Part 8
Allora ho udito un romore confuso che m'ha fatto spavento perché in sul primo non potevo accorgermi se fosse prossimo o lontano, se fosse nel mio sangue o fuori, di tutta la terra o del mio destino: ma così eguale che a poco a poco s'è conciliato con la mia pena, prima che i richiami e i lamenti me lo facessero riconoscere. Era una mandra che passava lungo il Tevere, sotto la mia finestra. Curva sul davanzale, son rimasta a guardare quell'onda biancastra che passava passava, cacciata innanzi, chi sa dove, nella notte senza requie. E, come quel movimento continuo mi dava un poco di vertigine, nello sporgermi ho sentito ch'era facile lasciarmi cader giù; e un vóto mi s'è riaperto in mezzo al cuore, di sùbito, un vóto che forse ti parrà triste ma che pure talvolta mi suscitava un gran tumulto di felicità: il desiderio di morire perché da me ti venisse qualche bene ignoto. Ero lucida tuttavia nell'orrore della strada brutale calpestata dalla mandra lamentevole. «Meglio è sparire, senza sangue, senza strazio», ho pensato. «Il fiume è là. Traverserò la casa a piedi scalzi, scenderò le scale, aprirò la porta, camminerò fino all'argine...» Mi son chinata con un gesto istintivo, e mi sono accorta che i miei piedi erano già nudi e ghiacci. Ma, nel riaffacciarmi per seguire l'ultimo pastore che scompariva verso San Paolo, ho traveduto nel cielo un bagliore d'alba e ho sentito salire dalla mia carne più profonda qualche cosa come un grido senza suono...
Sopraffatta dal tumulto, ella s'arresta. Nasconde la faccia contro l'omero dell'uomo.
Mi perdoni se vivo? Mi perdoni se sono tua... ancóra più, ancóra più?
CORRADO.
Maria, Maria, chi ti dà questa voce? e perché oggi sei in me più addentro che il mio stesso cuore? Quando ti presi per la prima volta nelle mie braccia, non eri mescolata a me come ora. Sento che è nata in te non so che potenza...
MARIA.
Senti?
Ella dice questa parola con la bocca nascosta, piena d'un fremito ineffabile.
CORRADO.
Per la prima volta, per la prima volta soffro e gioisco in un'altra creatura, mi sciolgo dai miei mali, rinunzio la mia solitudine.
MARIA.
Senti?
Ella ripete questa parola sempre più soffocata ma con un fremito sempre più profondo.
CORRADO.
Sento che le radici della mia vita non sono più in me e che l'infinito è là dove tu ti volgi.
MARIA.
Senti?
Ella distacca dall'omero di lui la faccia; e rovescia un poco il capo, colle pàlpebre chiuse, bianca di rapimento.
CORRADO.
Non avevo più speranza; e tu palpiti come se tu non bastassi a contenerne una più grande di quella ch'era mia.
Ella spalanca gli occhi, mentre una sùbita fiamma di sangue le illumina il viso.
MARIA.
Amore, amore, indovini dunque?
Egli trasale, sotto il lampo della rivelazione inattesa.
CORRADO.
Tu credi che...
MARIA.
Devo dirtelo? Le labbra ti si fanno bianche. Mi perdoni? mi perdoni?
CORRADO.
Tu vuoi dirmi che...
Novamente ella nasconde la bocca, gli susurra nel cuore l'annunzio.
MARIA.
Non siamo più soli.
Così piegata non vede ella sino a qual punto la violenza dell'intimo turbine possa sfigurare un volto umano. Si china egli su lei, la interroga rauco.
CORRADO.
È vero? Sei certa?
MARIA.
Sono certa.
Discosta da sé la donna egli e balza in piedi, non reggendo all'émpito. Dalla proda del divano si protende ella a guardare l'agitato, come dal fondo di una fossa ove sia caduta e debba perire.
È una sciagura? Hai orrore del vincolo sacro? Vuoi ch'io opprima il tuo sangue che già pulsa in me? Gettami una parola. Il vóto è differito d'un sol giorno. La notte è prossima.
Sommessa parla ma con selvaggio anelito. Si volge egli impetuoso e le si gitta dinanzi quasi di schianto, fervido come in una preghiera inalzata.
CORRADO.
Folle! Divina! Bacio le tue ginocchia, adoro ogni vena delle tue mani, trattengo l'alito davanti a te per tema di turbare il germe che tu nutri. Tutto quel che di più dolce e di più casto è sopravvissuto alla mia guerra, io posso raccoglierlo ancóra e offrirlo all'apparizione del tuo mattino. Per un attimo ho sentito tra le mie pàlpebre aride i tuoi occhi medesimi, il fresco del tuo sguardo, e ho veduto anch'io sopra una terra coperta di scorie tremolare l'unico fiore al vento della tua alba. Quasi non oso più toccarti. Vorrei con quel che mi resta della mia forza creare la pace e la bellezza intorno al tuo miracolo silenzioso. Che la mia ragione eroica di vivere sia perpetuata! Che la Natura trasmetta in carne il segno della mia più profonda cicatrice! E che nella tua memoria io sia assolto!
MARIA.
Assolto di che? E che è mai la colpa? E che è mai la memoria? Tutto quel che è tuo, è presente sempre. Ieri e oggi vivono nella medesima luce. Quel che ti riguarda sembra trovarsi in un mondo ove la prova non ha né significato né esistenza. Una sola omai è la parola che l'amore dice alla mia anima: «Oltre». È la tua parola stessa.
Di nuovo rapita, ella tra le sue palme gli solleva la testa. Egli è fiso a una imagine ignota.
CORRADO.
Ma il fervore della libertà, l'esaltazione del coraggio, l'urto degli eventi e degli uomini, tutto sparisce dinanzi alla realtà immediata, all'atto che non può esser distrutto!
MARIA.
A che pensi? Hai in fondo alle pupille un orrore immobile.
CORRADO.
Iersera tuo fratello mi domandò: «Sei tu divenuto il mio nemico?»
MARIA.
Pensi a lui?
CORRADO.
Gli hai tu confessato... anche questo?
MARIA.
Sì.
CORRADO.
Povero e grande cuore!
MARIA.
Anch'egli capace di andar oltre. Lo sai.
CORRADO.
E che farà egli?
MARIA.
Sormonterà la sua tristezza.
CORRADO.
Perduto per me.
MARIA.
Ti amerà ancóra.
CORRADO.
È disperato?
MARIA.
E vigilante.
CORRADO.
Dove l'hai lasciato?
MARIA.
Non so dove sia ora. Aspettiamo nostra madre stasera.
CORRADO.
Tua madre?
MARIA.
Sì, viene per poco. Arriva, riparte. Anch'ella ha il suo supplizio.
CORRADO.
L'hai chiamata?
MARIA.
L'ha chiamata Virginio nel primo sgomento, credendomi bisognosa d'aiuto.
CORRADO.
E che potrà fare per te?
MARIA.
Che mia madre dopo tanto abbandono mi riprenda sopra il suo petto, anche per pochi attimi, in quest'ora della mia vita, è forse un sacramento della Natura. Anch'ella è piena di passione e di conoscenza. Rinascerò da lei un'altra volta, armata e pronta, per appartenerti.
CORRADO.
Ancora una prova per te!
MARIA.
Non temere.
CORRADO.
Quando arriva?
MARIA.
Fra poco. È già tardi. Il sole tramonta. Bisogna che io vada, anima mia.
CORRADO.
Te ne vai?
Con un moto subitaneo la circonda per ritenerla.
MARIA.
Non vuoi ch'io vada?
Egli si ritrae dominandosi.
CORRADO.
Sì, devi.
MARIA.
Hai tutto risoluto?
CORRADO.
Ti rivedrò, ti rivedrò ancóra.
MARIA.
Quando?
CORRADO.
Fra due ore, a casa tua.
MARIA.
Verrai?
CORRADO.
Verrò.
MARIA.
Mia madre sarà forse ancora là.
CORRADO.
Non ho anch'io da dirle la mia parola?
MARIA.
Quale? Potrà ella fare che io sia più tua? Nulla chiedo. Ricòrdatene. Sono libera, liberamente data: non un vincolo ma un dono.
CORRADO.
Un segno.
MARIA.
Vuoi che torni io stessa?
CORRADO.
Verrò, verrò.
MARIA.
Una sola cosa promettimi.
CORRADO.
Dimmi.
MARIA.
Che mi consentirai d'accompagnarti.
CORRADO.
Dove?
MARIA.
Fino al mare, fino alla nave.
Il mento le trema e discompone le parole animose. Perdutamente egli la serra nelle sue braccia e la bacia in bocca. Disciolta ella indietreggia un poco, vacilla trascolorando, come trafitta; grida, come forsennata.
È l'addio, è l'addio! È la morte!
CORRADO.
Che hai? Maria! Maria!
MARIA.
Non m'avevi mai baciata così! È il bacio terribile a cui ho pensato sempre. Ti perdo!
CORRADO.
No, no. Non ti sbigottire. Sei allucinata. Tutto ti scrolla. Volevo che tu sentissi come son tuo, come son tuo.
MARIA.
Non m'inganni, è vero? Non m'inganni, non mi illudi per pietà di me.
CORRADO.
Ti rivedrò. Ti terrò sul mio cuore. Ti farò sicura.
MARIA.
Mi sembra di non poter passare la soglia.
CORRADO.
Va, Maria. Aspettami. E che tua madre ti sia dolce!
Ella gira intorno alle mura della stanza il suo sguardo disperato; e finalmente la constrizione è rotta, gli occhi le si riempiono di lagrime.
MARIA.
Ti ricordi?
Per soffocare l'impeto del pianto, si volge, spinge il battente dell'uscio, passa la soglia, si dilegua.
CORRADO.
Maria!
Egli fa l'atto di chiamarla e di seguirla; ma il nome gli muore nella gola, il passo gli s'arresta. Ritto in piedi, con le due mani egli si stringe le tempie come per comprimere la pulsazione insostenibile dell'interna guerra. Sussulta udendo il tonfo che fa la porta su la scala nel rinchiudersi. Si scopre la faccia, si volge intorno, si muove incertamente; poi si precipita alla finestra; curvo sul davanzale, guarda nella via. Non reggendo l'ambascia di là si toglie, grida.
Rudu! Rudu!
Il servo accorre.
Va, scendi, richiamala! Dille che torni indietro, che ho bisogno di parlarle ancóra. Va!
Pronto e muto il servo obbedisce, ma egli lo ferma su la soglia.
No, no. Lascia. Rimani.
Il silenzio è come la pausa nell'uragano. CORRADO BRANDO si appressa alla tavola su cui sono ordinate le armi; prende una carabina e la esamina. Il servo RUDU rimane in piedi, attento. Egli è di membra snello asciutto e muscoloso come quei veltri sardeschi addestrati alla _piga_ contro la bestia e l'uomo, fosco in viso come un indigeno dell'Alto Egitto, raso i neri capelli, nerissimo gli occhi sagaci tra cigli lunghi e folti, con tutti i piani faciali dalla fronte al mento ridotti su l'osso alla più semplice singolarità quali nel masso calcàrio li scolpiva l'arte egizia dell'Antico Impero.
CORRADO.
L'armaiuolo ha portato le cartucce a palla d'acciaio?
RUDU.
Sì, _su mere_.
CORRADO.
Caricate con diciotto grammi di polvere?
RUDU.
Sì, _su mere_.
CORRADO.
E quelle a palla espansiva?
RUDU.
Anche. Tutto è pronto, se vuoi partire súbito.
CORRADO.
Guarda: non è stato rimesso il pezzetto d'avorio nel mirino.
RUDU.
Perdonami, _su mere_. Ma quella è la carabina di Archèisa, e credevo che tu volessi ricordarti del libbah quando gli sparasti in bocca, quasi a corpo a corpo, dalla zeriba sfondata.
CORRADO.
Hai ragione, Maureddu. E il sole del Tropico non mi brucerà la pupilla! Hai riguardato i due Winchester? e il mio revolver Colt?
RUDU.
Non ci pensare. Tutto è fatto.
CORRADO.
Metti le cartucce nella mia cinta.
RUDU.
Di già, _su mere_?
CORRADO.
Voglio caricare tutte le armi. Sfibbia le fonde. Togli dalla custodia il Paradox.
Il Sardo nasconde la sua inquietudine con un sottile sorriso.
RUDU.
Siamo di già stasera a Sigalè, in mezzo al bosco? _Sa vida pro sa vida, sa pedde pro sa pedde!_
Si appressa alla tavola, eseguendo il comando.
CORRADO.
Ah, Rudu, non servo ma compagno, buon compagno, che darei per esserci stasera con te in un cerchio di fuochi! Ti ricordi la felicità di quella sera quando per la prima volta rimanemmo soli, con la piccola scorta, prima di giungere a Milmil, in quel mare d'erba dove pascolavano le antilopi e gli onagri? A un tratto vedemmo un leone sopra una guglia di termiti crollata, che ci guardava fiso. Era il primo. Scomparve nella macchia, avanti ch'io potessi mirarlo. Ci avvicinammo. Aveva lasciato sul posto la metà d'una gazella, che tu cuocesti al tuo modo sardo nel calore della fossa cavata in terra; e non facemmo mai cena più allegra. Te ne ricordi?
RUDU.
E come no, _su mere_?
CORRADO.
Dopo, prendesti la tua _launedda_ e sonasti un'aria della tua Planargia su le tre canne dispari; e dopo cantasti una canzone della Vega, che non pareva nata nell'agrumeto della tua isola triste ma nella stessa terra dov'eravamo distesi e dove tu l'avevi ricondotta. E gli Arabi di Massaua e gli Assaortini e i Beni-Amèr ascoltavano in cerchio immobili, come se il tuo canto non fosse straniero ma venisse dal fondo della loro infanzia. E la patria non più era dietro di noi ma davanti a noi, di là dalle alte erbe in fiamme, nella notte piena di odore leonino e di pericolo.
Apre con un colpo secco la carabina e introduce le cartucce.
Ah, frade, gran miseria! Credi tu che il piccolo fatto senza sangue possa affascinare la ragione del combattente come il segno di gesso bianco affascina il pollo steso giù? Tu sei buon giudice: sei della razza dura che usava affrettare la morte all'agonizzante soffocandolo coi guanciali dell'accabadora. Non era il tuo compare quel bandito di Dualchi che disse: «I morti li seppellisco nel mio fegato?» Tu dimmi se un sol movimento debba valere contro tutta una vita libera alzata su due talloni.
Con un colpo secco chiude la carabina, e la depone su la tavola.
RUDU.
Che vuoi ch'io ti dica, _su mere_? Non t'intendo ma vedo che stai in corruccio. Se posso toglierti la spina, comandami. Non ho spavento di nulla, per te. A Olda mi domandasti di cantare nella tortura, e t'obbedii.
CORRADO.
E un ostacolo molle arresterà colui che canta nella tortura?
RUDU.
No, _perdeu_.
CORRADO.
M'hai ricordato il giorno in cui volemmo non più essere uomini, ma qualcosa di meglio. Vincemmo i bruti e il destino.
RUDU.
Tu vinci sempre, _môti_.
«Môti», la parola che nel paese dei Galla designa il Capo di genti, ritorna in bocca al discendente degli antichi Balari.
CORRADO.
Sempre, ma nel deserto. Facemmo consiglio, prima d'affrontare il rischio cieco. Te ne rammenti? Niente acqua; ancóra qualche striscia di carne secca; le vesti lacere; rotte le suola; lasciate quasi tutte le bestie e le some nella selva di spini inestricabile; fuggita la guida; chiusa la via prescritta; dinanzi a noi il villaggio in armi; con noi due soli cuori, i nostri, e il resto carogne. «Devieremo guadando il fiume o entreremo a Olda?» Ecco la moneta coloniale romana che tu trovasti a Montarvu quando saggiavamo la vena del ferro. L'ho sempre meco.
La trae di tasca e la mostra al servo.
Allora la gittammo in aria per interrogare la sorte. La testa: deviare. L'aratro: andar diritto. Sei volte la gittammo, ostinati; sei volte venne la testa. Tu mi guardavi nelle pupille; e facesti: «Va diritto. _Tocca! a su chi escit!_»
RUDU.
Il denaio diceva una cosa e il tuo occhio un'altra, _môti_. Il tuo occhio fa legge.
CORRADO.
Andammo al supplizio! Rudu, oggi è peggio che davanti a Olda. Voglio di nuovo interrogare la sorte. Partirò? Non partirò? _Rughe o crastu_. Tieni. Tu gettala.
Gli dà la moneta romana.
Partire: la testa. Restare: l'aratro.
Il servo esita e lo scruta.
Mi guardi?
RUDU.
Che vale il giuoco, se tu vuoi quel che vuoi?
CORRADO.
Mi leggi nell'occhio?
Il servo cerca di penetrarlo a dentro, inquieto.
RUDU.
Questa volta no.
CORRADO.
Getta, dunque. Aspetta. Non sul tappeto ignobile. Prendi quella pelle di leone e stendila. Ti ricordi? L'altra volta eravamo in un sentiero d'ippopotami, che conduceva al guado, tra le canne rotte.
Il servo toglie la pelle di sul divano e la stende.
Bene, così. Getta.
Il servo non dissimula la sua ansietà. Getta in aria la moneta romana che ricade su la spoglia ferina; poi si curva; si mette quasi carpone per meglio accertare il responso.
RUDU.
L'aratro.
CORRADO.
Restare! Prova ancóra una volta.
Il servo, senza levarsi, rinnova il tratto, poi si curva.
RUDU.
L'aratro.
CORRADO.
L'ultima volta.
Il servo ripete la prova.
RUDU.
_S'aradu!_
Egli volge il capo in su, tentando di sorridere.
Allora si parte? _Tocca! a su chi escit!_
Ma il violento non gli bada, ripreso dall'agitazione oscura. Un fantasma odioso si genera dentro di lui; però la voce è pacata e lenta dopo l'intervallo.
CORRADO.
Rudu, imagina ch'io sia nel porto, già sul ponte del battello, voltato a proravia. Ecco che uno sconosciuto s'avanza e mi mette una mano su la spalla. Tu che fai?
Il servo si leva di su la pelle a poco a poco, ascoltando. A mezzo del suo levarsi, scatta colla rapidità dell'istinto; e fa il gesto primitivo della sua gente che con la pietra acuminata rompe il cranio del nemico abbattuto.
RUDU.
_Ddi pisto sa conca._
Il _môti_ aggrotta le ciglia, con un lieve fremito. Poi scrolla il capo; e s'avvicina alla finestra pel cui vano si scorge una grande nuvola di primavera, pregna di luce, sospesa nel vespro.
CORRADO.
Senti gracchiare i corvi su la Torre delle Milizie? Si posano sempre a quest'ora. Fra poco è sera. Senti il romorìo degli insetti umani? Non avendo stasera la zeriba nel deserto, bisognerebbe che io avessi una torre nell'Urbe e che io v'accendessi il mio fuoco per ardervi la mia libertà il mio orgoglio e la mia idea. Questa è una gabbia miserabile; però non c'è bisogno di bitumi per incendiarla: basta uno zolfino.
Parla come in un súbito accesso di selvaggia allegrezza. Poi rincupisce.
Rudu, non badare a quel che dico. Imagina ch'io abbia bevuto l'idromele, e che mi ritorni la smania della guerra. Da ora in poi, prima di aprire la porta, fa come nel tuo paese: guarda per lo spiraglio.
RUDU.
Hai un nemico, _môti_?
CORRADO.
Sono un nemico.
RUDU.
Fa che io t'intenda, se ti devo obbedire.
CORRADO.
Non importa.
Il fedele china il capo, e mormora tra i denti i modi del suo linguaggio.
RUDU.
_Veru est. Resones tenes._
CORRADO.
Forse converrà che io ti separi da me, buon compagno.
RUDU.
Che dici mai, _su mere? Ite diaulu ses nande?_
Il sogno parla nel violento con un accento profondo e puro.
CORRADO.
Ti duole di ritornare lassù a Santu Lussurgiu, al tuo vulcano nericcio, dove ti trovai? Sei nato dentro un cratère spento, che si ridesterà. Che fiera culla, Rudu! Non ti sta nel cuore? Fra il Logudoro e l'Arborea, tra i sepolcreti giganteschi delle più antiche stirpi, tutta chiusa in una chiostra di basalto e aperta soltanto a ostro-libeccio, al soffio dell'Africa. Sembra la figura espressiva del più maschio fato. Ti ricordi quando ascoltavamo il vento d'agosto che portava gli stormi rossi allo stagno di Cabras? Io ti dissi: «Vieni con me, _homine de abbastu_». Tralasciammo d'esplorare la miniera esausta sul Monteferru per seguire la vocazione d'oltremare. Ora va, tornatene lassù; e in ogni primavera, quando la tua tanca s'empie d'asfodeli, accendimi un fuoco di lentisco sopra un nuraghe per memoria e non mi dimenticare nei tuoi canti.
Un dolore severo annobilisce il volto dell'isolano.
RUDU.
Perché mi scacci? Che male ti feci, _su mere_?
CORRADO.
Non ti scaccio. Mi accomiato.
RUDU.
Parti, dunque.
CORRADO.
Non so per dove.
RUDU.
Né te lo domanda il tuo servo. Ovunque ti segue, e non parla.
CORRADO.
E se io dovessi morire?
RUDU.
Morire!
CORRADO.
Tanto ti stupisci? Mi conservi la fede di Olda? Ma non ho immortalità fuori del deserto, ti dico.
RUDU.
Non mi parlare _lontano_.
CORRADO.
Se parlo con te, figlio del cratère, parlo anche con la mia malinconia. Guarda i pini della Villa Aldobrandina come s'arrossano! Pensa che risentirai l'odore degli aranceti di Milis, che rivedrai le tue sorelle cucirti il gabbano d'orbace, la tua madre ammonticchiar la cinigia dentro il cerchio dei sassi, perché tu dorma su la stuoia co' piedi vòlti al focolare...
RUDU.
M'hai fatto il cuore duro, lo sai, alla stregua del Monteferru. E perché ora me lo vuoi fendere? Quando venni con te, dimenticai il focolare e la via del ritorno. E tutti i legami io li disfeci per rifarne uno solo; e tanto io lo seppi ben torcere — perdonami — che neppur tu lo puoi più rompere.
CORRADO.
Un'altra parola d'amore, un'altra ala che batte su l'orlo della voragine!
Il volto gli balena. La súbita sollevazione ha quasi l'apparenza d'un breve delirio.
O Rudu, e quale potrebbe essere il cómpito di colui che sopravvivesse al giorno santo? Tu non lo sai, né io forse lo so. Né tu cerchi d'intendere. Ma tu sei ancóra capace di cantare con una voce più ferma in un supplizio più crudo, se io te lo comando; e tutta la tua razza io la sollevo in te, con tutti i suoi eroi dormenti. Come tanta forza e tanta fede si possono disperdere prima d'andare al segno? Un muro costrutto da schiavi ciechi può distruggere l'orizzonte aperto dal veggente? Io ho ricevuto dianzi un annunzio di perpetuità. Il germe della mia virtù futura è custodito da una sfinge che m'ha svelato l'enigma. Credo che dal più remoto deserto io lo sentirò schiudersi in mezzo al mondo e volgersi verso il mio sole. O cuore fedele, ha ragione il tuo grido: io non posso morire. Le mie piaghe mortali son divenute cicatrici vivide che il sangue urta col suo battito più forte. Anche questa volta io voglio afferrare il destino alla gola e ridermi del suo responso. L'aratro! È fatto pel solco, e la prua gli somiglia. Quella moneta fu tratta da un sepolcro: il suo posto è tra i denti di un cadavere. Non la raccogliere! Ma preparati. Vedi, ho la fronte in sudore e non agonizzo. Domani il maestrale si porterà via la mia febbre. Però — l'ho detto — la mia sete io non la estinguerò se non ai pozzi di Aubàcar... Su, Rudu, all'opera. Ti darò una mano.
Inquieto e vigile il servo tende l'orecchio verso l'uscio come per cogliere un suono.
Non ti muovi! Che ascolti?
RUDU.
Qualcuno suona alla porta.
CORRADO.
Hai udito?
RUDU.
È la seconda volta.
Per istinto, la statura dell'uomo di guerra si erge. Ogni segno di smarrimento scompare. La voce riprende il suo tono metallico.
CORRADO.
Guarda chi è, poi torna.
S'addossa alla tavola delle armi, fitto lo sguardo all'uscio per ove il servo esce e rientra. Raccogliendosi l'ombra sotto la grande arcatura delle ciglia, sembra cresciuta la prominenza della fronte contratta; alla luce obliqua ogni lineamento rilevandosi, tutto il volto indurito e incrudito è come la maschera granitica della Risolutezza.
RUDU.
È il tuo amico, _su mere_.
CORRADO.
Chi?
La risposta è sommessa, accompagnata da un lieve cenno espressivo.
RUDU.
_Su frade..._
Un'indicibile onda si spande su la maschera e la spetra. Succede un attimo di esitanza. La parola è sorda.
CORRADO.
Entri.
Il servo si ritrae per introdurre il visitatore. CORRADO si distacca dalla tavola, movendo un passo.
Entra VIRGINIO VESTA; e l'uscio si riserra dietro di lui. Sembra che nel giro d'un giorno egli abbia vissuto vent'anni di vita carichi di lutto; ma una indòmita volontà di salvezza arde ne' suoi occhi gravi. Stanno l'uno di fronte all'altro i due amici e si guardano, per alcuni istanti in cui la ruota dell'intima vita gira vertiginosamente. Il palpito dei cuori, al primo parlare, fiacca la voce nelle gole aride. Quegli che primo parla ha la parola quasi sparente, come per lo sforzo di toglierle ogni qualità corporale affinché meno pesi, meno offenda.
CORRADO.