# Poesie e novelle in versi

## Part 2

Book page: https://www.cyberlibrary.org/it/books/poesie-e-novelle-in-versi-9642/index.md

"Ed or ch'io chieggo un verso, una melòde; "Or che una sete mi esagita e rode "Di profumi e di cantici, "Non una lieta immagin mi consola, "E invano alla mia Musa una parola "Io chieggo in elemosina!

"Forse Minerva, l'äustera diva, "Si vendica di me;--greggia votiva "Non reco;--nel suo tempio "Prima di questo giorno io non entrai; "Gli amori, il vin, le rose io sempre amai!; "Minerva ama il trapezio!

"_Anacrëonte dai versi söavi "Non t'è propizia la Diva dei savi!_" "Dirà ridendo il popolo.... "Stolto!... Il più savio è chi gode la vita! "Il più savio son io!... Pòpol m'addita "Qual'è dunque il mio tempio!

"No!... Minerva è propizia al mio poeta! "Io sono un savio dalla fronte lieta!... "Rido, ma penso!--Ahi!... dubito "Che la mia Musa, de' miei baci stanca, "Or m'abbandoni!... Già il mio crin s'imbianca "E gli occhi miei si offuscano!...

"Nave sdruscita, si rintana in porto "A morir nella noja e lo sconforto! "Oh!... splendide memorie!... "Solcasti l'onde un dì, di fiori ornata, "E sulla tua bandiera inalberata "Stava scritto:--_Odi Erotiche_.

"Venian da lunge a udir la melodia "Che dalle tue seriche sarchie uscia "Sotto la man de' Zeffiri, "E del mar della vita i nocchier stanchi "Si fean dappresso ai tuoi dorati fianchi "Per guarir dalla noja.

"Giungevan mesti e cogli occhi infossati "E partivano lieti e consolati "In cor benedicendoti; "E, giunti in patria, alle persone care "Recavan, talismano salutare, "Un'ode a Bacco o a Venere.

"Or sei sdruscita; le sarchie di seta "Son rotte; il fianco tuo puzza di creta "Guasto dal tarlo e fracido!... "Povera nave, ti rintana in porto "Ahimè!... Pria di perire di sconforto "Languirai di memorie!

"O Musa mia, dammi un ultimo canto, "L'estremo bacio sia, l'estremo incanto "Dell'amor tuo!... D'un'estasi "Fammi ancora bëato!... E poi... ch'io muoja! "Più della morte ho in orrore la noja.... "E il dolore di perderti!

"Ahi!... Vane preci!... Nel pensier la vita "Mi langue!... Come spugna inaridita "Mi sta il cervel nel cranio! "Ahimè!... La luce mi nega i colori! "Ahimè!... Un profumo mi niegano i fiori "E la Musa un esametro!"

Sovra il suo ciglio--brillò una lagrima; Scosso era il labbro--da un lieve tremito; E la spaziosa fronte Chinava Anacrëonte.

Allor dei vate--battè sull'omero Il sacerdote,--la cerea tavola Colla destra additando, E disse sogghignando:

"Pazzi e pöeti--sono sinonimi! "Tu della Musa--ti lagni, il ciglio "Ancor molle hai di pianto.... "Ed hai crëato un canto!

Luglio 1875.

EVO MEDIO

(A GIUSEPPE GIACOSA)

Oh!... Il bel tempo dei miracoli, Dei giulivi menestrelli, Delle fate, degli spiriti E dei magici castelli! Oh! il bel tempo dei pigmei, Delle imprese e dei tornei!

Oh!... Il bel tempo delle maglie, Dei vestiti di velluto, Quando Iddio, la dama e il trono Si rubavano il tributo, E cantavasi il perdono Sul motivo dei fendenti, Ed insieme pullulavano I castelli ed i conventi!

Oh!... Il bel tempo dell'assiduo Alternar di paci e guerre, Quando i vescovi aggiravansi Cavalcando per le terre, Mentre ai piè delle Eminenze Chiedean tutti le indulgenze!

Beppe, il mondo di quell'epoca Pare un mondo immaginario! Il ladron della mattina Bacia a sera un reliquiario; Sulla massa che cammina, Come pecore attruppate, S'erge sempre, quasi a bussola, Il cocuzzolo d'un frate.

* * * * *

Eran più che innumerevoli I colori delle tonache; Una mistica lussuria Dava l'estasi alle monache; E cantavansi a distesa Inni e salmi nella chiesa.

Sovra un asse Frate Angelico Dipingea le sue Madonne; Sempre azzuro il manto aveano, Sempre rosse avean le gonne; N'era il capo incoronato Da un bel circolo dorato.

Gli alchimisti si sfiatavano Sulle brage dei fornelli; I teologi soffiavano Nei fanatici cervelli; Il delirio universale Era l'or filosofale.

Si chiedeva allo Zodïaco L'avvenir delle persone; I romiti fabbricavano Le medaglie e le corone; E diceano i benefíci Dei flagelli e dei cilici.

Come noi si va in America, Lor si andava in Palestina; Qual tesor ne riportavano Una scheggia peregrina Della croce di Gesù.... Nè chiedevano di più!

* * * * *

Oh!... I corteggi all'Evo Medio Nei trionfi e nelle feste! Oh! i cavalli, i fanti, i carri, L'oro e i drappi sulle teste! Eran splendidi e bizzarri I corteggi d'un possente, Smaglïanti come il crotalo Sotto il sol d'Affrica ardente.

Nani, alfieri, paggi e chierici, Gente bella e foggie strane E buffoni e trovatori E vezzose castellane Ed in mezzo ai gran signori, Del suo prence a mano manca, La ventraglia d'un cenobita Su una mula tutta bianca!

Imbandíansi sulle tavole Le vivande in piatti d'oro; Il vestito delle dame Era un piccolo tesoro: Della plebe il brulicame Facea ressa nelle vie, Quando andavano a godersela Monsignori e Signorie.

Poi le danze! Al suon di pifferi Di sirvente e di mandòle _Tarantelle e cavalloggie_ Alternavansi a _spagnole_; E, vedute dalle loggie, Quelle genti a più colori Un gran mazzo ti parevano In cui vita aveano i fiori.

* * * * *

L'Evo Medio si compendia Nella chiesa e nel castello; Dominavan le nazioni Un guerriero o un fraticello; Fra le mille devozioni, (Sacerdote il trovatore) Una sola era pregevole, Beppe: quella dell'amore!

Nelle chiese c'era l'organo, Avean trombe i cavalieri, Ma la musica del popolo Era quella dei trovieri E le libere parole Uscian fuor delle mandòle.

Oh!... I bei tempi!... Il nostro secolo È una nenia e non un canto! Noi siam lucciole sbiadite, Essi il fuoco, essi l'incanto! Oggi i bozzoli e la vite Ci preoccupan l'idea Più dei lauri e della gloria D'una bellica epopea!

Oh!... I bei tempi!... Eppur s'io medito Sulle stragi dei possenti; S'io ricordo il Sant'Uffizio Ed i roghi dei sapienti; S'io rifletto alle baldanze Di tiranniche ignoranze;

Benedico le vittorie In onor dei Veri eterni, E il prosaico vestimento Dei filosofi moderni; Benedico dei presenti La volgar monotonia; Nella scienza e nei negozii Trovo ancor la poesia!

Penso, è ver, che in tutti i secoli Si pareggian beni e mali; Che gli umani desiderii Han confini sempre eguali.... Ma davver sono contento Di non viver nel _trecento_.

Agosto, 1876.

IL SECOLO DI PERICLE

(AL MAESTRO GIOVANNI RINALDI)

Sotto la ferrea--clava spartana Isterilivasi,--schiava gemente, La nata libera--volontà umana. Delfo, silente,

Sull'aureo tripode--parea dormire, Poichè le belliche--tube eran mute, Nè più all'Oracolo--chiedevan l'ire Senno e virtude.

Nojata e gelida--la Pitonessa Sonar nel tempio--non intendea Che d'una vecchia--la voce fessa Cui, sorda, Igea

Degli anni all'ónere--curva lasciava, O qualche timida--prece d'amore Che su virginee--labbra mandava L'ansia del cuore.--

Tebe era mutola;--tacea Corinto; Messene, esangue,--nelle sue mura Chiudeva un popolo--per sempre vinto Dalla sciagura.

Brandían gli Ellenii--zappe e bipenni! Di illustri ceneri--piene eran l'urne, E le Olimpiadi--venian solenni E taciturne

A baciar l'ampie--fronti dei saggi... Ma, in fondo ai bigî--tempi, un fulgore Brillava... ed erano--gli accesi raggi Di Atene in fiore.

A TAIDE

Taide, il mondo è un'accolita Di sciocchi e di bricconi; A poche menti garbano Le libere canzoni; Gli sciocchi non camminano Che coi piedi degli altri, E l'armi degli scaltri Son frasi e ipocrisia.

Il labbro, che ti predica L'azzurro e la morale, Beve, nell'ombra, al lurido Nappo del baccanale; Le donne _oneste_ mostrano Nudo ai teatri il seno E chiameranno osceno Questo povero canto!

In custodia ridicola Ognun stringe la sposa.... E volge all'altrui talamo La mente desïosa; Mille impotenti giovani Sparlan dell'altrui donne.... E delle proprie nonne Si fanno i paladini!

È l'infanzia un miscuglio Di lubrici misteri; La pubertà ci innebria D'ardenti desideri; Ma i vecchi scaraventano Sovra noi l'anatèma, Se ne facciamo il tema D'un'ode in settenari.

L'arte greca è lascivia E l'insegna il pedante; Porta e Goldoni estasiano E venerato è Dante; Ma se noi, baldi giovani, Tessiamo un inno al _Vero_, Sorge un popolo intero A gridarci la croce!

Quadri, melodi e statue E commedie e volumi Tutti d'amor ci parlano Negli umani costumi.... È una rancida nenia! È un nojoso frastuono! Sempre lo stesso tôno Su una nota tenuta!...

Taide, tu pure, ingenua, Alla nenia credesti! Con chi primo ti piacque Una notte giacesti.... E trovasti, togliendoti Al convegno geniale, L'infamia e l'ospedale Dove morir di stenti.

Altre, di te più caute, Si ribellano al mondo E, odïandoli, agli uomini Fanno il viso giocondo; Ed, ingannate, ingannano; E rubano, baciando; E ridono, sputando In fronte ai derubati!

Innanzi a lor si inchinano Gli sciocchi riverenti, E i poeti le ragliano Con patetici accenti, E le madri del popolo, Che soffrono la fame, Alle fanciulle grame Le citano a modello!

Io nacqui troppo povero Per comperarne i baci, E non m'impiglio al vischio Dei lor sguardi procaci; Delle fanciulle ingenue La ritrosia m'annoja, Chè dell'amor la gioja Non disgiungo dai sensi.

Le donne oneste adescano Senza conceder mai; Fra gli imbecilli, o Taide, Finor non m'imbrancai! Odio gli altari e gli idoli A cui la turba grulla, Senza ottener mai nulla, Si inginocchia pregando!

Spose od amanti, il talamo E la tomba d'amore! La noja o l'amicizia Lo sùrrogan nel cuore.... Il Piacer, che n'è figlio, Come l'Ebrëo Errante, Con ardore incessante Cerca novelle forme!

Taide, tu sola, vittima Degli umani disprezzi, Ai tristi che ti insultano Rendi lagrime e vezzi, Chè le fanciulle povere Dal sangue ardente e buone, Perdendo un'illusione Non si mutano in serpi!

Tu sola sei possibile Per le menti severe, Che le catene abborrono Adorando il piacere! Tu, che ai ricchi ed ai poveri Mostri un egual sembiante E accogli in un istante Ogni filosofia!

Tu, che non rechi i triboli D'un amore geloso; Che non ti atteggi a vittima D'un dolor fastidioso; Tu, che ti serbi vergine, Anche da lebbra infetta Che bocca maledetta T'infiltrò nelle carni!

Tu, con cui scorre libera E aperta la parola; Tu, d'ogni umana lagrima Educata alla scuola; Tu, che dai per un obolo Ciò che l'altre, per anni, Con amarezze e inganni, Vendono a caro prezzo!

No!... L'amor non è l'unica Gioja al mortal concessa! Anche l'odio ha i suoi gaudî! E la vendetta anch'essa! E l'han le acute indagini Note ai sapienti, e l'ore Consacrate all'ardore D'un ambizioso sogno!

Vieni, povera vittima, Vieni!... Al tuo sen mi stringi! Al par di mille ipocrite, Taide, il delirio infingi! A sozze man proficua Tu stessa non comprendi Che la merce che vendi È una perla preziosa!

Vieni!... Svanita l'estasi Col sol di domattina, Ti lascerò, per correre Dietro un'Arte Divina.... Nè subirò la nenia Di promesse o lamenti, Che dei versi fluënti Potrian rompermi il filo!...

Milano, ottobre 1875.

LA NOTTE DI SAN SILVESTRO

La falange dei secoli stanotte Si accrescerà d'un milite novello; E di tanti dolor, di tante lotte, Di tante gioje, raccolte in un anno, Forse un'eco infedele per memoria I dì venturi avranno! Per legger dentro ai secoli remoti Noi meditiam la forma d'un avello; E i nostri figli, cui sarem mal noti, Mediteran nei nostri cimiteri, Dei nostri eventi tessendo la storia E dei nostri pensieri.

E strana legge!... I tumuli silenti Serban per lunghe etadi la parola, Mentre le mille voci delle genti Duran lo spazio che dura un istante, E vanno dei superstiti a morire Nel frastuono incessante! Ah!... Chi potrà afferrar l'attimo arcano Che al tempo stesso sussiste e si invola?! Chi mai potrà indicar con ferma mano Il limite sottil che fu segnato A divider fra loro l'_avvenire_, Il _presente_ e il _passato?!_

E noi viviamo; ed ogni dì che fugge Segna una ruga sulla nostra fronte; E un'agonia lentissima ne strugge; E, tremebondi, a noi stessi chiediamo Se esisterem, trascorso un anno, ancora; E mormoriam: _"Speriamo!"_ E interroghiamo gli eventi passati, E gli amori, e i dolori, e l'ire, e l'onte; E dai mille fantasimi evocati Attendiam le speranze ed i conforti, Baciando i figli che vedon l'aurora E ripensando ai morti.

Oh!... Tomba sconfinata!... Oh! Eterno Nulla! Tremendo Iddio che le esistenze ingoi! Oh! Infinito cammin!... Campagna brulla Dai nebbïosi orizzonti!... Ocëàno Sovra i cui flutti non scerne la sponda L'ansioso sguardo umano!... Dimmi, rispondi, che son divenuti I giorni senza numero, e gli eroi, E i popoli, che in sen ti son caduti? Che mai facesti tu di tanta polve Che, come l'onda s'accavalla all'onda, Su sè stessa s'avvolve?

Che mai facesti tu di tante glorie, Di tanti pianti e di tanti sorrisi? Che giovano ai presenti le memorie Se chi lasciolle eternamente è spento? Oh!... Triste scherno!... Un'êra di mill'anni S'accoglie in un accento! Oh!... Triste scherno!... Il mozzicon di sego, Nella cui scialba fiamma ho gli occhi fisi E presso a cui scrivo e bestemmio e prego, Val più dei raggi insiem moltiplicati Che piovvero dal sol su gaudi e affanni Nei secoli passati!

Oh!... Triste scherno!... Il mio vecchio bastone Vale gli scettri dei re che son morti! Il mio gramo cappel val le corone Che il tempo infranse! E il mio mantel sdruscito Val le toghe di porpora e di bisso Del popolo quirito!!! Cesare, Carlomagno e Bonaparte Ove siete?... Ove siete?... I volti smorti Spingete, o spettri, sovra queste carte.... Datemi voi l'accento arcano, il verso, Ond'io possa descrivere l'abisso Su cui sta l'Universo!

................................

Io mi prostro!... In un'orgia di visioni S'accascia la brïaca fantasia.... Veggo mari di sangue, e templi, e troni Accatastati, e altari, e deliranti Moltitudini, e donne, e bare, e fiori, E spade luccicanti.... E tutta questa baräonda vola Dinanzi agli occhi della mente mia; S'apre ogni bocca e non dice parola; Batte ogni piede ed un fruscìo non s'ode; E, in fondo a un bujo ciel, senza fragori, Ogni folgore esplode.

Talor frammezzo alla gente piccina Giganteggia d'un Genio la figura; Socchiusi gli occhi e colla fronte china Passano i savî delle età trascorse, Color che innanzi all'ardüo problema Hanno esclamato: _Forse!_ Ed io, fiutando l'aura che circonda Questa turba idëal che fa paura, Sento le nari tormentarmi un'onda Di lezzi e di profumi; una miscela D'odor d'alcòve e di tombe; l'emblema Che la carne rivela!

................................

Dal suolo, ov'io gemevo, rovesciato Come un tronco cui svelse la bufèra, Io mi sollevo.--Il mio sogno è passato, Al pari d'ogni gente e d'ogni evento; Sorgo e, senza nudrir stolide fedi, Alla vita mi avvento. E a lei mi stringo, a questa grama vita Irta di noje, vana e passaggiera, Ma che all'avida bocca inaridita Può ancor porger la mistica mammella! A questa vita, il solo _maravedi_ Dell'umana scarsella!

Dolce tesor di mie brevi giornate, Io ti vo' spendere in luce e in amore, In lagrime e in ebbrezze spensierate! Ah!... Ch'io frema!... Ch'io viva!... È nulla il resto! Muoja chi non vuol vivere!... I piagnoni, Non morti, io li detesto!... Io sparirò pria che i capelli bianchi M'abbian cinta la fronte, ed ho poche ore, Ma vo' morir colla testa sui fianchi Ignudi d'una donna amata e bella, Ripetendo le libere canzoni Di mia mente rubella!

Milano, dicembre 1876.

LA SENAVRA[1]

AI DOTTORI A. MAGNI E A. ARCARI.

Sognatori incorreggibili; Fervidissimi credenti; Cranî vasti e cranî piccoli Dai cervelli turbolenti; Furibonde crëature Piene d'ansie e di paure; Vociatori allucinati Dagli spettri torturati;

Barcollanti paralitici Avviati alla demenza; Infelici, cui sovreccita L'epilettica potenza; Pellagrosi, a cui la Fame Dissanguò le carni grame Per dipingere le rose Delle mense sontüose;

Catalettici, insensibili Come il cuor d'una beghina, Dallo sguardo spento e immobile, Dalla testa sempre china, Cui l'orrenda malattia, Ch'è peggior dell'agonia, Indurì la gamba e il braccio Come il ferro e come il ghiaccio;

Idïoti tardi e sucidi Dalle stolide risate; Silenziosi melanconici Dalle fronti ottenebrate; Vecchi e bimbi, uomini e donne, A cui celan vesti e gonne (Dalla _modula_ uniforme) La goffaggin delle forme;

O pöeti, cui, per esserlo, Non mancò che l'equilibro; O confuse e sparse pagine Che talor non fan più un libro; O filosofi egoïsti Che furiosi, o lieti, o tristi, Suggeriste un entusiasmo All'indagine d'Erasmo;

Io vi veggo dell'Ospizio Negli androni lunghi e scuri Sfilar tutti e, a larve simili, Rasentar gli scialbi muri; E me stesso e il mondo oblio Nell'udir lo stropiccìo Delle scarpe trascinate Sulle pietre levigate.

Quest'Ospizio, or non è un secolo, Era un chiostro solitario; Vi dormian, tranquilli, i monaci Fra una cena ed un rosario: Quella pace chi rimembra? Tutto muta!... E il chiostro or sembra, Per le grida e il chiasso eterno, Una bolgia dell'inferno!

Quanti sogni!... Quanti fascini! Quanti inani desideri! Quante vacüe dovizie Di ipotetici forzieri! Quante inutili ambizioni Irte a mille umiliazioni! Quanto spreco di esistenze Per ridicole parvenze!

Quanto fremer di battaglie Idëali in queste mura! Che splendor di luci incognite! Che prodigi di natura! Che profumi di giardini.... Nel pensiero dei meschini! Che romane orgie evocate Dalle femmine _eccitate!_

Salve!... Salve!... Questo popolo, Che stropiccia i corridoi, È di re un'augusta accolita! È un manipolo d'eroi! Sono artefici immortali! Sono duci e generali! Sono menti sovrumane! Son duchesse e cortigiane!

Questo giovane, che medita, È un sapiente... che sa nulla! Questa vecchia ottuagenaria Va affermando esser fanciulla! Questo mostro d'ambizione Vi domanda un mozzicone! Questo semplice artigiano Vuole onori da sultano!

Una donna, melanconica E dal volto deformato, Vi susurra: "Dunque, Emilio, "Non m'inganno!... Sei tornato!" Ed un'altra, in foggie strane, Si rimbocca le sottane Al disopra dei ginocchi, Ammiccandovi degli occhi!

Chi combatte cogli spiriti Grida, impreca e il braccio ruota; Altri, al suol cadendo supplice, Resta in estasi devota; Poi proteste, insulti ed ire!... "Io son savio!... Voglio uscire! "Scellerati!... Al cenno mio "Ubbidite!... Io sono Iddio!..."

Se la vita è un mar simbolico, E se noi siam naviganti; Se quaggiù bonaccie e turbini Voglion dir sorrisi e pianti, O miei buoni, questa gente, Che non sa dov'è l'oriente, Questi miseri sparuti Sono naufraghi perduti!...

Ahi!... La Scienza, con un gemito, Dietro a lor perde il coraggio, Nè sa ancor qual sia la gomena Da gettar pel salvataggio! Incessante l'uragano Scuote il rabido oceàno.... Ed i fragili intelletti Si frantuman tra gli affetti!...

Fedi e infamie, amori ed odii, Amarezze ed illusioni! Ecco i venti, i nembi, i fulmini! Ecco i tristi cavalloni! Fino il duol del padre oppresso Nei nepoti resta impresso, E van pazzi a cento a cento Per chimerico spavento!

O follia, sei tu un'orribile E fantastica megera Che trapassi in mezzo agli uomini Come rapida bufera, E che godi, sghignazzando, A toccare il fronte blando Del dormente nëonato Con un dito arroventato?

O Follia!... Cupa voragine!... Viver... morti!--Esser sepolti.... Nè saperlo!--Aver lo spregio.... E non leggerlo sui volti! O Follìa!... Pensier tremendo!... Forse l'estro ond'io m'accendo È lo stigma del Destino, Che mi colse da bambino!...

................................

Le notturne ore discesero; Son deserti i foschi androni; Già i maniaci s'addormentano Nei squallenti cameroni; Già dei poveri _sospetti,_ Presso l'ànsole dei letti, I metodici guardiani Assicuran piedi e mani....

Deh!... Con sogni placidissimi La pietà li benedica! Chè sui pazzi sta l'anàtema D'una duplice fatica, E domani essi dovranno, Quando tutti sorgeranno Dell'albore ai raggi incerti, _Risognare_ ad occhi aperti!...

Dalla Senavra, 26 settembre 1876.

[1] La _Senavra_ è il nome dell'ospizio dei pazzi di Milano.]

IN ALTO

(A GIUSEPPE GALLOTTI)

Non domandarmi un cantico Per le umane passioni! L'inesorabil logica M'impone altre canzoni; Io non posso più esprimere Nè il pianto, nè la gioja, Chè mi vennero a noja Le lagrime e i sorrisi dei viventi. Mi rifiuto all'analisi Delle cose crëate, Per viver nel delirio Di altezze sconfinate; Ivi è un eterno fascino, Ivi, un pugno di polve, Che ignoto soffio avvolve, Sembrano gli astri nello spazio ardenti.

Dinanzi alla voragine Dell'eterna armonia Le passioni degli uomini Perdon la poësia; Così l'estremo rantolo Del nocchier si confonde Col ruggito dell'onde, Su cui passa, tuonando, la bufera!... Il Bene e il Mal s'intrecciano Nell'assidua natura; Il Bene e il Mal s'alternano Con sapiente misura; E, indivisi, si aggirano Fra il turbo dei viventi, Gelidi, indifferenti A chi piange, a chi ride ed a chi spera.

La medaglia simbolica, Dalla gianica faccia, Ha nella prima il gaudio, Nell'altra la minaccia; Ma si palesa agli uomini Sempre con fronte eguale, Perchè nel Ben sta il Male, Perchè nel Male sta del Bene il germe.

I contenti e le lagrime Dei poveri mortali Per varïar di secoli Saranno sempre eguali; I desiderii fervono In ogni crëatura... E il gaudio o la sventura Vengono a soddisfar l'umano verme,

E poi che un giorno ridere O pianger gli è concesso, Torna dei desiderii Il popolo indefesso; La noja uccide il gaudio Ed il dolor si accheta... E la caduca creta Ribeve al fonte dell'antica speme! È una storia monotona Degli uomini la storia! Sempre lo stesso fremito Di bassezze e di gloria! Sempre gli stessi gemiti Per gli stessi dolori! Sempre gli stessi amori! Sempre il labbro che ride e quel che geme!

Al suon delle battaglie Succedono le paci; Dopo l'orgie del sangue Vengon quelle dei baci; Come fantasmi, i popoli Agitando le braccia, Contorcendo la faccia, Per un istante passan sulla terra.... Nè resta che una debole Eco di tanti eventi, Che nel frastuon va a perdersi Delle novelle genti,... Poi ricomincia il turbine Dei desiderii arcani, Che dai cervelli umani Elettrico incessante si disserra!

Dal sorriso d'un popolo Nasce d'un altro il pianto; Per una gente è un empio Chi per un'altra è un santo; E le bufere scrosciano, E il sol sfavilla, e i fiori Si veston di colori, E nello spazio rotëan le stelle!...

Tutti, mendìchi e principi, Deboli e forti, tutti Proviam gli stessi gaudii, Abbiam gli stessi lutti! Il Bene e il Mal ci scuotono Coll'istessa potenza, E l'umana sapienza Alla gran legge invan si fa ribelle!...

No, il sorriso degli uomini, No, degli uomini il pianto, Nel cranio mio non destano Giocondo o mesto un canto; Perch'io so che le lagrime Fan più dolci i sorrisi; Perch'io so che indivisi Il Bene e il Mal s'aggiran fra i viventi. Sol nell'immensa sintesi Delle cose crëate, Nel supremo delirio Di altezze sconfinate Trovo dei carmi il fascino! Ivi, un pugno di polve, Che ignoto soffio avvolve, Sembrano gli astri nello spazio ardenti.

Giugno 1875.

CIRCOLO

(A PAOLO GORINI)

Un dì d'autunno, al tramontar del sole, In un ermo giardino entrò la Morte; E impallidìr le rose e le vïole Presàghe di lor sorte.

Le foglie, scosse da leggiero vento E per sottil pioviggin lagrimanti, Siccome colte da orribil spavento Si fecero tremanti.

E dal bigiastro ciel, parlando ai fiori, Disse una voce: "Così vuole Iddio! "Voi dovete morire!--Addio colori! "Olenti effluvii, addio!"

E la Morte passava.--Un'armonia Di indistinti sospiri e di lamenti Sorgea dovunque, ovunque la seguia Nei sentieri silenti.

Eran sospiri timidi, repressi, Come il fruscìo d'un abito di dama Che va di notte a colpevoli amplessi; Era un pianto, una brama

Di restar fiori e foglie un giorno ancora. Un povero giacinto domandava Di lasciargli veder la nuova aurora... Ma la Morte passava.

Il giranio avvizziva; le vïole, Baciandosi fra lor con aria mesta, Diceansi addio, e sull'umide ajuole Chinavano la testa.

Solo una rosa, una fulgida rosa Dal vivace color, nata il mattino, Surse a lottar, fidente e coraggiosa, Coll'avverso destino.

E alla Morte gridò: "Perchè degg'io "Morire adesso che son nata or ora? "La mia parte di vita io chieggo a Dio... "Io vo' vivere ancora!"

"Perchè vivere ancor?"--chiese la Morte. "Perchè ho terror del nulla..."--"Erri; m'ascolta: "Morir non è svanîr, ma cambiar sorte, "Nascere un'altra volta...

