# Piccoli eroi: Libro per i ragazzi

## Part 4

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SERATE IN FAMIGLIA.

A don Vincenzo pareva di ringiovanire quando andava a passar la sera in casa Morandi. Perciò vi andava spesso e volentieri, accompagnato dal professore, che ammirava la dolcezza e l'abnegazione di Maria la quale si dedicava così giovane al benessere della famiglia e all'educazione dei suoi fratelli. Egli era tutto felice di esserle utile e s'era fitto in capo di far amare lo studio a Carlo; lo trovava un po' pigro e svogliato, ma sperava, aiutandolo nelle difficoltà, stuzzicando il suo amor proprio, di riuscire a renderlo più docile ed a fare che dedicasse qualche ora della giornata allo studio.

Gli parlava più da amico che da professore, ed il ragazzo si rassegnava a studiare con lui, in grazia delle storielle piacevoli e degli aneddoti curiosi che gli raccontava e delle passeggiate che sapeva organizzare per divertirlo quando rimaneva contento dei suoi cómpiti.

Però la sua idea fissa erano i fatti eroici, i lunghi viaggi, la vita avventurosa, e diceva sempre:

--Io studio per non vedervi imbronciati, ma se capita l'occasione, scappo e mi faccio soldato, marinaro o esploratore.

Quando don Vincenzo parlava del quarant'otto, Carlo pregava Damiati di sospendere la lezione e s'avvicinava con tanto d'orecchi alla tavola, dove le ragazze lavoravano, e il prete ricominciava per la centesima volta i suoi racconti, ma sempre animandosi, gesticolando in modo che pareva avessero la virtù di levargli una ventina d'anni dalle spalle.

«Ora si muore, si vegeta,--egli diceva,--quelli erano tempi in cui si viveva, ogni giorno c'era qualche novità, qualche avvenimento che ci faceva battere il cuore, e s'era tutti uniti in un solo pensiero come se attraverso tutte le nostre teste passasse una medesima corrente elettrica.

«Io, in quel tempo, ero a Milano al seminario a studiare, ma anche là dentro, fra quelle quattro mura, in mezzo ai nostri studi, penetravano le idee che correvano per la città, si sapeva tutto quello che accadeva, eppure non vi saprei dire in che modo quelle notizie giungessero fino a noi.

«Voi, nati in questi tempi, non sapete che cosa voglia dire non esser padroni in casa propria, essere tenuti schiavi, spiati e magari posti in prigione e condannati per una parola sfuggita involontariamente, per un'occhiata mal interpretata; pensate che un mio fratello il quale aveva dato senza accorgersi uno spintone ad un ufficiale austriaco, fu posto agli arresti e mancò poco che fosse fucilato.

«Ve la immaginate voi la nostra vita agitata? Eppure era così bella, si congiurava nascostamente, s'era pieni di speranze nell'avvenire, e ci si consolava delle continue sofferenze nel vederci tutti uniti nelle nostre aspirazioni e nei nostri desiderii.

«Noi si studiava, ma la nostra mente faceva mille progetti per concorrere a liberare il nostro paese, ognuno di noi sognava d'essere un eroe e di riuscire in qualche impresa ardita da far tremare quelli che ci opprimevano; fra una lezione di latino e di teologia si scrivevano dei versi nei quali s'invocava l'angelo sterminatore che sperdesse i nostri nemici. Quando poi si seppe che Pio IX, il nostro pontefice, favoriva la libertà, allora furono inni al Santo Padre, preghiere che ci aiutasse, e lo adoravamo in ginocchio come si adorano i Santi e la Madonna. Vi assicuro che vivevamo in un'agitazione febbrile, ognuno di noi era una specie di bomba pronta a scoppiare alla prima scintilla, e quando si seppe che fuori c'era la rivoluzione, che si facevano le barricate, allora nessuno seppe star tranquillo, si fece anche noi la nostra piccola rivoluzione interna, e si volle prendere parte agli avvenimenti.

«Mi par ancora ieri, e sì che ne sono passati dei begli anni; quando ci si mise a fabbricare le barricate, si pareva matti, si entrava nelle case a prendere lo mobiglie che potevano servirci, si spogliavano gli appartamenti, si smantellavano le fabbriche per adoperare i materiali onde sbarrare le vie, ci si cambiava in facchini, manovali, e poi si finiva col diventare non soldati, ma leoni per difendere le barricate che avevamo innalzate con tanta fatica, e là, dietro a quei ripari, fabbricati dalle nostro mani, vi dico io che ne ho vedute di scene commoventi, vi assicuro che se vivessi cent'anni, il ricordo di quei tempi basterebbe per riempirmi la mente e tenermi compagnia.

«In quei giorni tutta la popolazione era nelle strade, le donne scappavano in casa qualche ora per prepararci da mangiare, e poi venivano a recarcelo colle loro mani.

«Mi pare di vedere ancora una bella giovane di venti anni venir tutti i giorni con un canestro pieno di viveri, che distribuiva indistintamente a poveri e ricchi, amici e sconosciuti, a tutti quelli che erano là instancabili, oppure accasciati dalle ferite e dalla fatica a combattere; ci appariva come una fata benefica, quando un giorno, mentre faceva la distribuzione dei viveri, scoppiò una bomba accanto a lei e rimase ferita orribilmente: fu un urlo d'indignazione in tutti noi e ci si mise a combattere con maggiore energia per vendicarla.

«Mi ricordo d'un bambino che s'arrampicava come uno scoiattolo sulle barricate, e munito dei sassi che avea tolti dal selciato della via li lanciava con forza sopra quelli che osavano avvicinarsi; di tratto in tratto veniva la madre a strapparlo da quel posto pericoloso.

«--Sei matto,--gli diceva,--ad esporti così?

«Ma egli ritornava sempre al suo posto elevato; e quando una palla gli trapassò un braccio, egli disse:

«--Non è nulla, fasciatemelo presto che ritorni al mio posto, per fortuna ho ancora un braccio buono.

«Non ci fu verso, volle ritornare ma cadde svenuto, e dovettero trascinarlo via per forza.»

--Come mi sarebbe piaciuto vivere in quel tempo!--disse Carlo;--allora, sì, avrei potuto diventare un eroe.

--Eravamo tutti eroi,--soggiunse don Vincenzo,--però non si poteva fare altrimenti, non era permesso di tremare nè di aver paura. Mi ricordo un signore che trovò il figlio nascosto dietro una porta, e trascinandolo fuori per un braccio gli disse:--Almeno muoviti e fa il galoppino da una barricata all'altra, e se vengo a sapere che non hai fatto il tuo dovere, non ti riconosco più per figlio.

Quando don Vincenzo s'infervorava in quei discorsi, anche il signor Morandi, di consueto silenzioso, si animava e parlava di quei tempi quando anch'egli si era trovato in mezzo alla rivoluzione e bloccato a Venezia.

Come avea sofferto in quel tempo! Anzi, quelle sofferenze gli avevano lasciato un'ombra di tristezza che non si sarebbe cancellata mai più.

--Pensi, don Vincenzo,--disse una volta,--a Milano la rivoluzione è durata cinque giorni, ed è quasi stata una festa, ma io che mi son trovato a Venezia, ed ho sofferto la fame per un anno!... E ai figli disse: Se sapeste che cosa voglia dire soffrire la fame, come sareste contenti della vita che fate, come godreste la vostra agiatezza e la vostra tranquillità!

--E perchè non ci racconti nulla, babbo?--chiesero i ragazzi.

--Quel tempo mi ricorda cose troppo tristi,--rispose il signor Morandi;--mio fratello è morto a Marghera, mia madre morì di dolore, non posso evocare quei giorni senza che mi si spezzi il cuore; la libertà mi è costata troppo cara.

--Come saranno stati belli i primi tempi di libertà, dopo tante lotte e tanti sagrifizi!--disse Maria.

«--Si dovette attendere ancora dieci anni, ma quei primi giorni furono deliziosi,--disse don Vincenzo,--fu una gioia da non poter comprendere se non si è provata. Si pareva pazzi, per le vie ci si abbracciava tutti, amici e sconosciuti, si saltava dalla contentezza, si parlava dalle finestre, poveri, ricchi, tutti amici, tutti uniti, come si fosse una sola famiglia; quando entrarono i nostri soldati fu una frenesia: una pioggia di fiori li coperse, un grido d'entusiasmo uscì da tutto le bocche, tutti volevano vederli da vicino, i ragazzi andavano in mezzo alla truppa, fra le zampe dei cavalli, si voleva ammirarli, abbracciarli, i nostri fratelli, i nostri soldati che avevamo tanto desiderato. Quando poi entrarono i bersaglieri correndo, seguendo il ritmo della loro allegra fanfara, lesti, colle penne dei cappelli agitate dal vento che correndo per le vie come se volassero, parevano un gaio stormo d'uccelli che venisse a portarci la primavera, la pace, l'allegria, allora l'entusiasmo fu al punto culminante. So che tutti ridevamo, piangevamo, eravamo pazzi; in quel delirio di gioia avevo la febbre; so che dovetti andarmene a casa affranto, non potei dormire, tanto ero agitato, e se chiudevo gli occhi mi vedevo una danza di bandiere a tre colori, di soldati e di cappelli da bersagliere.

«E la gioia maggiore fu di vedere il nostro re Vittorio Emanuele entrare a Milano col suo aspetto marziale, la sua faccia aperta e buona. Sono stati momenti quelli che non si dimenticano, e vedete, io non invidio la vostra gioventù baldanzosa, piena di speranza nell'avvenire, perchè sono contento d'esser vissuto in quei giorni in cui eravamo tutti fratelli, e come si era stati compagni nelle lotte e nelle privazioni si ritornava ad esserlo nella gioia comune.

«Però passato quel tempo d'entusiasmo la vita m'apparve monotona. Pio IX non era più quello di prima, dovevano avergli cambiata la testa; noi, preti, in città, non avevamo più tante simpatie, e il mondo mi parve così brutto che volli venire in campagna, dove lo spettacolo della natura è sempre grandioso ed attraente.

«Qui ho trovato delle gioie tranquille e non mi pento della mia risoluzione, ho degli amici che mi vogliono bene, ho i miei fiori, gli uccelli che ritornano ogni anno a fare i nidi sotto al mio stesso tetto. Quando poi avevo vostro zio che era stato un mio compagno del quarant'otto e non si stancava mai di ricordare quel tempo, io non desideravo nulla di più, e proprio bisogna dire che il Signore mi vuol bene; dopo che m'ha dato il dispiacere di togliermi quel buon amico, ecco che siete venuti voi ed io posso ritornare in questa casa, che mi ricorda tante cose, e vi vedrò ritornare tutti gli anni come gli uccelli dei miei nidi; crescere, poi magari prendere il volo, finchè un giorno o l'altro lo prenderò io il volo. Intanto, l'avervi conosciuto sarà una consolazione dei miei ultimi anni, e poi sono certo che resterà qualcuno a ricordare il vecchio curato, non è vero?

--Ora deve star qui tanti anni con noi, non dobbiamo pensare a malinconie,--dissero in coro i ragazzi.

--Anzi,--soggiunse il Damiati che avea terminato di ripassare il compito di Carlo,--la signorina Maria dovrebbe raccontarci le avventure d'un altro piccolo eroe.

--Questa sera, no,--disse Maria,--una bella figura farebbero i miei eroi dopo i discorsi del quarant'otto! Se volete v'invito per domani sera.

--Bene, bene, domani sera è impegnata,--disse il professore.

E si contentarono di far ancora un po' di chiacchiere finchè Mario terminava una vignetta dove pretendeva d'aver rappresentato la rivoluzione del quarant'otto con bombe, barricate e una tal confusione nella quale non si poteva raccapezzare nulla, tanto che anche il futuro artista dovette concludere che i quadri storici non erano il suo forte.

IL PROCACCIA.

Angiolina era andata a prendere il manoscritto e l'avea posto davanti a Maria, mentre tutti gli altri stavano intorno alla tavola attenti ad ascoltarla.

--Quest'oggi--disse Maria--è una storia molto semplice, e forse dopo i fatti eroici di ieri sera non riuscirà ad interessarvi; procurerò di esser breve.--E preso il manoscritto incominciò:

Siamo in un tugurio sopra una montagna; intorno, delle praterie, verdi l'estate, e l'inverno coperte di neve, delle cime aguzze di monti con boschi di abeti neri e di tratto in tratto qualche capanna, qualche casolare, in mezzo a quella solitudine

In una camera povera, affumicata e quasi spoglia, se ne sta rannicchiata accanto al fuoco una donna dall'aspetto macilento e tremante dal freddo.

Un ragazzo entra portando un fascio di legna.

--Ecco, mamma, della legna per riscaldarci.

--Se bastasse!--disse la Maddalena con un sospiro,--ma bisogna mangiare,

--Abbiamo ancora della farina,--rispose il ragazzo che si chiamava Antonio,--poi Francesco m'ha lasciato i suoi quattrini prima di partire.

La donna diede in un sospiro più forte sentendo nominare l'altro figliuolo e disse:

--Se almeno me lo avessero lasciato, non si correrebbe il pericolo di morire di fame, oppure se mi sentissi bene, qualche cosa potrei fare, ma invece me lo mandano soldato ora che avevo più bisogno di lui.

--Ci sono io,--disse Antonio.

--Che cosa vuoi fare tu che sei ancora bambino?

--Ho dodici anni e sono forte, cercherò del lavoro e l'ho promesso anche a Francesco.

--A proposito, che cosa ti ha detto prima di partire?--chiese la donna.

--Nulla! che cercassi del lavoro, anzi scendo al villaggio per vedere se trovo da fare qualche cosa.

Così dicendo uscì, e mentre scendeva la montagna erta e sdrucciolevole per la neve caduta, andava pensando a quello che gli avea detto appunto Francesco prima di partire pel reggimento.

Egli era vissuto fino a quel giorno senza crucci, andando alla scuola, e i giorni di vacanza giocando cogli amici. Avea spesso fatto qualche piccolo servizio al fratello o alla mamma, e all'ora consueta trovava in casa un boccone da mangiare, che, per quanto fosse semplice, gli facea l'effetto di un cibo squisito, ed era vissuto tranquillo e felice come un uccellino.

Ma quella mattina, dopo il discorso fattogli dal fratello, si sentiva trasformato, i suoi pensieri non erano più tanto allegri e gli pareva d'esser già un uomo col peso d'una grande responsabilità.

--Senti,--gli avea detto Francesco,--se non mi chiamavano soldato, non t'avrei parlato di nulla, e non avrei turbato con delle inquietudini la tua età spensierata, ma parto, e devo dirti tutto quello che mi pesa sul cuore da tanto tempo. Tu ora così piccino devi aver molto giudizio e fare il capo di famiglia.

--E la mamma?--avea detto Antonio.

--Povera mamma! Non sai che è molto ammalata? il dottore dice che ha mal di cuore e non deve aver pensieri nè inquietudini, ha bisogno di mangiar bene e di non faticare; insomma, bisognerebbe essere ricchi, oppure ch'io potessi pensare per tutti, invece ora a lei devi pensarci tu, finchè sono via; ti raccomando, sai, bada che quella povera donna non soffra, fa tutto il possibile, magari chiedi l'elemosina, ma procura che non le manchi un po' di pane; io, sta tranquillo, cercherò di mandarti qualche soldo, ma che cosa può fare un povero soldato!

Antonio pensava a questo discorso e a Francesco che nel farglielo avea le lagrime agli occhi, e rammentava come l'avea preso fra le braccia stringendolo stretto contro la sua faccia, quando gli promise di lavorare e guadagnare il pane per sè e per la mamma ammalata.

Ma ora in quella strada deserta, intirizzito dal freddo, vedeva che era più difficile di quello che avesse immaginato.

Se fosse la buona stagione, pensava, potrei offrirmi a qualche mandriano per pascolare le bestie, ma siamo d'inverno.... Vedremo, giù al villaggio può darsi che trovi qualche occupazione.

Egli nella sua mente vagheggiava i tempi delle fate, quando bastava esser buoni e ubbidienti, per veder subito qualche fata accorrere ad aiutarci; egli sarebbe stato tale per meritare la protezione di una buona fata, e si guardava intorno se ci fosse qualche animaluccio da salvare, qualcuno da soccorrere, come se fossero ancora quei bei tempi; ma non c'era anima viva, e soltanto udiva il rumore del vento che usciva dalle gole dei monti e scuoteva le cime degli abeti.

Quando vide le prime case del villaggio il suo cuore si aperse alla speranza; in quelle case abitava della gente, e forse qualcuno si sarebbe mosso a pietà di lui.

Camminando adagio per quelle vie deserte, vide aprirsi una porta ed una donna uscire con un paiuolo in mano, per ripulirlo.

Si avvicinò a lei e si fece coraggio di chiederle se avesse qualche occupazione da dargli.

--Posso far di tutto,--disse,--ripulire e lavare la casa, aver cura delle bestie, far delle commissioni.

--Sei matto,--disse la donna;--coi tempi che corrono, non c'è abbastanza da lavorare nemmeno per noi.

Egli proseguì il suo cammino con un sospiro.

Vicino alla chiesa, vide un uomo piuttosto ben vestito che veniva incontro a lui.

Egli si fece avanti, e pensando alla mamma ammalata, a quello che gli aveva detto il fratello, stese la mano per chiedere l'elemosina.

--Non ti vergogni?--gli disse quell'uomo,--alla tua età chiedere l'elemosina! va a lavorare, piccolo vagabondo.

Non chiedeva di meglio che procurarsi del lavoro, avrebbe voluto dirglielo, ma sentì come un gruppo alla gola che gli tolse il respiro e corse via senza dir nulla, vergognandosi.

Cominciava ad essere scoraggiato e pensava se non fosse meglio per quel giorno ritornare a casa, quando udì il rumore della diligenza che arrivava, e non si mosse, nella speranza che quelli che venivano di lontano fossero più pietosi.

La diligenza si fermò davanti all'osteria della Posta, ed egli corse subito per togliere ai viaggiatori le sacche, gl'involti che avevano in mano, e per aiutare a scaricare i bauli. Ma l'oste che al rumore della diligenza era uscito, diede uno scappellotto ad Antonio dicendogli:

--Levati dai piedi, non abbiamo bisogno del tuo aiuto.

Il povero ragazzo non potè più resistere e diede in uno scoppio di pianto.

La figlia dell'oste, uscita anch'essa all'arrivo dei viaggiatori, ebbe compassione di quel ragazzo e si avvicinò domandandogli che cosa avesse.

--Volevo guadagnarmi qualche soldo aiutando a scaricare i bauli; ho tanto bisogno di trovar lavoro, colla mamma ammalata e mio fratello soldato, ma sono troppo disgraziato, dovrò tornare a casa a mani vuote.

La fanciulla fu commossa dalle parole di quel ragazzo che le pareva sincero, e pensò di aiutarlo.

--Vieni,--disse,--ti darò un po' di brodo per riscaldarti.

--Per me non importa, ma è per la mia mamma che voglio guadagnare qualche cosa.

--Povero ragazzo!--pensò la fanciulla. Poi si rivolse a lui dicendogli:--Posso fidarmi di te? sei forte per portare un pacco sulla montagna nella cascina chiamata Colombara?

--Se sono forte! Lo credo io! Mi dia questo pacco.

--Ma potrai farlo? Non lo lascerai cadere lungo la via?

--No, stia sicura; glie lo giuro!--disse mettendosi la manina sul petto.

--Bada che è pesante.

--Sono forte.

--Ecco,--disse la ragazza consegnandogli un involto alquanto voluminoso;--vedi, è inutile, è più grande di te.

--Non abbia timore,--disse Antonio. Prese un pezzo di legno che trovò in terra, si fece dare una corda e vi attaccò il pacco solidamente e se lo mise dietro le spalle.--Mi pare una piuma,--soggiunse,--domani ritornerò a vedere se ha altri pacchi da consegnarmi.

--Bada di portarlo direttamente alla Colombara, ti daranno venticinque centesimi per la tua fatica; buon viaggio, procura di non sdrucciolare.

--A rivederci domani,--disse Antonio tutto contento e saltellando sulla strada fangosa, come se andasse ad una festa.

Il pacco era pesante, la salita faticosa, ma egli non sentiva nulla, nella sua felicità di poter fare qualche cosa ed essere utile alla mamma; pensava ch'egli aveva trovato una buona fata, e ormai l'ostessa l'avrebbe protetto. Aveva una faccia così buona quella ragazza che si teneva sicuro che non l'abbandonerebbe più, e saliva saliva la montagna con quei pensieri allegri, non sentendo nè il freddo, nè il disagio del cammino; eppure ci voleva circa un'ora per giungere a destinazione, e quando la montagna si faceva più erta egli sentiva il pacco farsi più pesante, ma era pieno di coraggio e andava avanti finchè giunse alla cascina, tutto sudato.

Gli venne incontro una ragazza e gli chiese se avesse una lettera per lei.

--Non m'hanno consegnato che questo pacco, ma domani ritorno in paese e domanderò se vi sono lettere per voi,--disse Antonio.

--Ricordati,--le disse la fanciulla,--per ogni lettera che mi porterai ti darò un soldo, prendi intanto.---E gli diede i cinque soldi per il pacco ed un bicchiere di vino per giunta.

Antonio discese la montagna canterellando, egli aveva un progetto con cui sperava di mantenere la sua mamma, e gli pareva già d'esser ricco.

Giunse a casa allegro portando una bottiglia di latte e un po' di pane, comperato lungo la via.

Trovò la mamma inquieta della sua lunga assenza.

--Bisognerà bene che tu mi lasci andare se vuoi che guadagni da vivere; non sono più un bimbo io, e non c'è pericolo che mi perda.

Essa si mostrò contenta del figliuolo, ma pensava sempre al suo Francesco che era lontano, e tutte le volte che Antonio ritornava dal villaggio, gli chiedeva ansiosa se avesse ricevuto lettera dal fratello.

In pochi giorni Antonio era diventato il corriere della montagna. Aveva tanto pregato Rosa, la figlia dell'oste (ch'egli si ostinava a riguardare come la sua buona fata), che affidasse a lui tutti i pacchi e la corrispondenza della montagna, che malgrado la sua giovinezza glielo aveva accordato. Sempre però gli diceva:

--Bada che non sia troppa fatica e troppa responsabilità per un ragazzo come te; se perdessi una lettera, guai! non ti darei più nulla e dovresti pagare la multa.

Ma Antonio la rassicurava, e la supplicava di lasciare a lui quell'incarico, affinchè potesse guadagnare qualche soldo, per poter comperare il pane alla sua mamma.

E così, ogni mattina, scendeva al villaggio, ed era tutto felice quando la diligenza portava tanti pacchi e tante lettere per gli abitanti della montagna, e bisognava vedere come si caricava, tanto che qualche volta la sua personcina scompariva sotto quella massa di roba; ma più ne aveva, più era contento, e girava la montagna per delle ore, finchè avesse tutto consegnato all'indirizzo preciso.

Il ragazzo era ormai un amico per gli abitanti di quei casolari, che gli venivano incontro col sorriso sulle labbra, in attesa di notizie dei parenti lontani.

La ragazza che abitava alla Colombara stava ad attenderlo sempre sull'uscio, nella speranza che le portasse qualche lettera del suo promesso sposo, ch'era soldato; essa lo faceva sempre entrare a riscaldarsi, e non mancava mai di dargli un bicchiere di vino o una ciotola di latte; gli faceva anche delle confidenze e gli raccontava quello che Enrico le scriveva, quando egli le portava una lettera.

E Antonio le parlava di Francesco che era soldato anche lui, e le raccontava che aveva voluto andare a Massaua in un paese lontano lontano, dove si moriva dal caldo, ma per guadagnare di più; e ciò gli dava pensiero perchè le lettere tardavano a venire, e per non vedere inquieta la mamma dovea dirle che aveva avuto notizie, anche se non ne sapeva nulla.

--Dille che Enrico mi scrive che sta bene,--gli diceva la ragazza,---sono soldati tutti e due, ed è naturale che essendo dell'istesso paese, si possano conoscere.

E così Antonio diceva sempre alla mamma che Francesco stava bene; l'avea saputo alla Colombara.

C'erano giorni che in paese non arrivava nulla e Antonio dovea tornarsene a casa tutto avvilito d'aver perduta la sua giornata.

Ci fu un periodo di tempo che nevicava forte, e andar per quelle montagne era difficile e pericoloso.

La Rosa lo consigliava di aspettare che il tempo si facesse migliore; ma egli non le dava retta, e quando c'era qualche cosa da portare, voleva andare lo stesso, a costo di arrivare a casa sfinito e assiderato.

Dalle notizie che raccoglieva da quelli che avevano i parenti lontani, avea saputo che in Africa c'era stato un combattimento con morti e feriti, ed egli era in pensiero pel fratello che da tanto tempo non mandava notizie; anche la mamma era inquieta e per calmarla le diceva che Francesco faceva sapere col mezzo d'Enrico che stava bene e li salutava.

