ceneri spente;

"Che son svaniti amori ed entusiasmi; "E che i lampi e i profumi eran mutati "In fosforo volgare ed in mïasmi!"

Ed io discesi nei trivii affollati, Non recando nè fedi nè illusioni, Arido figlio di padri annojati.

Ma l'impeto fatal delle canzoni Tacitamente palpitar mi fea! Ed io, passando fra i tristi e fra i buoni,

Fra lo splendore d'una eterna idea E le tenebre folte, il mar solcando Degli eventi, che intorno a me fremea,

L'oltraggio fatto a noi dissi esecrando; E nella notte altrui trovai l'aurora; E risi e piansi anch'io; e lagrimando

La strofa mi sgorgò calda e sonora; E ritrovai la fede e la speranza, Perché m'accorsi che si vive ancora!

Sì!... Si vive! Si lagrima! Si danza! Come un dì! Come sempre! E infin che luce Avrà il sole ed i fiori avran fraganza,

Questo dramma, ora lieto ed ora truce, In cui tutti abbiam parte, ed è la vita, E che un'ignota man scrive e conduce,

Palpiterà di passione infinita, Miscêla arcana d'ombra e di splendore! E tu eterna starai (lampa romita,

Oppure incendio divampante) Amore!

Ottobre 1876.

QUANDO?

(A DINO MARAZZANI)

Quando i giorni verranno Della malinconia, E morirà d'affanno Nel mio cranio la giovin fantasia,

Io penserò alle notti, Che passai con me stesso; Agli studii interrotti Per meditar della lampa al riflesso;

Io penserò alle sere, Che, coi pochi diletti, Confusi le preghiere Per l'Arte, per il Vero e per gli affetti.

Allora, stanco anch'io Dei furbi e dei cretini, Mi sentirò il desìo, Il santo ardor di più vasti confini!

Stringerò nella mano Un nodoso bastone, E me ne andrò lontano Un balsamo a cercar, l'oblivïone...

Andrò verso l'Oriente, Col sole sulla fronte, Guardando avidamente La linea circolar dell'orizzonte.

E bacierò le siepi E i fiori per la via, E cercherò i presèpi Ove deporre la stanchezza mia.

E scenderò, pensando, Alle vaste marine; E vedrò, palpitando, Gli splendidi tramonti e le mattine.

Ritroverò la vita Nell'immensa natura; E la gioja infinita Del creato empirà la crëatura...

Parmi d'aver dinanti Le romite vallate; Le strade biancheggianti Ove la fine polve arde in estate;

Odo stillar le fonti Dallo spungoso tufo E, la sera, fra i monti, Stridere il grillo ed ululare il gufo.

Sento l'acre profumo Dell'erbe e delle piante E, sull'umido dumo, La verde cavalletta saltellante.

Poi, quando il giorno estremo Degli erranti miei giorni, Col comando supremo Vorrà che in vermi il corpo mio ritorni,

Io cercherò una sponda Giallastra e desolata, Ove si franga l'onda D'una glauca marina sconfinata

Là poserò le spalle Sull'arena minuta, Che, come eterna valle. Verso un fondo nebbioso andrà perduta;

Rammenterô le storie Della mia giovinezza; Rivivrò di memorie, Di pianto, di speranza e d'allegrezza;

Ed atomo piccino Dinanzi alla Natura E dinanzi al Destino, Coll'unghie mi farò una sepoltura,

Guarderò i cieli azzurri, Il mar pieno d'incanti, Di calme e di susurri, E i pulviscoli in aria roteanti.

Là morirò tranquillo Dagli uomini lontano... E, forse, fatto brillo Dall'agonia, colla tremula mano.

Sovra la sabbia ardente, Pensando all'universo, Traccierò sorridente, O dolce amico mio, l'ultimo verso.

ARS, ALMA MATER

(AD ALBERTO BARBAVARA)

L'Arte morrà!... o La splendida Arte che amiamo, o Alberto, Morrà, come ingannevole Miraggio del deserto!... Oh! Tu non sai l'angoscia Che in petto mi fremea Quando la triste idea Nel cranio mi guizzò! Nata col primo palpito Dell'umano pensiero, L'Arte non era in fascie Quando cantava Omero; Ma dalle vette olimpich All'Ellenia stupita Dicea: "Narro la vita "D'un'arte che passò!"

Dal sacro fiume Egizio, Dal Gange e dal Giordano Alle colonne d'Ercole Che chiudean l'oceáno, Errante coi fenicii, Ape del sen fecondo, Ella versò sul mondo Il miel di sue virtù. E ad Iside e ad Osiride Eresse monumenti; E verseggiò le pagine Dei vecchi testamenti; E toccò l'arpa a Davide; E al popol patriarca Disegnò l'are e l'arca; E celebrò Visnù.

In Grecia Apelle e Fidia Le chieser marmi e tele; Ella insegnò la linea Divina a Prassitele, E a Socrate e a Demostene La possente parola, E ad Eschilo la scuola Delle passioni aprì. Le mani d'Aristotile Ne composer la storia; La chiamò Saffo, in lagrime, Amor; Pericle, gloria; Inspirò l'odi a Pindaro; Seguì Alcibiade a festa; E gaja dalla testa D'Anacrëonte uscì...

Poi trasvolò, coll'aquile Delle legioni, a Roma; Ed intrecciando i lauri Alla flüente chioma, Cantò i trionfi, il sonito Delle tube guerriere, Le spoglie e le bandiere Del Lazio vincitor. E quando la Repubblica, L'invincibile atleta, Sotto il pugno di Cesare Si sfasciò come creta, Ella, che adora il genio, Nella bellezza avvolto, Baciò, plaudente, in volto L'audace lottator!