Part 2
«Ripiglio in questo punto la lettera. Narrandovi in questo punto la scena strana e appassionata, fra me e mia madre, una profonda emozione mi ha vinta, come se ancora, innanzi alla disperazione della figliuola una buona mamma adorata facesse la suprema fra le confessioni. Ho dovuto alzarmi e vincere, passeggiando, pregando, l'impeto dei singhiozzi. A noi, fanciulle nobili, la religione è insegnata molto, ma come un dovere, o come una delle tante frivole nostre occupazioni: mentre è una cosa così dolce e così solenne, nel medesimo tempo, così intima, così diretta alle nascoste fibre spirituali, che dovrebbe essere la base della nostra educazione. La religione è bella: ma voi, forse, non credete. Infine, essa ha rasciugato le mie lagrime, quella notte, e questa. Io sono calma. Ma anche nell'ora della freddezza, quando io guardo glacialmente il mio avvenire, come se fosse quello di un'altra, anche quando tutto è deciso, io vi dico: Francesco, non venite mai più per la mia strada. Non potrei incontrarvi, senza seguirvi, poichè questo è il mio destino, questa è la mia fatalità. Scomparite per me. Non ho la virtù di mia madre. Ella non volle e non seppe peccare: io, peccherei. Vedete che confessione atroce fa qui una ragazza, che oggi deve maritarsi? Pensate che scandalo, se qualcuno lo sapesse! Ma il silenzio e il riserbo e la compostezza e la freddezza a cui siamo obbligate, noi ragazze — nè, forse, potrebb'essere diversamente — ci isolano, e avendo l'apparenza di gentili bambole indifferenti, insensibili, noi viviamo, profondamente, una vita interiore, tumultuosa, spesso, che ci esalta. Chi supporrebbe in donna Clara di Nerola, così piena di sorriso, di serenità, di giovinezza, che sposa così volentieri il vecchio principe di Schillingfurst, chi supporrebbe in questa ragazza bella ma esteriore, come tutti dicono, una passione divoratrice, una passione prepotente e indomabile, che ne ha già distratto la segreta virtù? Non venite sulla mia strada: o sono perduta. Siate gentiluomo, siate principe, dimenticate quella vostra natura indifferente e fredda e dimenticate che solo il vostro egoismo esiste e vogliate sparire per me. Vedete che sono stata buona, buona: non mi sono uccisa, il che avrebbe potuto procurarvi qualche fastidio: non sono fuggita di casa mia, per venire nella vostra, il che vi avrebbe dato una grande noia. Sposo un vecchio e vado via dalla mia bella Roma, lascio il mio paese e la mia famiglia; abbiate pietà di me, non mi gittate alla perdizione. Che farò io di questa passione? Dove divamperà questo fuoco nascosto? Chissà! Oh, perchè non siete voi uno fra tanti, uno di quelli che ballano, cavalcano, fumano, giuocano come mio fratello, Ferdinando di Nerola! Vi dimenticherei, così presto, se foste uno fra tanti! O, forse, non vi avrei amato. Ma voi mi farete questa grande carità, voi non verrete mai, mai, dove io sono. Io vi amo tanto tanto, in un modo così assoluto, così imperioso, che il solo vedervi apparire, scomporrebbe per sempre la mia vita. Non venite. Alle dodici, oggi, andiamo al Municipio; alle nove di questa sera alla chiesa di sant'Agostino: alle dieci, al tempio protestante. Non venite in nessuno di questi posti, partite per Maccarese, per Nizza, restate chiuso nella vostra casa, ma non apparite. Se venite, io do in un urlo di gioia, e vengo a buttarmi nelle vostre braccia. È uno scandalo enorme. È la rovina di dieci, di quindici persone. Addio, Francesco. Perchè mi avete detto che mi volevate bene? Forse non era vero. Forse ho sognato. Oh, la voce vostra! Se la sentissi, dal paradiso, nell'inferno, verrei a dannarmi con voi. È un'eresia, un sacrilegio, quello che ho scritto. Come avete guastato la mia esistenza! Ma non importa, mi avete detto che mi volevate bene. Addio, addio. Metto qui il mio nome di fanciulla per l'ultima volta. Nella prima lettera che scriverò, dopo di questa, sarò la principessa di Schillingfurst. È atroce. Addio — Clara.»
Don Francesco aveva letto la lunga lettera, con molta attenzione, ma senza che la sua fisionomia dimostrasse nessuna impressione. Dopo, per un momento, stette a guardare i fogli sottili, pieni zeppi di quei caratteri, sorrise per un momento, poi suonò il campanello elettrico.
— Dite al cuoco — ordinò al cameriere, che si presentò — dite al cuoco che prepari la colazione per le undici e mezzo. Alle dodici, debbo essere in un posto. E si rivolse di nuovo al vassoino dove giacevano, ancora, le due altre lettere: di nuovo, una curiosità lo prese, guardò il biglietto da visita nella busta. Pure, si dominò: e non l'apri. Aprì invece la seconda lettera. Era scritta in lungo e snello carattere inglese: anche essa voluminosa.
«Principe — cominciava a scrivere la fanciulla — io non ho neppure il coraggio di chiamarvi per nome, tanto questa familiarità mi turba e mi sconvolge. Voi, sì, mi chiamate per nome: e provo quando voi pronunciate il mio nome, in italiano o in inglese, io provo una così inebriante dolcezza, che mi fa vacillare. Voi sapete questo: e prima di pronunciarlo, mi guardate intensamente, come per prepararmi a tale dolcezza, e lo pronunziate con tale lentezza, che io ho la sensazione acuta di una lunga, profonda vibrazione. Quando voi dite, Daisy, Daisy, Margherita, un solco mi si scava nell'animo. Di tutto ciò, io muoio. «Principe, io partirò, oggi, per Torino. Ho licenziato la mia dama di compagnia, da otto giorni, e con un po' di denaro per consolarla, ella è partita per la Scozia, quietamente. Non mi amava e non l'amavo. Noi siamo benefici pei nostri servi: ed essi sono, per noi, assai rispettosi. Ma nessun altro vincolo ci lega, altro che la carità ed il rispetto. Noi settentrionali, noi stranieri, noi gelide creature dei paesi brumosi, non siamo come voi altri, tutti avvampanti di amore, nella fantasia, e che poi non amate nessuno. Noi diamo l'anima nostra a un sol uomo, ai nostri figli, se li abbiamo e a Dio, che raccoglie tutti questi affetti. Quanta gente amate voi! I servi che sono cresciuti in casa e i bimbi che vedete andare a scuola, le ragazze che vi sono state compagne d'infanzia e i vecchi che hanno conosciuto vostro padre, i vostri maestri e i vostri amici, quelli che avete visto un anno, e quelli che avete visti un giorno! Amate una quantità infinita di gente. Oggi amate questa fanciulla, perchè le parlaste, in una sera di primavera, in un giardino dove le violette olezzavano e scintillavano le lucciole; domani amate quella signora pallida, perchè la vedeste disperarsi, nel truce giorno in cui le si uccise il marito; dopodomani amerete la folle cavalcatrice, dai capelli biondi e dal cavallo biondo, che vedeste galoppare, nella campagna romana, dietro la volpe che fugge e si rintana. Amate moltissime donne, voi italiani, voi meridionali; questa, perchè ha gli occhi di una cugina che vi morì, l'altra, perchè ride sempre e sempre canta, la terza, perchè veste sempre di nero e porta sempre un mazzolino di mughetti; quest'altra, perchè sempre sogna; e chi sa ancora chi, per una ragione fantastica, per una causa talvolta puerile, bizzarra sempre. Quanta gente, quanta gente amate! Ma, voi, principe, non amate nessuno, nessuno, nè amico, nè amante, nè fanciullo innocente, nè vecchio carico di ricordi, nè donna dagli occhi pieni di languore: nessuno. Voi sorridete, talora, voi parlate con la vostra voce armoniosa e dite delle cose, lentamente, con dolcezza, in modo che chi vi ascolta, freme di gioia; ma non amate, nessuno. Il vostro sguardo accarezza, spesso, i capelli neri delle donne e i capelli biondi dei fanciulli, ma non amate nè le donne, nè i piccoli. Voi non amate nessuno. E di questo, mi fate morire.
«Dunque, parto. Sola. Quando sarò stata due o tre giorni a Torino e avrò fatto perdere le mie tracce a chiunque potesse cercare di me, partirò, per le Alpi. Io andrò, piano piano, senza affrettarmi, ma senza fermarmi mai, prima sulle praterie coperte di brina, ma ancora tutte verdi e tutte fiorite; poi salirò, fra la neve, alla montagna. So che voi odiate la montagna. Tutto ciò che è serenità delle cose e vivificazione dello spirito, tutto quello che serve a dar forza alla fibra e coraggio alla volontà, voi lo odiate. Voi siete realmente l'uomo di Oriente, quello che ama vivere, sdraiato sopra un divano, ascoltando il canto di una fontanina di profumi, guardando dalla grande finestra spalancata, l'oleandro roseo e il mare azzurro. Voi siete l'uomo d'Oriente, coi suoi lunghi sogni dove scomparisce ogni senso del reale, con le sue indefinite contemplazioni, dove si smarrisce il concetto e la forza dell'azione: l'uomo egoista, e fiacco, e cattivo, e felice, nello stesso tempo. Oh come aveva sognato, anche io, di vincere in voi l'indolenza dell'uomo orientale, di rendervi meno egoista, più buono e tenero e benigno, meglio felice! Oh, come ho odiato tutte le cose che spezzano la volontà e corrompono il carattere, le rose profumate, i cuscini soffici, le molli sere di primavera e di autunno, il grande mare azzurro che conduce al sonno, alla immobilità! Ma non ho potuto vincerle, tutte queste cose, esse sono troppo forti, troppo forti in voi, e mi hanno vinta. Avrei voluto darvi l'amore della montagna, dei suoi bianchi fiori vellutati, dei suoi negri abeti, dei suoi temporali subitanei, delle sue valanghe ruinose, spettacolo immenso. Ma voi odiate il freddo, odiate il movimento, la neve vi immalinconisce e i ghiacciai vi danno l'idea della morte. Anche a me l'hanno data.
«Così, me ne vado alla montagna. Chissà dove andrò e quanto resterò lassù! Ma io troverò una buona guida, una guida valorosa che mi accompagni, fra i ghiacci eterni. Andremo errando, insieme, per la montagna, sulle erte cime e nelle vallate profonde, dove la voce umana pare un fenomeno meraviglioso: andremo per le vie cattive, rasentando i precipizii, affrontando tutti i pericoli. Non temete per me: nulla d'impensato può accadermi. Io voglio morire pensatamente, tranquillamente, se è possibile, nel giorno e nell'ora che ho fissato. Voglio inebbriarmi, sulla montagna, di solitudine, di grandezza, di sublimità. Voglio inginocchiarmi sulla neve e chiedere perdono, a Dio, di quello che commetto. Voglio dirgli, nell'umiltà della preghiera, che non posso fare altro che morire, poichè vi amo e poichè voi non mi amate. È un grave, gravissimo peccato il suicidio: e le anime cristiane, come la mia, dovrebbero averne un santo orrore. Ma voi non mi amate: io lo dirò a Dio, sulla montagna. Come Mosè, io lo invocherò e gli dirò il mio dolore: egli deve perdonarmi, perchè io non posso vivere, poichè voi non mi amate.
«Dio deve perdonarmi. Quando avrò abbastanza pregato, abbastanza pianto, quando avrò detto, all'eco della montagna, perchè muoio, nell'ora migliore, io andrò alla morte. La montagna è piena di abissi e ogni passo falso, un sol passo falso può condurmi alla morte. La guida, accorrente, esterrefatta, vedrà precipitare il mio corpo nella valle, dalla neve, fra le nevi: e quando vedrà che nulla può fare, sola, per ritrovare almeno il mio corpo, tornerà, correndo, all'asilo più vicino: e intanto su me, morta, fioccherà larga e pura la neve. Dall'asilo, dal villaggio più vicino, verranno i buoni montanari con le ascie, con le pale, incappottati nei bruni e caldi mantelli: li seguiranno le loro donne, buone, che accorrono sempre, dove è una disgrazia. Porteranno con sè la rustica, la poetica barella fatta di tronchi d'albero: sono abituata alla montagna, io, ho visto la barella dei morti. Per le vie meno pericolose, mentre l'aria già imbrunisce, discenderanno nella valle: e delicatamente, con cure amorose, metteranno il corpo della morta sulla barella, e al lume delle torce, poichè sarà già venuta la notte, la mesta processione si avvierà all'asilo: porteranno la morta al grande albergo, che la vide partire svelta, tranquilla, coraggiosa, piena di forza e di salute, e ora vedrà rientrare un viso bianco, macchiato di sangue, un corpo sfracellato. All'albergo tutto sarà in ordine, nella mia stanza: le mie carte, per provare chi sono: il mio testamento, con cui lascio la mia fortuna ai poveri di Londra, vecchi e fanciulli, uomini e donne. Mi seppelliranno, secondo la mia volontà, non nell'umida, brumosa, soffocante Inghilterra, ma nel cimitero coperto di neve, sulla montagna coperta di neve. Io merito questa tomba di purezza. Nessuno saprà, prima, o dopo, che io mi sono uccisa. Voi soltanto.
«Sentite, Francesco — sì, voglio chiamarvi per nome — il segreto della vita, è l'amore. Credo così profondamente in questa verità, che nulla per me esiste, fuori dell'amore: tutto è illusione, tutto è chimera. Forse anche l'amore è una illusione: dice lo scettico. Che importa! È la più bella, la più grande delle illusioni; e la sua perdita è irrimediabile. Nulla si può mettere al posto dell'amore: nè la tormentosa ambizione, nè la pazzia del giuocatore, nè la dolce passione mistica: nulla vale l'amore. Dico un sacrilegio, forse? Nulla, nulla. Nè i piaceri della vanità, nè la voluttà del lusso, nè le gioie sapienti della intelligenza, nè i trionfi della bellezza, nè le seduzioni dell'arte; nulla vale l'amore. Non credete che io sia una fanciulla audace e peccaminosa; vi dico queste cose, purissimamente, nell'ora della morte. Tutto mi è assolto, da questo abbandono che faccio, senza esitare, a venti anni, della vita. Oh, Francesco, se conosceste che è l'amore, voi direste che ho fatto bene a morire. Poichè, mentre non sapevo far altro della mia esistenza, che amarvi, voi non mi amavate, non mi amate. Non vi hanno insegnato, Francesco, che cosa è l'amore: nè voi avete cercato mai d'impararlo. Non sapete nulla, non conoscete nulla. Siete voi felice? Pare. Chi ne sa niente! Voi stesso non potete dirlo. Forse, mancandovi la grande scienza, vi manca il grande desiderio. Oh, io ne muoio, di desiderio d'amore! Non mi fraintendete. Sentitemi bene.
«Sentitemi, poichè non vi ho mai detto questo. Io vi ho amato subito, così, nel primo momento che mi avete guardata, nel primo momento che mi avete parlato: e voi lo avete inteso, subito, poichè siete certo abituato ad essere amato, poichè, anche non avendo mai amato, conoscete negli altri l'amore. Io, non ve l'ho detto. A noi inglesi il temperamento, l'educazione, l'ambiente, l'esempio, ci creano un carattere di un sol pezzo, un carattere duro e forte, che non mente e che non tollera menzogne, che non è flessibile e disprezza la flessibilità altrui. Io, poi, sono stata avvezza anche più duramente, perchè non aveva padre e madre, perchè il mio tutore è morto anche lui e a sedici anni amministravo di già la mia fortuna, leggevo quel che volevo, potevo viaggiare dove mi piaceva, discorrere, ascoltare, amare chi volevo. E freddamente, io ho voluto conoscere che cosa era la vita, da me, per vivere felice, o per morire, se non potevo esser felice. Io ho visto che solo l'amore era il segreto, e che quel segreto, cercato, ritrovato, invocato e ottenuto, poteva riempire la mia esistenza delle più grandi emozioni. Ero assai fredda, assai tranquilla, allora, quando faceva questi ragionamenti psicologici: e andava formando la mia educazione umana, lentamente, per non cadere nell'errore. Ero così fredda, che potevo scrutare nei cuori umani, come nel mio, e leggervi l'egoismo, lo scetticismo, la indifferenza: e leggervi, peggio, la volgarità, il calcolo, la venalità. Non volevo legare la mia esistenza nell'amicizia o nell'amore, che per l'amore: non volevo darmi a chi non mi amava. Voi lo avete conosciuto, Guido Arezzo? Siciliano, bruno, ardente, pieno d'immaginazione, col sangue bruciante, che gli bruciava le vene, egli diceva di avere una furiosa passione per me, che ero inglese, bionda, pallida, anemica, glaciale. Egli ha dato le dimissioni, egli andava, alla messa, per vedermi: egli aveva la parola calda e la frase prorompente; era ricco quasi quanto me, e libero, e giovine, e nobile: tutti mi dicevano che egli mi amava e che io doveva sposarlo. Ma non mi ha convinta, mai un minuto, perchè io sentiva il vuoto dell'anima sua, sotto le sue parole, perchè io vedeva, passata la vampa fugace, tutto un avvenire glaciale, una unione di due persone che tutto divideva, il carattere, la nascita, lo spirito. Oh, se ci fosse stato l'amore! Ma, come Guido Arezzo, neppur voi mi amavate, l'ho subito visto, l'ho sempre visto.
«Eppure, come la parola vostra era soave, quando dicevate di amarmi, Francesco! Vi rammentate, questo inverno? Dopo il ballo di casa Sutri, il giorno seguente, alle tre, veniste a casa mia così, liberamente, senz'avvertire e senza chiedere il permesso, poichè sapevate che le fanciulle inglesi ricevono liberamente qualunque giovinotto. Io leggevo nel grande _hall_, innanzi all'immenso camminetto, dove ardeva un gran fuoco: ma fuori, nelle vie, e penetrante dalle finestre larghe nell'_hall_, vi era ancora il sole. Leggevo il Tennyson, vi rammentate, il poeta dei pallidi e gracili amori: Tennyson, che voi non intendete. Mi faceste leggere qualche strofa ed io obbedii; poichè quello che voi volete, io voglio: ma non ascoltavate e tacqui. Voi eravate perduto nel silenzio, nei sogni. Infine mi diceste che bisognava leggere Goethe, leggere il _Faust_, il _Faust_ dove è passata l'orma di uno spirito quasi divino; che solo _Faust_ era il poema dell'amore, che solo Margherita aveva saputo amare.
« — Ma Faust amava Margherita — ho detto io.
« — Sì, Faust amava Margherita — mi avete risposto, profondamente.
«Imbruniva. Mi guardavate, dopo avermi detto che mi amavate. Oh, dolcissimo inganno! Che minuto lungo, in cui io sentivo la dolcezza e sentivo l'inganno! Io non dissi d'amarvi. Voi lo sapevate. Quando stringeste la mia mano era gelida. Ve ne andaste. Da quell'ora ho sentito che dovevo morire.
«Poichè invano, invano mi avete detto, innanzi alle stelle del cielo e fra le rose del mio giardino, innanzi alla chiesa del villaggio dove ci siamo trovati insieme, nell'estate, e sul mio libro di preghiere, dove avete appoggiato la vostra mano, invano avete ripetuto le sacre parole, le sante parole dell'amore, quelle che si dicono veramente, una sola volta, l'unica volta. Voi mentivate soavemente: ma io, anche amandovi, intendevo, intuivo, sentivo la menzogna, non avevo neppure più il primo minuto della illusione, avevo il senso glaciale della verità, nuda, implacabile. Oh, come ho pianto, come ho singhiozzato, come ho chiesto al Signore la fede, la felicità dell'illusione, come avrei voluto poter credere, senz'altro, ciecamente, a quello che mi dicevate! Come avrei voluto, non che fosse la verità, ma che io potessi credere quella la verità! Ma era inutile: la profonda passione e il profondo desiderio del vostro amore non mi toglievano la lucidità. Sentivo l'anima lontana; sentivo fra me e voi l'ostacolo, ignoto, ma forte, ma insormontabile. Se mi aveste amato, ora non andrei alla morte.
«Se mi aveste amato, lo avrei inteso e avrei vissuto, per questo: perchè, quando si è amati, bisogna vivere. Non so quello che sarebbe accaduto di me. So che avreste potuto chiedermi tutto ed io lo avrei fatto: o non chiedermi nulla, e io avrei egualmente fatto tutto. Sarebbe piaciuto al mio dolce signore avere una sposa umile e fedele, amorosa e devota, legata a lui, nel nome di Dio e nel nome degli uomini, una sposa per il bene come per il dolore? Io sarei stata quella sposa. Piacea forse al mio buon principe avere una amante leggiadra, intelligente, e appassionata, una donna perduta nella grandezza dell'amore, non conoscente più altro che l'amore? Io sarei stata quell'amante. Piaceva al mio bel signore lasciarmi e ritornare a me, andar lontano, essere un giorno amoroso, un giorno gaio, l'altro triste? Io sarei stata come lui, per lui. Niente mi sarebbe stato ingrato, per lui. Oh, felice, felice, il peccato, nell'amore, quando l'amore vi è, intenso, profondo, unico! poichè l'anima finisce per purificarvisi tutta, per perdere ogni bassezza, ogni volgarità umana. Sono sacrilega ancora, lo sento. Ma l'amor vostro, Francesco, pensate, l'amor vostro, voi che non amate nessuno, voi che non amate niente!
«Niente. Tutto è finito per me. Sono scolorate tutte le più vivide cose dell'esistenza: e le linee, i colori, le forme si confondono in un gran bigio monotono, dove non riluce tinta, dove non freme vita. Non voglio più niente, non mi piace più niente, non debbo più vivere. Voi non mi amate. Ora, la Indifferenza, vedete, la invincibile Indifferenza mi uccide. Sono fiera, non posso sopportare nè la freddezza, nè la pietà, nè la compassione: non mi contento nè della stima, nè dell'amicizia, nè dell'affetto. Sono fiera. Non me ne fo rimprovero. Voglio la vita come la merito, completa, piena di amore, piena di ardente, incandescente amore: non la voglio, fondata sulla bugia, sulla scambievole indulgenza, sul perdono. Avevo un ideale, lungamente invocato, invocato con tutta la potenza della mia giovane anima e questo ideale mi sfugge. Io vado a ritrovarlo _di là_.
«Restate sereno. Ognuno, attraverso il tempo, attraverso le cose, ha la sua parte, talvolta, semplice, talvolta bizzarra, talvolta inconscia. Che sapete voi, del male che fate? Voi non misurate, perchè vi manca la nozione dell'amore, e ve ne manca la misura. Il solco che scavate, vi sfugge. Dite le parole di amore, così, come il dilettante canta a orecchio, perchè avete una bella voce, perchè la musica delle parole amorose fa in voi stesso un gran diletto, perchè vi piace ingannare, senza sapere il pericolo dell'inganno, perchè voi stesso siete forse in buona fede, credendo di amare. Restate sereno. Io muoio, perchè troppo alto era il mio semplice e puro ideale. Io voleva essere amata: ciò che è dato all'ultima donna della terra non mi è stato concesso. Vi rammentate? In casa Sutri, mi avete parlato di Siebel che non potea toccare un fiore, senza farlo appassire; mi avete parlato di Faust, ma Faust amava Margherita; voi siete dunque Mefistofele, lo spirito che non può amare. E io devo morire. — Margherita.»
Don Francesco, quietamente, ripiegò i foglietti sottili, lievissimi, dove miss Daisy aveva scritto le sue ultime parole, rimise i foglietti nella busta e la busta sul tavolino. Le due lettere, di donna Clara e di Margherita, si toccavano. E mentre riaccendeva la sigaretta spenta, don Francesco vedeva nel bianco, finissimo fumo una bella testa bruna coronata di fiori d'arancio, ma portante negli occhi neri una insanabile disperazione, vedeva una testa bionda, dai biondi e smorti capelli, dalle labbra scolorate, una testa macchiata di sangue, dalle palpebre livide e dalla bocca chiusa per sempre. Egli suonò di nuova e chiese al cameriere:
— Sapete a quale ore parte il diretto, per Torino?
— No, Eccellenza; ma ora glielo saprò dire.
Col dito mignolo, il principe scuoteva la cenere dalla sua sigaretta, pensoso, ma tranquillo: pure, innanzi agli occhi, vedeva sempre un profilo di fanciulla bruna, profilo purissimo, ma pieno di malinconia, come assottigliato e consumato da un malore spirituale: vedeva sempre una linea vaga, di fanciulla bionda e gracile, vestita di bigio, che saliva, lentamente, a una immensa montagna bianca, per uno stretto e ruinoso sentiero.
— Alle due e cinquanta, Eccellenza — disse, rientrando, il cameriere.
— Bene: fate preparare le valigie: parto con quel treno.
Ma quando il cameriere fu uscito, per togliersi a quelle strane apparizioni, egli prese la terza lettera, la busticina dove vi era soltanto un biglietto da visita, e che due volte aveva tentato di leggere, per una bizzarra idea, attraverso la busta. Apri questa volta. Era un biglietto che portava questo solo nome: Maria. E Maria scriveva, semplicemente:
«Oggi, portatemi una rosa.»
III.