Piccoli eroi: Libro per i ragazzi
Part 5
Però quella vita cominciava ad esser troppo faticosa per lui, e quel dover tenere tutto chiuso in sè stesso, gli opprimeva il cuore, s'aggiunse che la malattia della mamma s'aggravò ed egli andava al villaggio coll'inquietudine di trovarla peggiorata, ritornando a casa la sera.
Un giorno ebbe come una scossa quando trovò una lettera del sindaco che avea delle comunicazioni da fare alla sua mamma. Non disse nulla e andò tutto solo a sentire la ragione di quella chiamata.
Quando il sindaco gli disse che l'aveva fatto chiamare per dirgli che suo fratello era morto a Dogali combattendo contro Ras Alula, egli non volea credere e stette là ad aspettare che gli dicesse d'aver fatto per celia, ma il sindaco gli confermò la tremenda notizia.
--Consolati,--gli disse,--è morto da eroe, e certo gli daranno la medaglia.
Ma che cosa gl'importava e la medaglia e che fosse morto da eroe, se non sarebbe ritornato, e non l'avrebbe più riveduto! E alla mamma come avrebbe potuto dare quella terribile notizia? No, non era possibile, piuttosto che dirglielo non sarebbe ritornato a casa.
Infatti non disse nulla, ma gli pesava di dover continuare ad ingannarla; andò a consigliarsi colla sua amica alla Colombara, ed anch'essa lo esortò a non dir nulla alla mamma; era inutile affliggerla, poichè non aveva che pochi giorni di vita.
Essa compiangeva il povero Antonio; ma quel giorno era contenta perchè le aveva portata una lettera nella quale Enrico le scriveva che sarebbe presto venuto in congedo.
Essa regalò al suo amico tante cose da portare a casa; delle frutta, della farina e delle uova.
--Prendi,--disse,--almeno che la tua mamma abbia da sostentarsi.
Ma egli non pensava che al suo fratello morto e al segreto che dovea tenere in petto.
Quando entrò in casa volle mostrarsi contento, ma aveva le lagrime agli occhi.
--Perchè hai quella faccia?--gli disse la mamma.
--Sono stanco, ecco.
--E di Francesco non sai nulla?
--Sta bene, me lo dissero alla Colombara.
--Pure dovrebbe scrivere, io sono inquieta,--replicò la povera donna.
Antonio non parlò più in tutta la giornata, e da quel momento avrebbe voluto star tutto il giorno fuori perchè la mamma non gli chiedesse di Francesco. E stava fuori infatti il maggior tempo possibile, e in casa non parlava mai; si era fatto chiuso e muto come una tomba.
Anche la sua mamma era di cattivo umore, si lagnava sempre dei suoi mali, borbottava perchè egli non le raccontava più nulla e Francesco non scriveva.
Ed egli continuava la sua vita faticosa, sempre in giro sulla montagna, carico di pacchi e di lettere, che portavano ora la gioia ora la tristezza nei tugurii di quei montanari.
Un giorno, di ritorno dalle sue escursioni, trovò la mamma che si dibatteva in preda a violente convulsioni fra spasimi atroci; egli corse a chiamare il medico che tentò di calmarla, ma essa era uscita, avea saputo che suo figlio era morto ed era ritornata a casa in quello stato.
Quando incominciò a rinvenire se la prese con Antonio che non le aveva detto nulla, e continuò a rimproverarlo dicendogli che non aveva cuore perchè le avea tenuto nascosto un fatto simile, e l'avea ingannata sulla sorte del suo figlio prediletto.
Antonio, tutto confuso, non sapeva che cosa dire; ma la sua vita diventava più triste e più insopportabile e il suo lavoro più ingrato.
Egli si sentiva la voglia di andarsene solo, lontano, per non sentir più quei rimproveri che sapeva di non meritare; ma poi pensava che senza di lui la sua mamma sarebbe morta di fame e rimaneva.
Pochi ragazzi avrebbero avuto tanta pazienza di sopportare i rimproveri e le ire di quella donna, divenuta quasi pazza dal dolore; ma egli si rammentava le raccomandazioni di Francesco e continuava a lavorare per lei, a curarla quand'era ammalata ed a sopportare pazientemente le sue sfuriate.
E quando un giorno la trovò morta nel suo letto e non lo sgridò più, egli si sentì un groppo alla gola e pianse d'esser rimasto solo al mondo.
Egli continuò a girare quei monti, ma triste, senza parlar mai, con un'idea fissa nel capo: di andar soldato in Africa e di uccidere Ras Alula per vendicare il fratello.
Questa storia aveva interessato molto Carlo, il quale diceva che, sebbene non avesse da vendicare nessuno, sarebbe andato anche lui assieme ad Antonio in Africa, tanto per andare alla guerra.
E Mario alla vignetta che rappresentava Antonio che saliva la montagna sepolto sotto una quantità di pacchi e d'involti, ne aggiunse un'altra, che rappresentava Carlo, il quale, appena incontrato un africano, fuggiva a gambe levate come se avesse veduto il diavolo.
LA FIERA.
La mattina, mentre Maria colle sorelle ed Angiolina attendevano alle faccende domestiche, i ragazzi solevano fare una passeggiata fino al villaggio.
Un giorno ritornarono tutti animati, allegri, raccontando che nei giorni seguenti ci doveva essere la fiera del villaggio: avevano letti gli avvisi che promettevano feste, fuochi e luminarie: poi in piazza incominciavano già a piantar banchi, baracche, per mostrare fenomeni viventi, un teatro di burattini, una giostra e tante altre cose; doveva proprio essere una vera baldoria, ed essi erano contenti pensando di approfittare di tutti quei divertimenti.
Maria disse chiaro e tondo che non li avrebbe lasciati andare a divertirsi se prima non avessero dedicato qualche ora allo studio, perchè ci doveva esser tempo per tutto e che non pensassero di starsene in piazza tutto il giorno.
Carlo ed Elisa non volevano intendere quelle ragioni, e replicarono che durante la fiera volevano far festa, come tutti quelli del villaggio, e facevano progetti di divertirsi, d'assistere a quegli spettacoli, e già, prima del tempo, cominciavano a distogliere la mente dallo studio. Maria con quei due ragazzi pigri ed insubordinati si sentiva scoraggiata e avvilita nella sua impotenza di renderli ubbidienti.
Guai se gli altri non l'avessero compensata delle sue fatiche colla loro dolcezza di carattere e colla loro ubbidienza! Specialmente Giannina la rendeva contenta cercando d'imitare l'Angiolina, la quale era una perfetta massaia e una ragazza ben educata e piena di cuore.
Maria era sempre più contenta d'aver invitata l'Angiolina, perchè colla sua operosità dava il buon esempio alle altre. Essa la mattina si alzava prima di tutti, e dopo aver dato aria alla camera ed essersi lavata e pettinata, rifaceva il suo letto ed anche quello di Elisa, la quale non finiva mai di star allo specchio a ravviarsi i capelli, e non le parea vero d'avere un'amica che facesse anche la sua parte di lavoro.
--Come sei buona!--le diceva,--ma che non sappia Maria che sei tu quella che metti in ordine la camera, altrimenti mi sgrida.
--Mi piace tanto, mi fa tanto bene questo moto, diceva l'Angiola; e intanto andava di qua e di là a spolverare i mobili, e quando aveva finito scendeva per dare una mano a Maria e alla donna di servizio.
Poi si mettevano tutte a lavorare, e quel giorno appunto dovevano terminare di orlare delle lenzuola, e ci si misero tutte e tre con molta assiduità per restare libere pei giorni di fiera. Angiolina rimpiangeva la macchina da cucire della sua mamma, ma la Maria diceva che aveva piacere che le sorelle s'avvezzassero a cucire a mano; esercitavano così la pazienza, stavano tranquille e potevano chiacchierare.
--Le macchine,--disse,--vanno bene quando c'è fretta, ma forse sono una delle ragioni per cui le donne al giorno d'oggi sono tanto nervose, non dico per te, Angiolina che sei un'eccezione; ma mi pare più sano raccogliersi intorno al tavolino e stare assieme a discorrere. Guardate come sta bene Giannina, orlando il suo fazzoletto.--Infatti quella bimba lavorava con una grazia che faceva venir voglia di baciarla.
Mario si annoiava quando le ragazze lavoravano, e andava a tirar loro le trecce e non le lasciava un momento in pace.
--Bada che domani non ti conduco alla fiera,--disse Maria,--se non stai tranquillo.
--M'annoio,--disse Mario.
--Fa qualche cosa.
--La vostra caricatura, allora.
--Quello che vuoi, basta che ci lasci quiete.
Ma mentre le ragazze facevano andar l'ago sulla tela colla massima rapidità, i ragazzi erano distratti e continuavano a parlare dei divertimenti che avrebbero goduto il giorno appresso.
Mario tutt'a un tratto nel temperare la matita si tagliò un dito, e andò da Maria pallido per lo spavento.
--Non è nulla,--disse la fanciulla, e legò con un fazzoletto il dito tagliato. Andò poi a prendere nell'armadio la cassetta della farmacia, ne tolse cotone e pezzuole fenicate, e con queste, legò stretto il dito del fratello raccomandandogli di star tranquillo e di star più attento un'altra volta.
L'Angiolina le chiese perchè adoperasse quelle pezzuole che puzzavano, invece di un semplice pezzo di tela. Allora Maria spiegò come è sempre più prudente di fasciare una ferita con roba disinfettata.
--Vedi,--disse,--noi siamo circondati da microbi, cioè da animali invisibili che se penetrano nell'organismo ci possono avvelenare il sangue e farci molto male. Quando la pelle è tagliata, è come se ci fosse una porta aperta per lasciarli entrare; sicchè è sempre meglio adoperare sostanze che riescono loro nocive.
Angiolina stava ad ascoltarla a bocca aperta; poi dopo aver pensato un momento, disse:
--Ma quella volta che la mamma si ferì la mano colla macchina da cucire, se io l'avessi fasciata come il dito di Mario, non le sarebbe venuta la risipola?
--Probabilmente no,--rispose Maria,--perchè quello è un male che viene spesso da infezione del sangue.
--Pensare che s'io avessi saputo queste cose la mamma non avrebbe sofferto tanto! Ma m'insegnerà, non è vero, tutto quello che sa di medicina?--disse rivolgendosi a Maria.
--Volentieri. Prenderai degli appunti, come ho fatto io stessa, e come desidero che facciano anche le mie sorelle; nella vita non si sa mai quello che può accadere, ed è una grande soddisfazione prevenire i mali che possono venire ad una persona di famiglia e saperli curar bene.
--Ma dimmi, una volta non c'erano questi microbi?--chiese Giannina.
--C'erano,--rispose Maria,--ma nessuno lo sapeva, perchè non si potevano vedere; fu l'invenzione dei microscopii potenti, che fece scoprire tutto un mondo invisibile, e fu l'ingegno di grandi scienziati che a furia di studii e d'esperienze riuscì qualche volta a trovar il modo di combattere questi nemici. Un tempo quando uno era ferito gravemente, gli si faceva un'operazione chirurgica, e la morte era molto probabile: ora invece coi nuovi sistemi questo pericolo è molto diminuito.
Angiolina stava attenta a quei discorsi come se si trattasse di un racconto fantastico.
--Come è bella la scienza e quanto mi piacerebbe studiarla! Ma mi dica, se non si hanno alla mano dei disinfettanti, come si fa?
--Si può sempre lavar la ferita coll'acqua bollita, perchè ad un certo grado di calore tutti i microbi muoiono e l'acqua bollita è già disinfettata.
Mario, che era pauroso e sentiva dolore nella ferita, era tutto pallido e temeva di aver qualche microbo; la sorella lo rassicurò, ma volle cambiare discorso, promettendo ad Angioina di darle una lezione di medicina domestica in seguito, tranquillamente, dopo finito il chiasso della fiera.
_LETTERA DI ANGIOLA ALLA SIGNORA MERLI.
Cara mamma.
Come sei stata buona a lasciarmi venire in campagna colla signora Morandi! Quanto mi diverto! E quante cose avrò da raccontarti al mio ritorno.
Da tre giorni siamo in piena baldoria, c'è la fiera in paese e ci siamo dati tutti alla pazza gioia.
Però oggi la signorina Maria volle che si rimanesse in casa a raccogliere le nostre idee, e per non restare oziosi ci disse di scrivere le nostre impressioni sulla fiera del paese.
È una specie di gara, per vedere chi di noi scrive meglio, e questa sera il professar Damiati giudicherà, e classificherà i nostri componimenti.
Io approfitto subito di questa giornata di tranquillità, e sono felice di aver tempo di scriverti; ma Carlo quando seppe che oggi si stava a casa, ha fatto il muso, l'Elisa andò di malavoglia a prendere i suoi quaderni, e sento Mario, nella stanza vicina, irrequieto, che s'alza ogni momento per correre alla finestra ad ogni più piccolo rumore che vien dalla strada.
--Ma mi accorgo che anche la mia signora figlia si perde in divagazioni inutili,--mi par di sentirti dire.
Hai ragione, mammina mia, ed ecco che torno all'argomento.
T'assicuro che la vita di questi giorni pare un sogno. Il nostro villaggio non è più riconoscibile.
Nella piazza quasi sempre spopolata e tranquilla, tanto che quando passavamo per andare alla messa o alla posta, non s'incontrava che qualche donna colle secchie la quale andava ad attingere l'acqua alla fontana, o qualche contadino colla gerla sulle spalle, c'è un frastuono indiavolato, intorno alla chiesa sono collocati dei banchi colle tende bianche, e sui banchi una quantità di oggetti variopinti e luccicanti, che si vendono per quarantanove centesimi, e una folla di contadine vestite da festa, alcune venute dalle montagne, nei loro costumi tradizionali, colle camicette bianche ricamate, i corpetti di velluto, la vita corta, e le vesti di panno con bordure rosse, che guardano cogli occhi meravigliati, tutta quella roba, incerte su quello che devono comperare; poi banchi pieni di dolci e frutta, e in terra mucchi di stoffe variopinte, poi delle altre distese sui muri, e i venditori che gridano da assordare, e una folla che non lascia passare se non a forza di spintoni.
La parte più interessante dello spettacolo è sul prato dietro la chiesa, dove c'è una giostra che è il gran divertimento dei ragazzi, poi il teatro delle scimmie, che mi ha tanto divertito, ed è molto buffo. Pensa, delle scimmie vestite da gran dame, coi cappellini piumati, e i vestiti guarniti di gale, che fanno delle scene buffe e graziose.
Ce n'è una che mi piace tanto; si mette il cappellino davanti allo specchio, come si potrebbe far noi, si guarda con compiacenza, poi quando un'altra scimmia vestita da cameriera, le dice che la carrozza è pronta, sale in carrozza,--una carrozzella colle ruote dorate, e tirata da due cani bardati con molta eleganza,--si sdraia, sui cuscini con grande sussiego, tenendo colla mano l'occhialino, e di tanto in tanto facendosi vento con un gran ventaglio.
Il cocchiere e lo staffiere sono due scimmie vestite di azzurro, coi cappelli a cilindro, coi galloni d'oro, e anch'esse stanno sedute a cassetta, così impettite e serie come la loro padrona.
Quando la carrozza ha fatta due o tre giri sul palcoscenico, la signora scende, e si fa portare da mangiare; pare che le vivande non siano di suo aggradimento, perchè va sulle furie, e getta il piatto in faccia al cameriere, e irritata sbattendo il ventaglio, salta in carrozza, e via senza salutare nessuno. Se sapessi quanto ci ha fatto ridere! ti assicuro che non ne potevo più.
Fuori, sul prato, abbiamo assistito ad un altro spettacolo. Una compagnia di saltimbanchi avea steso un tappeto, tirata una corda, e facevano salti ed esercizii ginnastici.
C'era una bimba, tanto carina, che l'avrei mangiata coi baci. Avea una bella faccia bianca, coi capelli biondi come l'oro, e degli occhi dolci e buoni, tanto che mi pareva, una piccola fata; essa mi faceva compassione così vestita, succinta con un piccolo gonnellino a pagliuzze d'argento. Ballava sulla corda con molta grazia, e tutti andavano pazzi per lei; però anch'essa si diverte, ed è tutta felice quando le battono le mani.
La chiamano _polentina_, e il pubblico non è mai sazio di vederla, tanto che quando ha terminato i suoi giochi, si sente gridare da tutte le parti:
--Ancora, ancora, Polentina,--e lei, quantunque stanca, e rossa infocata, riprende i suoi esercizii allegra e sorridente.
Benchè essa sembri contenta della sua sorte, io la compiango; e quando ho veduto la sua casa, ho pensato quanto io sia felice d'avere una mamma come te, che pensa a farmi star bene, e degli amici come i Morandi che mi fanno tanto divertire.
Se vedessi la casa di _Polentina_!
È un carro coperto di tela, dove dorme assieme al suo babbo, che suona la gran cassa; alla sua mamma, che dice la buona ventura, vestita da zingara, e ad uno scimmiotto.
In quel carro dormono, fanno da mangiare, e si portano da un paese all'altro, dove vanno a ripetere sempre i medesimi giuochi.
Povera gente! Eppure non si mostrano malcontenti della loro sorte.
Mi sono anche molto divertita a vedere la cuccagna, ch'era una cosa nuova per me.
Tu, sai già di che cosa si tratta: è un albero alto alto, liscio, dove in cima sono attaccate tante buone e belle cose, che i contadini devono conquistare, arrampicandosi lassù, a furia di braccia e di ginocchi, ciò che riesce abbastanza difficile, perchè quell'antenna è tutta insaponata e sdrucciolevole.
Se avessi veduto quanti ragazzi tentavano quella salita, e poi non erano ancora a mezza strada che scendevano giù sdruccioloni, fra le risate e i motteggi di tutta la popolazione.
Finalmente, dopo molti tentativi inutili, uno riuscì ad arrivare in cima, poi un altro, poi un altro ancora. Bisognava sentire che applausi e che grida da tutte le parti!
Come erano contenti quei ragazzi, che scendevano carichi dei trofei della vittoria.
Erano polli, salsicciotti, sciarpe colorate, e anche dei borsellini con qualche moneta.
Don Vincenzo, ch'era vicino a noi, e che se la godeva come un bambino, diceva che in questo gioco c'è la sua moralità: prima è un esercizio ginnastico, poi mostra che non si giunge alla meta senza fatica.
Più tardi, ci dovevano essere i fuochi d'artifizio; i ragazzi volevano aspettarli, ma la signorina Maria non volle, perchè dice che di notte, in mezzo alla folla, sono pericolosi; una volta essa vide un fanciullo sfigurato, per esser stato colto da un razzo in mezzo alla faccia; dunque non metteva conto per un piccolo divertimento, esporsi ad un pericolo anche lontano, ed ho trovato che aveva ragione.
Se sapessi che buona ragazza, è la signorina Maria! Ho imparato da lei tante cose, in questi pochi giorni, più che se fossi andata a scuola; essa sa tutto: sa curare gli ammalati, fasciare le ferite, fa dei buoni dolci, e poi ha scritto dei racconti, che ci legge qualche volta, ed è per me una vera festa il sentirli.
Se una buona fata mi domandasse di esprimere un desiderio, ti assicuro che non chiederei, come farebbe l'Elisa, gli equipaggi e i vestiti eleganti della signorina Guerini, nè di essere un famoso pittore, come vorrebbe Mario, o un eroe come Carlo; ma le chiederei di farmi rassomigliare a Maria.
Spero che quando saranno ritornati in città, mi lascerai andar spesso in casa Morandi; sarà il mio più grande divertimento, ed io studierò, e sarò buona per meritarmelo.
Addio, mammina, abbraccia il babbo, e sta sicura che per quanto io mi trovi qui assai bene, pure sono impaziente di abbracciarti._
La tua ANGIOLINA.
P.S. _Prima di spedirti la lettera ti racconto l'esito della nostra gara.
Alla presenza del professore Damiati si diede lettura dei nostri scritti.
Quello di Vittorio, e quello della tua figlia furono giudicati i migliori.
Carlo ed Elisa erano troppo distratti per poter far bene.
Mario mostrò un foglio di disegni che fecero rider tutti.
Rappresentavano il teatro delle scimmie, e le scimmie eravamo noi: Elisa che voleva imitare la signorina Guerini, Carlo il ragazzo Guerini, io la Maria, la Giannina volea imitar me; insomma tutti scimmie, e sopra scrisse: Impressioni della fiera.
Veramente nel programma non c'era un cómpito di disegno, ma si rise e glielo hanno passato per buono.
Mi sono dimenticata nella mia descrizione di parlarti di un ciarlatano che ci fece molto divertire, e siccome Vittorio lo descrisse nel suo componimento, così te lo mando perchè tu ti possa formare un'idea esatta del modo con cui abbiamo passato questi giorni. Addio, e un bel bacio._
RICORDI DELLA FIERA (_dal taccuino di Vittorio_)
IL CIARLATANO.
Dove sono? Chi fu il mago che ha trasformato il mio villaggio? Forse siamo di carnevale? Che frastuono! Che baraonda! Ma è pur bella qualche volta un po' di confusione!
Ed io godo in questi giorni di fiera appunto perchè durano poco.
Mio Dio, che strepito!
--Signorine, vengano a comperare! novantanove centesimi al pezzo, guardino che bella roba.
--Della tela bellissima, dei fazzoletti, tutto a buon mercato; avanti avanti, signori!
--Il teatro delle scimmie, le sette meraviglie del mondo! il cosmorama pittorico! entrino, signori, che resteranno sorpresi!--E simili grida da tutte le parti, tanto che mia sorella ha tutte le ragioni di dire che ha la testa grossa come un pallone.
--Taratatà taratatà, che cos'è questo rumore che viene laggiù dalla strada maestra? Si vede un nuvolo di polvere, s'ode uno scalpitìo di cavalli, tutti tacciono per un momento e si domandano:
--Che cosa sarà?
Le trombe squillano più forte, la massa nera s'avvicina, e già si distinguono quattro cavalli bianchi attaccati ad un cocchio alto e maestoso.
Vengono a gran carriera, son già vicini alla piazza.
--Largo largo, indietro, eh op, eh op.
La folla si restringe, si pigia, e il cocchio passa a mala pena in mezzo a quel mare di teste e s'arresta nel centro della piazza.
Un uomo di mezza età, colla barba brizzolata, d'aspetto abbastanza simpatico, sale sul seggio davanti, il quale è tutto ricoperto di velluto rosso, e si rivolge a tutta quella folla, intenta ad ascoltarlo.
Parla bene, con voce sonora, dice di chiamarsi Rocco Lavarione, d'aver studiato all'università, viaggiato mezzo mondo e conclude che possiede una polvere miracolosa che guarisce tutti i mali, ed invita quella gente a farsi avanti per comprarsela.
Il professore Damiati dice che è uno dei soliti ciarlatani; però io non mi sarei mai figurato un ciarlatano dall'aspetto così rispettabile.
«Venite venite,--intanto egli continua dall'alto del suo cocchio,--io non sono un ciarlatano, quello che dico è la pura verità, comperate la mia polvere, se non avrà la virtù ch'io vi prometto me la renderete, ed io vi restituirò il vostro danaro; posso parlar meglio di così? vedete che non arrischiate nulla.»
Tutta quella popolazione, rimasta incerta fino a quel momento, incomincia a scuotersi; già una donna si avvicina, sale sul cocchio e domanda la polvere, che le viene subito data per una lira; un'altra segue il suo esempio; un giovanotto dice di avere un dolore sulla faccia, e Rocco Lavarione gli fa una fregagione colla sua polvere, e poi gli chiede:
--E il dolore non lo sentite più?
Il ragazzo dice di no e se ne va tutto contento.
Incomincia il pigia pigia della gente intorno alla carrozza; tutti stendono le mani per chiedere la polvere miracolosa.
Rocco Lavarione e il suo domestico non hanno braccia bastanti per appagar tutti; le lire piovono nel vassoio, s'accumulano in un momento. E tutta quella gente se ne va contenta col pacchetto di polvere in mano, sorridente come se portasse a casa un tesoro.
Vicino a noi c'è un gruppo di villeggianti che vorrebbero persuadere quei contadini che è un inganno, ma essi non credono e continuano ad affollarsi intorno al cocchio di Rocco Lavarione.
Se si mette in dubbio l'efficacia di quella polvere essi ci guardano con occhi feroci; e infatti perchè togliere loro la fede e la speranza?
L'idea di possedere un farmaco che guarirà i loro mali, non è già una felicità?
Il professore presso di noi dice che il popolo è come un fanciullo che vuole il meraviglioso.