# Piccoli eroi: Libro per i ragazzi

## Part 8

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--Figlia mia,--disse abbracciandola,--sei stata proprio tu; ma come hai fatto a far questo miracolo?--poi la guardò bene in faccia, e soggiunse:--Povera bimba, si vede; sei tanto pallida, e hai sotto agli occhi quei due cerchi neri; e pensare che non m'ero accorta di nulla! Come si diventa egoisti quando si è ammalati! Ma ora dovrai andar fuori all'aria aperta e divertirti, sarò io che ti curerò.

--Vedrai, mamma, che il saperti guarita mi renderà per la gioia il colore alla faccia; non temere, sto bene e sono tanto contenta.

--È la storia di Angiola,--saltò su Giannina.

Angiolina era tutta confusa, e disse:--È un tradimento, ma la storia non è terminata.

--Raccontaci il seguito,--disse Giannina.

--Ecco,--soggiunse Angela:

«Quella bambina, non meritava d'essere collocata fra le eroine, perchè ognuno al suo posto avrebbe fatto lo stesso; si trattava della sua mamma! ma è stata più fortunata di tante altre. Un giorno è capitata a casa sua una buona fata, la quale l'ha condotta in campagna, in mezzo agli alberi verdi, agli uccelli che la mattina la rallegrano coi loro canti, e nella compagnia di tanti bei bambini, con tanti divertimenti; davvero che quella fanciulla domanda sempre a sè stessa, perchè è stata tanto fortunata.»

Tutti le fecero festa, la signora Guerini la additò come esempio ai suoi figli, poi salutando Maria, disse:

--Sono proprio felice d'esser venuta in mezzo a fanciulli così buoni, vi assicuro che nell'uscire dalla vostra casa ci si sente migliori; vi supplico, non mancate domani alla nostra festa; abbiamo bisogno di buone fate come siete voi, a rivederci; anche voi, professore, ricordatevi.

Maria li accompagnò alla carrozza e stette coi fratelli sulla porta finchè li vide allontanarsi sulla strada maestra.

LA FESTA CAMPESTRE.

--Andremo, è vero, Maria?--disse Elisa, appena fu uscita la signora Guerini.

--Non so,--rispose Maria,--devo pensarci, perchè se mi fa piacere essere in buona relazione coi nostri vicini, non ho mai pensato di entrare nella loro intimità; c'è fra noi troppa distanza; essi sono ricchi, e ci potrebbero trascinare a delle spese che per noi sarebbero una rovina, e forse ci renderebbero malcontenti della nostra vita modesta, che ora ci piace tanto.

--Andiamo, andiamo, ho tanta voglia di vedere la villa; dicono che è così bella,--disse Elisa.

--E a me Alberto mi ha promesso di farmi andare in velocipede,--soggiunse Carlo.

--Voi, proprio non lo meritereste; se mi risolverò a condurvi sarà per compensare Vittorio d'essere stato coraggioso.

--Andiamo,--supplicava Mario,--così potrò fare qualche caricatura!

Maria non seppe resistere a quelle preghiere e promise di accompagnarli.

Allora Elisa incominciò a pensare ad aggiustare il suo vestito, quello che metteva i giorni di festa, ed era tutto sciupato; voleva andare in paese a comperare dei nastri per adornarlo, ma Maria si oppose. Non voleva spendere un centesimo per quella festa, e tanto meno per fronzoli inutili; bisognava contentarsi di andar vestiti semplicemente e non mettersi in capo di essere ammirati: soltanto voleva dare un'occhiata ai vestiti chiari per vedere che non ci fossero macchie o strappi, e durante il giorno ebbe un bel da fare a ripulirli e stirarli, e dar loro qualche punto. Angiolina le era di grande aiuto e pensava alle sue amiche senza pensare a sè stessa.

Essa diceva che avrebbe fatta una figura meschina col suo vestito di lanetta bigia ed anzi si era proposta di stare a casa; ma quando capì che Maria non gliel'avrebbe permesso, si rassegnò, dicendo che si sarebbe nascosta in un canto perchè nessuno badasse a lei.

Per tutta la giornata quei ragazzi non fecero che parlare della festa; erano allegri, felici, gridavano e saltavano come pazzi.

Maria stava sopra pensiero; dopo la fiera, la festa in casa Guerini: erano troppi divertimenti, troppe distrazioni, e chi ne andava di mezzo era lo studio, e temeva che Carlo non potesse passare gli esami; ma egli la rassicurava. Avrebbe studiato con più lena dopo essersi divertito.

Il giorno dopo all'ora stabilita s'avviarono verso villa Guerini.

Maria era vestita semplicemente di lana, con un cappellino di paglia che le copriva la fronte; le sorelle avevano aggiustato e ripulito i loro vestiti chiari e in mezzo alla campagna facevano una bella figura.

Quando giunsero davanti al gran cancello della villa, si fermarono un po' timide, non avevano coraggio d'andare avanti.

Anche Maria, che non era avvezza a frequentare la società, si sentiva confusa e impacciata, ma si fece coraggio ed entrò seguita dalla sua compagnia. Attraversarono un viale ombreggiato ed un giardino tutto formato da gruppi di conifere, di piante esotiche e di macchie fiorite.

--Come è bello!--dicevano i ragazzi in ammirazione;--pare un giardino incantato.

E pareva incantato davvero: ad ogni tratto s'apriva un viale, poi si trovavano quasi rinchiusi in un boschetto misterioso, poi veniva un po' di rado dove entrava esultante un raggio di sole, e alberi, e fiori, e sedili coperti di musco; ma per un bel tratto non trovarono anima viva; ad un certo punto soltanto incontrarono due cani danesi, che fecero subito amicizia con Mario e Giannina, e finalmente dopo aver passato un viale più largo si trovarono davanti alla bellissima villa tutta circondata di piante fiorite e illuminate dal sole, rallegrata da immensi zampilli d'acqua, che a quella luce parevano spruzzi di diamanti, e davanti videro un bel prato verde dove era preparata una quantità di giochi, e si trovavano aggruppate varie persone, belle signore eleganti, e vispi bambini che correvano e si trastullavano, ridendo e riempiendo quel giardino di vita e d'allegria.

I signori Guerini fecero molte feste ai Morandi, e la signora presentò al marito, Vittorio che aveva salvato Alberto, Angiolina quella brava figliuola ch'era stata tanto utile alla sua mamma, e Maria che amava già come una vecchia amica, della quale don Vincenzo e il professore Damiati avevano sempre parlato con molta stima. Il signor Guerini era un uomo cortese, ma d'aspetto severo, e a quei fanciulli dava soggezione tanto che gli stavano innanzi cogli occhi bassi senza parlare.

Egli, per fargli animo, disse loro di raggiungere il crocchio dove si trovavano Alberto ed Elvira cogli altri invitati, e mentre si disperdevano correndo sul prato, rimase a chiacchierare con Maria. Parlarono dei bimbi e del modo di educarli: egli si mostrava impensierito, perchè ai suoi figli piacevano troppo i divertimenti e poco lo studio, e mostrò il desiderio che frequentassero casa Morandi, dove sapeva che i ragazzi erano studiosi e passavano le giornate occupandosi.

Maria parlò dei suoi fratelli, poi ammirò il giardino, la villa, e si mostrò riconoscente d'esser stata invitata ad una festa così bella, come non ne avea mai veduto l'uguale.

Infatti la festa riusciva bellissima, arrivavano da lontano degli equipaggi che conducevano signore eleganti, e bimbi belli, e ben vestiti.

Sul prato verde e pieno di gente, gli attrezzi della ginnastica e l'altalena erano presi d'assalto; poi si giocava alla palla, al volano, ai cerchi; in mezzo ad un boschetto ombroso c'era un casotto di burattini, che al momento in cui s'incominciò la rappresentazione raccolse intorno a sè tutta quella schiera di bimbi.

Carlo fece una corsa in giardino sul velocipede di Alberto, Vittorio si fece prestare una macchinetta fotografica e volle tentare di cogliere qualche gruppo. Furono serviti dei rinfreschi, dei pasticcini, che formarono la delizia di tutti quei bimbi, e il divertimento terminò con un ballo campestre in mezzo al prato.

Fu una festa completa, che lasciò una durevole memoria nei ragazzi Morandi, i quali non avevano mai assistito ad un simile spettacolo, tanto che appena ritornati a casa, Angiolina scrisse subito alla sua mamma la lettera seguente:

_Cara mamma,_

_Te la puoi imaginare la tua figliuola ad una splendida festa in una villa grandiosa, di quelle che si trovano descritte nei libri delle fate?

Eppure, la tua figlia c'è proprio andata, in carne ed ossa, colla sua vesticciuola di lana bigia e il suo cappellino di paglia semplice e modesto.

Ma se avessi veduto che allegria! che splendidezza! Fu una vera fantasmagoria! ne ho ancora la testa tutta confusa!

Figurati un bel giardino grande, anzi immenso, con tanti viali, tanti boschetti e tanti fiori; pensa che allontanandosi dalla casa c'era da perdersi come in un labirinto.

Fortunatamente che non c'era bisogno d'allontanarsi tanto, perchè tutti i divertimenti erano vicini, raccolti intorno alla villa; un vero incanto.

Della villa non potrei fartene la descrizione, perchè non vi entrai che un momento solo, ed ho preferito stare in giardino dove c'erano tanti giochi e tante bambine.

Non mi ricordo nemmeno tutto quello che ho fatto; so che ho giocato, ho ballato come una disperata, ho assistito ad una rappresentazione di burattini; figurati che Arlecchino voleva far da maestro agli altri, e intanto diceva una quantità di spropositi, che ci facevano smascellar dalle risa.

Ho mangiato una quantità di pasticcini deliziosi, e mi sono tanto divertita, che credo in paradiso non ci si possa divertire di più.

C'era una lotteria, con regali per tutti, ed io ne ho avuto uno bellissimo, un astuccio con l'occorrente per scrivere; poi Alberto Guerini, il quale ha una macchina fotografica, fece la fotografia di tutti i presenti, a frotte, a gruppi, e mi promise una copia del gruppo, dove c'entro anch'io, per memoria di una giornata così bella.

Ritornando a casa, non si fece che parlare della festa. Elisa era fuori di sè, e invidiava Elvira destinata ad una vita così ricca ed elegante. Carlo avrebbe avuto una gran voglia del velocipede di Alberto, e Vittorio diceva di volersi fabbricare una macchinetta fotografica; il professore gli avea spiegato tanto bene come era fatta, che sperava di riuscirvi.

Anche Mario e Giannina erano allegri, e pensavano di andar spesso in casa Guerini; ma Maria non sembra pensarla così, osservando che la vita non è una continua festa, che bisogna studiare e lavorare, e che per quest'anno non avrebbe accettato un altro simile invito.

Poi voleva persuadere Elisa che i signori Guerini, con tutte le loro ricchezze, dovevano aver molte brighe; intanto tutto il da fare che si erano presi per divertire quella gente, poi quell'essere sempre in giro, od aver sempre degli ospiti, doveva esser una vita faticosa, che non lasciava tempo all'intimità ed al raccoglimento.

A me pare che abbia tutte le ragioni, e che facendo una vita a quel modo, non ci sia nemmeno tempo di volersi bene, e di scambiare le proprie idee colle persone care.

Ti confesso però che mi sono divertita molto, appunto perchè non avevo mai assistito ad una festa simile; ma se ciò si ripetesse spesso, mi stancherei, e non sarei contenta di passare il tempo a divertirmi senza esser utile a nessuno.

Tu temi che mi rincresca ritornare in città! Mamma mia, non dir queste brutte cose! Ho avuto molto piacere di passar quindici giorni in campagna, mi sono tanto divagata; ma rivedere dopo tanto tempo la mia mamma e il mio babbo, e ritornare alla mia casetta, è per me la gioia più grande.

Mi spiace più di tutto perdere i bei racconti di Maria; ma essa mi ha promesso di leggerne qualche altro finchè rimango qui, e poi di mandarmeli tutti, sono racconti che mi piacciono tanto; pare che il mondo sia più buono, dopo averli sentiti.

Addio, mamma mia; addio, babbo, fra tre o quattro giorni sarò di nuovo con voi, vi racconterò tutto quello che ho goduto, e che sarebbe troppo lungo scrivere, e vi farò vivere della mia vita di questi quindici giorni; la vostra_

ANGIOLINA.

DOPO LA FESTA.

Maria era disperata; dopo la festa di casa Guerini i suoi fratelli erano tanto fuori di sè che non riusciva più a farli studiare; non facevano che parlare del divertimento goduto, delle splendidezze di quella villa. Carlo era infatuato del velocipede, Vittorio della macchina fotografica, e si era proposto di farsene una, sicchè Maria diceva loro chiaro e tondo che dopo una visita di ringraziamento, non sarebbe ritornata tanto spesso a villa Guerini, ma i ragazzi aspettavano Alberto ed Elvira, che avevano promesso di venire ad ascoltare un racconto di Maria.

Aspettavano anche il professore e don Vincenzo, perchè ormai i racconti si leggevano di giorno, in un angolo della corte, sotto un pergolato.

Elisa era impaziente che venissero; intanto si guardava nello specchio per vedere se era ben pettinata e quasi si vergognava della sua casa modesta, del suo giardino, il quale non era che una corte con un po' di piante, e diceva:

--Chissà che cosa diranno i Guerini, loro che hanno una villa così bella!

--Sciocca,--le diceva Maria,--colle tue idee sarai sempre disgraziata; noi non siamo ricchi e non possiamo competere coi nostri vicini; se non si contentano di venire nella nostra casa modesta, rimangano pure nella loro villa. Tu certo nei loro panni sdegneresti di venire da persone modeste come noi.

Elisa rimase tutta avvilita ed andò ad abbracciar la sorella dicendole:

--Non andare in collera, hai ragione, sono troppo ambiziosa, e voglio correggermi; ma non vengono mai,--soggiunse guardando fuori dalla finestra.

--Pazienza,--disse Maria,--abbiamo vissuto tanto tempo senza di loro e potremo vivere ancora.

--Eccoli, eccoli,--esclamò Carlo.

Infatti si sentì in distanza un rumore di ruote, e poi una carrozza si fermò davanti al cancello del cortile.

Scesero i ragazzi Guerini e l'istitutrice. Alberto diede a Vittorio una lente di una sua vecchia macchina fotografica, come gli aveva promesso, perchè si facesse una macchinetta; e una scatola di lastre preparate, affinchè potesse divertirsi a fare delle fotografie, e dopo gli avrebbe mostrato il modo di svilupparle.

Elvira, dopo aver salutate le amiche, pregò Maria che le leggesse una delle sue belle storie; intanto erano venuti anche don Vincenzo e il professor Damiati, e tutti si sedettero sotto il pergolato con tanto di orecchie attente per non perdere una parola del racconto di Maria.

CARMELA.

L'infanzia di Carmela fu triste, la madre le morì quando era ancora in fasce, ed essa fu costretta a vegetare sola sola, in una viuzza di Napoli, dove non penetrava raggio di sole, mentre il padre, Giovanni, girava la città vendendo ostriche ed altri frutti di mare.

--Sta tranquilla, e bada di non farti male,--le diceva prima di uscire di casa; poi le lasciava qualche cosa da mangiare, dei gusci di ostriche per giocare, e se ne andava fino alla sera in giro per la città.

Carmela non ardiva uscire dalla sua buia stradicciuola, ed era contenta quando qualche bimbo del vicinato si fermava a giocare con lei.

Così cresceva pallida, come una pianta priva di sole; avea i capelli nerissimi, che non pettinava mai, arruffati e tanto in disordine che le nascondevano la faccia e gli occhi, belli ed espressivi.

Si era ormai abituata a quella vita e avrebbe desiderato che continuasse per molto tempo, quando avvenne un fatto che portò il disordine in casa, e le fece provare il primo dolore della sua vita.

Un giorno il padre venne a casa ad un'ora insolita conducendo con sè una bella donna, bianca, rossa e grassa; proprio il ritratto della salute,

--Questa donna ti farà da mamma, e non starai più sola,--le disse,--bisogna che tu le voglia bene.

Carmela alzò gli occhi, guardò la donna e rispose:

--Non avevo bisogno di nessuno; stavo tanto bene sola.

--È un vero mostriciattolo,--disse la donna, dando un'occhiata alla bambina, che s'era rincantucciata e nascosta in mezzo ad un mucchio di cenci.

--È molto buona, e non dà noia; te la raccomando,--soggiunse Giovanni rivolgendosi alla moglie.

Ma ad Anna non piaceva quella bimba, che la chiamava mamma, e le era d'impiccio; essa aveva sposato Giovanni per godersi un po' di libertà, almeno nei primi anni di matrimonio, e cominciò ad averla in uggia, fin da quel primo giorno.

Per Carmela che desiderava soltanto star quieta, la pace era finita, perchè Anna, amante dei propri comodi e del farsi servire, la faceva sgambettare e lavorare tutto il giorno.

--Bisogna bene che s'avvezzi a far qualche cosa, se non vuol mangiare il pane a tradimento,--diceva al marito ed alle vicine. Le comandava di far questo o quello, di attingere l'acqua, o accendere il fuoco per far bollire i maccheroni, di scopare le stanze, e magari di aggiustarle i vestiti; se la bimba non ubbidiva, erano busse che cadevano sulle sue spalle senza pietà, sicchè a Carmela toccava rassegnarsi e sgobbare come un mulo.

E fu peggio, quando nacque in casa un'altra bimba, e Carmela fu costretta a fare anche da bambinaia, e guai se non toccava la sua sorellina con tutta delicatezza! Se la bimba faceva capricci, la colpa naturalmente era di Carmela, e a lei toccavano i rimproveri e le busse.

Di carattere dolce, non diceva nulla, non si lagnava, si rassegnava alla sua trista sorte e piangeva in silenzio.

Molte volte s'era proposta di raccontare al padre i maltrattamenti della matrigna, poi non ne aveva avuto il coraggio. Del resto non avrebbe servito a nulla, perchè Giovanni, innamorato della moglie al punto d'esserne schiavo, non vedeva che cogli occhi di lei, e anch'egli preferiva Graziella, colle sue guancie rosee e paffute, colla allegria chiassosa, che dava vita alla casa come un raggio di sole, a Carmela buona, dolce, ma sempre triste, muta e rassegnata.

Mano mano che Graziella cresceva, erano per lei, non solo le carezze e i baci, ma altresì i vestiti più belli, i bocconi più saporiti; in casa i genitori la tenevano come una regina, e appagavano tutti i suoi desiderii, ed essa era capricciosa, volea sempre uscire, andare a divertirsi, e la mamma che non sapeva negarle nulla, la conduceva al passeggio, in riva al mare, a giocare cogli altri ragazzi, e lasciava Carmela sempre a casa, a far bollire la pentola, come Cenerentola.

Se per caso mostrava desiderio anch'essa di uscire, per vedere qualche cosa di più gaio della stradicciuola, dove vegetava priva d'un raggio di luce, la madre le faceva capire che colla sua faccia gialla era ben meglio che restasse nell'ombra, e già che non poteva brillare alla luce del sole dovea rassegnarsi ad essere utile alla famiglia.

Carmela nel suo isolamento aveva un solo amico: il figlio d'una vicina che abitava nella stessa viuzza, e che da bambino aveva giocato assieme a lei coi gusci d'ostriche. Egli si chiamava Gennaro, e quando sapeva che la signora Anna era uscita, andava dalla Carmela a raccontarle i piccoli avvenimenti della sua scuola, le parlava dei compagni, dei suoi divertimenti, della campagna, del mare e delle rappresentazioni di Pulcinella, alle quali assisteva spesso, ed essa stava là intenta ad ascoltarlo, pendeva dalle sue labbra e per quei racconti avrebbe lasciato qualunque divertimento.

Un giorno Gennaro la venne a salutare; avea stabilito di andar a fare il mozzo sopra un bastimento, e dovea andare lontano lontano a girare il mondo, perchè volea diventare marinaio.

--Che farò ora senza di te?--disse Carmela.

--M'aspetterai, e quando ritornerò, ti racconterò tante belle storie di paesi che non conosci.

--Vedrai delle altre bambine, e ti dimenticherai di me, che sono brutta.

--Non è vero, i tuoi occhi sono tanto belli e buoni, che non li dimenticherò certamente.

Era la prima volta che Carmela sentiva fare un elogio della sua persona, ed era commossa, avrebbe voluto dire tante cose al suo amico, ma non poteva; un groppo alla gola le toglieva il fiato; però lo guardò coi suoi occhi buoni, con uno sguardo espressivo che voleva dire:--Torna presto.

Dopo quel giorno, rimase ancora più triste; ma quando la matrigna le diceva che era un mostriciattolo, essa pensava alle parole di Gennaro, e si consolava.

Graziella cresceva a vista d'occhio, era bianca, rossa e prosperosa, ma di una bellezza volgare; avea poco cuore, e quando poteva, cercava d'umiliare la sorella in tutti i modi possibili; raccontava i suoi trionfi, i complimenti che le venivano fatti; era continuamente occupata ad adornarsi e ad agghindarsi allo specchio, pensava sempre a vestiti nuovi, tanto che il babbo dovea lavorare dalla mattina alla sera, per appagare i suoi capricci.

--Ma non ti pare che sarebbe tempo che Graziella guadagnasse qualche cosa?--diceva Giovanni alla moglie.

--Lascia che si diverta, è ancora una bimba,--rispondeva Anna; però, un giorno si decise di metterla da una sarta, affinchè imparasse il mestiere; ma ciò non valse ad altro che a darle un pretesto per stare di più fuori di casa, e per diventare più vanerella.

Carmela s'era rassegnata anch'essa a tenere Graziella come un essere privilegiato, e l'ammirava continuamente; si divertiva anzi ad ornarla come una bambola, ed a vederla farsi più bella, dopo aver indossato la veste nuova che aveva aiutato a cucirle, rubando delle ore al sonno.

Graziella era una piccola egoista, non amava che sè stessa. Accarezzava Carmela quando aveva bisogno del suo aiuto; la mamma, perchè la conducesse ai divertimenti; il babbo, quando voleva che le desse quattrini per comperare dei fronzoli; e godeva la vita senza pensieri, passando lunghe ore fuori di casa, assieme alla madre, non curandosi nè di Giovanni, che lavorava come un cane, nè di Carmela, che si preoccupava di preparare loro la minestra, e porre in ordine la casa.

Un giorno Anna e Graziella si spaventarono nell'udire che una loro vicina era morta di vaiuolo, e che la malattia regnava nella città. Ebbero subito il pensiero di andare lontano; ma Giovanni disse che non avea quattrini da sprecare per capricci. Perciò dovettero rassegnarsi a rimanere, ma tremavano dalla paura di prendere la malattia, e quando uscivano di casa, cercavano di star in mezzo alla via per non toccare il muro; non parlavano più coi vicini, ed erano infelici di dover vivere con quel pensiero. Un giorno Giovanni venne a casa con una febbre fortissima, e le due donne divennero pallide come morte, quando il dottore affermò che si trattava di vaiuolo.

Il primo pensiero di Anna fu di mandare il marito all'ospedale, dicendo che sarebbe stato curato meglio; ma egli disse che voleva morire nel suo letto: in quanto a lei era padronissima di andarsene, se temeva di prendere il male; in quanto a lui qualche santo lo avrebbe aiutato.

--Non è per me, è per Graziella,--disse Anna,--sarebbe peccato che la sua faccia rimanesse butterata; non posso permettere che rimanga qui a questo pericolo.

--Andate,--disse Carmela,--resterò io che sono brutta.

Anna non si fece ripetere due volte questa proposta, e rispose:

--È giusto; è inutile che stiamo qui tutti; tu sola basti; poi si tratta di tuo padre: ti raccomando di curarlo bene e guarda di non prender quel brutto male; anzi è meglio che tu ti faccia vaccinare.

Anna non s'avvicinò nemmeno al letto per salutare il marito, e assieme a Graziella, che quando aveva inteso parlare di vaiuolo non era più entrata in casa, andò a Portici, presso una vecchia parente.

Carmela rimase sola accanto al letto dell'ammalato, non dormendo nè giorno nè notte per assisterlo, e quando il dottore le diceva:

--Badate, è una malattia contagiosa, non vi avvicinate troppo a vostro padre--essa non gli dava retta, e si contentava di lavarsi col sublimato corrosivo o coll'acido fenico, dicendo:

--Faccio queste cose, perchè voglio star bene e poter assistere mio padre, e che non resti solo; ma per me, non m'importa di nulla.

