Più che l'amore: Tragedia moderna Preceduta da un discorso e accresciuta d'un preludio d'un intermezzo e d'un esodio.

Part 2

Chapter 23,856 wordsPublic domain

Si riscuote il morituro e getta due muggiti di toro. Col terzo grido chiama il figlio: Ιω παῖ παῖ. Il suo dolore invoca il nato dalla sua virtù, la creatura che sopravvive a lui distrutto, la vita che si perpetua e ascende. Lo scopritore di nuove stelle dice nella sua suprema preghiera, pensando al non nato ancóra: «Che la Natura trasmetta in carne il segno della mia più profonda cicatrice!» Il Telamonio lascia all'erede il solo scudo settemplice, l'emblema della sua possa invitta. Egli dice: «O figlio, sii più fortunato del tuo padre ma nel resto a lui simile». L'Ulisside spera che il suo figlio vada più oltre. Egli, percosso a mezza via, scorge prima di chiuder gli occhi «di là dalla mèta l'erede del suo dominio, il monumento vivo della sua vittoria». Entrambi hanno fede di aver generato con grandezza perché vissero con grandezza, perché entrambi ebbero la volontà ostinata di superar sé medesimi, «di non più essere uomini ma qualcosa di meglio». Al padre che l'ammoniva di vincere con l'armi ma sempre col favore del dio, Aiace aveva risposto: «Anche l'uom vile può con gli iddii vincere; io confido d'acquistar la mia gloria senza costoro, o padre». Il vincitore di Olda aveva ospitato il dio nel suo petto, gli aveva dato il palpito del suo proprio cuore; s'era divinamente sollevato sopra il dolore e sopra la morte; aveva detto ai carnefici: «Io sono un dèmone, e voi non potete farmi né soffrire né morire». L'orfano Eurisace regnerà magnanimo l'isola ricca di fati navali e di colombe; avrà dai talassòcrati Ateniesi gli onori divini. Ma qual Moira assisterà la nascita dell'orfano partorito senza ululo nella solitudine da colei che «pari alla stessa vita, si sente capace di tollerare tutti i mali»?

Con un lieve tremito riconosco, sotto la tenda del Telamonio, nel volto di Tecmessa quasi direi il primissimo bagliore di quella luce che irraggerà pienamente il volto della mia eroina. La giovane Frigia è una prigioniera di guerra, una «rosa del bottino», una preda barbarica liberata dai vincoli e accolta nel letto del predatore Ellèno; ma la sua attitudine e la sua voce non sono della «schiava subdola e funesta» bensì dell'amante sottomessa e devota che ha posto nel suo dèspoto ogni sua salute e che l'esorta a vivere con una preghiera d'infinita dolcezza. «A te, vivere e vincere; a me, vivere e attendere» dirà anche Maria Vesta, ma con un accento ben più animoso, ma col fremito della più fiera libertà. O matutina apparizione dell'anima feminea nell'opera giovenile di quel poeta che per la bocca dell'invincibile Antigone rivelò primo al mondo la forza delle leggi «non scritte»!

Né la dolcezza di Tecmessa, né il rude amore dei marinai di Salamina, né il pensiero dei vecchi e del nato possono interrompere la corsa dell'eroe verso la tenebra. «O tenebra, mia luce!» ha detto l'amico del giorno, il combattente che nella mischia intorno al cadavere di Patroclo aveva lanciato la meravigliosa bestemmia contro Zeus spargitore importuno della nera caligine, Ιω σκότος, ὲμον φαος. Luce a lui farà la spada fatale di Ettore, confitta per l'elsa nella sabbia del mare, su la più deserta piaggia. La morte ch'egli invoca nel commiato sublime è quella stessa cui vuol consacrarsi l'Ulisside novello: non la femmina orrida ma il Genio maschio.

Ὤ Θανατε Θανατε, νῦν μ’ ὲπίσκεψαι μολων.

Dietro di lui è il macello ignobile, è l'ira degli iddii, è il pianto di Tecmessa, è l'esultazione ingannevole dei socii navali che chiamano Pan «ondivago» alla danza; ed egli è là, contro la larga spada infissa, avvolto da quel gran vento che amano gli sfidatori «pieno di sabbia sollevata e di schiuma in lembi.» Non sembra che anche Corrado Brando abbia udito su quel gran vento il grido selvaggio del coro in tripudio?

Ἰω ἰω Πὰν, Πὰν, ὦ Πὰν Πὰν άλίπλαγκτε....

O amico, e non ti ricorda Thanatos un'altra consecrazione che inseverisce quel poema nautico ov'è celebrata — con modi che ti piacquero — la nascita della decima Musa Energèia?

«Bel fanciullo» dissi «a Te solo sacrerò l'acciaio polito ove miro l'anima mia, se mai sarà ch'ella s'incurvi.»

L'anima ribelle del Telamonio s'incurva, nel tempo medesimo, sotto il giogo degli iddii e verso la punta del ferro. Il peso stesso della sua azione riconosciuta e giudicata lo abbatte al suolo. «In avvenire» dice egli con un'amarezza che mi sembra simile al sarcasmo «in avvenire sapremo che convien cedere ai numi, e impareremo a venerare gli Atridi». Il nome della moderazione ricorre per la prima e per l'ultima volta su le labbra dell'empio che un giorno osò respingere crudamente il soccorso di Pallade stimandosi bastevole a sostener da solo qualunque sforzo ostile.

Ἡμεῖς δὲ πῶς οὺ γνωσόμεσθα σωφρονεῖν;

Ma egli si uccide perché «niuno potrebbe vincere Aiace, altri che Aiace».

Corrado Brando dirà: «Chiunque possegga sé, per essersi conquistato a prezzo di travagli, considera come suo privilegio il diritto di punirsi o di farsi grazia, e non lo concede ad altri». Egli scuote da sé il peso della sua azione, egli scaccia dal suo spirito l'imagine della colpa, si rifiuta di accettare il castigo, di considerarsi omai «come l'attributo del suo atto e null'altro». Gli sembra iniquo che il piccolo fatto senza sangue abbia ragione d'una grande vita. Egli non incurva né il suo corpo né la sua anima, anzi erge a dismisura e l'uno e l'altra come colui che teme d'essere sorpreso da uno sgomento improvviso, da un affievolimento di forze, come colui che teme «di commettere una viltà contro la sua follìa, di disconoscerla, di difformarla, di avvilirla». Prima che contro gli uomini, egli si difende contro il rimorso e contro il pentimento. Il suo istinto di ribellione non soltanto persiste fino all'ultimo, ma si esaspera trasmutandosi in minaccioso delirio. Egli vuol dedicare ancóra qualche sacrifizio umano in un gran rogo _alla sua libertà_, perché almeno gli schiavi dalla piazza si volgano in su e si ricòrdino. La sua ultima ragione è nelle sue armi cariche. Egli non si ucciderà, ma ucciderà finché non sarà ucciso. E verso la notte di primavera il suo cadavere arderà nell'incendio, in mezzo all'Urbe, tra il Muro del sesto re e il Fòro costrutto dal domatore dei Parti; arderà perché meglio dal fango mortale si sprigioni nel fuoco lo spirito «infaticabilmente vivo» e continui a operare sul mondo, poi che la più fulgida favilla è già entrata «nel germe ancor cieco del nuovo essere».

Su la salma di Aiace scoppia il conflitto tra il fraterno dolore di Teucro e il basso rancore degli Atridi che tentano gittar la preda cruenta agli uccelli del mare. La magnanimità del Laertiade intercede pel nemico e lo celebra come il più forte degli Achei dopo Achille. L'eroe infortunato sarà sepolto, con tutta l'armatura, dalla pietà del sagittario e di Tecmessa nel promontorio battuto dalle tempeste. Ma colui che non ha potuto scegliere il luogo della sua sepoltura e dormire sotto il tumulo il sonno stesso della terra incognita, il sonno ardente dell'Africa, colui sottrarrà la sua spoglia ad ogni contesa e ad ogni onta: saprà accendere a sé stesso il suo rogo e spargere al soffio del novel tempo il suo cenere.

Posti dall'arte tragica dinanzi a un problema spaventevole il Greco dell'Evo eroico e il Latino della terza Roma, entrambi lo affrontano con animo _vittorioso_ quantunque entrambi appariscano vinti. Ora il primo non cerca di comprendere: non scioglie il nodo, sì bene lo taglia con la spada di Ettore. Raggiunge il luogo deserto e s'immola, pago di spandere col sangue una grande anima. Compie così il riscatto dell'atto, accettando la necessità dell'immolazione. Ma il secondo ha l'occhio più sagace e audace: egli non teme di discendere nel suo proprio abisso e d'illuminarlo. Al lume del suo pensiero egli riconosce che l'atto è estraneo alla sua vita verace, alla sua sostanza profonda; e che per ciò egli non deve sodisfare la giustizia umana con alcuna ammenda. «Pentimento? espiazione? La tua luce non è la mia.» Risale dall'abisso con uno smisurato impeto di libertà, portando un superbo vóto al sepolcro: libero per la morte e libero nella morte. Non più considera sé come un colpevole che vuol sottrarsi alla pena, ma come un nemico che vuol vendicarsi. «Sono un nemico.» Troppo hanno pesato su la sua pazienza gli uomini impuri, il tristo tempo. La sua fine sarà una festa d'orgoglio: rampogna, incitamento e promessa ai superstiti.

Ho detto che il giorno della mia tragedia è un giorno di trasfigurazione. Meglio forse avrei potuto chiamarlo: un giorno d'invenzione eroica. Qui ciascun personaggio, sotto l'urto dei fati, _inventa_ la sua virtù; che diviene la sua difesa, la sua necessità e la sua bellezza. Si muovono essi in un'ombra vespertina; ma, dopo la vigilia che segue il primo vespro, la loro vita interna è infiammata da una luce di aurora. Se non mi fosse impedito dall'angustia e dalla povertà della moderna scena, io vorrei porre davanti agli occhi dello spettatore non soltanto l'imagine del Fiume fidiaco ma quella della Donna michelangiolesca che si sveglia su l'arca, ai piedi del Pensieroso, con in tutte le membra la pesantezza di un dolore titanico; il qual non è se non l'ingombro dei pensieri e degli atti ancor costretti nell'impronta materna perché troppo ancóra immeritevole di riceverli si mostra il popolo degli schiavi, non pur degno di far da strame al sonno della sorella Notte che là di contro dorme senza riposarsi.

Una scena ornata di statue non comporta se non la più severa nudità. L'arte del tragedo, come quella dello statuario, ha per oggetto il nudo. Obbedendo alla legge della mia arte, con non timida mano io ho spogliato di ciò ch'era vile e fugace l'anima dei miei simulacri e ho potuto talvolta sollevarla fino alla regione del canto. La stanza dell'Ulisside, nel secondo episodio, non è dissimile alla tenda del Telamonio. Il «lordume civile» sembra spazzato via per sempre, se bene salga per la finestra aperta «il romorio degli insetti umani». E quel romorio è remoto come il rombo dell'Ellesponto.

Nel primo episodio la denudazione inesorabile avviene sotto gli occhi stessi dello spettatore. I personaggi non sono ancor del tutto liberati dal pregiudizio e dalla menzogna, non hanno ancor del tutto abbandonata la paura di soffrire e di far soffrire. Di tratto in tratto ancor s'ode, nelle pause della loro angoscia, la voce fioca e roca della consuetudine. A ogni parola, a ogni gesto del violento sembra che nell'aria della stanza tranquilla qualche cosa si schianti, qualche cosa si laceri. Quando il domatore di fiumi col linguaggio della poesia celebra la riconciliazione dell'Uomo e della Natura, ecco che la «Potenza velata dalla sua stessa bellezza» entra d'improvviso nella scena e impone la sua legge alla vicenda. Ella forzerà le palpitanti creature a cercare nel più profondo la lor «vera vita» e a manifestarla.

E per manifestarla ciascuno deve accettare «la meravigliosa necessità della solitudine». La maschera del Titano sospesa alla parete non cessa di biancheggiare pur nell'ombra crescente come un segno di luce inestinguibile. «È l'isola dello spirito» dice Corrado Brando «e non v'è nulla intorno fuorché la tempesta».

La prima apparizione di Maria è accompagnata dalla freschezza e quasi direi dal fremito della primavera acerba. Ella sopraggiunge con le mani piene di violette; ma l'odore dei fiori non le impedisce di sentire nell'aria chiusa l'odore della febbre mortale. Al suo gesto di supplichevole amore, Corrado non volge il capo nel partirsi ebro di lontananza e di perdimento. «Chi lo fermerà?» Ed ecco, scomparsa quella frenetica forza eccitatrice, la vita sembra rallentare il suo bàttito, illanguidirsi, raumiliarsi. Alle imagini della grandezza dolorosa e indòmita succedono le imagini delle bisogne umili e consuete. I vecchi infermi si affacciano alle finestre dell'Ospizio tutte eguali; nel ricordo camminano in fila su la spiaggia anziate i giumenti placidi che vengono dalle carbonaie di Conca. Sorge dal passato e s'indugia per qualche attimo nell'aria primaverile un sentimento di pace e di securità. Le lacrime della giovine donna sgorgano subitanee come la pioggia di marzo ma più silenziose. Entrano i due uomini dediti a offici che sono _inutili per la vita_: l'uno tenta di far rivivere le pietre morte, l'altro cura i mali incurabili della vecchiezza. E l'uno e l'altro vengono tratti dal «desiderio di riscaldare l'anima a un focolare amico», vengono per respirare «in una illusione di santità familiare». Evocano il dolce agio di ieri, la vecchia fante che porta la lampada verde, il silenzio della strada dietro le tende, gli usignuoli dell'Aventino, il rimorchio sul Tevere, i vaghi romori che approfondiscono la quiete; e quel navalestro Pàtrica che è quasi la larva del Tempo, quel passatore informe su cui sembra che passino le acque del fiume come tutte le cose labili.

O Vita, o Vita, dono terribile del dio, come una spada fedele, come una ruggente face, come la gorgóna, come la centàurea veste!

Ecco che di sùbito l'eterna Medusa balza dal pavimento della stanza come da una voragine e agghiaccia l'anima di colui che ha tanto sofferto e tuttavia teme di toccare il fondo della miseria. Il capo irto di serpenti e grondante di nero sangue è là, in mezzo alle apparenze familiari, tenuto sospeso da un pugno invisibile. Per vincere l'orrore, per tener diritte nella schiena le vertebre che si disgiungono, bisogna inventare una virtù e animarla di sé con uno sforzo splendido e veloce che somigli a una resurrezione. Virginio Vesta, Maria Vesta, nati d'un medesimo sangue, suggellati dal medesimo suggello, sono d'improvviso chiamati alla vita eroica. Una voce li chiama, li solleva, li trasfigura e li disgiunge. Nella notte piena si compie il sublime travaglio, incominciato nell'incerto crepuscolo.

Entrambi, guardandosi, sono sopraffatti dall'angoscia. Le fibre dei legami lacerate sembrano gemere in loro. Né l'uno né l'altra hanno ancora conquistata la libertà suprema. Virginio barcolla sotto il colpo, e si lascia sfuggire una parola poco virile. «Non c'è più nulla, allora!» balbetta, quando Maria ha confessato. Gli fa paura il suo deserto.

Ma la sorella è la prima a vincere il tremito; è la prima a respingere l'uso il costume e il limite. Il suo sguardo è già impavido e fisso dinanzi a sé, mentre quello del fratello ancóra s'indugia tra i fantasmi leni del passato. Quando egli riafferra la sua volontà e le dice: «Voglio difenderti», ella ha già l'accento eroico nella sua risposta: «Contro chi, se non temo?» Il distacco è avvenuto. Egli è solo, omai; e non può più proteggere, e non può più consolare. Un tempo le due vite si toccarono, e ne nacque un bene inaudito. Ora i due nati dello stesso sangue ridiventano estranei e soli. Per costruire un santuario bisogna abbatterne un altro. Ma nella donna parla per l'ultima volta l'antica voce tirannica quando, a sostener l'amato, ella afferma la sua certezza: «Resterà col mio amore....»

Perché le sorga in bocca la nuova voce è necessario ch'ella faccia la sua vigilia «nel gelo della morte, con la finestra aperta su l'alba, a piedi scalzi come chi deve passare all'altra riva».

Qui penetriamo nell'imo cuore del drama, la cui vicenda è tragica, la cui essenza è lirica. Qui pienamente l'idea centrale s'illumina, e irraggia del suo splendore la catastrofe. «Da che profondità è salito alla tua bocca questo canto? T'inseguivo nelle tue musiche quale ora mi ti mostri. Ho ascoltato con angoscia tutte le tue melodìe per attendere che quest'una venisse. E ch'io abbia potuto udirla in questo punto, è forse l'ultimo dono del Destino.»

Il ritmo funebre, che accompagna il passo dell'eroe verso la sua fine, s'arresta all'inattesa apparizione della dolce creatura figlia del canto; e anch'egli, l'assassino, per un momento appare trasfigurato, purgato d'ogni macchia, esaltato dal miracolo, come se dalla tenebra la donna reduce gli uscisse incontro d'improvviso con una luce di stella. La parola sofoclèa sembra per lui riempirsi d'un novo senso: «O tenebra, mia luce!»

Un miracolo infatti si compie, insperato, come nell'_Alcesti_ di Euripide. Admeto «l'indomabile» vede sparire dal suo talamo la florida figlia di Pelia. Per serbare la sua propria vita, egli manda la devota verso la prateria d'asfodelo, la sospinge nel regno di giù. Similmente Corrado dà nel suo cuore il commiato crudele alla sua donna, per proposito di scampo; e non volge il capo al gesto supplichevole della mano ancor fresca di fiori. Mi piace di comparare l'anelito di Maria verso l'Alba con il sospiro della Tessala verso lo splendore del Giorno. Ἅλιε καὶ φάος ἁμέρας.... La creatura nuova ha il desiderio di morire perché dalla sua morte venga all'amato «qualche bene ignoto». Ella si distende supina e, oppressa dal peso del suo corpo non più vergine, si offre vittima volontaria: «Ecco, sono distesa _per lui_ e non mi alzerò più». Veracemente dunque, allorché va verso lui che non l'aspetta, ella torna come Alcesti dal regno profondo. Alzando ella il suo velo, Corrado la riconosce reduce dal Buio; non altrimenti che Admeto, alzando Eracle il velo della straniera, riconosce il volto divino della sua sposa a cui ancor siede nella bocca vivente il silenzio dell'Ade. — Θαῦμ’ ἀνέλπιστον τόδε — grida con attonita gioia il re ospitale.

Alcesti si tace. La nuova creatura si abbandona all'ebrezza del canto per celebrare il suo miracolo interiore. «Dov'era la maschera della colpa ho veduto apparire il viso dell'innocenza.... Il mio spirito può abitare la tua tenda. Il mio coraggio può fissare le tue nuove stelle.... Posso, come te, cantare nei supplizi!.» Il rapimento del morituro è impetuoso come un ultimo volo d'aquila verso un sole riacceso. Egli ora sa a quali culmini tendesse lo sforzo della sua vita, quale fosse il segreto della sua ansia. È scomparsa la profezìa eroica che prima gli sembrava di leggere «chiara come in una lapide incisa» nelle corrosioni spaventose dell'immensa duna oceanica. «Tu sei forse la mia ultima terra lontana» dice egli alla donna che lo chiama e lo suscita. I fiumi, i monti, le selve, i deserti, tutte le patrie ignote e agognate sembrano sprofondarsi nel suo spirito e convertirsi in regioni interiori. Altri cammini, altre culture, altri dominii, altre città riconosce egli in sé o intravvede. Trasmutato in spazio mistico il continente periglioso è dentro di lui, cinto dalle onde «senza schiuma e senza strepito» dell'immensa Malinconia. «Tu sai che, se cerco la via ignota, la cerco per svelare me a me stesso.... I più grandi spazii io li percorro nell'invisibile, dentro di me. Toccare la sorgente o la foce segreta d'un fiume non mi vale se quella gioia non illumina nel mio spirito una cima più alta.»

Quando la voce feminile ascende sino alle note del canto, il suo potere riesce a superare il fascino d'ogni altra bellezza e d'ogni altra armonia; poiché, per divenir musicale, è necessario che quella voce s'accordi col ritmo del nostro cuore, lo rinforzi, si perda in noi, diventi la nostra essenza stessa, si trasformi in qualche cosa che prima ignoravamo e che d'improvviso ci appare come un nuovo tesoro di sangue e d'anima. «Sento che le radici della mia vita non sono più in me e che l'infinito è là dove tu ti volgi» dice l'inebriato quando sta per ricevere l'annunzio della maternità. Egli medesimo ascende alle più alte note del canto nel celebrare la vita della sua vita.

Mi tornano nella memoria le parole dell'Antico mentre mi accomiato dalla creatura nuova che porta la costellazione di ferro nell'iride. Ella va a porsi tra Silvia Settala e Mila di Codra, non mutilata come l'una, non incenerita come l'altra, ma compiuta da un sacramento della Natura; non un vincolo ma un dono; più che un dono: un Segno. «Or teco pensa, che bellezza dovea essere in lei, alla quale parea si convenisse lo suo dolore!»

Scomparsa la donna dalla scena, il ritmo funebre interrotto ricomincia; ma or sembra condurre l'eroe non più verso il sacrificio e verso il sepolcro, sì bene oltre l'amore e oltre la morte, là dove egli non possa «né soffrire né morire.» Ancóra persiste in lui il fascino della melodìa quando ricorda al servo la notte di Milmil, il cerchio di fuochi, il suono delle tre canne dispari, i Neri che ascoltavano immobili «come se quel canto non fosse straniero ma venisse dal fondo della loro infanzia».

Quale istinto lo inchina così verso il «figlio del cratère»? Dice egli a Rudu: «Sei nato dentro un cratère spento, che si ridesterà». I cratèri sono le fauci bacchiche della Terra. Il morituro cerca forse di compiere la sua ultima comunione con la Natura ignuda, con la Natura immune da ogni indagine della conoscenza, non violata dall'urto di alcuna civiltà. Nell'isolano persiste il tipo primordiale dell'uomo. Costui vive fuori d'ogni epoca e fuori d'ogni ordine sociale. Non è all'estremo ma all'origine della sua stirpe. Egli ha perduto il ricordo del suo passato familiare, la nozione del suo stato civico, il senso della domesticità. È in lui non so che riflesso del Coro originario obediente e compaziente, che vede come il dio soffra e come si trasfiguri. Egli non comprende ma sente, non conosce ma indovina. Sopra tutto, adora e obbedisce. La sua servitù è cieca ma sublime. «Tu sei ancóra capace di cantare con una voce più ferma in un supplizio più crudo, se io te lo comando.» Si ripercuotono nella sua anima semplice le angosce del suo Signore; ed egli appare come l'imagine ripercossa del demone dionisiaco che, dinanzi a lui, si agita e si manifesta. Al suo contatto, l'eroe doloroso è riassalito da un sùbito accesso di selvaggia allegrezza. «Imagina ch'io abbia bevuto l'idromele e che mi ritorni la smania della guerra.» E ripreso dal fremito oscuro della superstizione, ridiventa aleatore, si arrischia di nuovo al gioco facile e terribile per rievocare la potenza della sua volontà che un tempo interrogava la Sorte ma soltanto per contrariarla, ma soltanto per afferrarla alla gola come Alessandro fece della Pitia sul tripode. «Che vale il giuoco, se tu vuoi quel che vuoi?» gli dice il servo. «Mi leggi nell'occhio?» egli risponde; e sa che nell'occhio non ha lo sguardo della volontà invincibile ma lo sguardo stesso del fato che lo possiede e lo trae. Dalla pelle del leone, distesa sul pavimento per ricevere il getto della moneta romana, si leva allora l'imagine di «una gloria che fu silenziosa». Ed egli, che non ha immortalità fuori del Deserto, esprime l'uno de' suoi due grandi vóti funebri: «Accendimi un fuoco di lentisco sopra un nuraghe per memoria e non mi dimenticare nei tuoi canti». Ha veduto nella sua visione, sopra l'isola fiorita d'asfodeli e commossa dall'ànsito dei giganti dormienti, l'altare ciclopico di macigni non cementati se non dal tritume dei millennii.

Così vedrà nell'ombra della basilica romana il colosso di pietra «quasi belva, quasi dio»; ed esprimerà al fratello perduto l'altro vóto, il supremo. «Portagli una corona di cipresso in memoria di me, e deponila su le grandi ginocchia ove sognando mettemmo il nostro avvenire.»

Mirabile fato, quello del superstite domatore di fiumi! Per riuscire a _inventare_ la sua virtù, qual somma di forze ha dovuto egli raccogliere e costringere! Non lo sostiene alcuna ebrezza, né il fascino del canto, né la rivelazione dell'oltrepassato amore. Anche la sua volontà di beneficio diviene inefficace. Egli conosce che ogni consolazione è vana per la creatura che può soffrire sinché più non senta la sua sofferenza. L'anima eroica respinge da sé ogni cosa lene come la ruota che gira vertiginosamente. La compiuta virtù genera la compiuta solitudine. E l'amico e la sorella partendosi da lui, gli ripetono la medesima dura parola: «Dove io vo, tu non puoi seguirmi». Egli è solo come nessun altro. L'acqua ha cessato di sorridere nell'Universo. Ma il regolatore dell'Elemento inesauribile sa dire a sé stesso: — «Taci, o profondo. Consólati d'aver tutto perduto, se in te è rimasto quel _senso nuovo_ che ti farà scoprire domani la nuova sorgente».