Part 10
Dopo... ancóra la voce sonnacchiosa in cima alla chiocciola, una cautela senza respiro come nell'aggattonare tra l'erba che fruscia; la discesa per le scale come la calata giù per un'amba che frana; la strada stranamente sonora sotto il piede che non cammina più su la punta ma sul suo tacco saldo... Ancóra il grido del venditore di tossico, una campana che suona mattutino, il cigolìo dei carretti; dall'alto della Trinità, Roma come una flotta naufragata in un mare grigio; e l'irruzione frenetica del desiderio che con qualunque nave salpa verso l'Ignoto!
Egli trae un profondo respiro; e poi biascia sentendosi la bocca arida, il fuoco alla gola.
«Devi aver santificato l'anniversario» mi dicesti tu ieri. L'ho io santificato? Due anni innanzi, avevo veduto il Fachès irto di lance rosseggiare come un'aurora nell'aurora. Ed ecco qui la piazza, la strada, le case cieche, l'immondizia tenace, il primo lezzo del vilume agglomerato che si stira e sbadiglia. M'annunziasti tu il sorgere degli uomini nuovi? Non so che delirio selvaggio gridava dentro di me: «Le nuove Erinni! Le nuove Erinni!» Mi pesava il bottino? Certo, mi pesava. Ma dentro dicevo: «Non per me, non per me! Basta a me un pugno d'orzo abbrustolito, la carne degli avvoltoi, l'acqua della cisterna o del pantano, e per sale la necessità di superarmi ogni giorno». Finita era la scaltrezza animale; alle mie ossa, per compenso di quel peso, promettevo di rivestirle d'una nuova sostanza, di là dall'oceano; sentivo la mia vera vita involarsi e fluttuare in alto sopra l'azione; mi pareva che dal mio cuore balzassero sul mondo a volta a volta dèmoni di ghiaccio e di fiamma. «Le nuove Erinni!» Poi l'ottusità, il bisogno del giaciglio basso, il nero letargo là su i sacchi di carovana, nell'odore del Sud.
Qualche vampa del delirio crepuscolare lo ritraversa. Egli si lascia cadere su la vecchia cassa dalle maniglie di corda. Tremante VIRGINIO gli tocca la fronte.
VIRGINIO.
Bruci.
CORRADO.
Dammi qualche cosa da bere; là, quella fiasca.
Beve avidamente. Energico balza in piedi, aspro parla.
Ora vattene. Perdonami se sono entrato anche nella tua vita come un devastatore. Addio. O forse ci rivedremo.
VIRGINIO.
Che farai?
CORRADO.
Non so. Non so _vedere_ in me, se tu sei presente. Debbo essere solo per sentire tutto me stesso, per ascoltare il mio dèmone. Tu mi turbi.
L'altro vacilla per alcuni attimi in un'esitazione quasi spasimosa. L'ambascia lo strangola.
VIRGINIO.
Corrado!
CORRADO.
Che vuoi?
VIRGINIO.
E necessario che tu vada senza indugi. Difficile è l'impunità, all'ombra della Legge. Difficile è tener nascosta a lungo la trasgressione. Tutto si scopre. Non so, non sai se in tanta cautela, se in tanta complicità del caso qualche errore fu commesso...
CORRADO.
Forse.
VIRGINIO.
Poiché Simone Sutri è prosciolto, è possibile almeno ritardare o forviare la ricerca temibile, darti il tempo di giungere in luogo franco...
CORRADO.
E come?
VIRGINIO.
Promettimi di partire, e lascia ch'io tenti...
CORRADO.
Una falsa denunzia?
VIRGINIO.
Discutere non giova.
CORRADO.
Offri te stesso?
VIRGINIO.
Piccolo rischio correrei, se volessi farlo. Non offro molto, ahimè!
CORRADO.
Ti presenti e dici: Io sono l'assassino e il ladro... Tu, Virginio Vesta!
VIRGINIO.
Se racconto i particolari esatti dell'esecuzione, se mostro un documento...
CORRADO.
Quale?
VIRGINIO.
Non puoi tu fornirmelo? Un segno di quel che fu tolto...
CORRADO.
O fanciullo buono, nessun segno varrebbe se non a indicarmi! La mano che tu mi tendi non giunge fino a me. Siamo su due rive opposte. Non t'è concesso il passaggio improvviso. T'è vietata la grande avventura. Tu hai il tuo cómpito prefisso, la tua persona circoscritta. L'ordine riposa su te, su la tua costanza infallibile. Tu sei un artefice della vita arginata. Per beneficare la città tu metti a governo i fiumi e imprigioni le sorgenti. Non puoi né rompere le chiuse né tagliare gli acquedotti. Se tu ti accusassi, il giudice sorriderebbe del tuo candore.
VIRGINIO.
Mi respingi anche una volta!
CORRADO.
Ma non intendi che il mio consentire non varrebbe se non a mettermi puerilmente nelle mani odiose che ben vorrei troncare?
VIRGINIO.
Forse t'inganni.
CORRADO.
No. L'errore, l'inevitabile errore, fu commesso.
VIRGINIO.
E lo sai?
CORRADO.
Non trovo più la nota degli allestimenti.
VIRGINIO per alcuni attimi non può profferir parola.
VIRGINIO.
Fu lasciata là?
CORRADO.
Temo.
VIRGINIO.
Ne sei sicuro?
CORRADO.
Non sicuro, ma...
VIRGINIO.
E potrebbe essere un indizio?
CORRADO.
Oh basta! Perché dunque non hai condotto teco anche il leguleio per fare consulto? Basta questo esame e questo terrore, e tutto il resto. Vuoi tu trarre anche me a rimpicciolire e a falsare quel che è irreparabile? Una è la necessità imminente: ch'io rimanga solo col mio pericolo, ch'io sia il padrone della mia vita e della mia morte.
VIRGINIO.
Altre vite tu schianti con la tua.
Impetuosamente il dispregiatore insorge ad esaltare il suo bene.
CORRADO.
Le sollevo con le mie braccia nella mia più alta preghiera, fuor d'ogni vista, fuori della tua vista! E t'apparirò ingrato. Ma, dicendoti addio, mentre son già con l'arme alla gota e non so quale sarà il mio combattimento, dicendoti addio, non ti raccomando la creatura del mio amore. La meravigliosa necessità della solitudine sta anche su lei. Anch'ella è ormai espulsa dal gregge, bandita dal costume. Che il dispregio e l'onta sieno la sua lode e la sua gloria! E che sia benedetta la sua madre di verità e di dolore, se in questo momento la riconosce, se piangendo rivede in lei il puro giglio ch'ella abbandonò travolta dalla sua tempesta, se per un'ora la riprende nel suo grembo travagliato, se le pone sui fianchi le sue mani tremanti e la bacia e le dice: «Porta anche tu il tuo peso!» Che la colpa oggi parli alla colpa le parole inaudite! Io non ti confido la creatura del tuo sangue, mia in me dall'alba a questo tramonto e per l'eternità. Amala, ma senza fare ombra al suo proprio sole. Che ella custodisca e difenda nel più selvaggio disdegno la vita della nostra vita e che le dia per nutrice la sua musica, per pane la sua speranza! Tutto omai ella può: me l'ha detto. Ella m'ha gridato: «Posso, come te, cantare nei supplizii».
VIRGINIO.
Tu hai disumanato l'amore.
CORRADO.
Gli ho tolto le infermità e le catene. Ma hai tu potuto comprendere quel suo grido? Corrompendomi al contagio degli istrioni, anch'io mi son sentito attrarre talvolta verso quella sorta di gloria che soffia nelle sue trombe gonfiando le gote plebee. Non ti ricordi? Ieri mi sfuggì un'imprecazione indegna e tu mi désti una degna risposta. Ma io ho conosciuto lo splendore e l'ebrezza d'un'altra gloria, in disparte, in silenzio, con la testimonianza di me solo e del Deserto. E mi concedo di rammemorarla, per irraggiarne il mio commiato, dinanzi a te che oggi mi vedi sotto l'ombra dell'onta e non sai confessare la tua avversione.
VIRGINIO.
Io piango in te l'eroe degli orizzonti serrato contro un muro cieco!
CORRADO.
Il muro è alle spalle, ma il volto è pur sempre verso il Fato.
VIRGINIO.
Anche il Fato ti ama.
CORRADO.
Perché l'amo e in durezza l'eguaglio.
VIRGINIO.
Dirti addio, ancóra non voglio.
Una grande elevazione di bellezza interiore trasfigura colui che foggiò sé stesso per il diritto di promettere.
CORRADO.
Io ti dico addio, in una gloria che fu silenziosa; e ricòrdati, solo per quella, di porre la corona di cipresso su le ginocchia di pietra. O fratello perduto, onora nell'assassino la Volontà invincibile! A Olda, sopraffatto dal numero, atterrato, disarmato, stretto in un cerchio ostile, mi sollevai di sul cumulo nero degli uccisi (sotto i mille sguardi di terrore e di furore sentivo il bianco del mio volto divenire soprannaturale e quasi dalla potenza dell'anima assumere la luce dell'immortalità), mi sollevai e dissi pacato per la bocca dell'interprete: «Io sono un dèmone, e voi non potete farmi né soffrire né morire». Dissi e mantenni. Il mio buon Sardo era al mio fianco; e per obbedirmi seppe essere il mio pari. «Né soffrire né morire.» Cantammo e ridemmo, nella tortura. Vedemmo colare il nostro sangue, udimmo scricchiolare le giunture delle nostre ossa; e cantammo e ridemmo, sempre fisando i carnefici che non sostenevano lo sguardo sgomenti. «Né soffrire né morire.» Il Fato mi contraccambiò d'amore! Il pànico a un tratto spense la ferocia; il supplizio fu tralasciato; la tribù si sottomise al dèmone; inalzato dal coraggio sopra il dolore e sopra la morte, il volto bianco parve immortale.
La pietà fraterna si esala nel più affettuoso grido.
VIRGINIO.
O fratello non perduto per l'anima mia, soffri ma non morire!
CORRADO.
«Che la Natura trasmetta in carne il segno della mia più profonda cicatrice!» ha detto già la mia preghiera a quella che porta il mio figlio.
VIRGINIO.
Tu hai nominato il tuo figlio!
Alle ultime parole di CORRADO BRANDO, guizza il Sardo tra i due battenti dell'uscio socchiuso e resta in piedi senza osare d'aprir bocca, scuro in volto e inquieto. Si volge CORRADO e al primo sguardo sembra che indovini. La passione, che accendeva la sua voce, si spegne a un tratto. Il suo nuovo accento esprime una straordinaria tranquillità.
CORRADO.
Che c'è, Rudu?
RUDU.
Tre uomini alla porta... _chi non mi piaghent_.
Mormora le ultime parole tra i denti. VIRGINIO ha un fremito in tutta la persona e impallidisce.
CORRADO.
Bene. E che vogliono?
RUDU.
Uno, che è più degli altri due, domanda di te, _su mere_; e dice ch'entrare deve, che aprire bisogna per forza.
CORRADO.
Questo dice?
Egli ride d'un riso che sembra non varchi i suoi denti se bene gli salga dai precordii, potente e sobrio. Si accosta alla finestra, guarda in giù, poi in alto dove la nuvola di primavera è come un monte di bragia che s'incenerisca.
C'è l'assedio. È una bella sera. Va, Virginio. Tutto fu detto. «Le nuove Erinni!»
Egli si dirige verso le sue armi. Sconvolto, l'amico tenta di attraversargli il passo.
VIRGINIO.
Che vuoi fare?
La seconda ingiunzione è così imperiosa che mozza ogni altra parola vana, respinge ogni altro tentativo inutile.
CORRADO.
Va! Rudu ti apre.
Fa l'atto di passare nella stanza attigua il testimone smorto e convulso, ma s'arresta su la soglia tra i due battenti. CORRADO BRANDO parla rapido al suo fedele, che sembra divorarlo con gli occhi intentissimo, presentendo le violenze, ridivenuto il veltro sardesco addestrato alla _piga_ contro la bestia e l'uomo, già pieno d'una così viva inquietudine muscolare che sembra quasi rivelata la vibrazione d'ogni nervo a traverso quel suo corpo asciutto.
Falli entrare, _homine de abbastu._ E tu tieniti indietro, e richiudi la porta. _A su chi escit!_
Qualcosa di magnetico è nel comando trasmesso a voce bassa ma netta, qualcosa di demoniaco che crea nell'ombra rossastra della stanza irta di selvaggi trofei quasi l'instabilità della tenda nòmade e il soffio dell'avventura mortale. Con un semplice battito delle pàlpebre il «figlio del cratère» risponde che ha compreso e che è pronto. Mentre questi si volge, il vincitore di Olda si accosta alla tavola, con quel suo piglio leonino; e impugna l'arme che a breve distanza meglio serve.
FINE DEL SECONDO EPISODIO.
ESODIO.
Silenzio! Silenzio! Sol degno è che parli innanzi alla notte chi sforza il Mondo a esistere e magnificato l'afferma nelle sue lotte e l'esalta su la sua lira. Taci tu, cosa da mercato, ingombro gemebondo! _Laus Vitæ_, XVII.
MOTIVI PER UN ESODIO SINFONICO.
_Una lamentazione gorgònea congela il cuor della Notte; e il pianto delle Pleiadi è vinto. Pieno di forze in travaglio, che lùcono e tacciono, è il firmamento latino. L'incendio si spande; e il poledro selvaggio nell'Agro si volge, e sembra che s'oda scalpitare il centauro su le pietre dell'Appia; e il pastore inconsapevole come al tempo di Numa guarda il segno rosseggiare su l'Urbe saturnia e non teme._
_Chi inciderà ancóra una sillaba nel frontone dell'Arco? E chi nella parete del Monte scolpirà una lettera sola del nome? E chi scruterà l'Avvenire convolto nel grembo penoso?_
_Certo laggiù si consuma una forza d'eroe non invano; però che il vento del Fato e del Mare, ecco, si leva ed infervora il rogo._
_Vento del Mare e del Fato, che trascorri l'Appia deserta e visiti tutte le tombe e percuoti la rupe ov'ebbe il Piloto dalla figlia del Sole segnata la via tremenda per alla dimora del Buio, or soffia su l'arsione vorace, sùscita fino agli astri la fiamma, èccita il ruggito del fuoco, àgita la fiaccola immane su l'Urbe che sa altri olocausti, scaglia le faville e le ceneri negli occhi degli uomini servi e accècali perché veggano l'onta._ Vae victis!
«_Io non sono il badile né la bisaccia né la bilancia né l'aspo. Sono il timone e la spada, la tempesta e la guerra» gridò l'uccisore sul rogo. «Ma chi narrerà al mio figlio che, nella mia morte notturna, ho tenuto sul mio petto il mio Sole simile a una mola rovente? Via, cani, alla catena! La mia cenere è semenza._»
FINE DELLA TRAGEDIA.
OPERE di GABRIELE D'ANNUNZIO
Prose scelte L. 4 —
Romanzi Il Piacere 5 — L'Innocente 4 — Trionfo della Morte 5 — Le Vergini delle Rocce 5 — Il Fuoco 5 — Le Novelle della Pescara 4 —
Poesie Canto novo; Intermezzo 4 — L'Isottéo; la Chimera 4 — Poema paradisiaco; Odi navali 4 — La Canzone di Garibaldi: La Notte di Caprera 1 50 In morte di Giuseppe Verdi. Canzone 1 — Nel primo centenario della nascita di Vittor Hugo — MDCCCII-MCMII — ode — 50 Elegie romane 3 50 Laudi del Cielo del Mare della Terra e degli Eroi Vol. I: Laus Vitæ. Legato in finta pergamena 8 — — Legato in vera pergamena 12 — Vol. II: Elettra — Alcione. Legato in finta pergamena 10 — — Legato in vera pergamena 14 — Laus Vitæ. Nuova edizione economica 4 — Elettra. Nuova edizione economica 3 50 L'Allegoria dell'Autunno 1 —
Drammi Francesca da Rimini, tragedia in 5 atti 7 50 — Legata in pergamena con fregi e nastri 12 — — Edizione economica 4 — La Figlia di Iorio, tragedia in 3 atti 4 — — Legata in pelle, stile Cinquecento 10 — La Fiaccola sotto il moggio, tragedia 4 — Legata in pelle, stile antico 10 — La Città morta, tragedia in 5 atti 4 — La Gioconda, tragedia in 4 atti 4 — La Gloria, tragedia in 5 atti 4 — I Sogni delle Stagioni Sogno d'un mattino di primavera 2 — Sogno d'un tramonto d'autunno 2 — Più che l'amore, tragedia moderna 4 —
In preparazione:
La Nave, tragedia. Terra Vergine (Nuova ediz. riveduta e aumentata). La madre folle, romanzo. Vite di uomini illustri e di uomini oscuri.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.