Più che l'amore: Tragedia moderna Preceduta da un discorso e accresciuta d'un preludio d'un intermezzo e d'un esodio.

Part 9

Chapter 93,767 wordsPublic domain

Perché vieni, Virginio? Una sola pena mi pareva di non poter patire, fra tutte, dall'ora di ieri a questa: il tuo sguardo senza minaccia. E perché stringi me e te in quest'orrore? E che mi dirai? e che ti dirò? Vedi che quasi non so parlare. Sento che il solo suono della mia voce ti fa soffrire orribilmente.

VIRGINIO.

No. Più male non puoi farmi. E perché tanto male tu m'abbia fatto, guarda, non te lo chiedo. Ma certo, se bene così parli, sento che la tua voce passa tra i tuoi denti...

CORRADO.

La belva! Vieni per giudicarla?

VIRGINIO.

Non giudico. Sono anch'io nel cerchio d'inferno in cui ci hai cacciati e serrati all'improvviso. Si può urlare di dolore o di furore, ma non giudicare. Anche in me oggi non parlano se non gli istinti. Il primo sforzo per mozzare il grido e l'imprecazione, per tener diritte nella mia schiena le vèrtebre che si disgiungevano, lo sforzo contro l'annientamento io l'ho compiuto. Vedi, resto in piedi. Ma ora sono come in mezzo a un incendio: non vedo, non odo se non in confuso: non giudico: ho tutta la forza e tutta la volontà nelle due braccia per prendere, per portare qualche cosa di umano a salvamento.

CORRADO.

Quel che è umano non può più essere salvato omai, povero Virginio; e il resto è fuori d'ogni offesa e d'ogni sciagura. Se io parlassi, tu non m'intenderesti.

VIRGINIO.

Tuttavia bisogna che tu parli e ch'io sappia.

CORRADO.

Che vuoi sapere? Maria era qui dianzi.

VIRGINIO.

L'ho veduta uscire.

CORRADO.

L'hai scontrata? Ti sei mostrato a lei?

VIRGINIO.

No, non ho osato. Andava in fretta ma quasi senza passo, come portata dal vento o dall'anima sola. Però sentivo che, se si fosse arrestata, sarebbe caduta a terra e là rimasta. Forse soltanto le mani di sua madre potranno toccarla senza farla morire.

CORRADO.

Morire! E che sai tu? e che conosci tu di lei? Tu ne parlavi come della sorgente e dell'erba. Ma io con tutte le violenze della mia guerra, tu con tutta la tua volontà di beneficio, non eguagliamo il suo potere. Ella ha fatto la sua vigilia nel gelo della morte, con la finestra aperta su l'alba, a piedi scalzi come chi deve passare all'altra riva. Ed è passata di là; ed ora, con tutta la sua innocenza va verso la madre dolorosa per rinascere «armata e pronta». Intendi tu questa parola? Un soffio ha disperso i limiti del focolare ma ha creato un più grande spazio per un più gran respiro. Ella è un indizio di libertà, il preludio di un canto inaudito. Io mi sono inginocchiato dinanzi a lei per renderle grazie d'una promessa non fatta a me, che forse sto per scomparire, ma a tutta la mia razza imperitura. Il travaglio divino che affatica l'oscurità della massa umana, ecco, a un tratto ha toccato la cima di quel cuore per dar segno di sé, per rivelarsi. La più profonda fibra della mia virtù ha sussultato come non mai. M'è parso che nel germe ancor cieco del nuovo essere sia entrata la più fulgida favilla del mio spirito. «Dunque la schiava subdola e funesta potrà divenire un giorno la compagna e la custode animosa fino alla morte e oltre?» «Sì» ella risponde; e più non conosce né l'uso né il costume né il limite; ma, pari alla stessa vita, si sente capace di tollerare tutti i mali. Ah, neppur tu con la tua voce fraterna hai mai detto il suo nome come oggi io l'ho detto!

Misto di giubilo e di sgomento irrompe dal profondo cuore il grido del fratello attònito.

VIRGINIO.

L'ami?

Egli lo guarda come se gli apparisse in un aspetto inopinato. Ma il fervore dell'altro si spegne in una tristezza severa.

CORRADO.

Virginio, so in quale ansietà, anzi in quale terrore il tuo grido ha risonato dentro di te.

Dopo una pausa, egli pronunzia la domanda improvvisa con una singolare chiarezza.

Chi sono io oggi?

Soffocato dall'emozione, VIRGINIO resta muto.

Non rispondi? Mi guardi. Cerchi perdutamente la risposta nel mio volto.

VIRGINIO.

Da ieri, dall'ora in cui mi dicesti che non potevi più essere il mio amico, rivedo per lampi interrotti il tuo volto qual era nel sonno quando tu dormivi nel letto accanto al mio, lassù, in quella stanza nuda.

La voce trema nel ricordo. In quella di CORRADO comincia una strana ambiguità, per súbiti contrasti di tristezza e di acredine, di veemenza e di oppressione.

CORRADO.

E non ti sbigottivi del mio aspetto nel sonno? Non scoprivi nell'amico il nemico?

VIRGINIO.

Dormivi sempre senza guanciale, col braccio sotto la testa, sicuro e leggero come se ti sostenesse la terra e ti proteggessero le stelle.

CORRADO.

Se la sorte vorrà che tu ti pieghi sul mio corpo liberato dal soffio che lo brucia, rivedrai quella pace. Ora tu cerchi un altro segno, forse un marchio infame. Non lo trovi.

Incalza di súbito, quasi aggredisce, come se volesse combattere a cuore a cuore.

VIRGINIO.

Corrado!

CORRADO.

C'è ancora una speranza, in fondo a te, che vacilla. I miei occhi penetrano più a dentro.

VIRGINIO.

Corrado!

CORRADO.

Ieri — era quest'ora — ti confessai la tentazione selvaggia. Vuoi che oggi io ti confessi il resto? Sei venuto per questo? Ti avvicini perché io ti parli piano... Dimmi: che sai?

È come una sfida ardente, con qualcosa di sfrontato che dissimula l'orgasmo febrile. Ma la risposta è come una implorazione.

VIRGINIO.

Non sono il tuo giudice: sono ancóra il tuo fratello, rinnegato e ferito, ma pertinace. Non t'interrogo: ti dico che agonizzo sotto un peso lùgubre. Metti un termine a quest'agonia. Non senti come la vita precipita? Pare che in ogni attimo si dissolva una zona del mondo...

CORRADO.

Affréttati. Che sai?

VIRGINIO abbassa la voce, sotto il fantasma indistinto che li copre entrambi.

VIRGINIO.

L'uomo della bisca, quello a cui volevi pagare il tuo debito con una moneta che portasse la tua effigie, si chiamava Paolo Sutri.

CORRADO.

Ebbene?

VIRGINIO.

La mattina dopo fu trovato esanime nel suo letto.

CORRADO.

Aveva il colpo di grazia somalico nel collo, sotto la nuca? il taglio di riconoscimento?

VIRGINIO.

Il demone ti riafferra! Ancóra il sarcasmo? Tu m'avevi parlato della mano «che uccide con precauzione». Una mano cauta ed esperta l'aveva spento.

CORRADO.

Quale?

VIRGINIO.

Prima spento, poi derubato. Scopo dell'assassinio era il furto? Il sospetto cadde su Simone Sutri, sul nipote avverso. Ieri fu preso, già rilasciato stamani, riconosciuto incolpevole.

CORRADO.

E allora?

Un'irrisione malvagia gli lampeggia nel viso e glie lo contrae in un cipiglio quasi di minaccia. Egli si muove qua e là per la stanza come per ingannare il suo bisogno di combattere. Poi si volge con impeto, inebriato di ribellione.

O tu che resti muto e ti sforzi di nascondere il ribrezzo se m'accosto, conosci quella sentenza superba? Un nudo spirito si levò su l'eccidio e sul bottino, esclamando: «Se questo mio è un delitto, io voglio che tutte le mie virtù s'inginòcchino davanti al mio delitto».

Proteso verso di lui, fremente, VIRGINIO tenta respingere col suo grido l'inesorabile certezza.

VIRGINIO.

L'hai compiuto? L'affermi?

CORRADO risponde da prima più pacato, velando il suo rancore con un'ombra di spregio.

CORRADO.

Non affermo se non la parola di un'audacia senza nome. Però tu ieri udisti il racconto della tentazione notturna. E che mai mancò perché l'impulso si esternasse in atto irreparabile? Un nulla. Non ero nella foresta, non avevo la lancia in pugno, né la sabbia nell'altra mano. I testimoni erano di troppo. La scarica si arrestò nei muscoli del braccio. Tuttavia ben mi vedesti capace del crimine, pronto allo scatto, al balzo. E che t'importa il resto? Ma là, alla tavola del giuoco, nello scompiglio delle sorti, era una carne di goditore o una volontà di asceta, una bassa cupidigia o una fatalità eroica? Tu hai parlato di assassinio e di furto. Conosci dunque i nomi che mi convengono. Ieri ti rimasero in gola; oggi son fuor di tempo.

Ancóra in quel terribile giuoco d'invettiva e d'ironia, in quella disordinata vicenda di freddezza e d'ardore, Virginio resta afferrato al suo dubbio e non l'abbandona, se bene spasimando.

VIRGINIO.

Tu mi ricacci nell'ambiguità, mi prolunghi l'ambascia, mi squassi fra la tua ragione e il tuo delirio. Ma tu potresti con una sola parola disperdere l'orrore che s'è addensato intorno a noi, rimuovere la cosa corrotta che è là e che c'ingombra.

CORRADO.

Tutta la bellezza di un mondo ideale gravita dunque oggi, per te, intorno al cadavere di un baro! Se il piccolo fatto senza sangue esiste, tutto cade nel nulla, precipita nell'annientamento e nella esecrazione, per forza della legge umana. La vita di colui non valeva quella di un lupo, perché la specie del lupo si fa ogni giorno più rara, mentre la genìa di colui si moltiplica ogni giorno nell'ignominia, brulica e striscia, infetta tutto quello che tocca, insozza tutto quel che divora. I vermi nel nostro pane quotidiano son necessarii? Se tu ne schiacci uno, quello diventa sacro, soltanto perché non si divincola più? La coscienza armata di castighi insorge a vendicarlo. E che diventa il colpevole allora? L'attributo del suo atto, null'altro, in perpetuo! Egli può essere un desiderio indòmito che non seppe attendere, uno spirito veloce e infaticabilmente vivo, un impeto magnifico scagliato verso una mèta più severa della morte. Egli può aver passato i suoi anni a fortificare e ad esaltare la sua volontà con una disciplina implacabile. Lungi alle solite fanfare d'eroismo che riscaldùcciano i cervelli e i cuori senili, egli può aver foggiato crudamente sé medesimo per il diritto di promettere, per il dovere di adempiere qualunque più folle promessa fatta al suo corpo e alla sua anima. Ed ecco, è maturo per essere un Capo, un battitore di vie ignote, uno scopritore di nuove stelle. Capace di dare tutti i giorni alla sua opera la sua vita intera, capace d'inalzare tutti i giorni — non importa come, non importa dove — la sostanza del suo sogno, egli è degno della più disperata vittoria. L'Amore lo riconosce. La prova della sua dignità è nel miracolo invisibile. Accanto a sé egli ha sentito l'aspirazione degli eroi sollevarsi in un cuore sublime come in un vertice del Futuro. Egli ha ricevuto l'annunzio che gli mostra, di là dalla mèta, l'erede del suo dominio, il monumento vivo della sua vittoria. Come potrebbe non sembrargli santa la sera del suo giorno? E voi a un tratto gli gittate fra i piedi la cosa corrotta perché egli stramazzi nel fango e nell'onta! Una povera spoglia esangue arresterà colui che nella terra lontana, per aprirsi il varco, mise a ferro e a fuoco le tribù! Volete castigarlo? Perché non poteste costringerlo a putrefarsi nell'inerzia, ora volete troncargli le mani che hanno osato di affrettare il destino? Chiunque possegga sé, per essersi conquistato a prezzo di travagli, considera come suo privilegio il diritto di punirsi o di farsi grazia, e non lo concede ad altri. Se il cerchio si serra, egli vuol dedicare ancóra qualche sacrifizio umano in un gran rogo alla sua libertà, perché almeno gli schiavi dalla piazza si volgano in su e si ricòrdino...

Vede VIRGINIO rosseggiare il delitto come una porpora su quell'orgoglio indomabile.

VIRGINIO.

Ma chi difendi tu?

CORRADO.

Me stesso.

Reclina VIRGINIO il capo sotto la percossa e nasconde tra le palme la faccia estenuata. L'altro non si placa: anzi la sua amarezza sembra invelenirsi. S'accosta egli al reclinato e lo guarda. La profondità della stanza è già nell'ombra, ma i teschi e i trofei brillano su le pareti al riflesso della nuvola.

Piangi su me? Io merito un addio più virile.

VIRGINIO si scopre, e il suo volto un po' livido dà imagine di colui che toccò il fondo del gorgo e risale alla superficie per trarre il respiro.

VIRGINIO.

Non piango. Chiudo gli occhi per veder qualche luce nel fondo.

CORRADO.

Luce di salvezza? Non la cercare. Pentimento? espiazione? La tua luce non è la mia. Già ieri te lo dissi. Io non posso più essere il tuo amico né appressarmi a te. Obbedisci alle tue ripugnanze. Volgimi le spalle. Lasciami solo. Giudicami bandito. La mia ultima ragione è nelle mie armi cariche.

VIRGINIO.

Non giudico: mi offro.

CORRADO.

Il tuo aspetto ti smentisce. Tu non puoi non calunniare il mio atto.

VIRGINIO.

Non io lo calunnio. Ma l'evento può abbassarlo, rendendolo inutile. Pensa!

CORRADO.

Abbassarlo davanti a chi? Tu vuoi ricondurre nel mio silenzio il rumorìo della strada. Non l'udivo più; né posso più udirlo. Una sola cosa ho temuto; e te ne serbo rancore perché l'orribile angoscia mi veniva da te, dal tuo contatto: ho temuto di commettere una viltà contro la mia follìa, di disconoscerla, di difformarla, di avvilirla. Ieri, quando uscii dalla tua casa, uno sgomento improvviso mi scompigliò le forze. L'imagine, che m'era divenuta estranea, s'impadronì della mia coscienza e vi diffuse una specie di torpore che m'impediva di scacciarla, se bene mi fosse intollerabile... Non eri tu che tentavi di esiliarmi da me stesso e di falsare la mia anima?

VIRGINIO.

Io ho tentato di combattere in te quegli istinti che tu chiami i tuoi cani selvaggi quando latrano sotterra e il tuo spirito tende ad aprire tutte le prigioni. Inutilmente. E tu ieri m'accusavi di non voler fare la guerra per te, come oggi mi gridi ch'io ti volga le spalle e che io ti lasci solo. Ma ieri, verso quest'ora, io mi trovai per alcuni attimi presso la tavola del mio lavoro, tra il mio amico d'infanzia e la mia unica sorella. Oggi mi ritrovo tra un amore disperato e un delitto nascosto. Non vengo a imprecare né a chiedere pentimento ed espiazione. Conosco le furie dei fiumi, le rovine dei ponti. Non piango dinanzi alle violenze della vita ma mi offro. Forse non comprendo, ma non giudico. Però sento ancóra vivere l'eroe che è nella tua anima; e riconosco una sola necessità imminente: che la causa del tuo atto s'illumini, che tu abbia il modo di trasmutare la tua frenesia in eroismo, di riscattare il tuo delitto col tuo prodigio. Tu hai bisogno dell'Oceano e del Deserto per ridivenir puro. Io non ti grido: Rimani! Ti grido: Parti, va, còpriti di gloria, vinci la morte!

Si dischiude il cuore serrato; e sembra che da lui si fuggano per un poco i rancori i dispregi le rivolte, e non resti se non l'alta malinconia dell'eroe che sarà tradito dal fato ch'egli amò.

CORRADO.

O Virginio, canta anche in te il sangue della creatura che m'è cara. Perdonami l'impazienza irosa: non è che dolore. Erano sere di primavera come questa quando entravamo nell'ombra della chiesa: io poggiavo il braccio su la tua spalla per contemplare il colosso di pietra «quasi belva, quasi dio». Portagli una corona di cipresso, in memoria di me, e deponila su le grandi ginocchia ove sognando mettemmo il nostro avvenire.

VIRGINIO.

Che è questa tristezza mortale che t'accascia? Corrado, l'ora fugge. Bisogna risolvere e affrettarsi.

L'uccisore è fisso, come occupato da qualcosa di torpido. Parla sordamente.

CORRADO.

E se la brutalità del caso m'infliggesse una fine ignominiosa?

VIRGINIO.

Quale?

CORRADO.

Se io fossi raggiunto prima di entrare in franchigia? se riescissero a prendermi vivo?

VIRGINIO.

Temi la ricerca?

CORRADO.

Nulla temo, fuorché una fine senza grandezza.

VIRGINIO.

Credi che già il sospetto possa cadere su te? Hai lasciato qualche indizio?

Lo interroga a bassa voce, chinato verso di lui, angosciosamente. L'altro è come trasognato e non batte ciglio.

CORRADO.

Non so. Nessuno può sapere...

VIRGINIO.

Non ti ricordi? Non hai più nella memoria quell'ora?

CORRADO.

No. Cadde sùbito in fondo, in fondo al pozzo cupo, come un sasso che tonfa... Non so più.

VIRGINIO.

Non eri lucido in quell'atto, come alla tavola del giuoco quando colui levò verso di te gli occhi bianchicci?

L'uccisore sussulta, come per scuotere il torpore. Guarda le acque salire luccicando dall'oscurità del pozzo verso il margine.

CORRADO.

Non so... Una specie di ilarità convulsa e sorda come quando le deformità dei sogni ci muovono un riso senza suono, che ci travaglia la bocca dello stomaco e non si sa se sia una nausea o un tremore, e se sia per finire o per continuare senza fine, e al risveglio ci sembra che si disperda nei sensi intorpiditi qualcosa di demoniaco...

VIRGINIO.

Cerca nella memoria. Guarda dentro di te. Avevi perduta anche l'ultima posta; avevi giocato su la parola, vertiginosamente, perduto sempre, a ogni colpo... Uscisti tu pel primo? Che ora poteva essere?

Gli parla da presso, lo incalza con la sua ansia, lo incita all'evocazione dei fantasmi profondi. E d'improvviso la notte della città terribile riprende a vivere nello spirito e nella carne dell'uomo, con una potenza crescente.

CORRADO.

Ancóra notte. Afa di scirocco: qualcosa di molliccio e di tiepido come una bava animale. Nessun sollievo nell'uscire dalla bisca fetida di fumo, di fiati, di sudori. Anche la strada pare chiusa, anche la piazza. Città mostruosa, notte di dissoluzione, dove vivono soltanto le fogne. E in me una sola parola, ostinata come nella bocca di un idiota: la parola dell'àscaro famelico e febricitante che si lascia cadere sotto un'euforbia: _Kalas_ — basta! Ma altra è la mia fame, altra è la mia febbre. «Basta! questo trascinìo d'accattone collerico. Basta! questa domesticità senza salario. Basta! questa stupida fatica di mantenere un vizio che non è il mio vizio. Andiamo! Qualunque mezzo ci valga. Andiamo ancóra incontro alle ferite che l'aria sola cicatrizza, alle seti che estingue un'acqua sempre nuova, alle torture che ridono e che cantano.» Rivedo i giovani cammelli, in coda della carovana, che presi dall'allegrezza saltano buttando all'aria il basto e il carico. Mi fermo davanti a un gran bagliore che rosseggia nella nebbietta; e il tremolìo del malvagio riso mi monta dallo stomaco alla gola, non mi lascia più. Sembra che io abbia da tentare una beffa atroce. Mi cerco addosso il conto preventivo della mia spedizione disegnata; lo trovo. M'accosto alla caldaia d'asfalto che bolle; al bagliore fumoso leggo nel foglio le cifre: arruolamento di àscari, camelli, asini, muletti, balle, casse, tende... Un gran palpito; e la duna di Brava mi riappare, la ripa dantesca della mia dannazione. «Nulla di meglio al mondo che quel sonno selvaggio ch'io dormirò su la sabbia oceanica, dopo l'approdo. Odio, mio odio, a te confido la promessa di quel sonno.» E mi riappare la faccia del baro, la maschera giallastra d'ittero, il grosso labbro azzurrigno, la collottola da abbrancare e da scuotere. Ripeto in me: «Lascia là il bottino!» Soggiungo: «No, non sono io il debitore». E sento che il primo movimento represso è sempre là, prigioniero, e che deve sprigionarsi necessariamente. Allora una specie di scaltrezza felina entra in me e s'acuisce come nei grandi giorni di caccia. Una specie di divinazione magnetica che s'irradia fuori del corpo ad evitare l'errore, a prevedere l'ostacolo, a cogliere il destro. Superstizioso, m'assicuro d'avere addosso l'ossicino che nel leone ucciso si trova profondato tra i muscoli della spalla. Salgo di corsa su per la Trinità dei Monti come per l'erta di Bulùlta! Sento in tutte le membra la forza elastica che non ha bisogno d'armi. La via è là, deserta; la porta è là, chiusa. Attendo, come all'agguato dietro la zeriba. Non so che farò, non so in che modo si presenterà la preda. Gli incanti adunati nel mio cervello si disperdono. La sorda ilarità demoniaca persiste. Giunge il grido fioco di un acquavitaio; poi il rumore di una vettura, un trotto zoppicante. La vettura viene su per la via, si ferma dinanzi alla porta. Riconosco l'uomo; odo la sua voce grassa che dice al vetturino di attendere finché la porta non sia aperta, e il Romanesco rinfacciargli con una contumelia il prezzo dimezzato, frustare il cavallo, volgere per la via Sistina, allontanarsi. Balzo dall'ombra, mentre l'uomo chino su la serratura cerca a tastoni. Gli metto una mano sul braccio, gli reprimo il sussulto, gli dico: «Sono io. Voglio pagar subito il mio debito». Basta la pressione delle mie dita su la sua floscezza: m'impadronisco di lui alla prima, come d'un sacco. Il suo pànico mi fa pensare all'asino legato dinanzi la feritoia della zeriba, quando il libbah si approssima. Gli tolgo la chiave, apro per lui, lo spingo dentro, gli faccio lume. So che non ha famiglia in casa. Ma un servo forse l'attende? Bisognerà sopprimerlo? Ho l'occhio d'un mercante di schiavi per giudicare con un solo sguardo la qualità del carname umano anche dissimulato dal sarto. Troppo egli ansa su per le scale: cuore debole, insufficenza delle valvole... Le pàlpebre sono gonfie come le vene del collo. La palpazione del medico ha già percepito il «fremito felino» in questo tardigrado? Il riso senza suono mi manda al cervello imagini stravaganti. Egli sembra colpito dall'afonìa. Lo ammonisco con frasi brevi e secche. Certo, non chiamerà, non griderà. Tutto assume la facilità d'un sogno. Non più la lotta con l'uomo ma col caso. Entriamo. Nessuno attende. La divinazione mi guida. Giù da una scaletta a chiocciola viene una voce sonnacchiosa che dice: «Sor Paolo?» Io rispondo per lui con un suono inarticolato. Il resto si svolge in una lunga ora o in pochi attimi? Non ho davanti a me tutto il lordume civile in quel sacco di adipe che suda e che pute? Vendetta troppo facile, quasi dolciastra, se il sale della beffa non la ravvivasse. Egli è là, che soffia e barcolla, con l'azzurro della cianòsi nelle labbra, nelle pinne del naso, nelle unghie, orribile e fantastico. Gli metto sotto gli occhi il bilancio di previsione, sorridendo. «Vi manderò alla costa un carico d'avorio dal Bass Naròk, tutto l'avorio dei Ghelebà e dei Cherre...» Gli parlo piano, mentre gli faccio rendere il bottino. «Spesa grave per i quattro _bulùk?_ Ma forse mi lasceranno arruolare i galeotti nell'ergastolo di Nocra a mezza paga.» Certo il ronzìo degli orecchi gli impedisce di intendere. Forse anche egli si crede di sognare, di patire l'incubo. «Indice e pollice: voi correggete la fortuna; pollice e medio: io l'affretto.» Ah quella bocca dilatata dall'ebetudine, quel labbro paonazzo che penzola, quel luccichìo sinistro dell'oro nel nerume della carie! Quando l'attimo funebre scocca, rivedo in un lampo la dentatura formidabile d'un predone amhara, bianchissima in mezzo alla faccia divenuta una poltiglia rossa; che ancóra ha la forza di mordere il calcio della mia carabina. Scatto, allungo il braccio, rovescio sul letto la massa molle, serro le due carotidi nella morsa, veggo le pàlpebre battere come le branchie fuor d'acqua, spengo l'imagine spaventosa di me in quel cervello esangue.

Egli è in piedi, con la mano inarcata alla presa, coi denti stretti, con l'occhio torbido, con tutta la persona scossa dal ritorno della forza micidiale. Soffocatamente l'altro interroga tuttavia.

VIRGINIO.

E dopo? Uscendo non fosti veduto da nessuno?

L'uccisore si scrolla, come per scuotere da sé le scorie accumulate dell'azione.

CORRADO.