Più che l'amore: Tragedia moderna Preceduta da un discorso e accresciuta d'un preludio d'un intermezzo e d'un esodio.

Part 6

Chapter 63,649 wordsPublic domain

Sgomento egli è come davanti all'apparizione di una creatura sconosciuta; e, quasi per trattenerla, quasi per convincersi che quella è una realità immediata, pronunzia le parole sorde.

VIRGINIO.

Parte.

MARIA.

Per dove?

VIRGINIO.

Per laggiù, per il suo destino.

MARIA.

Quando?

VIRGINIO.

Senza indugio.

Forsennata, ella si torce, ella urla il suo spavento.

MARIA.

Non è vero, non può esser vero. L'hai detto per provarmi, l'hai detto per sapere. Vuoi sapere se io l'ami? vuoi che te lo gridi? Sì, guardami come sono. Ho pietà di te, ho pietà di me. Ma l'amo, l'amo con tutte le forze dell'anima e del sangue, da vicino, da lontano, nella vita, nella morte, sopra tutto, di là da tutto... Guardami come sono. Dimmi che non è vero, ora che sai. Rendimi il cuore. Aiutami.

Non altrimenti la vittima, legata all'ordegno della tortura, denuda tutta l'anima sua purché il carnefice arresti il supplizio.

VIRGINIO.

Sì, sì, quello che vuoi... Può non esser vero... Non sarà vero... Glielo domanderai tu stessa. Ti risponderà. Lo rivedrai fra poco, gli parlerai... Non è, non dev'essere.

Anch'egli, purché cessi lo spettacolo intollerabile di quel patimento, è pronto a qualunque parola, a qualunque atto. MARIA si lascia cadere su la sedia.

MARIA.

Perdonami, povero caro!

VIRGINIO.

Maria, Maria, non aver pena per me e non mi risparmiare. Vedi: resto in piedi, sono pronto. Dobbiamo affrontare il peggior dolore un'altra volta? Eccomi, sono qui. Non dimentico che t'ho riconosciuta a un letto di morte.

La sorella rabbrividisce e sobbalza.

MARIA.

La morte è di nuovo con noi? Ho avuto un gran brivido. Tu l'hai nominata.

VIRGINIO.

Ma che pazzia è la nostra? Che è quest'orrore che ci prende? di che? Su, vieni alla finestra. C'è ancóra il sole. Perché siamo così? Perché è entrata nella casa la benedizione della vita! Tu ami, tu fiorisci. Ti vedrò fiorire. Sei forte e intatta. Hai una piccola costellazione di ferro nell'iride: io te l'ho scoperta. Puoi essere la compagna di un eroe. Bene t'ho serbata al più degno.

MARIA ha sollevato verso di lui il suo volto fatto più chiaro, bevendo avidamente il conforto inatteso.

MARIA.

Oh, la buona voce! T'è risalita dal cuore a un tratto. Credevo, dianzi, che non l'avrei udita mai più. Ne avevi già una diversa.

VIRGINIO.

Vieni alla finestra. Il sole s'indugia per te. Guarda.

MARIA.

E forse... forse l'ho udita or ora per l'ultima volta.

VIRGINIO.

Il delirio ti torna?

Di nuovo il volto di lei sembra disfarsi, velarsi d'un'ombra violacea.

MARIA.

L'ho ricevuta in fondo in fondo all'anima per tenerla viva dentro di me sino alla fine, per ricordarmi che visse una Maria a cui tu parlavi così.

VIRGINIO.

Tu deliri.

MARIA.

Perdonami, perdonami. È duro seppellire sé stessa con le proprie mani nel cuore fraterno. E io non t'ho detto tutto e non posso più nasconderti nulla.

VIRGINIO.

Una cosa non m'hai detto, la sola che voglio ancóra sapere. Dimmi: ti ama?

Ella sembra smarrirsi, e volge intorno gli occhi ingranditi. Rapidamente prorompe.

MARIA.

Sì, sì, mi ama... Non lo sai? non l'indovini? Non te ne sei accorto? Dimmi!

Dietro la porta del fondo s'ode la voce dell'amico sopravvegnente.

LA VOCE DI MARCO DÀLIO.

Virginio! Virginio, si può entrare?

MARIA si alza e si ricompone. VIRGINIO la guarda, le prende una mano e la stringe nella sua con un gesto di riscossa; poi va verso la porta e apre.

VIRGINIO.

Entra, entra, Marco.

Entrano l'architetto MARCO DÀLIO e il medico GIOVANNI CONTI.

Oh anche tu, Giovanni?

MARCO DÀLIO.

Siamo saliti per un momento. Hai ancóra da lavorare?

VIRGINIO.

No, non lavoro più.

GIOVANNI CONTI.

Come state, Maria?

MARIA.

Non bene, dottore, veramente.

GIOVANNI.

Mani fredde. Non avete la vostra solita buona cera.

MARIA.

Forse oggi mi sono stancata un poco troppo.

MARCO.

È venuta a piedi da San Silvestro! Me la son vista apparire in Cosmedin, di corsa, sotto l'acquazzone, carica di violette.

GIOVANNI.

Che buon odore, dopo quello dell'Ospizio!

MARIA.

Ora penso che ho ancóra addosso gli abiti umidi.

MARCO.

No, non prendete súbito la fuga!

GIOVANNI.

Ma che è questa nuova manìa di camminare, di camminare tutto il giorno?

MARIA.

Non è nuova. Domandate a mio fratello. Ad Anzio, facevamo miglia e miglia.

GIOVANNI.

Non sul lastrico.

MARIA.

È vero!

MARCO.

Virginio, ti ha raccontato le mie meraviglie?

VIRGINIO.

Sì. Ti vedo raggiante.

MARCO.

Ora so che la chiesa di papa Callisto era tutta coperta di pitture: una vera _biblia pauperum_. E dimostrerò l'esistenza d'una scuola romana nel secolo duodecimo.

MARIA.

Io vi domando perdono. Comincio a sentirmi addosso un poco di freddo. Vado, ma torno.

GIOVANNI.

Veramente?

MARIA.

Sì, fra qualche minuto.

MARCO.

Non ci tratteniamo che poco. È tardi.

GIOVANNI.

Ho una cosa per voi.

MARIA.

Che cosa?

GIOVANNI.

Il libretto di Suor Cecilia.

MARIA.

Datemelo.

GIOVANNI.

Ve lo do, se tornate.

Ella sorride un poco, e fa un gesto di commiato breve.

MARIA.

Sì, torno. Prometto.

Ella prende di su la tavola il suo cappello, i suoi guanti, ed esce per la porta sinistra. I tre uomini la seguono con gli occhi intenti.

MARCO.

Che strano potere patetico ha su chi la conosce! Come comprendo, Virginio, la tua perpetua sollecitudine! A vedere quella sua bellezza fatta di sensibilità e d'attenzione, si pensa sempre con timore che qualcosa o qualcuno potrebbe farle male. Siamo i tuoi rivali in fraternità gelosa.

GIOVANNI.

Che ha? Perché è tanto giù?

VIRGINIO.

Da Perugia notizie tristi. Il pensiero della madre la tormenta di nuovo. Soffre di saperla infelice. Vorrebbe aiutarla. La sente estranea.

GIOVANNI.

Ah, non è sempre il nostro stesso sangue che più s'invelenisce contro di noi e più ci strugge? La peggiore delle fatalità corporali è quella che ci lega ai consanguinei.

MARCO.

È vero. Io lavoro tutto il giorno a far rivivere le pietre morte, il dottor serafico passa ore e ore là nell'Ospizio a curare i mali incurabili della vecchiezza; e qual è il sentimento che ci spinge a salire le tue scale ogni sera, dopo la bisogna? Il desiderio di riscaldare l'anima a un focolare amico che ci consoli di quello, ostile, che è il nostro, che è laggiù in una casa odiosa ove noi già così stanchi saremo caricati d'un peso intollerabile. Forse qualche volta qui siamo importuni. Ma questa è una sosta quasi pia per illudere il cuore che teme una mano rude e si raccomanda. Qui — tu lo sai e ce lo consenti — qui ci sembra di ritrovare la compiuta sorella; ci leghiamo ogni giorno più a te per avere il diritto di amarla e per amarla sempre meglio. Riprendiamo fiato, respiriamo in un'illusione di santità familiare che altrove non ci è concessa. Più tardi, laggiù, qualcuno raccoglierà con rabbia una manata di cenere maligna e ce la scaglierà negli occhi.

VIRGINIO.

Amico mio, la tua bontà stasera è vigilante. C'è nelle tue parole quasi il senso d'una preghiera rivolta a placare l'Ignoto che forse in quell'angolo si arma.

Un intervallo di silenzio. Ciascuno dei tre amici è fisso al suo pensiero. Si approssima il vespro. La luce diminuisce nella stanza.

MARCO.

Ho incontrato Corrado Brando per la Salara. Usciva di qui?

VIRGINIO.

Sì.

MARCO.

Non m'ha veduto. Aveva lo sguardo in dentro. Camminava a gran passi, per dare aria alla sua febbre; e pareva che dovesse sfavillare nel vento. Non ho neppur pensato a fermarlo o a chiamarlo. Soltanto ho pensato: «Chi lo fermerà?» E poi m'è venuta nella mente quella risposta che potrebbe anche esser sua: «Dove corri? — Inseguo il dio del quale io sono l'ombra».

VIRGINIO.

È malato d'una manìa sacra.

MARCO.

Poco più in su, ho scoperto in mezzo al Tevere il burchiello che traghettava il dottor serafico dall'Ospizio di San Michele al Rifugio dell'altra riva. Confesso che queste due apparizioni istantanee della vita mi hanno fatto dimenticare l'_opus quadratum_ del tempio di Cerere. Quel tuo Caronte trasteverino, caro Giovanni, non imagina qual valore ideale abbia la moneta di dieci centesimi che tu gli dai ogni sera in guisa di obolo per «trapassare».

Il dottore era assorto con la fronte poggiata alla mano. Quando parla, sembra risvegliarsi.

GIOVANNI.

Strano quel vecchio Pàtrica!

MARCO.

Si chiama Pàtrica?

GIOVANNI.

Così lo chiamano in Trastevere, ma forse non ha nome come non ha età. Dice che è nato alla Lungaretta, ma in certe albe nebbiose io l'ho visto alla mia chiamata rotolar giù dalla ripa come un pezzo di terra che frani e formarsi poi nella franatura informe col suo soffio e col suo borbottìo umano. Era una cosa notturna, una massa di belletta, un po' di pattume molliccio, un rifiuto del fiume; che s'animava a un tratto e metteva fuori due ossa articolate per afferrare il canapo della chiatta fràcida. L'hai tu guardato bene? Non ha vólto: è come una maschera corrosa dal fiume che per secoli le passa sopra. Anche gli occhi son lógori: devono aver veduto fondare il pilone del Ponte Emilio, fabbricare la bocca della Cloaca Massima. Quanta carne miserabile ha traghettato, con lo stesso gesto, per lo stesso prezzo! Oggi me verso il rifugio, un mio compagno di pena verso il carcere...

MARCO.

Chi?

GIOVANNI.

Simone Sutri, il chirurgo. Anch'egli era un cliente di Caronte.

MARCO.

Ebbene?

GIOVANNI.

Oggi, poco dopo mezzogiorno, è stato arrestato mentre poneva il piede a terra.

MARCO.

Perché?

GIOVANNI.

È accusato d'aver ucciso suo zio Paolo, quel Sutri mercante di campagna usuraio e biscazziere, che l'altra mattina fu trovato morto nella casa di via Gregoriana...

VIRGINIO, ch'era pensoso e fisso, sussulta lievemente e alza il capo.

MARCO.

Ah, sì, l'avevo conosciuto anch'io pur troppo, in altri tempi.

GIOVANNI.

Com'era cardiaco, si credeva da prima trattarsi d'una disgrazia; ma poi alcune tracce di violenza sul corpo e l'accertamento del furto hanno rivelato l'assassinio, compiuto con mano esperta.

VIRGINIO si alza, pallidissimo; e, come spinto dall'orgasmo, fa qualche passo verso la finestra, poi si volge.

VIRGINIO.

Compiuto come?

GIOVANNI.

Con la pressione su le caròtidi fatta da due dita di ferro.

Una breve pausa. Nella voce di VIRGINIO si sente l'aura della vertigine interiore.

VIRGINIO.

Tu lo conoscevi, Marco.

MARCO.

Sì, un poco.

VIRGINIO.

Anch'io, forse... me ne ricordo... Devo averlo veduto... Un uomo calvo, con un grosso labbro pendente...

MARCO.

Sì: una bocca ributtante, e indimenticabile.

VIRGINIO si sforza di dominare lo spavento cieco che sta per travolgerlo.

VIRGINIO.

E Simone Sutri...

GIOVANNI.

Quel rosso, lentigginoso, con i baffi duri tagliati a spazzola, con gli occhi strambi dietro le lenti, grande, ossuto, che si fermò a parlarmi — giovedì scorso — dinanzi a San Gallicano... Non te ne ricordi?

VIRGINIO.

Sì, me ne ricordo... E tu credi...

GIOVANNI.

Covava un rancore mortale contro lo zio. Questo so. L'usuraio non soltanto non l'aveva mai voluto aiutare, non soltanto l'aveva costretto a guadagnarsi la vita tra le peggiori angustie, ma l'aveva — a suo dire — anche frodato con non so che falsificazione di testamento... Dolcezze del sangue comune.

MARCO.

Oh, lascia alla Temi sedentaria il passeggero di Pàtrica. E andiamocene. Stasera il rifugio è senza pace. Virginio forse ha bisogno di star solo.

VIRGINIO è ancóra un po' smarrito ma si riscuote.

VIRGINIO.

No. Perché?

GIOVANNI.

La sirocchia aveva promesso di tornare... Aspettiamola un altro poco, per salutarla.

VIRGINIO.

Ve la chiamo.

Egli va rapidamente verso la porta sinistra.

GIOVANNI.

Se si sentisse male...

MARCO.

Lasciale il libro e andiamo.

VIRGINIO.

Verrà.

Com'egli esce, i due amici si guardano in viso. Il dottore si toglie di tasca un piccolo libro rilegato in pelle fulva. MARCO DÀLIO abbassa la voce.

MARCO.

Giovanni, che accade?

L'altro solleva le sopracciglia, e non sa rispondere.

Che libro è?

GIOVANNI.

Lettere di Feo Belcari a una sua figliuola monaca, e il Prato Spirituale, e l'Annunciazione di Nostra Donna: un libro divoto.

MARCO.

Fammi vedere.

GIOVANNI.

C'è riportato un detto che le piacque. E mi son fatto prestare il libretto dalla Suora per mostrarle il testo.

MARCO apre il volume, e legge sul frontespizio l'iscrizione.

MARCO.

«Questo libro è di suora Cecilia da Costasole. Chi l'accatta, lo renda.»

GIOVANNI.

C'è anche una ricetta ordinata a sanar l'anima.

MARCO.

Ahimè, temo che non valga. Giovanni, non senti che qualche cosa finisce per noi? La nostra malinconia può già dire: Ti ricordi? La stanza quieta; Sabina che porta la lampada verde; nessun rumore della strada dietro le tende, soltanto di tratto in tratto il canto degli usignuoli dall'Aventino, il passaggio d'un rimòrchio sul Tevere; e le onde di forza che fanno sussultare le spalle della sonatrice; e il silenzio del mondo quando parla Beethoven...

Riappare alla porta sinistra la giovane donna, in una veste lunga e piegosa che la fa sembrare più alta e più flessibile. Sorride come se i muscoli del sorriso le dolessero; e i cigli hanno un battito frequente su quel tremolìo di dolore.

MARIA.

Eccomi. Non ho fatto presto? Volete andarvene già?

GIOVANNI.

Sì. È tardi. Ma volevamo salutarvi, prima.

Ella parla con una voce calda della più affettuosa dolcezza. I due amici la guardano con un'adorazione timida e perplessa.

MARIA.

Che diceva Dàlio di Beethoven?

MARCO.

Ricordavo le serate beate della primavera scorsa.

MARIA.

Vi darò, vi darò musica ancóra, ma non quella d'allora. E il libro?

GIOVANNI.

Eccolo.

MARIA lo prende con un gesto quasi fanciullesco, lo guarda e lo serra tra le due mani come serrerebbe un piccolo corpo alato e palpitante.

MARIA.

Che cosa viva! Consunta e viva. Suor Cecilia lo porta sempre addosso?

GIOVANNI.

La pagina è segnata.

Egli le indica la pagina mentre ella china il volto sul libro aperto.

MARIA.

Qui?

Legge senza più sorridere, spedita al principio, grave alla fine,

«.... conciossiaché per molti anni innanzi alla morte continuamente piangesse, dimandato perché così piangesse, rispose: Io piango perché l'Amore non è amato.»

MARCO.

Profonda parola, in cielo come in terra.

VIRGINIO, durante la lettura, è rientrato nella stanza; s'è soffermato per ascoltare. Si avvicina e si mescola ai saluti.

MARIA.

Me lo lasciate per una sera?

GIOVANNI.

Sì. Lo riprenderò domani.

MARIA.

Grazie.

GIOVANNI.

A rivederci. Riposatevi, stasera. Dormite molto.

MARIA.

Mi riposerò. Addio.

Ella stringe la mano all'uno e all'altro amico.

Addio, Dàlio.

Questi sembra voler dissipare l'ombra che pesa su quel commiato.

MARCO.

Se domattina passerete per Santa Maria in Cosmedin, non dimenticate di gettare il buongiorno sotto il portico a Frate Marco.

VIRGINIO avverte dalla soglia la governante.

VIRGINIO.

Sabina!

GIOVANNI.

Ci rivedremo, Virginio, domani. Se hai bisogno di me, sai dove sono.

I due amici escono per la porta del fondo.

Il fratello e la sorella restano soli. Le contratture della dissimulazione si distendono: subitamente i loro vólti sembrano essere la nudità stessa delle loro anime affannate.

VIRGINIO.

Perché hai detto addio a quei due poveri amici... con quella voce, come se fosse per l'ultima volta?

MARIA.

Perché la buona compagna leale che hanno cara, la Maria che li consola, la creatura intatta che impararono da te a chiamare sorridendo «sirocchia», ha teso a entrambi la sua mano per l'ultima volta, e per l'ultima volta, orribilmente triste, ha potuto inclinarsi alla loro illusione fraterna.

Sentendo crescere il peso dell'oscurità e dell'ambascia, VIRGINIO tenta di ritrovare la sua fermezza.

VIRGINIO.

Maria, Maria, non so più quel che accade, non comprendo più quello che dici. S'è fatta all'improvviso la notte; e mi sembra di esser ridiventato fanciullo, perché ho paura dei mostri imaginarii che abitano il buio, dei fantasmi che sono inafferrabili, e ci afferrano d'un tratto e ci puntano sul petto due ginocchia pesanti... Abbi pazienza un poco. Lascia che io mi ritrovi, che io mi accerti d'essere ancóra in piedi, qui, sul pavimento della mia stanza, fra le mie quattro mura... Eccomi dunque, sono qui. Cerchiamo di vedere, d'intendere. Tu hai dato un addio, hai parlato di un'ultima volta. Così parla chi sta per scomparire, chi sta per morire. Che hai voluto significare? Spiegami.

MARIA.

Sì, qualche cosa di me sta per morire, anzi è morta.

VIRGINIO.

Che cosa?

MARIA.

Qualche cosa che tu avevi inalzata sopra la tua vita e che i tuoi compagni amavano in me a traverso il tuo cuore...

VIRGINIO.

Parla!

MARIA.

La mia purità.

Ella ha parlato sommessamente, ha abbassato gli occhi. Il fratello la guarda inconsapevole.

VIRGINIO.

Povera Maria, ancóra ti tormenti! Ma nessuno ti accusa, nessuno ti fa colpa d'aver ceduto alla piena della tua giovinezza, come nessuno accusa la primavera che si spande, l'albero che mette fiori. Certo, un'ombra di malinconia è anche in quei devoti che presentono e indovinano. E tu non puoi non comprendere e non perdonare. Eri come l'aria della mattina; ciascuno beveva un sorso di freschezza. Ora sei di uno solo; e agli esclusi sembra quasi ingiusta la perdita del conforto consueto. Questo è umano, sorella.

Ella non regge allo strazio della voce affettuosa.

Ah, ma perché mi guardi con quegli occhi d'agonia?

MARIA.

Tu non hai compreso. Tanto tanto lontano sei dal sospetto, tanto lontano dalla verità! E io so che uccido me stessa nel tuo cuore, ma la tenacità della tua fede mi prolunga lo spasimo. Un colpo non basta, bisogna che lo rinnovi. Ah, che orrendo coraggio è questo ch'io debbo avere, fratello!

VIRGINIO.

Tu vuoi dire...

MARIA.

Sono di uno solo... ma tutta... data a lui tutta.

Parla soffocatamente, col cuore alla gola; e nulla è più atroce della pausa ch'ella fa prima di soggiungere le ultime parole a togliere ogni dubbio. Il fratello, colpito nel mezzo del cuore, vacilla.

VIRGINIO.

Tu, tu, Maria!

Sembra che la faccia dell'Universo sia mutata per lui a un tratto. Egli parla a sé medesimo, come dal fondo del più lontano deserto.

Non c'è più nulla, allora. Tutto finisce, tutto crolla. Non si salva nessuno dalla ferocia e dall'ignominia.

Lo risolleva dall'annientamento un súbito fiotto d'amarezza.

Ho dato il meglio di me, sempre, senza risparmio, credendo, sperando; ed ecco, mi ritrovo in mano una moneta falsa! Il mio amico più caro mi paga così; la creatura dell'anima mia mi compensa così. E allora?

Egli non attende la risposta se non dal suo proprio coraggio; cerca in sé stesso il suo proprio sostegno. Ma la confessata verità sembra afforzare la sorella in un dolore saldo e fiero. Ella prende già l'attitudine di chi ha qualcosa da difendere, sopra tutto e contro tutto.

MARIA.

Lo sapevo, lo so: ti perdo, mi perdi. Tutto si sconvolge, a un tratto. Tu mi ritogli in un attimo quel che m'avevi dato in dieci anni generosi. Mi disconosci...

VIRGINIO.

Oh no.

MARIA.

M'hai già trasmutata dentro di te; ho già un altro viso, un altro soffio: sono una piccola cosa vile.

VIRGINIO.

Oh no. Vedi: non so indignarmi. E se vacillo sotto la massa di tristezza che m'è piombata addosso, e se qualche parola vana esce dal mio smarrimento, perdonami. Tu sei forse più infelice di me.

MARIA.

È vero. Ma non mi discolpo; né voglio attenuare quel che ho fatto. Anzi bisogna tu sappia che non vi fu ombra d'insidia né di bassa lotta... Egli è immune dinanzi a te. Non vi fu se non l'amore grande, e la libertà del dono.

VIRGINIO repugna contro un pensiero che lo afferra; esita; ha onta; con le labbra sbiancate osa alfine dimandare.

VIRGINIO.

Quando?

Di súbito si pente, vedendo la triste vampa salire alla fronte immacolata.

Ah, perdonami! Anche se trema, anche se è spenta, ora la mia voce può esser rude alla tua povera anima. Non posso dimandare senza ferire. Non puoi rispondere senza nascondere il viso. Una sola dovrebbe ora starti vicina, prenderti nelle sue braccia, parlarti dentro i capelli, sapere tutto il tuo male; ed è troppo lontana: tua madre. La chiamerai.

MARIA.

Sì, la chiamerò.

Egli esita tuttavia; ma un disperato bisogno di certezza lo incalza. Per fondare in sé il sentimento suo nuovo, egli deve sgombrar l'anima da ogni frammento dell'illusione abbattuta.

VIRGINIO.

Perdonami, Maria, se il cuore vuol avere uno spiraglio di luce nell'oscurità! Non ti chiedo nulla che ti offenda. Dimmi solamente: quel giorno di febbraio, quel bel giorno di sole, quando salimmo al Celio e vedemmo il primo mandorlo in fiore e ci fermammo a San Saba, entrammo nel giardino, ci sedemmo sotto gli aranci, e non dicemmo nulla perché ci bastava d'essere là per sentirci felici, e mi parve che anche tu fossi sbocciata allora allora dal più vivo ramo della mia vita e che io ti portassi leggermente; quel giorno, dimmi... era avvenuto?

MARIA.

Sì.

Certo egli sperava ancóra, se la risposta sincera e ferma lo colpisce tanto a dentro.

VIRGINIO.

È possibile? Eppure, quando ti guardavo nelle pupille, andavo con la vista sino in fondo a te. Quante limpidità avevo misurate! La tua era la più cristallina sempre. E quella piccola costellazione di ferro, nell'iride, mi dava non so che sicurtà, come se fosse un segno virile su la tua grazia pieghevole. Ti chiamavo dentro di me con una specie di ebrezza: «Compagno, mio buon compagno!» Sentivo quel che c'era di leale, di diritto, di fedele in te, quel che c'era di maschio nel disegno della tua bocca chiusa, nel ritroso dei tuoi capelli piantati intorno alla tua fronte bianca.

Il dolore di lei sembra a poco a poco indurirsi, farsi quasi compatto e rigido.

MARIA.

Ho ancóra una forza terribile se resisto a vederti soffrire. Guarda, ho gli occhi asciutti.

VIRGINIO.

Non soffro perché tu mi abbia mentito, ma perché non posso più crederti.

MARIA.

M'hai già condannata!

VIRGINIO.

No, no, non condannata. Perdonami se non son riuscito a soffocare interamente le grida che sorgono dalla mia miseria. Tu mi dài l'esempio. Hai gli occhi asciutti. Non temere: io non ti manco. Resto il tuo compagno, il tuo buon compagno. Non voglio neppur cercare di comprendere; mi basta di saperti in pericolo, per raccattare il mio coraggio e la mia tenerezza, per rinnovare il mio amore verso di te che mi sei nuova e diversa. Hai bisogno d'aiuto. Conta su me, ora e sempre. Voglio difenderti.

MARIA.

Contro chi, se non temo?

VIRGINIO.

Hai bisogno d'esser difesa, povera creatura sola; perché io credo che tu sia cieca e sola...

MARIA.

Non sola, non cieca. Amo.

VIRGINIO.

E che farà egli di te? Dianzi, qui, non era bruciato se non da una febbre, non era agitato se non da una frenesia: non pensava se non a partire, ad andar lontano, ad abbandonar tutto e tutti per la sua mèta certa.

MARIA.