Piccoli eroi: Libro per i ragazzi
Part 7
Angiolina voleva notarsi i consigli di Maria; essa aveva sempre il rimorso della risipola venuta alla sua mamma, perchè non aveva saputo curarla bene.
--Pensare che s'io avessi saputo tante cose come lei,--diceva a Maria,--la mamma non avrebbe sofferto tanto! Non so perchè a scuola non insegnino una scienza che è così utile.
Maria la confortava, dicendole che trattandosi d'un male grave è sempre meglio chiamare il medico, ma aggiungeva che è certo una soddisfazione il saper assistere una persona cara ed esserle utile, almeno se il dottore tarda a venire; anzi, giacchè in quella mattina non avevano distrazioni, avrebbe dato qualche norma in proposito.
Angiolina prese la penna per scrivere; sapendo che in fatto di medicina bisogna essere esatti, temeva che la memoria non le servisse.
--Gli accidenti che possono succedere più spesso in una famiglia,--disse Maria,--sono il tagliarsi con un coltello, con un vetro, con delle forbici; se il taglio è semplice, basterà lavarlo coll'acqua fredda, unire gli orli della ferita e legarla con un pezzo di tela; se la ferita è più profonda bisogna comprimere un po' più forte; se poi il sangue che esce in gran copia, di color roseo, mostra che è stata tagliata un'arteria, allora la cosa è più grave, bisognerà fortemente comprimere la ferita colle dita: se le bende o una moneta avvolta in un pezzo di tela non bastano, legare stretta l'arteria sopra la ferita e non stancarsi di far tutti questi sforzi per arrestare il sangue, finchè venga il medico.
--E quando ci si abbrucia?--chiese Angiolina.
--Avete veduto come ho fatto a quella donna. Basterà una fasciatura con qualche cosa di fresco, come un pezzo di tela bagnato d'acqua o della neve o del ghiaccio; quando il dolore è un po' calmato, converrà fasciare la ferita con pezze inzuppate nell'acqua fresca, aggiuntavi qualche goccia di acido fenico.
Una persona che si espone ad un freddo intenso può aver le membra gelate in modo da perderle, perchè si sospende la circolazione del sangue e la carne s'incancrenisce; in questi casi non bisogna assolutamente esporre la parte offesa al fuoco, perchè ne sarebbe certa la perdita, bisogna invece, far ritornare la circolazione e il calore lentamente con fregagioni fatte prima colla neve e col ghiaccio, senza mai stancarsi; poi con pezzuole di lana, e così a poco a poco riscaldare il membro intirizzito.
--E se ci punge un insetto?--chiese Angiolina.
--Se ti punge un insetto, ciò che avviene spesso in campagna, sono utili le fregagioni fatte con acqua ed aceto o acqua fenicata, o meglio ancora coll'ammoniaca: rimedio che bisognerebbe aver sempre pronto, perchè salva anche dal veleno della vipera; però se avete la disgrazia d'essere morsi da uno di questi animali venefici, bisogna legare subito la parte sopra la ferita, bruciarla coll'ammoniaca, e prenderne anche per bocca, mista coll'acqua.
--Come ha fatto ad imparare tutte queste cose?--chiese Angiolina.
--Sono vecchia,--disse Maria,--poi ho sempre avuto il desiderio d'imparare quello che può esser utile, e credete pure che recar sollievo ad un ammalato, salvare una persona cara, è una grande felicità.
Angiolina voleva altre ricette e altri insegnamenti, ma Maria disse che prima ancora di portar soccorso ai mali bisogna procurar d'evitarli, e ciò si può fare facilmente con un po' d'attenzione.
--In casa vi sono sempre dei veleni,--soggiunse,--che servono per varii usi domestici; bisogna tenerli lontani dalle cose che si mangiano, poi non devono essere a mano e si deve scrivere sulle boccette _veleno_ con tanto di lettere; poi ci sono le cose facilmente infiammabili, come il petrolio, la benzina, l'alcool, ecc. e bisognerà tenerle lontane dal fuoco, e se per caso con tali materie avviene un principio d'incendio, bisogna esser pronti a soffocarlo con cenere, con coperte, e mai gettarvi un liquido che potrebbe mutare un semplice accidente in una grave disgrazia. Anche nell'adoperare le cose taglienti bisogna aver riguardo; trattandosi poi di armi, è una grave imprudenza tenerle cariche in casa, e specialmente i ragazzi non dovrebbero mai toccarle.
Quelle fanciulle stavano tutte ad ascoltar con tanto d'orecchi; Giannina diceva che voleva imparare tutte quelle cose che sapeva la sorella. Elisa invece confessava che non sarebbe mai stata buona da nulla, e soltanto alla vista del sangue cadeva in svenimento.
Ma Maria sosteneva che con un po' di buona volontà ci si avvezza a tutto, che anch'essa una volta scappava al vedere una ferita, ma che avea voluto vincere quella ripugnanza e si era poi trovata tanto contenta.
Angiolina andò a prendere una bambola e volle che Maria le insegnasse a fasciarla e a curarla come se fosse ferita, ma la bambola era di legno e non poteva servire, sicchè Giannina si prestò a lasciarsi fasciar lei un dito e poi un braccio.
Maria mostrò come si doveva fare, poi si provò Angiolina, poi Elisa; ma nè una nè l'altra riuscirono a fare una fasciatura così forte come quella di Maria. Poi essa volle che imparassero a preparare un impiastro; prese dalla sua farmacia un po' di farina di semi di lino, e insegnò a versarci sopra l'acqua bollente e fare come una poltiglia, poi a stenderla sopra una stoffa leggera e cucirla tutto intorno in modo che non uscisse; questa cosa divertì molto quelle bambine; come se fosse un gioco, vi si misero di buona voglia. Pareva proprio che ci trovassero gusto, e visto che Giannina si stancava di far la parte di ammalata, ricominciarono colla bambola, che da quel giorno fu considerata come un'inferma, ebbe la testa fasciata, le braccia coperte d'impiastri, e venne messa a letto dove di tratto in tratto riceveva le visite delle sue infermiere.
EROISMO DI VITTORIO.
Le bambine stavano ancora sedute lavorando accanto a Maria, la quale aveva un bel da fare a rispondere alle interrogazioni di Angiolina, che non si stancava mai d'imparare cose nuove, quando s'udirono delle voci, poi dei passi e finalmente entrarono nella stanza tre ragazzi che parevano indiavolati e il professore che volea salutare Maria.
I ragazzi si misero a parlare tutti in coro e raccontare dei saltimbanchi che avevano veduto partire, di _Polentina_ che avevano salutata, e poi di un cane, di Vittorio, dei signori Guerini; una confusione di discorsi che assordavano quelle povere ragazze, le quali non riuscivano a capir nulla e si turavano le orecchie.
--Zitti, zitti,--disse il professore Damiati,--ora parlerò io; intanto presento alla signorina Maria un altro piccolo eroe, che potrà figurare con onore nella sua collezione.
--Come! Vittorio? fa per celia?--disse Maria.
--Quella marmottina!--soggiunse Elisa ridendo.
Vittorio sentendo che si parlava di lui, era andato tutto confuso a rincantucciarsi e per far qualche cosa avea preso un libro in mano.
--È proprio così,--soggiunse Damiati,--e Carlo e Mario sono testimoni della sua prodezza. Io però voglio raccontare il fatto come è avvenuto, perchè so che sarà utile a queste bambine, e poi il coraggio di Vittorio merita di essere conosciuto.
Dunque andavamo verso il villaggio dove c'era sempre molto chiasso, sebbene un po' meno che nei giorni passati.
I venditori ambulanti raccoglievano le mercanzie e le mettevano nelle casse. I saltimbanchi spogliavano le baracche, e caricavano i carri di roba, mentre le scimmie facevano le capriole e Polentina salutava tutti, mangiando dolci, che le venivano regalati da qualche ammiratore.
Noi ragionavamo; e facevamo le nostre osservazioni. Abbiamo anche noi salutato Polentina e regalato un pomo ad una scimmia che ci avea stesa la mano e i ragazzi si divertivano in mezzo a quella confusione, tanto che non avrebbero voluto più ritornare a casa; c'erano anche i Guerini coll'istitutrice, e Mario voleva restare finchè restavano loro; non so veramente per qual ragione, perchè essi non si voltavano mai dalla nostra parte; ma forse per studiare il naso dell'istitutrice inglese. Finalmente quando essi si mossero, anche noi, dietro di loro, ci siamo posti in cammino. Bisogna sapere che io ero con Mario, e davanti camminavano Vittorio e Carlo, i quali si trovavano più vicini alla comitiva dei Guerini.
Tutto ad un tratto, non so precisamente come sia avvenuto, perchè io ero intento a dare delle spiegazioni a Mario, si vede sbucare un cane brutto, brutto, si slancia dietro ai Guerini che non potevano vederlo e nello stesso tempo sento Vittorio gridare:
--Un cane idrofobo, scappate, correte!
Quelli non badano e continuano la loro strada, non sospettando di aver il cane proprio alle calcagna colla bocca aperta, la lingua fuori, tanto che poco mancò che afferrasse la gamba di Alberto. Quand'ecco Vittorio in un lampo prende un sasso e lo scaglia con tutta la sua forza sulla testa del cane, il quale, quantunque mezzo tramortito dal colpo, si volge furente contro Vittorio, mentre i Guerini infuriati non sapendo nulla del cane, gridavano voltandosi verso di noi:--Chi è quel villano che getta sassi?
A questo punto m'accorsi di tutto quello che accadeva e vidi il pericolo di Vittorio, che con un coraggio qual non mi sarei mai aspettato aveva preso un altro sasso per scagliarlo contro al cane inferocito. Non so se sia stato precisamente il sasso di Vittorio o un colpo di bastone ch'io gli assestai sul capo: ma il fatto è, che il cane cadde morto, e noi potemmo pensare al pericolo corso e nello stesso tempo al coraggio e alla rapidità colla quale Vittorio aveva operato.
Ma io non ho potuto trattenermi dal dire in inglese all'istitutrice di casa Guerini additando il nostro eroe:--Potete ringraziare Vittorio Morandi se non siete stati morsicati da un cane idrofobo.
--Come idrofobo?--disse la signorina.
--Sicuro, proprio così, guardate, e le facevo osservare la lingua nera e la bava che usciva dalla bocca del cane steso morto per terra.
I ragazzi tremavano e non potevano parlare per l'emozione.
--Non toccatelo,--dissi,--e andiamo a casa, perchè abbiamo bisogno di rimetterci dallo spavento provato. I Guerini se n'andarono salutandoci appena; eppure forse Vittorio ha salvato loro la vita.
--Ma era proprio idrofobo?--disse Maria tutta commossa pensando al pericolo al quale erano sfuggiti i suoi fratelli.
--Sì, sì, idrofobo!--disse Vittorio.--me ne sono accorto subito, aveva una faccia brutta, la testa bassa, la lingua fuori, la bocca spalancata, la coda strasciconi, era brutto brutto, proprio come mi ha spiegato il professore che sono i cani idrofobi.
--E perchè non sei scappato?--disse Elisa.
--Ho visto che andava verso i Guerini, e mi son fatto coraggio.
--E se ti mordeva?--disse Maria.
--Non m'hai insegnato tu che bisogna fare quello che si deve, senza pensare a ciò che può accadere?
--Meritava proprio che tu esponessi la vita per quegli antipatici Guerini!--disse Elisa.
--L'idrofobia è una cosa così terribile!--soggiunse Maria, tutta pallida all'idea del pericolo cui s'era esposto il fratello; poi lo fece venire vicino, gli prese la testa fra le mani e gli diede un bacio dicendogli:
--Va, sono proprio contenta di te; non avrei immaginato tanto coraggio con un'apparenza così tranquilla.
--E Carlo che cosa faceva,--disse Elisa,--egli che vuol essere un eroe?
--Carlo aveva la testa bassa e non fiatava.
Vi fu un momento di silenzio, nessuno voleva parlare.
--Ma dunque che cosa faceva?--chiese Maria, rivolgendosi a Mario.
--È scappato,--disse Mario,--come ha fatto ora; infatti, mentre tenevano quel discorso, Carlo tutto confuso era sgattaiolato fuori di casa.
LA FAMIGLIA GUERINI.
Carlo, tutto avvilito d'essersi scoperto pauroso la prima volta appunto che s'era presentata l'occasione di mostrare un po' di coraggio, pensò di mettersi a studiare sul serio, anche per sfuggire alle beffe dei fratelli che non lasciavano di tormentarlo.
--Ecco il nostro eroe!--diceva Elisa.
--Guarda che bella figura facevi!--diceva Mario mostrandogli una caricatura dove scappava a gambe levate, mentre Vittorio combatteva con un cane.
--Lasciatemi in pace, voglio studiare,--rispondeva Carlo;--del resto io non sono così sciocco da esporre la mia vita per chi non mi saluta nemmeno quando m'incontra. Egli avea detto al professore che volea studiare, e mostrargli che se non avea coraggio di affrontare i cani idrofobi, avea quello di superare le difficoltà della grammatica.
Damiati era contento di poter frequentare la casa Morandi, perchè si trovava bene in quell'atmosfera serena e quieta, ed era tutto pieno d'ammirazione per Maria, che sotto apparenze modeste avea molto ingegno e non comune istruzione, non che rara pazienza nel sopportare tutte le impertinenze dei fratelli, cui correggeva senza perdere la calma e non lagnandosi mai della sorte che le era toccata, di perdere i più begli anni della giovinezza nel fare da mamma.
Egli era pronto a renderle servigio, e contento di aver ridestato un po' d'amore allo studio nella mente di Carlo, ci metteva tutto l'impegno a renderglielo facile e piacevole.
Stava appunto correggendo i lavori del suo allievo, mentre Maria lavorava accanto alla finestra assieme alle sorelle e ad Angelina che le continuava a chiedere ricette domestiche, Mario scarabocchiava, e Vittorio leggeva un libro di viaggi, quando tutt'a un tratto quel silenzio fu interrotto da un rumore di ruote, e una carrozza si fermò appunto davanti alla loro casa.
--I signori Guerini,--disse Elisa guardando dalla finestra;--mio Dio, che disordine che c'è qui!--soggiunse guardandosi intorno.
--Non è nulla,--disse Maria,--è il disordine che c'è sempre in una stanza dove si studia e lavora; io non mi confondo per così poco, sei tu che hai fatto tutto questo disordine tagliando i vestiti per la bambola.
Ma Angelina aveva già radunati i ritagli di stoffa che erano in terra e li aveva portati in cucina nella cassetta della spazzatura, appunto mentre la signora Guerini entrava accompagnata dai suoi figli.
Tutti si alzarono, e vi fu nel salotto un momento di silenzio vedendo entrare nella stanza modesta quella bella signora vestita colla massima eleganza. Ma essa fece cenno che nessuno si scomodasse, e rivoltasi a Maria, disse che avea saputo il pericolo corso dal suo Alberto e avea voluto condurlo in persona a ringraziare il suo salvatore.
Così dicendo essa dava intorno un'occhiata come per cercare a chi dovesse rivolgersi.
Maria chiamò Vittorio, il quale si fece innanzi tutto confuso; la signora Guerini lo accarezzò, lo presentò al figlio, dicendogli:
--Spero che sarete amici, e il mio Alberto non si dimenticherà mai che l'hai salvato da un gran pericolo.
--Io non ho fatto nulla che meriti tutti questi elogi, è stata una combinazione, ho veduto una brutta bestia e l'ho uccisa.
--Sei altrettanto modesto quanto coraggioso!--disse la signora che si era seduta, e indirizzato il discorso a Maria le fece molti complimenti dell'aver educato così bene quei ragazzi.
--Creda che non ci ho alcun merito,--disse Maria,--quando hanno una natura buona, riescono bene.
La signora parlò ad uno ad uno a tutti i ragazzi e chiese i loro nomi, poi presentò la sua figlia Elvira, che poteva avere l'età di Elisa, ma se ne stava silenziosa accanto alla mamma e non osava parlare.
--È molto timida,--disse la signora Guerini,--ma spero che farà amicizia colle bambine, come già vedo Alberto che fa coi ragazzi....
Infatti Alberto parlava con Carlo che avea interrotta la lezione e con Vittorio, poi osservava gli scarabocchi di Mario e si smascellava dalle risa vedendosi rappresentato sul punto di esser morso da un cane, scappando da una parte mentre Carlo scappava dall'altra.
Il professore s'era unito al crocchio dove c'era la signora Guerini, la quale diceva a Maria che avea appunto udito far i suoi elogi dal professore e da don Vincenzo, e invitava tutti ad una festa campestre, che dovea dare nel suo giardino il giorno dopo.
Maria disse che dopo la morte della mamma faceva una vita molto a sè e tentò di rifiutare, ma la signora Guerini ci mise un po' di insistenza; era una cosa alla buona, proprio campestre, senza etichetta, e aggiunse che avrebbe avuto un immenso dispiacere se non fossero andati tutti a rallegrare la sua casa; si fece promettere da Maria che non sarebbero mancati, poi la pregò di leggere ai suoi figli uno di quei bei racconti che divertivano tanto don Vincenzo e che erano così istruttivi.
--Sono racconti da ragazzi,--disse Maria tutta confusa.
--Ed è per questo che ho piacere che i miei figli li sentano, e la pregherò d'invitarci tutte le volte che ne farà la lettura.
--Sono tutti troppo buoni,--mormorò Maria.
--Sono così belli quei racconti!--entrò a dire Angiolina,--anzi bisogna che ora ne legga uno ogni giorno, perchè voglio sentirli tutti prima di andare a casa.
--Andiamo, ce ne legga uno,--disse la signora Guerini.
--Sì,--soggiunse Angiolina,--almeno il più breve.
--Ebbene, già che lo volete, non mette conto che mi faccia pregare; lo dico volentieri, tanto più che l'eroina è una persona di mia conoscenza.
UNA PICCOLA FATA.
Era una famigliuola modesta e felice perchè si contentava di poco. Il babbo era operaio meccanico e guadagnava venticinque lire la settimana, la mamma era cucitrice di bianco, e lavorava per vivere con un po' d'agiatezza, e possibilmente far qualche risparmio.
Avevano una figlia che era la loro consolazione e il costante pensiero di tutti e due.
Volevano procurarle quel benessere che avevano invano sognato per loro, e lavoravano con maggior lena e con più coraggio pensando alla cara bambina.
Vivevano a questo modo da parecchi anni; la figlia frequentava la scuola, studiava con amore, ed era fra le prime della sua classe, tanto che i genitori formavano i più bei sogni per quella bimba d'ingegno.
Volevano che potesse studiare e diventar da più di loro, non c'era sacrificio a cui si sarebbero rifiutati per lei, ed essa era tanto buona che meritava tutto il bene che le volevano.
In casa non mancava nulla; il marito consegnava alla moglie tutta la sua settimana e non spendeva un soldo all'osteria; dicendo che se la sera si sentiva voglia di bere un bicchiere di vino, preferiva di berlo in casa, nella sua cameretta tepida e ben illuminata, avendo accanto la moglie e la figlia, che lo rallegrava col raccontargli i fatti e gli avvenimenti della scuola, e colle sue allegre risate.
Qualche volta prendeva la figlia sulle ginocchia, e le raccontava delle storielle, mentre la mamma faceva andare la sua macchina da cucire per terminare un lavoro urgente.
A lei non veniva mai meno il lavoro, essa era precisa, onesta, i principali negozianti la conoscevano, le davano quantità di commissioni, tanto che il lavoro si ammucchiava nella sua stanza, ed essa era lieta pensando al benessere che così poteva procurare alla famiglia.
Ma un giorno l'allegria scomparve da quella casa.
Lavorando in fretta, facendo correre allegramente il pedale della sua macchina, l'ago, senza che si accorgesse, le trapassò una mano, tanto che dal dolore fu sul punto di cadere svenuta.
Era sola in casa, e trovò appena la forza di mettere la mano dentro l'acqua fresca, poi sentendo quietare il dolore fasciò la ferita, e fece uno sforzo per mostrarsi sorridente quando rientrarono il marito e la figlia.
--Che hai, mamma?--chiese la piccina vedendole la mano fasciata.
--Non è nulla, mi sono punta, ma passerà.
Però quel giorno non ebbe voglia di mangiare, e il giorno dopo non potè servirsi della mano che si era tutta gonfiata.
Essa non disse nulla al marito per non affliggerlo; ma la accorava il non poter continuare a lavorare; appunto in quei giorni aveva promesso di terminare dei lavori urgenti che dovevano servire per il corredo d'una sposa.
--Perchè non mangi?--le diceva la bambina.
--Non mi sento troppo bene, è questa mano che mi duole, ma guarirà.
--Va dal dottore,--le disse il marito.
--È inutile, noi non abbiamo tempo d'essere ammalati; questa sera mi metterò un impiastro.
Ma la notte, invece, il male s'aggravò, e le venne la febbre, tanto che la mattina il marito prima d'andare all'officina andò a chiamare il medico.
La bambina, sentendo che la mamma era ammalata, e che doveva venire il medico, non volle andare alla scuola, e pregò una compagna che venisse a dirle la lezione che avevano fatta, così avrebbe potuto studiare restando in casa.
Quando venne il dottore trovò che il male era grave, c'era già un principio di risipola, poi la febbre era abbastanza alta.
Raccomandando alla donna il massimo riposo, ordinò una medicina da prendere ogni due ore, e disse che forse avrebbe dovuto fare un piccolo taglio alla mano, ma in ogni modo per parecchi giorni non c'era da pensare ad alzarsi.
La fanciulla si sentiva venire le lagrime agli occhi, vedendo la sua mamma ammalata più di quello che avrebbe immaginato; ma si fece coraggio e le disse:
--Tu stattene quieta, alla casa penserò io.
--Sì, ma il mio lavoro che il negoziante aspetta e che gli premeva tanto.... Chissà che cosa penserà di me!
--Passerò io, e gli dirò che sei ammalata,--disse la fanciulla.
--Non dirgli nulla, forse domani starò meglio, e se potrò lavorare cercherò di far presto.
Ma il giorno dopo stava peggio, aveva la febbre e vaneggiava.
Padre e figlia s'erano messi d'accordo di star alzati la notte, prima uno, poi l'altro per assistere l'inferma.
La fanciulla, quantunque piccina, pareva una infermiera provetta, scriveva tutte le prescrizioni del dottore per non dimenticar nulla, e le eseguiva a puntino, poi colle sue mani preparava dei brodi succolenti per l'ammalata, e il mangiare per il babbo, a sè pensava poco, non n'aveva tempo, spesso si contentava d'un po' di latte e un po' di pane.
Ma la malattia si prolungava, e la mamma era sempre preoccupata del suo lavoro.
Una sera, mentre l'ammalata riposava, la fanciulla provò ad avviare la macchina e a far andar avanti il lavoro che stava ammucchiato in una cesta.
Vide che le riusciva bene e continuò ad andare innanzi, approfittando dei momenti nei quali la mamma dormiva, perchè quando era desta doveva stare ad assisterla.
La povera donna si crucciava sempre, e diceva al dottore:
--Mi faccia guarir presto, ho bisogno di alzarmi, di lavorare; esser ammalati e non guadagnar niente per giunta è una gran pena.
--Stia tranquilla che guarirà presto, specialmente se starà un po' quieta.
Alla figliuola diceva invece:
--Come faremo ad andare avanti se non posso lavorare?
--Mamma, bada a guarire, non pensare a nulla.
Il lavoro andava sempre avanti, e la fanciulla vedendo che le riusciva bene, lavorava, lavorava tutte le notti; si sentiva stanca, le sue palpebre si facevano gravi pel sonno, ma essa lo combatteva facendo un giro per la stanza e dandosi dei pizzicotti, e il lavoro procedeva sempre, finchè un giorno, lo portò tutta contenta al negoziante senza dir nulla alla mamma, e tornò a casa con un gruzzolo di danaro che capitava a proposito, perchè colla malattia avevano quasi consumato tutti i risparmi.
Quando la fanciulla era stanca da non potersi più reggere in piedi incominciò la convalescenza per la mamma: era tempo.
Il dottore prediceva che fra pochi giorni l'inferma avrebbe potuto alzarsi, e intanto la fanciulla poteva dormire di più mentre la mamma non aveva più febbre, la ferita s'andava rimarginando e non c'era bisogno di vegliare la notte.
Il primo pensiero della povera donna quando si sentì meglio, fu di chiedere il suo lavoro.
--È stato consegnato al mercante.
--E chi lo ha terminato?
--Io non so, sarà stata una fata.
La donna guardò in faccia la figlia, poi si ricordò d'averla veduta come in un sogno, nelle sue notti febbrili, tutta intenta a far andare la macchina da cucire e alla sua mente apparve la verità.