Part 5
La bontà è avida di legami; e il mio destino è nel continuo distacco, nella necessità di abbandonare sempre qualcosa o qualcuno: un'idea, una riva, un essere caro. Andando alla mia impresa, non tanto cerco la gloria quanto la lontananza. O Virginio, per sapere che sia la potenza della solitudine, bisogna aver piantato i piedi in una di quelle regioni incognite ove l'uomo crede sentire sotto di sé la totalità della Terra. O forse basta guardare quella maschera di Titano. È l'isola dello spirito, e non v'è nulla intorno fuorché la tempesta.
VIRGINIO.
Eppure colui ha detto: «Non riconosco altro segno di preminenza umana se non la bontà». È una delle sue parole.
CORRADO.
Questo ha detto? Con quella fronte rocciosa, con quelle mascelle capaci di stritolare un ciottolo, con quella bocca che sembra chiusa per impedire l'irruzione di una vampa, con quel naso corto e largo come un ceffo leonino!
VIRGINIO.
Eppure chi lo vide sorridere una volta non vide poi nulla di più dolce nel mondo. E mia sorella ha letto, non so dove, che Rellstab faceva uno sforzo per non piangere vedendo la tristezza di quegli occhi.
CORRADO.
Occhi terribili, pieni di dolore e di furore, così fiammeggianti in fondo alle occhiaie, che nessuno seppe mai veramente di che colore fossero. La gente si voltava nella via, colpita da quella violenza. Conosci il suo aspetto? Era tarchiato, di ossa massicce, di collo muscoloso, con una faccia rossastra come il mattone d'un màstio infoscato dal tempo, con una fossa nel mento come una cicatrice, con una criniera serpentosa che faceva pensare alla Gorgóne. Uno che lo vide lo assomigliò al re Lear sotto l'uragano. In una sua lettera c'è questo grido selvaggio: «Voglio afferrare il destino alla gola». E dalla sua sinfonia sorge una forza che sempre afferrerà alla gola gli uomini.
VIRGINIO.
È vero. Ma pensa alla divina ingenuità del suo amore per Giulietta Guicciardi; pensa alla sua passione chiusa e fedele per Teresa di Brunswick.
CORRADO.
L'una lo condusse fino alla tentazione del suicidio, l'altra gli aprì una piaga immedicabile. L'una e l'altra lo lasciarono solo, dopo averlo aggravato di dolore. Entrambe compirono su l'eroe una opera sterile. Egli non ebbe figli se non dall'Eternità.
China il capo sotto il peso d'un pensiero oscuro, e resta immobile per alcuni attimi. Passa un intervallo di silenzio. VIRGINIO esita prima di parlare. Una timidità penosa spegne la sua voce.
VIRGINIO.
Tu ti difendi dunque... dall'amore? Non ami... nessuno?
Un'altra pausa. Un'angoscia subitanea stringe i due uomini.
CORRADO.
Perché... mi chiedi questo?
VIRGINIO.
Ho toccato in te... qualche cosa di vivo?
CORRADO.
Virginio, tu tremi dentro. Anch'io — è vero — ho l'angoscia dentro di me. Vivere non è soltanto soffrire ma è anche far soffrire.
VIRGINIO.
Non potendo più essere il mio amico, sei tu divenuto il mio nemico?
CORRADO.
Non dar peso a quel che ho detto. Qualche volta non so che mostro si generi in fondo a me: un groppo di vite discordi che lottano tra di loro per disgiungersi e per andarsene in disparte a divorare qualche cosa nel mondo o almeno a rovesciar qualche idolo... Non so. Perdonami.
Una pausa.
Questa è la tua casa. Quando io sono entrato, tu lavoravi in pace, al sicuro. Tu tiravi le tue linee. Tutto era semplice. La luce di quella finestra ti bastava. Queste quattro mura ti proteggevano.
VIRGINIO.
Corrado, ti ricordi di quella stanza che avevamo in due, nelle vicinanze dell'Istituto Tecnico, a San Pietro in Vincoli, quando andavamo a scuola?
CORRADO.
Mi ricordo. Sarà ancóra come la lasciammo? Chi vivrà là dentro? Chi dormirà nei nostri due letti? Mi ricordo bene. Qualche volta avevamo fame.
VIRGINIO.
Quel busto di Dante era tra il tuo letto e il mio. Lo comperammo da un formatore di gessi. E quel giorno appunto avemmo fame. Ma ci sentimmo più forti. La stanza meschina si fece grande. Ti ricordi?
CORRADO.
Sì.
VIRGINIO.
A pochi passi di là, nella basilica, in fondo alla navata destra, avevamo un altro patrono.
CORRADO.
Il Mosè.
VIRGINIO.
Ti ricordi? Quasi ogni sera, prima che si chiudesse la chiesa, andavamo a visitarlo. Ci appariva nell'ombra, quasi belva, quasi dio, massa enorme di volontà e di orgoglio pronta a sollevarsi, più potente di tutti i Profeti della Sistina.
CORRADO.
Aveva vissuto quasi trent'anni a faccia a faccia con Michelangelo, che pareva non potesse più separarsene. Lo sai.
VIRGINIO.
È vero. Una sera uno di noi disse: «Michelangelo aveva un piccolo corpo curvo che non poteva sostenere su le sue vèrtebre il peso e il tumulto dei dolori delle ire dei dispregi delle dominazioni delle vendette non compiute, gli scrosci e i turbini di tanta anima. Allora pensò di crearsi un altro corpo di pietra gigantesco, e vi scaricò e v'imprigionò tutta la tempesta, per trent'anni. E lo fece pronto a cozzare e a percuotere». Quell'imaginazione ci divenne una fede viva; e da quella sera guardammo il colosso con un orrore più religioso.
CORRADO.
Ah, chi ci renderà quelle sere di malinconia e di febbre quando mettevamo il nostro avvenire su quelle ginocchia di pietra e, rientrando fra le quattro pareti misere, la nostra povertà ci pareva sublime come l'esilio dell'ospite muto?
VIRGINIO.
Il Buonarroti disse, per te: «Io son tenuto a amare più me che gli altri». Anche soggiunse per te: «Non ho amici di nessuna sorte e non ne voglio». Tu ti mostri oggi fedele al suo insegnamento.
CORRADO rovescia indietro il capo nello sforzo del reprimere lo scatto della sua insofferenza, ma l'accento d'una tristezza quasi irosa gli irrita la voce.
CORRADO.
Io vorrei già essere laggiù, allo sbocco del fiume, supino sotto il mio tumulo di terra. Non so altro.
VIRGINIO.
La morte ci consacra, la vita ci profana. Questo sai. Non è molto, passando per quella via, cercai di riconoscere la vecchia casa. Era sventrata. Alzai gli occhi all'ultimo piano che non aveva più tetto. E riconobbi l'interno della stanza da qualche brandello di carta sudicia rimasto a una delle pareti non demolita. Alla luce cruda la sola traccia della vita umana nel calcinaccio era l'immondizia.
CORRADO.
Anche tu, come sei triste! Ne parli come d'un presagio.
VIRGINIO.
Questa casa dove ci siamo ritrovati, dov'era rinata la nostra fraternità, avrà la medesima sorte: è destinata alla demolizione. Fra qualche mese sarà calcinaccio e immondizia. Ti sembravo al sicuro, qui. Siamo al sicuro, e la luce di quella finestra ci basta. Ma forse l'evento invisibile è già intorno a noi o è nascosto in qualche angolo, e si mostrerà d'un tratto, sinistro come la demolizione.
CORRADO.
È la prima volta che ti sento parlare del dolore e della necessità con una voce non ferma.
VIRGINIO.
Non tremo per me. V'è una creatura accanto a me, che non soltanto fino a oggi ha vissuto la mia vita, ma ha fatto la mia vita. Dove credi tu che io abbia preso gli elementi per comporre la mia illusione, per formare la mia esistenza nel gioco del mondo? Quando sento in te ruggire i tuoi istinti e i tuoi mali che vogliono liberarsi, quando mi accorgo che il tuo spirito tende ad aprire tutte le prigioni, anche le più tristi, quando scopro in tutto il tuo essere quel movimento abituale della fiera che indietreggia e si contrae per balzare e ghermire, io ti combatto ma ti comprendo, perché tu hai veduto di continuo la comunanza e il conflitto degli uomini come un'ignominia e una ferocia senza nome, e l'ombra delle boscaglie nell'alto Daua t'è parsa meno terribile che l'ombra delle leggi nella tua patria. Anch'io — lo sai — ho conosciuto tutto quel che è ignobile e tutto quel che è feroce; ma la natura ha voluto porre accanto a me un essere che comunica con tutte le cose più delicate e più fresche e me le rivela in ogni suo movimento, e col filo della sua semplicità mi conduce ogni giorno al segreto della poesia... Ah, veramente la sorella dell'acqua, con quel suo viso che è come la superficie d'una polla... Forse parlavo di lei quando credevo di parlare delle sorgenti...
S'interrompe; e pronunzia, a voce più bassa, con un'espressione d'infinita tenerezza, il nome che sembra diffondergli dalle labbra su per tutta la faccia la sua qualità luminosa.
Maria!
L'amico, seduto, con la fronte poggiata alla mano, pareva celare il suo turbamento. Ora si protende con ansia a interrogare.
CORRADO.
Eri felice? Sei felice?
VIRGINIO.
Che è la felicità? e che vale? Credi tu che la felicità m'abbia aperto gli occhi su lei? Nati dello stesso sangue, eravamo sconosciuti l'uno all'altra, eravamo timidi e inquieti. Il suo sorriso stesso me la nascondeva. Ed ecco un giorno, d'improvviso, due vite si toccano e ne nasce un bene inaudito! Sai tu questo? Hai provato mai a brancolare nel buio, in una stanza, per cercare qualche oggetto familiare che ti ricordi di aver lasciato là, su la tavola, nello scaffale, in un luogo noto? Tu cerchi, cerchi, ed ecco la tua mano tocca inaspettatamente qualche cosa di vivo e di palpitante! Hai provato mai quel sussulto? Nello spavento, nell'angoscia, dinanzi all'agonia ci siamo incontrati, ci siamo confusi, abbiamo trovato il nostro bene: al capezzale del nostro padre, mentre udivamo bollire l'acqua in cui si sterilizzavano i ferri del chirurgo, mentre il lettuccio di tortura era là con i suoi congegni e le sue ruote, mentre al nostro orrore il cancro era come una bestia acuta e mostruosa addentrata in quella povera carne nostra che non la saziava neppure del suo sfacelo... Dicevamo, con una sola voce che esciva da noi ma veniva da assai più lontano: «Siamo qui, siamo qui». E la faccia aveva il colore della paglia che un colpo di vento porta via. Ora spariva sotto la maschera del cloroformio. E la goccia continua cadeva su la garza contando gli attimi e l'eternità della nostra pena; e non si vedeva se non la bocca convulsa che gridava verso di noi le parole che si odono una sola volta, le parole incoerenti e sublimi dell'anima che si dibatte inabissandosi nel nulla; e la sua mano scarna aveva ritrovata la forza, era diventata grande e potente per tenere le nostre due mani compresse l'una su l'altra come nella stretta d'una tanaglia sola... E poi l'allentamento, l'oscurità fatta su lo spasimo, il silenzio, il suggello, tutto l'aspetto della morte, eguale a quello di più tardi, dopo la carneficina inutile... «Siamo qui, siamo qui. Risvegliati». E i ferri non lo risvegliarono. Ci fu reso un cadavere fasciato.
L'emozione lo soffoca. L'amico resta con la fronte china, col viso nascosto dall'ombra della palma, contratto e cupo. VIRGINIO riprende a parlare rapido e sommesso come se le parole gli bruciassero le labbra.
Nostra madre non era là, era lontana, estranea, in un'altra casa, tenuta da un altro legame, perduta per lui, perduta per noi, misera anch'ella come tutti.
Una pausa. Novamente la sua voce si muta. Un lieve tremito l'affievolisce quando parla della compagna.
Ecco la realtà atroce da cui nacque la mia illusione di tenerezza fedele. Vidi la mia compagna di sciagura e di coraggio risollevarsi a poco a poco come si risolleva l'erba calpesta. E, dopo quel movimento, tutti i movimenti delle cose più semplici e più dolci passarono in lei, composero la sua armonia. Ella parve umanare per me la grazia della terra. E non nella pace, non nell'allegrezza, ma nella pena; perché anch'io son pronto a prendere su me quel che v'ha di peggio...
Un'altra pausa. Egli ora esita, ora s'affretta, ora s'arresta. Certe parole gli muoiono come nei ritegni di un pudore cruccioso.
È uscita, dianzi, sotto la prima pioggia di primavera, ahimé, per compiere un atto ben triste. Su la casa estranea, dove soffre quella che non era con noi a quel capezzale, sono entrate la malattia e la miseria... Sappiamo quanto ella soffre, quanto ha sofferto per l'uomo non degno che diede a noi, tratto dallo stesso grembo doloroso, un fratello ignoto... Ha quindici anni... un giovinetto... Ora è molto malato... Maria è andata a spedire un poco di denaro...
Alle ultime parole dette sommessamente, succede un intervallo di silenzio in cui sembra che la massa pesante della tristezza occupi tutto lo spazio. Ma VIRGINIO si scuote, e tende l'orecchio verso la porta sinistra.
Dev'essere rientrata. Sento il suo passo.
CORRADO balza in piedi, bruscamente.
CORRADO.
Addio, Virginio.
VIRGINIO.
Te ne vai?
CORRADO.
Ritornerò.
VIRGINIO.
Non vuoi salutarla?
S'ode la voce della sorella dietro la porta sinistra.
LA VOCE DELLA SORELLA.
Virginio, sei là? Sei solo?
VIRGINIO.
Entra, entra, Maria. C'è Corrado.
Entra MARIA. È vestita di panno, con una eleganza svelta e sobria: ha ancora il cappello in testa; e porta con sé tanti mazzi di violette doppie quanti ne possono tenere le due mani. Un lieve rossore le accende il viso giovine; e le grosse gocciole della pioggia le luccicano ancóra su le spalle, su le maniche, giù per la gonna.
MARIA
Ho presa la pioggia. Vedi?
Dà un lieve crollo come per scuotere da sé le gocciole, con un debole riso senza gaiezza. Volendo tendere una delle mani a CORRADO, si stringe con l'altra il fascio dei fiori contro il petto così che il mazzo più alto le sfiora il mento.
Tieni, Virginio. Aiutami. Sono tutte per te le violette. Le tue, là, sono appassite.
Il fratello cerca di prendere i mazzi con le due mani. Mentre egli china la faccia per aspirare il profumo, MARIA gli sfiora la fronte con le labbra velocemente.
VIRGINIO.
Ah, come sono fresche! Senti, Corrado.
Si avvicina all'amico perché anch'egli fiuti l'odore.
CORRADO.
Che buona cosa!
Egli socchiude gli occhi. La sua voce è un poco sorda ma stranamente animata come da un lungo respiro che rompa l'oppressione.
Dove le avete trovate, Maria?
MARIA.
Alla Fontanella di Borghese. Sono venuta a piedi da San Silvestro fin qui! C'era ancóra il sole. Lo scroscio m'ha presa al Ponte Sisto. Ho seguitato a camminare. Poi mi sono rifugiata sotto il portico di Santa Maria in Cosmedin. C'erano gli operai, che spogliavano la facciata dall'intonaco; e c'era Marco Dàlio ai restauri, che appena m'ha vista ha incominciato a gesticolare pazzo di gioia e m'ha trascinata dentro per mostrarmi le pitture che ha scoperte oggi nell'abside raschiando il bianco di calce, e gli stucchi del quarto secolo negli archi di mattone, e le tegole col marchio di Teodorico... Non vive più che per la sua Basilica. M'ha detto che forse passando salirà per salutarti.
Ha parlato rapidamente, con una specie di volubilità convulsa, togliendosi i guanti umidi. Si arresta d'un tratto, e guarda in viso i due uomini.
Ma perché siete così pallidi?
CORRADO.
Siamo pallidi?
MARIA.
Sì. Che è accaduto?
VIRGINIO.
Nulla. Corrado mi teneva compagnia mentre lavoravo.
CORRADO.
M'ero levato per andarmene, quando avete battuto alla porta. Non posso più trattenermi. Vi chiedo perdono, Maria.
MARIA.
Non rimanete a pranzo con noi stasera?
CORRADO.
Non posso. Ma cercherò di venir dopo, nella serata.
MARIA.
Verrete certo?
CORRADO.
Sì, se non mi sentirò troppo stanco.
MARIA.
No, bisogna promettere. Ci sarà anche Francesco Cesi. Vi soneremo a quattro mani la Settima Sinfonia e il Coriolano.
VIRGINIO.
Vieni, se puoi.
CORRADO.
A rivederci.
MARIA.
Aspettate che spiova.
CORRADO.
Non piove più. Guardate: c'è il sole là, sul Priorato di Malta.
VIRGINIO.
Esco con te. T'accompagno per un tratto, sino al Fòro.
MARIA.
Vuoi uscire?
VIRGINIO.
Vuoi che resti?
MARIA.
Come siete strani! C'è qualche cosa?
VIRGINIO.
Ma no, Maria.
CORRADO.
Bisogna che vada. Debbo vedere qualcuno, alle sei.
VIRGINIO.
Maria, c'è di là Sabina?
CORRADO.
A rivederci.
MARIA.
Corrado! Portate con voi questo. E tornate stasera.
Gli dà un mazzo di violette.
CORRADO.
Grazie. Addio, Virginio.
Come VIRGINIO è presso la finestra e volge le spalle, MARIA fa un piccolo gesto di amore supplichevole verso CORRADO che esce per la porta del fondo.
VIRGINIO guarda per la finestra, cercando dissimulare la sua pena, mentre la sorella si sofferma pensosa nel mezzo della stanza e con le due mani levate toglie i due lunghi spilli che le fermano il cappello.
VIRGINIO.
Che bella nuvola su l'Aventino! Guarda Santa Maria del Priorato: sembra d'alabastro in quello sprazzo d'oro. I lecci e i cipressi di cent'anni ringiovaniscono. Non c'è più un fiore su i mandorli; il frutto allega. E quei poveri vecchi dell'Ospizio di San Michele, che stanno a guardare dietro i vetri di quelle finestre tutte eguali!
MARIA si toglie il cappello e solleva con le dita le ciocche ammassate; nasconde per un attimo il viso triste nel cavo d'ambe le palme. Si accosta al fratello con un passo leggero; gli è a fianco; gli s'appoggia alla spalla; guarda con lui le cose lontane.
Sai ancóra di violette.
Egli ora parla con un accento carezzevole, come a una bambina.
Certo piove laggiù, verso i Monti Albani. Vedi? Quella barca porta il vino di Gaeta a Ripa Grande. Ti ricordi della nostra giornata di Fiumicino? Come dev'essere chiaro il mare, a quest'ora! Lo so, lo so: la sirocchia è un poco triste... Bisognerebbe che io la potessi condurre per una settimana ad Anzio, a camminare su la spiaggia dietro i giumenti che vengono dalle carbonaie di Conca... Poco basta a mettere il cuore in pace. Sentire due occhi freschi e limpidi sotto la fronte e portarli bene aperti nell'attenzione e meravigliarsi d'ogni cosa veduta, questo allora bastava alla nostra vita... Conosco, conosco la malinconia di questi giorni bruschi tra pioggia e sole: meglio si vede quante cose potremmo fare e non faremo mai... o mai più...
La giovine donna, china su la spalla di lui, piange pianamente. Egli se n'accorge, si volta, le prende la testa fra le mani, agitato.
Maria!
Ella cerca di abbassare il viso per nascondere le lacrime.
Maria! Piangi? Che hai?
MARIA.
Nulla. Non so. Ecco, passa.
VIRGINIO.
Vieni. Siediti qui.
MARIA.
Ecco, è passato. Non piango più.
VIRGINIO.
Qualcosa hai sul cuore. Lo so. Non è venuta l'ora di dire? Vuoi che aspetti?
Si china verso di lei, con infinita dolcezza.
Non posso più fare niente per te?
MARIA.
Ho avuta molta pena, molta pena a scrivere quella lettera... laggiù... Povera mamma! Eravamo quasi rassegnati a saperla non più nostra... La pietà ha riaperta la piaga. Il cuore mi duole.
VIRGINIO.
Desideri di rivederla?
MARIA.
Dove? in quella casa?
VIRGINIO.
Vuoi che t'accompagni a Perugia?
MARIA.
Ah, che cosa triste, troppo triste! Dopo tanti anni! Rivederla, riconoscerla, per perderla ancóra súbito dopo...
VIRGINIO.
Vuoi che le offriamo di venire a vivere con noi?
MARIA.
E come potrebbe?
VIRGINIO.
Conducendo anche Lorenzino.
MARIA.
Ma... quell'altro?
VIRGINIO.
Forse colui consentirebbe a lasciarla andare, se ella volesse.
MARIA.
Credi?
VIRGINIO.
Ho detto: forse.
Una pausa.
MARIA.
Certo, Virginio, io vorrei, anzi dovrei rivederla, perché...
S'interrompe, torcendosi le mani; e di nuovo le si riempiono gli occhi di lacrime.
VIRGINIO.
Maria! Che volevi dire? E perché non dici? Non hai più confidenza nel tuo buon compagno. Lo sento. Tu ti distacchi da me a poco a poco.
MARIA.
No, no, non è vero.
VIRGINIO.
Vuoi esser pietosa? O ti sembra che nelle mie parole ci sia l'ombra del rimprovero e che io non possa ricevere col cuore aperto la tua confessione?
MARIA.
Quale?
Ella ha sussultato. Entrambi, da ora in poi, lottano invano contro l'angoscia che li serra.
VIRGINIO.
Non ti sbigottire. Quando rimanemmo soli e tu divenisti la compagna dei miei giorni e la grazia della mia fatica e la portatrice della mia più alta speranza, credi tu che abbandonandomi intero alla tenerezza fraterna io non avessi in fondo a me il presentimento di quel che doveva accadere? Sapevo bene che la natura non ti avrebbe serbata a me per sempre; sapevo che sarebbe venuta l'ora dell'elezione pel tuo sangue giovine e che io sarei rimasto in disparte...
MARIA.
E intanto ti trema la voce e hai il viso contratto e soffri parlandomi così...
VIRGINIO.
No, Maria. T'inganni.
Egli esita per un istante. Poi, tendendosi verso la sorella, le parla con una voce che vuol esser ferma e si rompe.
Puoi dirmi che l'ami.
MARIA.
Sento di qui i colpi del tuo cuore. Non t'angosciare, non t'angosciare. Non voglio lasciarti. Non mi staccherò mai da te.
VIRGINIO.
Ma che dici? Sono un bambino?
Si sforza di sorridere; riprende il dominio di sé.
Io solo posso qualche volta parlare a te come si parla alle sorelline che hanno cinque anni.
Le accarezza lievemente i capelli.
Non credere che io voglia far pesare sul tuo capo la mia tenerezza. Non voglio imprigionarti, né strapparti dalle ali le penne maestre perché tu non voli via o almeno perché tu non mi fugga troppo lontano... Sì, certo, ho un po' di agitazione dentro di me. E tu comprendi. L'incanto della mia vita sta per rompersi; e come potrei dunque rimanere impassibile? Tu non sai forse ancóra quel che sei stata, quel che sei per me, Maria.
MARIA.
So quel che sei tu per Maria.
VIRGINIO.
Sei la mia purità.
MARIA.
Oh, non m'inalzare troppo! Ho paura.
VIRGINIO.
Sei la mia armonia. La musica che fai con le tue piccole dita non vale quella che fanno intorno al tuo viso i tuoi pensieri involontarii. Tu allarghi ogni giorno i limiti del mio focolare, sino all'orizzonte. Quando tu sei là, mi sento come in mezzo a una grande prateria dove soffia un'aria che nel corpo e nell'anima cicatrizza tutto.
MARIA.
Troppo m'inalzi. Mi doni quel che non ho. Anch'io sono una povera creatura, piena d'errore, destinata a deludere la buona attesa.
VIRGINIO.
Credi che io m'attenda da te il sacrifizio? Se l'amore ti chiama, ascoltalo e va.
MARIA.
Che parola grave!
VIRGINIO.
Dimmi che l'ami. È il mio amico più caro.
MARIA.
Non abbassare le pàlpebre. Ho già veduto in fondo alle tue pupille qualche cosa di disperato.
VIRGINIO.
L'ami? profondamente?
MARIA.
Temi la mia risposta come una sciagura.
VIRGINIO.
Confidati a me!
MARIA.
Non soffrire. Nessuno mi ti toglie. Se è il tuo amico più caro, è anche il mio amico più caro. Non v'è nulla di basso in lui. Ciascuno di noi vorrebbe trovare un modo di dar pace a quella grande anima tormentata, o di darle tregua almeno, perché non consumi tutta la forza nel suo tormento.
VIRGINIO.
E che faremo dunque per lui?
MARIA.
È stato lungamente qui con te, oggi.
VIRGINIO.
Sì, più del solito.
MARIA.
Entrando ho subito sentito che c'era qualcosa tra voi.
VIRGINIO.
C'era il suo male.
MARIA.
T'ha parlato... di me?
VIRGINIO.
No, Maria.
MARIA.
Eravate tutt'e due pallidi.
VIRGINIO.
Come quando il commiato è un ferro che taglia e separa.
MARIA.
Quale commiato?
VIRGINIO.
Non lo sai? Corrado ci lascia.
Balza in piedi MARIA, trascolorata e tremante, come per difendersi da una percossa mortale.
MARIA.
No, non lo so. Non è vero.