Piccoli eroi: Libro per i ragazzi
Part 9
Per parecchi giorni sopportò le più crudeli sofferenze; avvilita dall'impotenza di recar sollievo al povero infermo. Vi fu un momento che il padre, in preda ad una febbre ardente, voleva gettarsi dalla finestra, ed essa temè di non aver abbastanza forza per trattenerlo. Nè poteva far assegnamento sull'aiuto di alcuno, perchè tutti fuggivano la loro casa come se fossero appestati, ed essa era alla disperazione; sola, col padre delirante, che voleva alzarsi, che non la riconosceva più, e la cacciava via. Fortunatamente quel periodo non durò molto, e a furia di cure e di riguardi il male prese una buona piega: ma bisognava vedere com'era sfigurato il povero Giovanni! avea la faccia gonfia, tutta piena di piaghe, e Carmela con una pazienza da santa, vinceva il ribrezzo e la nausea che quella vista le incuteva, per curarlo e diminuirgli lo spasimo.
Furono venti giorni di vero martirio per la povera figliuola; e quello che le dispiaceva di più, era vedere che nè la madre nè Graziella davano segno di vita, mentre l'ammalato domandava nel delirio continuamente di loro.
Quando Giovanni incominciò a star meglio, allora conobbe la grande abnegazione della sua figlia, e l'egoismo della moglie e di Graziella, e disse a Carmela:
--Tu sei un angelo. Guai se non eri tu a curarmi! sarei morto come un cane; e dire che a te non badavo nemmeno! Come mi pento d'essere stato così ingiusto! Ma ora, noi due staremo sempre assieme, e le altre resteranno là dove sono andate; non le voglio più vedere.
Carmela le difendeva:--Sarebbe stato un peccato che Graziella venisse presa da una malattia così terribile, che può lasciar tracce sul viso,--diceva scusandole.
Ma Giovanni non voleva saperne più nè della moglie, nè dell'altra figliuola, e diceva abbracciando Carmela:
--Si sta tanto bene noi due, e non voglio più che tu faccia la vita che facevi una volta; verrai con me a girare la città, a respirar un po' d'aria libera: ne hai di bisogno, sei tanto pallida.
Quando la casa tu disinfettata, e Giovanni guarito, ritornò Anna, ma egli non la volle vedere.
Anna se la prese con Carmela, dicendo che le aveva guastato il marito, che non le voleva in casa perchè Graziella era più bella di lei; e mentre s'avventava contro la figliuola per batterla, entrò Giovanni, che, rivoltosi alla moglie, disse:
--Voi non siete degna di respirare l'aria che respira quest'angelo; voi mi avete abbandonato, essa mi ha assistito e m'ha salvato.--Poi a Carmela, disse:--Andiamo via noi da questa casa, giacchè loro non vogliono andarsene.--E condusse fuori la figlia, la quale diceva alla matrigna:
--Vado per obbedienza.
Giovanni era forte, robusto e non avea paura del mare; s'unì ad una compagnia di pescatori, e quando faceva buona pesca, andava a venderla assieme a Carmela, la quale si sentiva rivivere trovandosi tutto il giorno all'aria aperta che le accarezzava la faccia, le penetrava nei polmoni, e la rinvigoriva.
Essa però pensava sempre ad Anna e Graziella, che non sapevano lavorare, e sarebbero certo morte di fame; e quando il padre aveva fatto una buona pesca, riempiva in segreto una cesta di pesci, e sull'imbrunire andava nell'antica viuzza accanto alla casa dove era nata, e sulla soglia lasciava la cesta, e poi rifaceva la via in un lampo.
Anna e Graziella quando la prima volta trovarono i pesci presso l'uscio, dissero:
--È la provvidenza che si ricorda di noi.
Esse non erano più riconoscibili tanto soffrivano; non sapevano lavorare, e per conseguenza non avevano di che mangiare.
Graziella era bensì ritornata a lavorare dalla sarta, ma non guadagnava che pochi centesimi. Anna aveva offerto i suoi servizi a qualche famiglia, ma non essendo buona a nulla, dopo le prime prove veniva licenziata.
--Tutto colpa di quel mostricciattolo di Carmela, che ha stregato Giovanni durante la malattia,--diceva Anna, e si sentiva crescer l'odio che aveva sempre avuto per quella fanciulla.
Quando trovavano la cesta di pesce sulla porta, dicevano che certo qualche buona fata pensava a loro, e per far qualche soldo, vendevano il pesce ai vicini.
Graziella sarebbe stata curiosa di sapere chi dovesse ringraziare del pesce, e volea spiare sull'uscio per scoprire qualche cosa; ma Anna non volea saper nulla: diceva che era meglio credere che venisse dal cielo e non aver obbligazioni con alcuno.
Una sera che Carmela avea portato il pesce al posto consueto, e se ne tornava a casa, incontrò nella viottola buia un bel marinaio che la guardò negli occhi.
--Gennaro, siete voi?
--Carmela!--esclamò,--non vi avrei più riconosciuta, vi siete fatta bella come una fata.
--E nemmeno io vi avrei riconosciuto, se il cuore non m'avesse detto che eravate voi.
--Ma che cosa fate ora?
--Sto in riva al mare, e faccio la pescatrice.
--Volete che vi accompagni!
--Venite.
Così traversarono la città raccontandosi a vicenda le loro avventure di tutto il tempo in cui erano stati lontani. Ad un certo punto, il marinaio si fermò, e le chiese guardandola negli occhi:
--Volete che ci sposiamo? io sono stanco di star solo.
--Perchè no?--rispose Carmela,--se è contento il babbo!
--Andiamo a chiederglielo,--disse Gennaro.
E senza por tempo in mezzo, andò da Giovanni a chiedergli la mano della figlia.
Il giovane era forte e aveva voglia di lavorare, e Giovanni non seppe trovar altra risposta che questa:
--Se vi piacete, pensateci voi; io non ho nulla in contrario.
E così combinarono, e Carmela si sentiva contenta come una regina.
Però il giorno del matrimonio, disse al padre:
--Perchè io sia felice devi farmi un bel regalo.
--Tu sai che non sono ricco.
--Ma tu puoi fare quello che chiedo.
--Ebbene; che cosa vuoi?
--Prima, promettimi che lo farai.
--Sentiamo.
--Devi perdonare alla mamma e a Graziella.
--Non me ne parlare.
--Ti prego, babbo, se vedessi come hanno sofferto; non si riconoscono più: sii buono, fammi contenta. Dunque, le faccio venire?
--Fa pure, sei tu la padrona.
E Carmela corse, anzi volò alla sua vecchia casa, entrò come un razzo, e disse:
--Mamma? Graziella? venite, venite, il babbo vi perdona.
Graziella la guardava stupefatta, Anna era muta dalla sorpresa.
Finalmente Graziella le gettò piangendo le braccia al collo, e le disse:
--Sei stata tu, non è vero, a far decidere il padre? Quanto sei buona! E fosti anche tu quella che ci portava sempre il pesce, e pensava a noi?
--È stato chi è stato, e non se ne parli più; il babbo vi perdona, ed è contento di ritornare con voi; andiamo.--E le trascinò fuori, fino in fondo alla strada, dove Giovanni e Gennaro l'aspettavano.
--Ecco, babbo, oggi tutti devono esser felici, abbraccia la mamma e Graziella!--Poi presentò il suo sposo.
--Che bel giovane!--disse Anna.--Si diventa buoni quando si hanno di quelle fortune!--soggiunse ironicamente.
--Io la sposo, perchè Carmela è sempre stata buona,--disse Gennaro,--perchè ho saputo l'assistenza che ha fatto a Giovanni quando fu ammalato, e penso che se mai mi capiterà una disgrazia simile, non mi lascerà morir solo come un cane.
--Basta, basta,--disse Carmela,-- non voglio che pensiamo a malinconie, dobbiamo stare allegri.
Graziella disse alla mamma:
--È vero! Carmela merita la sua fortuna; Gennaro ha ragione, è sempre stata buona anche quando io era cattiva; ma ora che ho provato che cosa è soffrire, ho più compassione per gli infelici.
Carmela la fece star zitta dandole un bel bacio.
Giovanni disse a Gennaro, scotendo il capo:
--Graziella è giovane, e se ne farà ancora qualche cosa: ma l'altra è proprio incorreggibile.
Quando Maria ebbe terminato, quell'uditorio stato attento dal principio alla fine incominciò a far dei commenti, tutti ammirarono la bontà e l'abnegazione di Carmela, ed erano contenti che l'altra ragazza fosse stata punita. Maria osservava che quantunque nel mondo i buoni non siano sempre premiati e i cattivi puniti, in ogni modo far il proprio dovere è una tale soddisfazione che non ha bisogno d'altri compensi. Mario come al solito avea fatto la caricatura di Carmela brutta come un mostriciattolo, con una grande cesta di pesci sulla testa e Graziella davanti allo specchio a farsi bella.
Intanto venne la signora Guerini colla carrozza a prendere i figli, e pregò Maria di andar spesso alla villa, dove quasi tutti i giorni dopo la cinque vi era un po' di gente e i ragazzi si sarebbero divertiti giocando assieme.
Maria ringraziò, e disse:--che non avrebbe potuto approfittare spesso dell'invito, temendo che i troppi divertimenti servissero a distrarre i suoi fratelli dagli studii, specialmente Carlo che dovea ripetere l'esame; ma chiese il permesso di condurli invece a vedere la fabbrica, perchè essi lo desideravano e sarebbe stata una cosa molto istruttiva.
La signora Guerini disse che alla fabbrica potevano andare quando credevano, anzi soggiunse che Alberto ed Elvira sarebbero stati felici di accompagnarli. Così fissarono la gita per la mattina dopo, e Vittorio pensava di mettere intanto in ordine la sua macchinetta fotografica, e far fotografie e poi andare a svilupparle nella camera oscura di Alberto.
VISITA ALLO STABILIMENTO GUERINI.
Nel punto dove la valle si allarga e il torrente scendendo dalle montagne rumoreggia fra i sassi, si vede biancheggiare un vasto fabbricato quadrato, con grandi cortili e degli altissimi fumaiuoli che sembrano toccare il cielo.
I ragazzi Morandi erano passati tante volte davanti a quel fabbricato, s'erano fermati a sentire il rumore delle macchine e il canto degli operai, ma non avevano osato entrare, trattenuti da un cartello sul quale era scritto: _Non entrano che le persone addette ai lavori_; perciò quel giorno, tutti contenti, uscirono di casa prima dell'ora stabilita, impazienti di ritrovarsi coi loro amici.
Maria avea pregato il professore Damiati di accompagnarli. Egli così istruito, che sapeva parlare di tutto con chiarezza, avrebbe potuto dare ai ragazzi delle spiegazioni sulle macchine, e la visita allo stabilimento sarebbe stata più utile con una guida come lui.
Vittorio poi, che aveva la passione delle macchine, e diceva che avrebbe voluto fare l'ingegnere meccanico, era lietissimo di quella passeggiata e la considerava come una vera festa.
Passando da villa Guerini chiamarono i loro amici, e trovarono che il signor Guerini in persona voleva accompagnarli e far loro gli onori del suo stabilimento. Egli, strada facendo, incominciò a raccontare la storia della sua azienda.
Narrò che suo padre gli aveva lasciato un filatoio, ancora incompiuto, posto nell'ala più vecchia del fabbricato, ed egli a poco a poco s'era innamorato di quel genere di lavoro, era andato in Inghilterra a studiare i nuovi sistemi di filatura, avea ampliato la sua fabbrica, vi avea aggiunto una tintoria, e finalmente la tessitura delle stoffe, che ora occupava la parte principale del fabbricato; egli parlava con amore del suo stabilimento, che avea veduto nascere e crescere sotto ai suoi occhi, ma diceva di essere stanco, e impaziente che suo figlio potesse supplirlo per riposarsi.
Così discorrendo erano giunti davanti al cancello, ed entrarono tutti nel primo cortile passando per la camera del custode; un ampio stanzone dove il signor Guerini, mostrò intorno al muro, attaccate ad una tabella, delle medaglie con un numero progressivo; ogni operaio ne avea una che dovea consegnare al custode quando entrava e farsela restituire all'uscita per verificare l'ora d'entrata e le ore del lavoro.
Nel primo cortile c'erano mucchi di lana e di cotone in bioccoli, che gli operai caricavano sopra carri a mano e trasportavano sotto ad una tettoia per la pulitura. Là sotto videro alcuni grandissimi recipienti d'acqua bollente, più in là, dei forni per asciugare, poi più giù delle macchine per scardare il cotone e la lana ripulita, e dappertutto una quantità di uomini, donne e ragazzi occupati a trasportare, a ripulire, separare la merce buona dalla cattiva.
Non fecero che traversare quella tettoia, fermandosi poco, perchè il signor Guerini diceva che quelle operazioni non erano molto importanti; ma fecero una sosta più lunga nella tintoria, dove dentro a grandi caldaie, bollivano materie d'ogni colore e dove degli operai sudanti per il caldo eccessivo, prodotto da quei liquidi in ebollizione, gettavano nelle caldaie matasse di filo greggio che si tingevano nei più vivi colori, poi le mettevano ad asciugare, ma spesso dovevano passare per un'altra tinta, e forse per altre ancora.
--Andiamo avanti, che qui c'è troppo sudiciume,--diceva Elvira, ma i ragazzi si divertivano nel vedere tutto quelle pozzanghere rosse, verdi, violette, quelle acque di tutti i colori che correvano in appositi canaletti e poi andavano a finire in un fosso, che le conduceva nel torrente.
--Ora capisco,--disse Carlo,--perchè qualche volta si vede l'acqua tinta di vari colori.
--Badate di non sciupare i vestiti,--disse il signor Guerini.
Uscirono all'aperto e s'avvicinarono a un luogo donde si sentiva il rumore delle macchine, che pareva un mare in burrasca.
--Oh bello!--esclamarono in coro quei ragazzi, quando entrarono in un bel stanzone spazioso, ben illuminato, dove c'era una quantità di macchine in moto e si vedeva un bel numero d'operai attenti al lavoro; un vortice di ruote, di pulegge, di cilindri, un luccichio di metalli, tanto che per il primo momento non poterono raccapezzarsi in quella confusione, con quel rumore assordante.
--Questi sono i filatoi,--disse il signor Guerini;--sono quasi tutti uguali l'uno all'altro, e per non far confusione, fermiamoci ad osservarne uno.
Si fermarono davanti ad una bellissima macchina, grande, rotonda, dove dal centro usciva il cotone e la lana a falde, e a mano a mano che passava da alcuni forellini messi in moto da ruote dentate, s'andava assottigliando, in modo che si avvolgeva in fili sottilissimi intorno alle centinaia di rocchetti, che giravano continuamente, come in una danza vertiginosa.
Il signor Guerini fece fermare la macchina, perchè vedessero bene, e allora il professor Damiati spiegò, come quegli arnesi dove il cotone era disposto a falde quasi in natura, facessero l'ufficio della conocchia che adoperavano le donne antiche per filare, e mostrò quale progresso si era fatto da quel tempo, in cui s'impiegavano parecchie giornate per filare un solo gomitolo di cotone, ed ora se ne filano centinaia in un'ora.
--Pare una magia,--dicevano quei ragazzi tutti attenti a vedere come in quel continuo ballare di rocchetti e di fili, le cose procedessero con tanta prestezza e precisione, ed espressero il desiderio che si rimettesse in moto la macchina; poi stettero ad osservare meravigliati, estatici, ammirando la velocità con cui andava, e la prontezza colla quale gli operai riappiccavano il filo che qualche volta si spezzava durante il lavoro, cambiavano i rocchetti e fermavano la macchina quando accadeva qualche incaglio.
--Pare una gran ragnatela,--disse Mario, che stava ad ammirare a bocca aperta quello spettacolo nuovo per lui.
--Mi pare che ce ne sieno tante di ragnatele!--soggiunse Angiolina,--e dire che non ho mai pensato, che per una gugliata di cotone ci volesse tanto lavoro!
--Ma credi che con quel cotone si possa lavorare?--chiese Alberto Guerini.--Senti,--e le diede un filo, che appena teso, si spezzò.
--Vedete,--disse, mostrando di essere istruito nella materia,--ora venite con me e vi farò vedere.
E li condusse vicino ad un'altra macchina, la quale serviva di torcitoio, cioè torceva i fili di due o tre rocchetti avvoltolandoli intorno ad uno solo; e qui Alberto tutto contento di poter far sfoggio della sua scienza, soggiunse:
--In questo modo si fa il cotone più o meno grosso, secondo che si torcono insieme due, tre o quattro fili; e così il cotone che serve per cucire, si può far forte quanto si vuole.
Tutti i ragazzi stavano a bocca aperta, davanti a quelle macchine in moto, a quegli operai attenti al lavoro, che parevano anch'essi far corpo colle loro macchine, ma furono ancora più maravigliati quando andarono nello stanzone della tessitura.
--Oh bello!--disse Giannina fermandosi davanti ad un grande telaio, dove erano tesi in bell'ordine dei lunghissimi fili, e una spola correva avanti e indietro con grande rapidità, formando, dove passava, una tela fitta e compatta.
--Pare un topolino!--esclamò Mario.
--Ecco, vedete, questo è l'ordito,--disse il professore Damiati,--e il filo che lo attraversa guidato dalla spola è la tessitura; badate come quando la spola è passata, con un macchinismo quasi automatico, una metà dei fili s'abbassa e l'altra metà si alza perchè i fili che devono essere intrecciati si alternino coi fili trasversali.
--E che cosa sono tutte quelle spole?--disse Carlo.
--È per fare un tessuto di colori diversi; ogni colore ha una spola, e l'operaio deve stare attento di cambiarla al momento giusto.
--Come è bello!--disse Vittorio,--mi piacerebbe star qui tutto il giorno,--e intanto guardava sotto alle macchine, cercando di scoprire il loro meccanismo, si arrovellava il cervello in mezzo a quell'intrecciarsi di ruote e di cilindri, e diceva che gli pareva impossibile, che tutte quelle macchine così esatte e perfette, fossero fatte dagli uomini.
Mentre erano là con tanto d'occhi ad osservare, la tela si tesseva con grande rapidità e si avvoltolava intorno ai cilindri; e nel medesimo tempo dalla parte opposta ne usciva altrettanto ordito, e Vittorio continuava a guardare dicendo:
--È meraviglioso, io ci perderei la testa.
Il professore spiegava come l'invenzione di quelle macchine fosse avvenuta a poco a poco, a furia di uomini d'ingegno che vi apportarono sempre nuovi miglioramenti e coll'aiuto delle nuove scoperte nell'industria; narrò che i primi tessuti erano cose grossolane, poi l'arte del tessere si perfezionò col telaio inventato da Jaquard, ma anche quello era rozzo, pesante, e la spola doveva esser guidata dalla mano, finchè a poco a poco si giunse al punto di poter ottenere colla massima facilità una immensa quantità di lavoro, specialmente dopo che s'incominciò ad adoperare il vapore come forza motrice.
Maria avrebbe voluto stare tutta la giornata in quel tempio del lavoro, ma temeva di abusare della bontà del signor Guerini, il quale trascurava in quel momento le sue occupazioni, per servire loro di guida; poi temeva che una visita tanto prolungata, potesse distrarre gli operai; sicchè dopo aver dato un'occhiata alle stanze meno importanti dove la tela veniva imbiancata e cilindrata, dove ai rocchetti di cotone si appiccicavano dei bigliettini colla marca di fabbrica e si mettevano in scatole per la spedizione; dopo essersi per ultimo soffermata davanti alla macchina a vapore, dalla quale partiva tutto il movimento, uscì da quel luogo riportandone un'impressione indimenticabile.
LA MACCHINA FOTOGRAFICA.
Vittorio era riuscito coll'aiuto d'una lente regalatagli da Alberto, a mettere assieme una macchina fotografica molto semplice, ma colla quale si riprometteva un grande divertimento, pel tempo delle vacanze.
Ecco come avea fatto per combinare la sua macchinetta:--Prima prese una cassettina di legno, che foderò di stoffa nera, avendo cura che non vi penetrasse nemmeno un filo di luce: poi collocò davanti la lente destinata a raccogliere i raggi luminosi e mandarli nell'interno della cassetta, o camera oscura; guardò se gli oggetti posti davanti alla lente si disegnavano bene e con chiarezza, sopra un vetro smerigliato che pose dietro alla cassetta per fare l'esperimento. La macchinetta era riuscita bene; ed egli poteva benissimo al posto del vetro smerigliato mettere dei vetri preparati col bromuro d'argento, e sensibili alla luce. Studiò un sistema per cambiar i vetri entro un sacco nero, in modo che non fossero esposti alla luce, e fece un cappello aderente alla lente da mettere e togliere a mano, e intanto studiava una forma più comoda di otturatore.
Egli voleva fare il ritratto di tutta la sua brigata, prima che partisse l'Angiolina; faceva i dispetti a Mario che coi suoi disegni non avrebbe potuto più gareggiare con lui, il quale copiava scene e paesi colla rapidità fotografica.
Quando la sua macchina fu pronta, fece posare al sole tutta la famiglia, e si stizziva perchè, vedendo la sua aria importante da provetto fotografo, non potevano star fermi, nè trattenersi dal ridere. Rifece tre volte il gruppo nella speranza che riuscisse almeno una volta; poi non ebbe pace finchè non gli venne fatto d'andare alla villa Guerini per sviluppare le sue lastre nella camera oscura d'Alberto, il quale dovea fargli da maestro.
Andò assieme a Carlo, che era ansioso di vedere i risultati della fotografia, e quando furono tutti e tre rinchiusi nella camera buia, Alberto versò un liquido in una bacinella e disse:
--Vedete, questo è idrochinone, una sostanza che farà risaltare la imagine sul vetro; si potrebbe anche adoperare l'acido pirogallico, l'ossalato di ferro e tante altre cose; ma io preferisco questo, perchè mi pare migliore.--Poi coperte le lastre col liquido, gl'insegnò a scuoterlo fino al punto di veder disegnarsi qualche cosa, infatti sui vetri si andavano figurando delle linee bianche e nere come per virtù magica.
--Vedete,--disse,--gli oggetti chiari più in luce, vengono neri, e viceversa, le cose scure vengono chiare, perciò queste si chiamano negative. Ecco ora questo vetro è abbastanza nero, mettiamolo in questa bacinella, dove c'è un po' d'iposolfito di sodio il quale scioglie i sali d'argento ormai inutili; così, ora, la negativa è completa, possiamo portarla alla luce; però prima bisogna lavarla bene nell'acqua pura.
Quando furono alla luce ebbero la dolorosa sorpresa di trovare una negativa colle figure doppie.
--Oh rabbia! si sono mossi,--disse Carlo tutto imbronciato.
--Mi pare che sia la macchina che s'è mossa;--disse Alberto,--queste però sono riuscite meglio; ma sono senza testa,--soggiunse osservando la seconda negativa.
La terza era meglio delle altre, ma le persone avevano la faccia nera e poco distinta, e anche quella non si poteva dire ben riuscita, però bisognava lasciarla asciugare prima di stamparla, e poterne vedere l'effetto. Alberto regalò agli amici qualche pezzetto di carta preparata, affinchè potessero stampare le fotografie, ed una bottiglietta con un liquido per fissarle sulla carta.
--Quando questa carta è esposta alla luce senza negativa viene tutta nera,--disse Alberto--e non si vede nulla;--e spiegò come le parti che sulla negativa erano chiare venivano scure sulla carta, perchè la luce vi passava liberamente e l'anneriva, mentre le parti scure rimanevano chiare; ed era tutto contento di poter fare da maestro a quei ragazzi, che per la prima volta avevano nelle mani una macchina fotografica.
Andarono a casa tutti allegri, credendo che una volta stampata la fotografia avrebbero potuto mostrare la loro bravura, ma appena Maria diede loro un'occhiata, disse tutta spaventata:
--Che cosa avete fatto? Non vedete che i vostri vestiti sono macchiati?
Essi si guardarono e risposero confusi:
--È vero--ma non ci si vedeva in quella camera buia, buia; c'era soltanto un lanternino rosso.
--E intanto avete sciupato i vestiti, e così non potrete più venire in nessun posto, e molto meno dai signori Guerini, perchè non posso comperarvi degli abiti nuovi per i vostri capricci.
--Prova a ripulirli--disse Vittorio.
--Non vedete che gli acidi hanno intaccato il colore? ormai non c'è rimedio, non si possono ripulire.
Maria era disperata, voleva rompere la macchinetta, perchè quelli non erano divertimenti per loro, costavano troppo, ed era certa che non erano riusciti e non avevano fatto altro che perdere il tempo e sciupare i vestiti.
I ragazzi si misero a stampare, e rimasero proprio malcontenti di vedere i gruppi così mal riusciti, e che tutti avevano le faccia scure come se fossero africani.