Part 4
Ma la poesia è la realtà assoluta, è l'essenza stessa dell'Universo; e la trovi qua in questa arida tabella di valori come là nelle linee dell'Ilisso fidiaco. Ogni scienza, posta in condizioni vitali, diventa un'arte. Per ciò io che tratto i fiumi con argini e burghe, con chiuse e incili, ardisco tenere accanto all'archipenzolo il calco d'una statua fluviale che ornava la fronte del Partenone. Quando io freno un torrente con le mie briglie e le mie traverse, quando diramo per una pianura i miei canali irrigatori, quando imprigiono la polla dei monti nel mio tubo di ghisa e la conduco alla città distante, quando traggo la massima forza dalla corrente e dalla cascata con la mia ruota e la mia turbìna, io credo avere nel mio polso il battito dei ritmi fluidi; e l'eterna pulsazione dell'Elemento accompagna e infervora i miei calcoli esatti. E, se io determino l'angolo d'uno sbocco o una sezione di minima resistenza, la pressione di una condotta o lo spessore d'un serbatoio, la curva interna d'una paletta o la sua inclinazione sul raggio, io sento rinascere in me quel sentimento primitivo delle energie naturali che faceva religiosa l'anima dello statuario greco intento a figurare il mito cosmico nella statua bella. Anzi quel sentimento antichissimo diviene, in me moderno, ancor più profondo e pio; perché la scienza rivelandomi le leggi della Natura mi ha ancor più certamente mescolato al circolo delle forze inconsce. E, quando io traccio la linea stabilita dal mio calcolo, non meno ardua e non meno delicata di quella che circoscrive quel tòrso ammirabile, io sento il mio istinto tendersi verso l'apparizione di una bellezza nuova, perché la mia linea non trasmuta in effigie umana una energia naturale ma a questa imprime il moto della mia volontà per condurla a un'opera più varia e più vasta, destinata non alla contemplazione ma all'azione, non all'ornamento del mondo ma alla conquista del mondo. Ed ecco che la furia del torrente è constretta nell'alveo, ecco che la terra irrigata moltiplica il pane, ecco che la città si disseta si terge s'illumina si abbellisce si arma, beneficata dalla dispensatrice che senza stanchezza propaga e trasforma di congegno in congegno il suo potere. E, mentre io considero l'opera che non è fissa come quella statua ma è mobile come il mio cuore, sento veramente con l'Antico che «dall'acqua vien l'anima» e che quella è la stessa per cui la mia sete comunica con la sete di tutti gli uomini, la stessa per cui si compie il prodigio segreto nella macchina delle nostre ossa, la compagna dello sforzo e dello strazio umano, acre nel nostro sudore, amara nel nostro pianto.
CORRADO.
Anche tu soffii nel tuo sogno il male della tua anima, per consolarti.
VIRGINIO.
No. Il mio sogno è stabile e regge il mio peso. È il gradino su cui salgo per avvicinarmi alle mie speranze.
CORRADO.
Io non conosco se non quello che aderisce all'atto come il bagliore a ciò che riluce. Il mio più gran sogno aderiva alla mia vita, una notte di marzo, laggiù nel paese dei Galla, di contro alla montagna coronata di fuochi, mentre giungeva di tratto in tratto al nostro piccolo campo il grido di guerra rimbombante d'altura in altura giù pel fiume sconosciuto; e io avevo gli occhi bene aperti nel buio, il mio buon fucile tra le mani, fitta nel centro della mia volontà la mèta come un cùneo, tutta vivente intorno a me l'immensità del Continente nero, nelle narici quell'odore d'Africa che non abbandona mai più il cervello di chi l'ha fiutato una volta. Coricato sentivo la mia anca imprimersi nella terra molle con un cavo che poteva anche essere il principio della mia fossa; e allora tutte le tombe italiane sparse nelle vie tenebrose mi risplendevano innanzi all'anima più che i fuochi dei Galla sul monte, mentre udivo nelle tregue del clamore nemico il respiro dei miei Sudanesi e dei miei Somàli accosciati tra le euforbie. Mi ricordo: era il 21 di marzo, l'equinozio di primavera. L'altrieri cadde il secondo anniversario.
VIRGINIO.
Devi averlo santificato.
CORRADO.
Sì, passando la notte in una bisca, tentando per l'ultima volta la fortuna ignobile con qualche biglietto untuoso.
VIRGINIO.
Perché cerchi di offendere e di scacciare così crudamente l'eroe che è dentro di te?
CORRADO.
È dentro di me? Dunque è prigioniero. E ogni prigioniero si fa astuto e malvagio; o diventa folle, ritrova la sua libertà nella follia. L'aria vivida, il pericolo prossimo, il cuore pieno d'allegra temerità: ecco quel che gli converrebbe.
VIRGINIO.
E non sai dunque aspettare?
CORRADO.
Aspettare che cosa? Quando l'albero è divenuto grande, che cosa aspetta? La folgore? Ma anche la folgore tarda, o non vien mai.
VIRGINIO.
Aspettare il tuo giorno, disciplinando la tua forza.
CORRADO.
Ah, la forza immobile nell'attesa dell'esplosione! Conosco questa attitudine. È ben quella di molti tra i nostri coetanei, oggi. Hanno sempre in mano la miccia accesa, e la guardano mentre si consuma, finché non si sentano bruciare le dita. I più accorti, invece della miccia, accendono un fuoco di bengala coi colori nazionali. E gridano di tratto in tratto: «È tempo. I tempi sono prossimi». Tempo di che?
VIRGINIO.
Quando tutta una generazione aspira verso un nuovo Ideale è segno che i grandi esemplari stanno per riapparire dalla profondità della stirpe.
CORRADO.
O Virginio, l'Ideale posto fuori della vita è una specchiera publica per vanesii e poltroni. L'Ideale d'un popolo magnanimo non precede i suoi fatti ma è l'irradiazione emanata dai suoi fatti nella lontananza del tempo. Com'è d'un popolo, così è d'un uomo. E io mi vergogno d'esser divenuto il comediante del mio Ideale, segnato a dito su i marciapiedi urbani. «L'uomo dalle spalle quadre» dicono «è Corrado Brando, quello del Giuba. Il capo della spedizione l'ha molto lodato per la sua abilità nel cucinare la carne d'ippopotamo e nel cucire le ferite ai negri con lo spago. Ora vuol tornare in Africa, a ogni costo. Bella passione! Intanto si esercita su per le scale dei Ministeri e della Società geografica, in questue; e passa le notti nelle bische per veder di vincere, o di barare, alcune di quelle migliaia di lire che l'ingrata patria gli nega e che pur gli bisognano al fornimento. Ma come mai non porta a guinzaglio un paio di leoncini?»
Nel riso acre sembrano stridergli i denti.
VIRGINIO.
No, non ridere di quel riso cattivo. Tu affermi che la contraddizione e la guerra sono per la tua natura gli stimoli più efficaci a vivere e ad amare la vita. Ed ecco, l'impedimento ti esaspera e ti disgusta! Ma non v'è eroismo senza impedimento: l'una cosa e l'altra sono indissolubili, come la natività e il dolore.
CORRADO.
L'impedimento formidabile da abbattere o da sormontare; non l'inciampo, l'impaccio, l'intrigo.
VIRGINIO.
La povertà, le miserie domestiche, i fastidii cotidiani, le bisogne umilianti ed estenuanti, la malattia, l'ingiustizia, l'ingratitudine, il dileggio: non sono queste le ombre di tante vite illustri a cui domandiamo ogni giorno il segno di luce per andar più oltre?
CORRADO.
Pronto io sono, per la mia mèta, a prendere su me quel che v'ha di peggio in terra, risoluto anche ai sacrifizii umani. Tu mandami là dove io ho lasciato la mia virtù, e poi dammi da compiere quel che è più difficile e più atroce: io lo compirò senza mai volgermi indietro né mai mettermi a giacere. Quel che non mi fa morire mi rende più forte. Ma pur mandami e dimmi che io vado a morire, che avrò il mio tumulo in una regione non mai calpesta da uomo bianco. Andrò senza esitare, cantando. La sera che giunse a Roma la notizia della morte di Eugenio Ruspoli, il sentimento dell'invidia soverchiò ogni altro e mi divorò il cuore. A Burgi, su la via del Daua che primo aveva percorso, egli ha per monumento un ramo secco fitto in un mucchio di terra, agguagliato nel sepolcro ai capi della gente Amarr. Per quella via io voglio ritrovare le sue tracce, ma andar più oltre, assai più oltre, risalire il Daua, cercar di sciogliere l'enigma del fiume Omo... E poi... Ho il mio pensiero, anzi ho il mio impero, una parola romana da rendere italica: _Teneo te, Africa._ Ah, se tu potessi comprendere! Ah, se tu avessi provato una volta quel che io provai quando di là da Imi entrammo nella regione ignota, quando stampammo nel suolo vergine l'orma latina! Ancora vedo i branchi d'avoltoi e di cicogne levarsi sul Uebi, odo il fischio dell'aquila pescatrice...
VIRGINIO.
Ti comprendo. Comprendo la tua passione e la tua nostalgia; e, non so perché, m'aiuta un ricordo della nostra adolescenza, il ricordo di quella sera su la via Cassia quando ci smarrimmo e a notte ci ritrovammo su l'Arrone e tu volesti salire la rupe vulcanica per entrare nelle rovine di Galera e tutta notte errasti aprendoti la via tra i pruni fitti, e all'alba eri stillante di sangue e di rugiada quando ti addormentasti sul tufo... Ti rammenti?
CORRADO.
Mi rammento. Presi la febbre. Allora il fiumicello Arrone bastava alla mia sete... Dianzi tu mi parlavi dell'acqua: tu la dòmini e la governi e nondimeno l'ami, la tratti come una schiava divina... Ma ci sono ancóra fiumi nel nostro paese? Non sono tutti disseccati? Ah, sì, c'è là il Tevere, carico di belletta e di storia; e tu sei uno di quelli che lo serrano tra due muraglioni lisci e diritti. Se fosse un poco più piccolo potrebbe forse anche entrare in un museo...
Beffardo ride; poi s'illumina di veggenza.
Dianzi tu mi parlavi di una specie di estasi. Imagini tu quella di Enrico Stanley che dall'alto di una collina scopre una delle massime arterie terrestri? il Lualaba, largo mille e quattrocento yarde, un immenso volume color di ferro, che non reca la storia degli uomini ma il mistero di millennii e millennii senza voce e senza nome. Gli occhi dell'esploratore erano grigi dalla nascita? Non ti sembra che debbano aver preso il colore di quell'acqua in quel primo sguardo? Rompe egli il silenzio per dire al fiume: «Ora il mio cómpito è di seguirti fino all'Oceano». Parola nuda che gareggia di grandezza con la corrente. Dammi un tal cómpito; e ti giuro che gli sarò pari. Io sono un Italiano della razza dei Caboto, e la terra della mia virtù si chiama anch'essa Primavista.
VIRGINIO.
Attendi. La passione e la volontà affascinano l'evento.
CORRADO.
Non posso più attendere. La passione, quando non si esalta ed esala in atti e in opere, pesa in noi col peso della bestialità più greve o ci avvelena con fermenti di odio. Tutti i miei istinti balzano oggi in guerra contro l'ordine che mi opprime. Ecco una energia tesa e pronta: un coraggio lucido in un corpo disciplinato. Dico: «Adoperatemi. Mandatemi al segno». Mi vien risposto con parole ambigue, con sorrisi prudenti e vili. Dietro quelle promesse irrisorie, dietro quegli indugi scaltri sento la gelosia attiva dell'antico mio capo, che è divenuto il mio rivale implacabile. Tu per aver troppo guardato l'acqua hai forse poco guardato la vita, e non hai mai veduto da vicino la mano che uccide con precauzione. Ben avrei potuto io liberarmi cautamente di colui se, nel paese dei Gurra, quando era sfinito dalla febbre e delirante, lo avessi abbandonato nella melma sotto l'acquazzone, invece di fargli ingozzare una manciata di chinino e di caricarmelo sul muletto... Ti confesso il mio rammarico.
VIRGINIO.
No, non ti calunniare. Non ti lasciar torcere il cuore dall'amarezza. Ti so generoso come nessun altro.
CORRADO.
Mi son lamentato io forse? Non ho sempre serrato i denti per tener la lingua in freno? Ho lasciato agli altri la millanteria, ho tenuto per me l'orgoglio. Ma dimmi: chi è il capo se non il più forte? Quando nell'altipiano fra l'Auata e il Daua gli uomini divorarono l'ultima razione, e la febbre la dissenteria la fame, tutti i mali s'abbatterono su la nostra torma già decimata, e i Neri sfiniti dalla stanchezza dal digiuno dai reumi, gonfi d'umidità o grinzi come i sacchi vuoti, cadevano a terra, sùbito coperti dalle mosche, boccheggiavano nella melma, si nascondevano nei cespugli per morire; e da quelle povere labbra attaccate alle gengive non passava più se non la parola sepolcrale: «Kalas, basta!», chi fu che solo non cessò mai dal gridare l'altra parola: «Avanti!» ed ebbe animo di trascinare verso la mèta la sua stessa carne miserabile?
VIRGINIO.
Che temi dunque, se ti resta quell'animo?
CORRADO.
Temo di perderlo, in questa vita di vergogna. La notte, quando rientro a casa, dopo aver respirato per ore ed ore l'aria infetta, non lo sospendo forse nell'anticamera come un cencio molle e sucido? Ti dico che così mi sembra, certe volte. Alla tavola del giuoco non sento soltanto contro il mio gómito il gómito altrui, sento l'orrore del contagio che mi corrompe; e il fissare atrocemente gli occhi obliqui della sorte, innanzi a me, non m'impedisce di scorgere il mio stesso sguardo tra le palpebre gonfie dei bari.
VIRGINIO.
Insensato, insensato, tu sei davanti alla tua cima; e, per l'impazienza di ascendere, discendi più basso, sempre più basso! Quando tu penetri nell'abisso e vi t'indugi, l'abisso penetra in te. Non lo sai?
CORRADO.
E che importa, se riesco poi a risalire e a scoprire le nuove stelle?
VIRGINIO.
E, se non riesci, che ti rimane? Quel che dispregi negli altri: una spina dorsale fiaccata, un cuore stanco e impudente, una volontà instabile, un'ala monca per svolazzare...
CORRADO.
No; perché io ho affrettata la mia caduta, volendo giungere in alto.
VIRGINIO.
Parola sibillina.
CORRADO.
Forse. Te l'ho già detto. Non esito a prendere su me stesso quel che v'ha di peggio.
VIRGINIO.
Più degno di te era, nell'attesa, riprendere la tua arte: non giocare ma fondare, non rischiare ma edificare.
CORRADO.
La mia arte! Fondare, edificare! Sogni tu sempre? Ingegnere idraulico, tu signoreggi il sangue e la linfa del mondo. Ma, in realtà, ora tu distruggi una bellezza creata dalla vicenda delle alluvioni, dalla miseria degli uomini, dalla crosta dei secoli; in realtà, tu cancelli i segni d'una scrittura venerabile, per sostituirvi un muraglione biancastro e brutale, che nulla esprime e nulla commemora. E io? che potrei io fare? tornare in Sardegna, al Monteferru, a saggiar qualche miniera esausta? o mettermi al servigio d'un intraprenditore ladro? costruirgli su false fondamenta riempite di macerie una grossa gabbia crivellata di buchi per ingabbiare la scrofola e l'epilessia dei proletarii?
VIRGINIO.
Le nuove materie — il ferro, il vetro, i cementi — domandano di essere inalzate alla vita armoniosa nelle invenzioni della nuova architettura.
CORRADO.
Un popolo ha l'architettura che meritano la robustezza delle sue ossa e la nobiltà della sua fronte. Nell'arco romano non senti tu la prominenza del sopracciglio consolare? Se tu fossi sostenuto e sollevato dalla piena vita della tua gente, la tua muraglia tiberina non sarebbe destituita d'ogni stile ma — come il valore di uno spirito crea l'aria d'un volto — sotto le mani delle tue maestranze libere una grande idea si manifesterebbe nelle linee nei rilievi nelle commettiture delle pietre: Roma esprimerebbe anche una volta, col linguaggio lapideo che solo le conviene, la sua volontà di ricongiungersi al Mare che solo di lei è degno.
VIRGINIO.
È vero. Ogni alto sforzo oggi è solitario, ogni armonia è contrariata dalla sterile inquietudine.
CORRADO.
O Virginio, invece di mendicare da un burocràte sonnacchioso la licenza d'immolarmi, allora io potrei forse divenire un costruttore di città su terre di conquista, ritrovare quell'architettura coloniale che i Romani piantarono nell'Africa degli Scipioni. Guarda le Terme di Cherchell, il fòro di Thimgad, il pretorio di Lambesi. Intorno a un campo trincerato per contenere i nòmadi, ecco sorgere di sùbito una città marziale, alzata dalle coorti dei veterani! Ebbene, io sono modesto: oggi mi contento di rischiare la pelle per sapere se l'Omo appartenga al sistema del Nilo o sbocchi nel lago Rodolfo. Non domando neppure gli augurii per viatico. Vado solo.
VIRGINIO.
Parti?
CORRADO.
Parto.
VIRGINIO.
Quando?
CORRADO.
Senza indugio.
VIRGINIO.
Per dove?
CORRADO.
Per Brava, per la Costa Orientale, dove m'aspetta Ugo Ferrandi. La mia sete io non la estinguerò se non ai pozzi di Aubàcar.
VIRGINIO.
Hai dunque tutto ottenuto?
CORRADO.
Nulla.
VIRGINIO.
E allora?
CORRADO.
Gaetano Casati andò a raggiungere Romolo Gessi coi soli mezzi necessarii per arrivare a Kartum.
VIRGINIO.
Hai vinto al giuoco?
Tace il violento per alcuni attimi; si allontana, poi si riaccosta: ha l'occhio torbido e fisso.
CORRADO.
L'altra notte, la notte dell'anniversario, sul tappeto verde c'era denaro bastevole per arruolare armare ed equipaggiare una scorta di duecento àscari con muli asini cammelli vettovaglie e mercanzie di scambio. Mentre la sorte nemica di colpo in colpo mi riduceva inesorabilmente al muro, io seguivo nella mia imaginazione tutta l'opera dell'allestimento; e vedevo sul tristo sabbione della costa le mie balle, le mie casse, le mie tende e i miei uomini e le mie bestie da soma e da macello, e l'ombra mostruosa delle gigantesche ceppaie senza foglie su la duna oceanica. Gli orecchi mi rombavano come se avessi preso dieci grammi di chinino, e sentivo intorno alla mia persona non so che aura isolante. Di tratto in tratto la mia visione s'interrompeva, e intorno m'apparivano i miei compagni di giuoco ridicoli e miserevoli come nell'incoerenza d'un sogno, anemici o apoplettici, giallognoli o scarlatti, alcuni rasi e flosci come istrioni, altri imbellettati e tinti come meretrici; e il lezzo nauseante delle pomate e dei fiati guasti si mescolava in me all'odore imaginario della mia carovana e al soffio dell'Oceano Indico. Ma l'uomo che teneva il banco era spaventoso: il suo cranio calvo, con in mezzo un solo ciuffetto crespo, mi ricordava un cammelliere tunno, e il suo grosso labbro pendente mi ricordava una vecchia arpia venditrice di burro che avevo veduta al mercato di Bèrbera. Il denaro s'accumulava dinanzi a lui; ed egli lo radunava senza fretta, separando la carta dall'oro, con una mano di quadrùmane mezzo nascosta dal polsino inamidato. Poco rimaneva agli altri; a me un gruzzolo d'oro, quanto n'entra nel pugno. E ciascuno sentiva che su la tavola il vortice silenzioso continuava a volgersi per il verso di quell'uomo, e che era impossibile salvare quei resti. Rividi uno dei miei Sudanesi, un colosso, piombato dall'alto in un gorgo del Uelmàl, aggirato come un guscio di banana, inghiottito in un attimo. Pareva che mi risalisse al cervello l'idromele dei Galla, o che mi tornasse improvviso un accesso del mukunguru, della febbre d'Africa. Avevo un dolore sordo tra le spalle, il battito alle tempie, lampi d'allucinazione negli occhi. Raccogliendo quel poco d'oro per puntare, mi venne in mente — non so perché — il modo che tennero i Somàli nell'uccidere Pietro Sacconi mentre parlamentavano: uno gli gettò in viso una manata di sabbia, un altro gli diede un colpo di lancia nel costato. L'imagine interna fu così forte che mi comunicò ai muscoli uno di quei due moti; la riscossa della volontà riescì a trattenere il braccio che era per scagliare la manata di metallo sul viso dell'uomo calvo, ma non così che il mio gesto nel porre la posta non apparisse scorretto. Colui levò gli occhi bianchicci, e io vidi sul suo grosso labbro una parola acre spuntare e rientrare. Egli aveva incontrato il mio sguardo e non aveva osato. Non so quale fosse l'attitudine dei presenti in quel punto, perché da una banda e dall'altra vedevo buio come nella notte di due anni innanzi tra le euforbie abbattute dal passaggio degli elefanti. E qualche cosa di opaco, di carnale m'ingombrava dentro. Sentivo in quell'uomo la paura fisica di me, e in me la facilità di annientarlo. Sapevo che avrei potuto prenderlo per la collottola e ch'egli si sarebbe lasciato scuotere senza rivoltarsi, come quei cani che s'abbiosciano sotto il castigo e nel pugno del padrone diventano tutta pelle mencia. Lo avrei scosso dicendogli: «Lascia là il bottino che non è tuo, bestia immonda; serve a me, alla mia idea, alla mia passione; mi serve a morire come mi piace in qualche parte che non sia quella che tu appesti». Ma allora anche l'ultima posta fu perduta. E allora giocai su la parola, vertiginosamente. A un certo punto udii la mia voce dire nel silenzio, chiara e ferma: «Voglio pagare il mio debito con una moneta che porti la mia effigie». Sussultai con un po' di freddo nella radice dei capelli; e, ridivenuto lucido, guardai intorno alla tavola. Tutti erano fissi nel fascino della sorte: nessuno aveva udito. La mia voce era rimasta in me.
A poco a poco, nel racconto egli s'è lasciato trascinare dall'istinto micidiale ed ha rivissuto con straordinaria potenza nell'orrore di quella tentazione notturna. Ora si arresta, preso da un fugace smarrimento. Ma sùbito riacquista il dominio di sé; e riafferra l'ironia contro l'amico sconvolto.
VIRGINIO.
Corrado!
CORRADO.
Che hai? Sei commosso.
VIRGINIO.
Sì. Mi fai pena.
CORRADO.
Mi hai visto pronto alla rapina? Che pensiero t'è passato per la mente? Ti aspetti ora una confessione terribile?
Il riso gli riluce sui denti.
VIRGINIO.
Tu mi sembri malato.
CORRADO.
Perché t'ho raccontato un sogno d'infermo?
VIRGINIO.
C'è qualche cosa d'estraneo in te.
CORRADO.
Che cosa?
VIRGINIO.
Non so. Ma tu parli, parli; e sento che le parole girano sempre intorno a un pensiero che resta celato.
CORRADO.
Altro è il pensiero, altro è l'atto, altro è l'imagine dell'atto. Intorno a quale di queste tre cose io giro?
VIRGINIO.
Corrado, ti prego: non tener lontano da te con questa ironia convulsa il tuo amico che sente in fondo a te l'angoscia chiusa e vorrebbe avvicinarsi al tuo cuore.
CORRADO.
Confessa: tu m'hai in sospetto.
VIRGINIO.
In sospetto di che?
CORRADO.
D'aver santificato l'anniversario al modo dei Somàli.
VIRGINIO.
Ma che dici? Ma perché seguiti a nasconderti dietro quel falso riso? Tu soffri.
CORRADO.
Vedi che non puoi dissimulare la tua commozione.
VIRGINIO.
Sono il tuo amico, il tuo fratello, da anni e anni; so quel che vale la tua speranza; e ti sento in pericolo.
CORRADO.
In pericolo di che?
VIRGINIO.
Penso a quel che dicevi, dianzi, del prigioniero; che incattivisce o ritrova la libertà nella follia.
CORRADO.
Cerco, infatti, la mia libertà. Ho abolito il mio passato dietro di me, ho schiacciata la vecchia maschera brutalmente, come col calcio del fucile si fa del ceffo d'uno schiavo una cosa informe. La mia ultima solitudine incomincia. Io non posso più essere il tuo amico.
VIRGINIO.
E perché mi rinneghi?
CORRADO.
Perché, se tu vuoi avere un amico, bisogna che tu voglia anche fare la guerra per lui.
VIRGINIO.
Quando io lotto contro di te, allora sono più vicino al tuo cuore.
CORRADO.
Tu lotti contro la mia ragione di vivere. Per te la vita è un dovere? Per altri è una fatalità, per altri un inganno; per me è un mezzo di esperimento e di conoscimento, una vicenda di rischi e di vittorie. Quel che tu chiami la mia speranza esige un'anima guerriera, la più dura scorza, la ricerca di ciò che non fu osato, la capacità di fare anche il male, di abbattere i termini, di mettersi fuori della legge. Ed ecco, tu sei sconvolto in tutta la tua coscienza quando io ti mostro il primo movimento di un istinto ferino.
VIRGINIO.
E non faccio io dunque la guerra per te contro quell'istinto? Se tu vuoi essere un eroe, non devi domarlo? Io misuro gli eroi dal loro cuore. Tanto sono più grandi quanto più tenacemente la loro forza è radicata nella bontà feconda.
CORRADO.