Part 7
No, non gli credere. Non è vero. Tu non lo conosci. Era in una di quelle sue ore torbide, quando il fermento della sua forza lo rende quasi folle...
VIRGINIO.
Ah, povera, povera! T'illudi. Nessuna follìa è più lucida della sua. «Nulla è vero; tutto è permesso.» Passerà sopra te, sopra me, sopra tutti. Siamo un ingombro che non vale una balla di carne secca caricata sopra un cammello.
MARIA.
Tu l'offendi, tu lo sfiguri, lo abbassi; ed era il tuo amico più caro...
Ella si solleva, intrepida. Un'energia quasi aspra pulsa nel suo accento.
VIRGINIO.
Se tu sapessi quel che ho veduto a un tratto apparire, dianzi, nel suo vólto convulso!
MARIA.
Che hai veduto? Tu tremi di rancore; tu non puoi più essere giusto per lui; già nelle parole tu ti vendichi, tu cerchi di colpirlo... Dimmi che io me ne vada, scacciami di qui; ma non mi costringere a udire quel che non voglio udire... Tu t'inganni; il rancore ti fa velo. Anche la sua mano è sicura, è una mano di buon compagno: io l'ho sentita. E sono certa che, finché sarà necessario, egli resterà col mio amore...
VIRGINIO.
Oh, povera!
MARIA.
Sì, sì, Virginio; quando saprà...
Ella s'arresta; e il suo pallore s'illividisce sotto un gran brivido repentino che sale dalle viscere profonde.
VIRGINIO.
Quando saprà?
MARIA.
... che già porto un'altra vita.
FINE DEL PRIMO EPISODIO.
INTERMEZZO.
Ove debbo ancóra salire? _Laus Vitæ_, XIX.
MOTIVI PER UN INTERMEZZO SINFONICO.
_O Bellezza, chi si leva nel vento della tua grande ala come la fiamma pugnace che balza sotto il flagello della tempesta, e dietro te come l'allodola canta sul mondo?_
_Qual novo figlio dell'antica Terra, ancóra annodato nella doglia del grembo, trasale al messaggio della stella mattutina? E la sua vista nel suo capo suggellato è come il gèrmine bianco che traversa a poco a poco la gleba penosa per gioire nei chiarori del mondo._
_Qual nova custode fu veduta sedere innanzi allo stipite della Nera Porta? E aveva il destro ginocchio sul manco e le dita delle mani insieme come pèttini congiunti tra loro, con una profonda sorgente di sangue in mezzo al suo petto; e assisa pareva dormisse, ma era in ascolto, ma udiva il silenzio dei fiumi ch'escon fuori del Buio con antichi tremori del mondo._
_Porta della Resurrezione, e chi mai giace su la tua soglia non consunta da piede frequente, chi mai sta dinanzi alle valve indicibili steso nella sua chioma apollinea e nella sua disperanza? Quegli che ha perduto Euridice._
_La grande sua lira lunata gli tace da presso né egli la tocca; ma veglia e non spera, ma sogna e non dorme. Né, se oda il suon lieve e tremendo del passo che si rincarna, ei più si volge; ché dallo sguardo perduta fu la sua donna, dallo sguardo perduta Euridice._
_Chi viene alla soglia? Chi mai dischiude le valve indicibili della Candida Porta? Non fece stridore volgendosi il càrdine; ma l'albore fluì su la chioma profusa, brillò nelle corde ancor tese. E il passo dell'Ombra, che non inclinò l'avernale asfodelo né l'anemone stigio, più s'umana come più s'avvicina. Ecco suona, ecco pesa come il piede vivente su cui grava grande tesoro. Chi riprende il cammino terrestre? Non Euridice._
_Uno strale d'amore trapassa l'infinito dell'Ade; e tutti i pallidi prati e le tarde fiumane e gli stagni obliosi ne tremano; e il solco di luce perdura. Forse è la fùnebre Alcesti?_
_È forse la figlia di Pelia che torna agli atrii regali, al talamo eburno, ai floridi figli? È colei che sospinse alla Notte l'anima sua bella d'un amore più bello che ogni altro amore mortale, e dietro l'esule impavida gittò il fiore di sua giovinezza tremante? È Alcesti, è Alcesti._
_Reca ella il fuoco bianco nel cavo della sua mano fedele, e cammina col volto velato. Alcuno iddio non la conduce, alcuno eroe liberatore non l'accompagna nel santo ritorno; ma ella fa lume al suo passo col fuoco nella mano protesa. Ed ecco varca la soglia, urta col piè la lira abbattuta. «O Amore, sàlvaci!» Il grido melodioso trapassa l'infinito dell'Ade, tocca il cuore dell'Alba nascente. Ma non è la voce d'Alcesti._
IL SECONDO EPISODIO.
Appare una stanza tutta parata di tela grezza da tende, nella casa di CORRADO BRANDO posta tra il muro di Servio e il Foro Traiano. Su le pareti sono sospesi in trofei — dattorno a cranii di elefanti e di antilopi — gli utensili e le armi delle tribù nere sparse lungo le fiumane misteriose, dalla valle del Uèbi al Gouràr Ganàna: i grandi coltelli dei Sidàma adunchi, le lance dei Bòran con la cuspide a foglia di lauro, le targhe dei Gurra in cuoio di giraffa inciso, gli archi dei Gubahin a triplice curvatura, le faretre piene di giavellotti a testa mobile, i lacci di banano per catturare le fiere, le trombe foggiate con le corna dell'orige, i campani di conchiglia pei capretti, di legno pei cammelli; e gli appoggiatoi che su la mezza lunetta sostennero le nuche oleose dei guerrieri giacenti; e le ghirbe di palma che contennero l'acqua terrigna dei pozzi di Errer; e le sferze, tagliate nella pelle dell'ippopotamo, che fecero sanguinare le schiene dei mercenarii malfidi.
Un uscio chiuso è nella parete di faccia; una finestra a manca. Sopra un divano basso è distesa una pelle di leone, e vi s'accumulano a guisa di cuscini i sacchi di Bululta, tessuti di fibre vegetali a disegni neri e gialli. Sopra una tavola coperta d'una stuoia di Lugh sono disposte le carabine da caccia grossa nelle loro custodie, le rivoltelle di gran calibro nelle loro fonde, le tasche e le cintole da cartucce — bocche di fuoco infallibili e munizioni eccellenti — tutta la batteria già sperimentata nel cammino da Bèrbera a Bardèra, ora riforbita e pronta. In mezzo alla stanza, posata sul tappeto presso un piccolo mucchio di libri, è una robusta cassa cerchiata di ferro, con maniglie di corda; che serba i segni dei carichi e degli scarichi: quante volte agganciata dal paranco, calcata nella stiva, ballottata dal rullìo, tratta su per la boccaporta brutale, gittata a sfascio su la banchina abbagliante, legata con le strambe sopra la bestia da soma, portata attraverso l'ardore delle terre incognite, deposta e ripresa d'accampamento in accampamento, rimessa nella via del ritorno con l'impronta dell'avventura lontana, con l'odore indefinibile del Sud.
MARIA VESTA è in piedi, col cappello in testa, col velo ancora abbassato sul volto, venuta di fuori, entrata là da pochi attimi. Tenendo nella mano una lettera dissigillata, ella parla a CORRADO BRANDO che sta dinanzi a lei, presso la tavola delle armi. Parla da prima irresoluta, timida, con dolcezza sommessa, dominando appena l'orribile tremore della sua passione. Egli non l'affisa.
MARIA.
Non ho compreso... Amico mio, amico mio caro, perdonatemi! Non son venuta per piangere e per lamentarmi, no... Ma, veramente, non ho saputo, non ho potuto comprendere nessuna delle parole scritte qui... Scritte da voi? dalla vostra mano? Prima degli occhi, non l'ha creduto il mio cuore, e gli occhi neppure l'hanno voluto credere... Perché l'avreste voi fatto potendo parlarmi? O amico mio dolce, forse perché qualche volta non v'ho dato ascolto e non mi son lasciata subito persuadere? Quando? Ditemelo voi, ché io non ho memoria di questa colpa. Se parlate, tutto crederò, tutto eseguirò, come sempre. Però le parole qui scritte non so che vogliano dire... Bisogna che ogni cosa io sappia dalla voce cara... Questa lettera la poso qui. È come se il suggello fosse ancora intatto...
Ella s'interrompe, a quando a quando, come per attendere ch'egli dica una parola, ch'egli faccia un gesto di ammenda.
Ma tu non hai gridato che non è tua, e allora...
Ella reprime lo scoppio del cruccio; e la sua voce lacerante si raumilia.
Allora, prima di posarla su quest'altre tue armi, io la bacio. Così.
Bacia la lettera e la posa sul calcio d'una carabina.
Sono pronta. Parla. Bisogna vivere? bisogna morire? Eccomi.
Ella alza il suo velo, come si solleva una benda di su una piaga irritata. Quando egli la guarda, qualcosa di lei si scompone e fluttua entro la fermezza dei lineamenti.
CORRADO.
Bisogna esser forti, Maria. Ho scritto perché ho temuto di non aver la forza di dire...
MARIA.
Vuoi ch'io sia forte? Sarò più forte del mondo e del destino, se tu esprimi questo voto pel mio amore. Ma non temere per te. Che tremenda forza è la tua se hai potuto fare quel che hai fatto!
CORRADO.
Obbedisco alla mia necessità, a quella che non ti fu mai nascosta.
MARIA.
Sì, è vero. E non t'ho amato e non ti amo anche per quella? Sono io che ti appartengo: tu non mi appartieni. È questo il patto. Lo so. Lo accetto. Ma è male che tu mi disconosca.
CORRADO.
Ti disconosco?
MARIA.
Al tempo più felice il mio cuore quanta pena ebbe nel sentirsi divenire più grande: l'ansietà di crescere secondo il tuo desiderio! Ogni giorno dicevo: «V'è una maniera migliore di appartenergli? La troverò». Quando la tua febbre di terra lontana più faceva paura alla mia tenerezza, dicevo: «V'è una maniera d'amare per cui la separazione non sia lo strazio e la morte? La troverò». Ho scosso ogni giorno la mia vita dalle radici alla cima per darti ogni giorno qualche cosa di più, qualche cosa di meglio. E tu mi dai questo commiato umiliante!
CORRADO.
Maria, Maria, a tutto resisto ma non alla tua voce, non al tuo pianto.
MARIA.
Non piango.
CORRADO.
Non resisto al tuo dolore, a quel che ti trema nel viso, alla tua bocca che non posso guardare senza che la mia volontà si disfaccia. Bisogna ch'io vada. Questa volta non è soltanto la mia furia che m'incalza ma una necessità ancóra più inesorabile, perché ho bruciato dietro di me tutti i ponti, e l'ora di quella mia vita che tu conosci s'è arrestata, e il tempo che passa non è se non un rombo spaventoso sul mio capo, e l'ora del rivivere non so se scoccherà. Ma se tu ti aggrappi a me, se tu mi leghi le braccia...
MARIA.
No, no, non mi aggrappo, non mi getto attraverso il tuo passo, non ti chiudo la via... Guardami. Tremo, non di pianto soffocato ma dell'onta che tu mi fai. Ah, che cosa mortale è questa: che nessuna forza d'amore valga a riscattarci dal sospetto e dal dispregio dell'uomo, e che sempre quel che fu ebrezza o martirio debba alla fine apparire ingombro e perdizione! Ho veduto nei tuoi occhi il lampo della difesa disperata...
CORRADO.
No. T'inganni.
MARIA.
M'hai detto in che modo si scagli all'assalto la leonessa quando il primo colpo è fallito. Tu avevi dietro di te il tuo servo Rudu che ti stendeva la carabina carica pel secondo colpo, e la freddavi. Così anche sai come l'amante minacciata si conduca per prendere e tenere. La lotta dei cuori è cruda come la caccia grossa. Tu mi avevi colpito con quella lettera che è là su l'arma; ed ecco io mi ritrovo in piedi davanti a te! Ah, Corrado, quando hai alzato lo sguardo ho veduto qualche cosa di cauto, di risoluto e d'inflessibile nel tuo occhio come dietro il taglio della mira. Hai pensato: «Bisogna colpire un'altra volta, e senza fallo, per passar oltre».
CORRADO.
Taci, taci! Sei folle.
MARIA.
Folle, ma diversa. Ferita, ma non per assalire. Ti parlo d'amore perché il meglio non ti fu detto. Prima d'oggi non ho potuto mettere tutto il mio amore nella mia voce, tutta la mia vita sotto le tue calcagna. Oggi sono più che l'amante, sono quale mi vuoi. La prima volta che ti vidi, non fui veduta da te. Eri assorto, e io scopersi nel tuo viso una solitudine e una lontananza indimenticabili. Solo e lontano ti amai fin da quel primo momento. Tu avevi assuefatto te stesso e i tuoi uomini alla fame e alla sete: così il mio cuore alla minaccia. Non una sera ho mancato di provare la mia felicità contro la certezza del dolore che tu non mancavi di promettermi prossimo. Alla fine delle mie giornate più dolci ho detto a me stessa: «Prepàrati». Tu mi baci più forte quando mi dici addio che quando mi accogli. Ogni volta ho pensato: «Come mi bacerà forte quando egli dovrà partire o quando io dovrò morire!» Ah, che coraggioso amore è quello che non ha da sperare se non un tal bacio e non se ne dimentica! Avrei potuto essere più pronta? Ero alfine degna che tu mi dicessi guardandomi nelle pupille: «L'ora è venuta». Avrei fatto del mio dolore la mia gloria accompagnandoti fino sul molo col passo fermo, col viso asciutto. E tu — perdonami, perdonami, ma lascia gridare l'anima mia per una sola volta! — tu, quasi a tradimento, mi metti nell'ala il tuo piombo. Non vedi in me se non la massa pesante che ha due braccia per aggrapparsi...
Egli muove un passo verso di lei come per impedirle di proseguire, convulso.
CORRADO.
Maria! Maria!
MARIA.
Mi congedi con una lettera frettolosa e oscura; sembra che tu fugga...
Egli si fa orribilmente smorto; e l'irrompere dell'emozione contenuta gli scrolla tutta la persona.
CORRADO.
Che hai detto? Sembra che io fugga!
Uno sgomento cieco assale la donna dinanzi a quel pallore. Ella tende le mani perdutamente. Il fiotto delle parole precipitose l'affoga.
MARIA.
No, no, Corrado! Non so quel che ho detto. Sono pazza, sono vile. Fa di me quel che vuoi. Quella lettera io l'ho baciata. È tua, è santa.
Il lampo della violenza constretta passa nell'occhio torvo dell'uomo; e il sarcasmo rattenuto gli contrae le labbra.
CORRADO.
No. Sei tu che hai ragione. È vero: sembra che io fugga. Ho troppa fretta. Ho qualche bruttura, ho qualche macchia da lavare nel mare? Di un'infamia debbo io fare una gloria, forse? Ne sai tu niente?
MARIA.
Non mi parlare così! T'ho fatto male. Non mi punire. Ti chiedo perdóno. Eccomi umile come quando sono entrata. Voglio soltanto servirti, aiutare il tuo servo. Tutto è pronto? Non c'è qualche cosa da fare per me? Questa cassa non è ancor chiusa, questi libri...
Volenterosa, ella si china verso il mucchio dei libri per mettersi all'opera. L'uomo ha qualche attimo di concentrazione muta in cui riprende il dominio di sé, considera e delibera. La sua voce, ridivenuta ferma, perde ogni asprezza.
CORRADO.
Lascia. Non ti affaticare, non ti far violenza. Alzati. Ho tempo.
MARIA.
Oh, consentimi almeno questo: che i tuoi libri sieno messi da me, che io li tocchi a uno a uno e che tu te ne ricordi quando li riaprirai... I fatti d'Alessandro Magno, Dante, Erodoto, l'Odissea, Rime e lettere di Michelangelo...
China, per dissimulare l'ambascia, ella prende i volumi leggendo a voce bassa i titoli sui dorsi.
CORRADO.
Lascia, Maria. Alzati. Ho tempo. Vieni accanto a me.
Egli si china verso di lei e le prende uno dei polsi per sollevarla. Ella lascia i libri, si volge, afferra la mano del suo amico e vi preme le labbra appassionatamente. Si alza in piedi.
MARIA.
Ah, perché ora sei così dolce?
Ella lo guarda in volto; e di sùbito rompe in un pianto irrefrenabile.
CORRADO.
Maria!
Il pianto s'arresta come un getto interciso. Un indefinito orrore si genera nella pausa.
MARIA.
Che hai fatto?
CORRADO.
Che mi domandi? Perché?
MARIA.
Non ho mai veduto tanta tristezza in un volto d'uomo. Ah, non t'ho mai veduto così! Sei disceso in un abisso e sei risalito. Un pensiero t'è passato sopra e t'ha devastato. Quale? Sento, e non comprendo. Parlami!
CORRADO.
Non ti tormentare, piccola anima mia. Ora scaccio l'allucinazione dai tuoi occhi stanchi.
Egli l'attira e le sfiora le pàlpebre con le labbra che tentano di sorridere.
MARIA.
Se tu mi chiudi le pàlpebre, veggo più a fondo.
CORRADO.
Che vedi?
MARIA.
Comincia da ieri.
CORRADO.
Che cosa?
Ella è contro il petto di lui; e gli parla con un'ansia misteriosa, nel cerchio del respiro.
MARIA.
Quando rientrai era la primavera. Portavo meco le violette e la pioggia di marzo e — non so perché — un palpito insostenibile. E là nella stanza, davanti a te e a mio fratello, mentre ti accomiatavi, sentii d'un tratto il giorno distaccarsi e cadere come un masso pesante che si sprofonda e non si troverà più. Tutti i giorni cadono, lo so: ma quello... in un altro modo. E tu e mio fratello mi sembraste, non so, come più vecchi. Pareva venuto non so che autunno di sotterra. E, quando ti stesi quel mazzo di violette, intravidi la tua mano che lo prendeva ma non te che eri già passato dalla parte della notte, dietro la porta... E, perché mio fratello mi parlava del sole su l'Aventino, non potei non piangere.
Egli la serra contro di sé nell'interrogarla, agitato.
CORRADO.
Piangesti? E che ti disse tuo fratello allora?
Ella appoggia la tempia sul petto di lui.
Non rispondi?
Ella parla anelatamente.
MARIA.
Ascolto il tuo cuore. Batte più forte.
CORRADO.
Che ti disse?
MARIA.
Il mio fratello non è anche il tuo?
CORRADO.
Sì, Maria.
MARIA.
Non gli sei caro sopra tutti?
CORRADO.
Egli mi è caro.
MARIA.
Dall'infanzia lontana, nella vita e nel sogno, l'uno per l'altro, l'uno degno dell'altro. È vero?
CORRADO.
Ebbene?
MARIA.
Non gli è dovuta la verità?
CORRADO.
Glie l'hai detta?
Ella nasconde la faccia nel petto di lui.
MARIA.
Sì.
CORRADO.
Tutta?
MARIA.
Tutta.
Ella sente nell'uomo il movimento istintivo del distacco.
No, non mi respingere!
CORRADO.
Non ti respingo.
MARIA.
Ho sentito passare in te un'onda di repulsa. Ancóra diffidi!
CORRADO.
No, Maria.
MARIA.
Non mi umiliare ancóra! Non credere che io mi abbandoni su te per pesarti e per opprimerti! Ho parlato perché non potevo più vivere nella menzogna; ho parlato da cuore libero a cuore libero, senza abbassare la fronte, non per chiedere soccorso o consiglio ma per preparare al mio amore una solitudine più grande, ma per offrire a te il sacrificio più alto, per sacrificarti il mio focolare. Mi comprendi tu? E, a un tratto, dov'era la maschera della colpa ho veduto apparire il viso dell'innocenza. Tutto diviene facile; tutto è necessità e miracolo. Sono ora con te ai limiti del Deserto; e le cose remote della mia vita sono polvere e cenere per mezzo a cui ho camminato perdutamente prima di giungere a te. Il mio spirito può abitare la tua tenda. Il mio coraggio può fissare le tue nuove stelle. Mi riconosco della tua razza. Posso, come te, cantare nei supplizii. Tutto posso compiere, se tu me lo chiedi, fuorché questo: ch'io ti ami meglio, ché meglio non so.
Ardentemente egli la serra fra le sue braccia, preso da una sùbita ebrezza.
CORRADO.
Ah mia mia mia, troppo tardi conosciuta, troppo tardi amata! Da che profondità è salito alla tua bocca questo canto? T'inseguivo nelle tue musiche quale ora mi ti mostri. Ho ascoltato con angoscia tutte le tue melodie per attendere che quest'una venisse. E ch'io abbia potuto udirla in questo punto, è forse l'ultimo dono del Destino. Credevo che non avrei più udito omai se non l'orribile rombo. Ma una tale tregua si concede soltanto a colui che parte pel viaggio senza ritorno.
Più e più ella si serra contro di lui.
MARIA.
Amore, amor mio solo, perché parli di morte nella vittoria?
CORRADO.
Non so, cara, non so se io sia più vicino alla morte o alla vittoria. Ma certo sento sopra di me l'ombra di un'ala; e, qualunque sia, basta alla mia ebrezza. Avevo sempre davanti agli occhi l'immensa duna oceanica e mi sembrava di leggere nelle corrosioni spaventose, chiara come in una lapide incisa, la mia profezia eroica. Ed ecco, è scomparsa. Tu sei forse la mia ultima terra lontana. Ho camminato dentro di te con una rapidità senza respiro, di vertice in vertice. Come potrà il mio piede andar più lungi della mia anima? Maria, Maria, tu sola comprendi. Tu sai che, se cerco la via ignota, la cerco per svelare me a me stesso. Superare il pericolo non mi vale se non a superar me stesso. I più grandi spazii io li percorro nell'invisibile, dentro di me. Toccare la sorgente o la foce segreta d'un fiume non mi vale se quella gioia non illumina nel mio spirito una cima più alta. Ora tu mi dài da respirare l'aria ch'io cerco. Tu acceleri il battito della mia vita come quel gran vento che amo, pieno di sabbia sollevata e di schiuma in lembi. Mi esalto in te come quando la volontà vinceva il dolore della carne bruta e faceva indietreggiare la morte. Tu susciti dal mio destino ancora un baleno, forse il più bello. Mi mostri in te l'altezza a cui ero nato, mentre il tuo stesso presentimento m'affonda nella notte...
Più e più ella gli si serra contro il petto come per dissolverglisi nel cuore.
MARIA.
No, no, non era un presentimento; era un'ombra passeggera, una malinconia del tramonto, il malessere della stanchezza... Chi può abbattere la tua forza? La folgore soltanto. Di qual dio? A te, vivere e vincere; a me, vivere e attendere. Conserverò il mio amore fuor d'ogni vista, dove il suo battito non potrà essere udito. Se tu tornassi dopo anni e anni, dal fondo del più lontano mistero, mi ritroveresti quale mi lasci. Mi sembra che l'immobilità dell'anima nel fuoco di una sola attesa debba quasi arrestare il tempo, abolire il decadimento, serbare immutato anche il volto per il sorriso futuro. Sì, mi ritroveresti bella, forse più bella... Non vuoi ch'io viva?
CORRADO.
Maria, Maria, chi ti dà questa voce? Chi parla in te? La tua vita trabocca. La morte è una, le sorti son mille.
MARIA.
L'ho guardata, la morte. Lo vuoi sapere?
Come il divano è da presso ella vi si abbandona e CORRADO con lei, senza separarsi.
Stanotte ero distesa nel mio letto, supina. Non avevo mai patito in quel modo il peso del mio corpo; né mai sentito d'essere una cosa, una povera cosa, che non serve più a nulla se quell'uno a cui fu data la lasci cadere o la dimentichi... Ah, se potessi farti comprendere! Ero tua non so in che maniera bruta, con tutte le ossa, con tutto il sangue, con tutto quel peso orrendo; e m'era rimasta una piccola piccola anima come un filo d'acqua sotto un macigno. E quell'anima a ogni tratto ripeteva una parola cieca, una parola che non era neppur sua ma di una povera donna veduta passare in un giorno di mercato per una piazza piena di gente, che diceva: «Perché? perché?» Camminava singhiozzando, con la faccia quasi sommersa nel pianto (la rivedo); e non conosceva nessuno; e la gente s'ammutoliva e la lasciava passare; ed ella ripeteva: «Perché?»; e nessuno poteva risponderle né trattenerla... Come avevo io ritrovato in me quell'accento di dolore senza ragione e senza conforto? Non so. Per soffrir meno, pensavo: «Ecco, sono distesa per lui e non mi alzerò più. Ma che positura mi darebbe egli se dovesse compormi per sempre?» E facevo il gesto del tuo sonno: mettevo le braccia sotto la testa come quando tu t'addormentavi laggiù su la nuda terra. E rimanevo così, ma non cessavo di soffrire. E pensavo: «Ma questo dolore con cui egli mi penetra, che fa parte delle mie ossa, che è la mia midolla, non mi congiunge a lui, inseparabilmente?» E sollevavo la mano contro la fiammella della lampada, e cercavo di scoprirlo a traverso la palma rossa e trasparente... Ah, perché ti racconto queste cose puerili? Voglio che tu sappia da qual notte è nata l'alba di questo giorno. M'ascolti?
CORRADO.
T'ascolto. Parla. Dimmi tutto.
MARIA.