Part 3
«Luce su i culmini sola!» grida la voce dell'Orchestra, con una sonorità trionfale, lacerando il silenzio dell'aspettazione, prima che su l'altura scenica il velo si apra. La mia tragedia risponde a quel grido illuminando tutti i culmini. Ella celebra le più ardue vittorie del coraggio umano su la sventura e su la colpa. Ella interpreta con insolita audacia il mito di Promèteo: la necessità del crimine che grava su l'uomo deliberato di elevarsi fino alla condizione titanica; e conferisce non so che selvaggio ardore patetico all'impeto iterato della volontà singola verso l'universale, alla smània di rompere la scorza dell'individuazione per sentir sé unica essenza dell'Universo. Ella afferma ed esalta l'istinto agonale come solo creatore di bellezza e di signorìa nel mondo. Ella ricorda alla razza dei Caboto l'antichissima sua «vocazione d'oltremare», la sua prima sete d'avventura e di scoperta, la gioia di propagare di là da ogni confine lo splendore della patria, l'orgoglio di stampare l'orma latina nel suolo inospite. Misurando su l'arco romano la prominenza del sopracciglio consolare, ella offre alla terza Italia la visione augurale della sua nuova architettura considerata come il linguaggio della potenza, come il grande atto concorde della volontà che muove i macigni, come il prodigio compiuto dall'ebrezza della volontà che aspira a placarsi nell'arte. Ella in fine santifica il dolore che, trasmutato nella più efficace energia stimolatrice, genera e conserva l'avvenire. Ella glorifica la donna sapiente in una sola cosa: nel donar sé stessa. Dice: «La paura del dolore, la paura di soffrire, non può essere abolita se non da una religione in cui l'_Amore sia amato_.» Anche dice: «Che ciascun uomo si faccia degno di ricevere _un annunzio di perpetuità_, avendo fede nella Vita Eterna».
Tale, o amico, è la parola della tragedia abominevole che i catoncelli stercorarii — sia detto con sopportazione — consegnano ogni giorno alla vendetta popolare. Nessuna delle mie opere fu mai tanto vituperata, e nessuna mi sembra più nobile di questa. Col canto senza musica ella si accorda agli esemplari augusti. Sorta dalla mia più vigile angoscia con la spontaneità di un grido, ella sembra composta sotto l'insegnamento assiduo dei primi Tragedi. Ma gli accordi e i riscontri, che io discopro in lei se la contemplo, sono per me stesso inattesi: mi significano le divine analogie della vita ideale, le comunioni misteriose e quasi direi sotterranee che affratellano le creature dello spirito. Quando su la mano pallida ma forte di Maria Vesta che alza il suo velo intravvedo l'ombra del braccio di Eracle che discopre il viso fedele d'Alcesti tornante dall'Ade, io riconosco l'eternità della poesia che abolisce l'errore del tempo. Anche riconosco la verità e la purità della mia arte moderna; che cammina col suo passo inimitabile, con la movenza che è propria di lei sola, ma sempre su la vasta via diritta segnata dai monumenti dei poeti padri.
Per ciò io mi considero maestro legittimo; e voglio essere e sono il maestro che per gli Italiani riassume nella sua dottrina le tradizioni e le aspirazioni del gran sangue ond'è nato: non un seduttore né un corruttore, sì bene un infaticabile animatore che èccita gli spiriti non soltanto con le opere scritte ma con i giorni trascorsi _leggermente_ nell'esercizio della più dura disciplina. Le figure della mia poesia insegnano la necessità dell'eroismo. Uscito è dalle mie fornaci il solo poema di vita totale — vera e propria «Rappresentazione di Anima e di Corpo» — che sia apparso in Italia dopo la _Comedia_. Questo poema si chiama _Laus Vitae_: è composto con un'arte demoniaca come quella che foggia gli specchi magici; e opera per continua metamorfosi su le imagini del mondo visibile trasmutandole in segni luminosi del mistero interiore. È il ditirambo delle origini e delle profondità. L'anima vi si agita nel canto come una Menade che abbia rapito il segreto a Orfeo prima di lacerarlo; ma sempre la segue l'ombra eleusina,
l'ombra del mietitore indicibile che innanzi agli epopti mieteva la spiga di grano in silenzio.
Colui che sa leggere quelle grandi strofe eguali e sempre diverse, regolate dall'impari numero delle sette Pleiadi e delle tre Càriti, colui s'affaccia alla soglia dell'Avvenire e intravvede i primi lineamenti dell'essere che sta per formarsi figlio della nostra angoscia meravigliosa e del più divino mito.
Due fra tanti insegnamenti colui ritenga con più strenua tenacia, perché sono i due poli del nuovo asse spirituale: due arti eroiche: l'arte di inventare ogni giorno la sua propria virtù contro l'evento, e l'arte di serbarsi puro. Tutto il poema converge alla Legge di Delo come la piramide al suo apice.
Or tu, nella mia dipartita, o Rupe, da tutta la tua nudità cui più non fa velo il fumo delle ecatombi, ripeti a me l'unica legge cui voglio obbedire: SII PURO.
Anche gli eroi della mia tragedia, travolti dalla sventura o sorpresi dall'Ate carnale, si sforzano di obbedire a quel comando e cercano di uccidere «la bestia inferma nel loro fango penoso». La mia recentissima opera sviluppa in forma tragica taluno dei più attivi fermenti ond'è fervido quel carme che il poeta considera come
il monumento al suo spirto liberato e liberatore.
Che mai può dunque significare e valere il tentativo di rivolta contro la mia signoria spirituale, basso e vano come una sommossa di schiavi ubriachi? Qual mai potenza può oggi essere rivendicata contro la mia arte, se la mia arte ha celebrato e celebra nella più schietta e più energica lingua d'Italia le più superbe e le più sante potenze della vita? In nome di qual principe degno d'essere unto e coronato re domandano la mia deposizione i poveracci che si sfamano con gli avanzi dei miei conviti e i ladruncoli che trafugano i frutti caduti dagli alberi dei miei giardini? Come mai può sperare, non dico di prevalere ma di giungermi al calcagno, il rancore servile dei troppi che, non sapendo avermi per maestro, m'hanno per padrone e rècano in fronte il mio marchio rosso e cercano invano di graffiarlo rompendosi le unghie — sia detto con sopportazione — non dissimili a quelle di Taide attuffata nella seconda bolgia?
Nessuno, certo, sa ridere più tranquillamente di me. Però v'è una specie avversa che riesce a privare della consueta sobrietà le mie allegrezze. Non rado avviene ch'io trasmodi, e mi perdonino le Grazie decenti, quando il Catoblepa — la bestia plantìgrada nominata nel _Morgante_ del Pulci, «che va col capo in terra e colla bocca» — fa una buca nel mollicchio grufolando e m'insegna che quella è la divina profondità a me preclusa; poi s'adira, digrigna, ringhia, crede di stritolarmi vivo e non s'accorge d'avere addentato una delle sue quattro zampe insensibili, gravi di grasso, di stupore e di mota.
Com'è lieve oggi, o amico, la bellezza dell'Alpe di Luni! Anche la faccia del Tirreno è di sì tenue purità che mi toglie il desiderio di risollevare gli occhi verso il cielo, perché appar quasi una imagine del cielo più divina e più vicina, simile forse a quell'estatica attesa che nei sereni impàllida tutto l'occidente quand'è per sgorgarne la lacrima di Espero. Ma l'Alpe mi fa volgere il capo in dietro e obliare il resto.
È ben quella che affocata dal tramonto diede a Dante ospite dei Malaspina la visione della Città di Dite; è ben quella che il furente Buonarroti sviscerò perché gli rendesse le sue creature imprigionate fin dall'alba dei tempi nella matrice marmorea; è la patria delle aquile nere e delle sentenze lapidarie, è la sostanza terrestre delle forme eterne. Ma oggi il suo travaglio ha tregua, la sua durezza si spetra. Non v'è nel mondo visibile, non nella mia memoria, una parvenza che le somigli. Forse, ora che mi ricordo, forse a lei smisurata e inesausta somiglia solo quel fiore paràlio che in un giorno di felicità vidi sopra le sabbie del Fàlero attico e non lo colsi,
ah di sì lieve bellezza che parveci entrasse in noi non pel varco dei sensi ma com'entra un puro pensiero.
Tuttavia ella era ieri anche più bella, mentre la contemplavo stando di là dalla folta selva di pini che mi nascondeva il mare. Non era ella come il sogno ieri ma come la vita, ma come una vita che sorgendo dalla più remota malinconia e melodia della Terra si palesasse a sommo della rupe in quella guisa indicibile onde appare nello sguardo dell'uomo il sùbito ardore dell'anima. La «materia prometèa» sembrava a un tratto divenuta impaziente di attendere lo scalpello e il martello del Titano, pronta a foggiarsi da sé medesima secondo la sua aspirazione, pronta a dare da sé medesima alla sua massa l'effigie del suo spirito, in quella guisa indicibile onde l'anima dell'uomo sembra crear dall'interno l'ossatura che la significa. E non mai la parola della sera aveva parlato nel mio cuore con una musica tanto religiosa.
La distesa umile dei campi era oscurata, sotto quella grandezza in punto di trasfigurare; e fumigava quasi cerulea di mirra senza odore. Io stava ai piedi d'un alto pioppo, ch'era l'ultimo d'un lungo ordine d'eguali; ed ecco, udii il fremito della cima, e alzai il capo a guardare. E la tregua della contemplazione fu rotta, perché invidiai l'albero; che è un uomo più saggio e più antico. Egli vedeva due spettacoli con la sua cima fremente: vedeva l'Alpe e vedeva il Mare. E io sentii con affanno, guardando il lucido moto delle frondi bicolori, sentii che lo spettacolo a me nascosto dal folto della selva era il più bello. «Che mai sarà la luce su la marina, se _il suo riflesso_ è tanto bello su la montagna?»
Allora, meditando per i sentieri silvani, scopersi il viso virgineo di una semplice verità; il quale mi diede tanta gioia che mi compensò di quell'affanno. E consacrai l'apparizione alla cima del pioppo candido, e il pioppo al mio dèmone.
E Oggi, o amico, mentre ti offro questa mia opera e raduno le pagine ancor calde di un'altra e mi preparo alla dipartita autunnale, io rinnovo al dèmone il voto di ieri: «Concedimi che in questo luogo dove tutto è alto e puro e degno di ripercuotere il grido fùnebre di Niobe già qui dalla mia anima udito, concedimi che in questa solitudine io termini di scolpire la mia propria statua secondo le leggi che m'assegnasti tu solo».
LA VERSILIANA, _30 novembre 1906._
PIÙ CHE L'AMORE.
LE PERSONE DELLA TRAGEDIA.
MARIA E VIRGINIO VESTA.
CORRADO BRANDO.
MARCO DÀLIO. GIOVANNI CONTI.
RUDU.
Il luogo dell'azione è la terza Roma.
Il tempo dell'azione è al principio della primavera, tra due vespri.
PRELUDIO.
Un Ulisside egli era. Perpetuo desìo della terra incognita l'avido cuore gli affaticava, desìo d'errare in sempre più grande spazio, di compiere nuova esperienza di genti e di perigli e di odori terrestri. Come le schiave di Bitinia o di Frigia recavano in letto corintio l'indelebile aroma natale, così le sue patrie remote nell'anima sua voluttuosamente odoravano. _Laus Vitæ_, XV.
MOTIVI PER UN PRELUDIO SINFONICO.
_Vespero, luce sui culmini sola, membra d'oro titaniche sparse nella montuosa nube, o morte e bellezza diffuse per tutto lo spazio!_
_Ecco la mia agonia, ecco la mia agonia._
_Fatto è il vespero su la nudità dei fiori primi, su la primavera impube ancor nuda di foglie, che tocca a quando a quando le rinate creature con le mille e mille dita leggère della sùbita pioggia. E ancóra la pioggia intermessa arieggia nell'aria la sorella sua bianca._
_Ecco la mia agonia._
_Colui ch'è dato al sepolcro, o profonde radici, vuole interrogarvi. Ditegli il segreto di sotterra, che vi nutre; ditegli la parola senza voce, onde traete la duplice forza del discendere e del salire, l'amore della terra e del cielo. Una cosa è, ch'ei non vede. Una cosa non vede colui che osò mirar con occhi novelli un tempo novello._
_Madre, perché mi fendesti pel mezzo la pàlpebra molle e v'includesti la cecità dello sguardo carnale che si corrompe? Sol perché ne sgorghi l'onda di quell'oceano amaro che da tutti i petti si leva fino in sommo delle gote e trabocca. Ma non piangerò._
_Sento il prodigio. Agita anche il moriente quel delirio ch'entrò in ogni ramo per esprimere fiore e semenza?_
_Impeto del Canto, fremito dell'infinita Lira!_
_Forse una grande Musa cammina in quest'ora per un cammino terrestre, non veduta, che gli uomini ignari chinano gli occhi su le scodelle fumanti. Forse va sola e scalza su l'antico basalto, nella solitudine ostiense; forse dalla selva laurèntia va verso la via delle Tombe, o forse lungh'esse le muraglie del porto sepolte e sommerse. Passa tra gli stipiti eretti della Porta Marina; ode appressarsi alla foce la nave carica della fortuna di Roma. E i lauri intorno al capo chiomoso brillano irti come ferri di lance che il sangue del vespero arrossa._
_Volontà occhichiara, figlia di Pallade e del Satiro, gioia dello stupro divino, concepita in un altissimo grido, primogenita d'un altra generazione di Muse, ti sovvenga del regno lontano!_
_Il ciel della sera aveva sopra noi il colore del tèndine; che pallido è come la perla ineffabile, palesato nella ferita. E non di fronda fu irto il coraggio nel rischio ma d'una selva di braccia. Il corpo d'un solo parve numeroso come il numero ostile: fu d'improvviso una folla possente, una moltitudine di titàni al comando di un re senza clava. E udivam dietro noi garrire la bandiera invisibile nel vento del mare, il bàttito della vela d'Ulisse sfuggita alla scotta. E tutta la sabbia era come la pelle distesa d'un immenso leone. Ed eravi un re, un re nel Deserto: il cuore carnale, non maggiore della man chiusa; ma l'intera grandezza del cielo pareva discendere nei pulmoni che l'avvolgevano aerei, conversa in sovrumano respiro._
_O grandezza! La più grande è la più sconosciuta._
_Ora verso qual plaga del cielo io leverò la mia bocca?_
_Ecco che l'aquila viene con grave remeggio recando nell'unghie una salma pesante come il mio destino ferrato. È l'aquila? o la mia speranza rapace che rise troppo presso alla folgore?_
_Nuove Erinni, figlie dell'Aurora e dell'Uomo, investigate il cuor mio, con lo scandaglio oceanico; e se da voi si discopra nel fondo altra cosa che un desiderio immortale, voi gettatelo come un frutto corrotto nel vicolo ingombro d'immondizia plebea. Ma se quel desiderio e il mio cuore sono un medesimo peso, lasciatelo nell'artiglio sublime, col segreto che non può più esser detto._
_Laggiù, laggiù, l'Arco della Notte inalza il suo trionfo alle stelle. Ahi nero vino dell'agonìa che bere bisogna fino all'ultima goccia nella tazza dell'onta! Non mai tanto bella mi parve la sorte del naufrago che beve il lungo sorso del mare come un nutrimento eterno e ode nell'orecchio rempiuto l'ululo della sirena che lo chiama alla trasfigurazione notturna._
_Tutto è cenere, tutto è silenzio. Libera alfine m'è d'ogni strepito l'anima, lungi alla turba ventosa che non raccoglie se non il suo proprio murmure nei fóri trafitti per l'osso del capo curvato._
_Tutto è silenzio. Più non canta lungo il fiume di gloria la viatrice dalla chioma irta di fronda: si ferma su la sacra foce e aspetta, poggiata a una spada larga come la pala d'un remo._
_O Vittoria annitrente, vergine poledra pasciuta d'asfodeli, che vidi balzar dalla rupe di Ardea, dalla rocca del magnanimo Turno (splendeva nel balzo tra i quattro zoccoli il ventre candido come quel dell'airone) or perché mi torni nel sogno e m'incalzi?_
_Non te amo, non te; ma nel candore di un altro deserto la belva indicibile dalle grida feminee, la leonessa alata d'ali aquiline, armata d'acute mammelle che non nutrono uomo né dio._
_Io la riveda! Io la riveda anche una volta, ne beva il soffio che odora del pasto cruento, m'erga nell'orrore del suo sguardo più antico della Necessità e del Tempo, fiso al segno regale nella mia fronte non cancellato; e attenda il primo raggio del Sole, quel che tutta faceva risonar la mia vigile vita come dardo scagliato contro simulacro di bronzo; e percosso da quello io precipiti sotto l'una branca protesa, e quivi rotto biancheggi nell'aridità sempiterna ossame d'eroe senza nome._
IL PRIMO EPISODIO.
Appare una stanza spaziosa e imbiancata, nella casa di VIRGINIO VESTA, ingegnere d'acque; che sta lungo il Tevere, alla Marmorata, tra l'Aventino e il Testaccio. Una finestra è a man ritta, una porta a manca, un'altra in fondo. Alle pareti pendono tabelle di formule, tavole grafiche, grandi carte ove sono figurati i corsi dei fiumi dei torrenti dei canali, gli apparecchi delle fontane, gli spaccati delle cisterne delle condotte dei serbatoi delle chiuse delle dighe dei ponti, le opere di presa e di difesa, i congegni delle nuove macchine per inalzare condurre governare le acque. Scaffali bassi ricorrono intorno, carichi di volumi. Una tavola robusta è presso la finestra; e sopra vi sono i larghi fogli per disegnare, le righe le squadre le seste le matite gli inchiostri, tutti insomma gli strumenti dell'arte; e v'è anche di metallo il modello d'un ariete idraulico, di legno il modello d'un ponte a tre archi, in un vaso di vetro un mazzo di violette. Non questi fiori soltanto interrompono la semplicità rigorosa ma anche alcune imagini sublimi: il busto di Dante, il ritratto a sanguigna della vecchiezza di Leonardo, la testa dello Schiavo di Michelangelo, la maschera di Ludwig van Beethoven formata da Franz Klein nel 1812, il calco della statua mutilata che fu tratta dal frontone occidentale del Partenone, creduta da taluno il simulacro fluviatile dell'Ilisso attico.
È un pomeriggio di marzo, mutevole, in cui s'avvicendano gli scrosci di pioggia e gli sprazzi di sole. Per la finestra si scorgono i lecci i pini i cipressi dell'Aventino, Santa Maria del Priorato, la villa dei Cavalieri di Malta, i mandorli sul clivo erboso, le vecchie muraglie coperte di edera.
VIRGINIO VESTA è in piedi, contro la tavola del suo lavoro, nell'atto di tirare una linea retta sul foglio. CORRADO BRANDO si muove per la stanza inquietamente; nel parlare si sofferma o tendendosi verso l'amico si appoggia allo spigolo della tavola o si pianta dinanzi alla maschera titanica o si lascia cadere su una scranna e poi di sùbito balza e riprende a far le volte del leone. Qualcosa di violento e di subitaneo è in tutte le sue movenze, e un'aspra passione gli dirompe la voce.
CORRADO BRANDO.
La linea retta, quella che tu segni là con la tua riga d'acciaio: una mèta certa; e sia pure una ruina certa, la caduta irreparabile, lo stroncamento dei due gomiti e delle due ginocchia; ma un sì o un no. Intendi? Questo volevo dalla vita.
VIRGINIO lascia il tiralinee e la riga, alzando il capo.
VIRGINIO VESTA.
E la vita non ti ha già risposto?
CORRADO.
Come?
VIRGINIO.
Sei ancora di qua dai trent'anni, e hai già potuto compiere una grande azione.
Il rancore indurisce lo sguardo dell'inquieto e gli contrae la bocca.
CORRADO.
Senza gloria, a beneficio altrui.
VIRGINIO.
Che importa? Sei tu di quelli che hanno bisogno della fanfara per muovere all'assalto e della mercede per combattere?
CORRADO, impetuosamente.
Sono di quelli che portano dentro di sé la bestia selvaggia e, lontani dal deserto, nella ressa degli uomini, non hanno altra scelta se non tra la cupidigia e la mortificazione, tra il crimine e l'ignavia.
Egli si sofferma davanti alla maschera che l'attira.
VIRGINIO.
Guardala bene, la maschera del sordo Beethoven. T'insegna il coraggio e la solitudine, la pazienza e la lotta silenziosa. Più la vita è constretta, più è alta; più s'inalza e più diventa dura.
CORRADO.
Che m'insegna costui? M'insegna il furore e il turbine. Quando tua sorella suona qualcuna di quelle musiche, la tempesta solleva tutte le forze dell'anima e le aggira e poi le sbatte e schiaccia contro un muro di granito; oppure, lo sai, un artiglio ostinato ti scava nel vivo del cuore per ritrovarti e lacerarti le radici del sogno più nascoste. Tu stesso allora diventi pallido.
VIRGINIO.
Perché sento sorgere dentro di me la mia vera vita che non è quella mediocre di tutti i giorni, in cui mi curvo e mi logoro.
CORRADO.
Che chiami tu la tua vera vita?
VIRGINIO.
Una potenza velata dalla sua stessa bellezza.
CORRADO.
Una potenza senz'atti, senza regno?
VIRGINIO.
Che trasfigura gli atti, che non ha limiti al suo regno; che di me, umile ingegnere idraulico irto di moduli logaritmici di formule trigonometriche e di equazioni generali, fa il regolatore dell'Elemento inesauribile che circola in tutte le creature viventi dalla pianta all'uomo, il signore dell'acqua mediatrice e macchinatrice, comune a tutto ciò che vive, mista alla nostra carne e alla fibra dell'albero, eguale nel nostro cuore e nell'acino d'uva, nella nuvola e nella lacrima. E m'avviene di ripetere in me il cominciamento del Trattato di Leonardo, come una preghiera della mia infanzia, perché l'acqua è il sangue e la linfa del mondo. E, per più conoscerla, più l'amo, obbedendo alla sentenza di quel primo maestro; e quanto più l'amo tanto più so dominarla, perché l'amore mi trasmuta la mia scienza in arte e l'arte mi trasfonde nella cosa amata, di modo che l'intuito talvolta mi precorre il calcolo come se fosse nato in me un senso nuovo e in tutti i miei spiriti fosse qualcosa di simile a quell'acume che portano nell'udito i cercatori di sorgenti.
CORRADO.
Così tu dici che la tua vita vera è la poesia.
VIRGINIO.