Piccoli eroi: Libro per i ragazzi
Part 3
Pierina, come al solito, dava un'occhiata alla strada, ed era al suo posto al passaggio dei treni, senza curarsi dell'infuriar della bufera e della pioggia che cadeva a torrenti.
Tutt'a un tratto verso l'ora del tramonto, mentre stava colla mamma ed il fratellino, che si lagnava nel suo letto, soffrendo più del solito, s'udì uno scroscio, un rombo terribile che fece tremare la casa come se crollasse.
--Mio Dio! che cosa succede? è la fine del mondo?--disse la donna.
--Vado a vedere,--disse Pierina.
--Con questo tempo? aspetta almeno che sia cessato, prenderai un malanno.
--Bisogna vedere, non sai che deve passare il treno delle cinque?
--È il diretto, non rallenta.
--Ma se fosse accaduta qualche disgrazia?
--Alle due è passato il treno, e tutto era in ordine,--disse la madre.
--Ma questo rumore? vado per stare tranquilla, non ho paura, sai, ci sono avvezza.
Si coperse bene con un mantello impermeabile, e uscì.
Tornò dopo cinque minuti tutta agitata, accese in fretta la lanterna rossa che attaccò ad un bastone. Prese il corno che stava quasi sempre inoperoso attaccato al muro e se lo mise a tracolla.
--Che fai?---le disse la madre.
--È venuta una frana, è caduto il ponte, che orrore!
--Che cosa intendi di fare?
--Bisogna fermare il treno.
--Sei pazza?
--Lascia fare a me, non t'inquietare, vedi, preparo i segnali.
--Se non li vedono con questo tempo, con questa nebbia?
--Suonerò il corno.
--Se non lo sentono?
--Speriamo che possano vedere o sentire. Vado, mamma, è l'ora.
Incappucciata nel suo mantello nero con un lampione rosso in una mano e la bandiera nell'altra, uscì, mentre il vento era più impetuoso che mai, e una pioggia gelata tagliava la faccia.
Pierina non si sgomenta per il tempo, il solo pensiero che la preoccupa è che quelli del treno vedano oppure odano i segnali. Il dubbio che le fa battere il cuore, è che con quel tempo non stiano in vedetta, tanto più essendo il treno diretto che non rallenta quasi mai. Sente il fischio in distanza della vaporiera, il suo cuore batte più forte, l'idea che quel lungo treno possa sfracellarsi nel precipizio le mette i brividi, è già in vista, ed essa soffia nel corno con quanto fiato ha in corpo, comincia disperatamente ad agitare la lanterna e la bandiera, ma il treno non rallenta, Pierina grida, si smania, suona più forte, ma il rumore delle carrozze e del vento rende indistinto il suono del corno, e il vapore s'avanza, sempre imperterrito, ed è già a pochi passi dalla fanciulla.
Essa non pensa più al proprio pericolo, s'avvicina, è quasi davanti alla macchina, sta per toccarla, soffia nel corno con tutta la forza dei suoi polmoni, non vede più nulla, le par di sentire come un gran frastuono nelle orecchie, e cade esausta per terra.
Si trovò sollevata dalla madre, la quale non potendo resistere dall'inquietudine, era uscita quando aveva sentito avvicinarsi il treno, e vedendo il pericolo a cui s'era esposta la figlia, sfogava la sua nervosità battendola come quando era bambina.
--Un bel spavento m'hai fatto prendere,--diceva,--non vedi che è stato un miracolo se non sei stata stritolata; che imprudenza!
Pierina nel vedere il treno fermo, immobile come una gran massa inerte, rideva e piangeva nello stesso tempo.
Non era dunque caduto nel precipizio! O quale miracolo! essa che avea creduto d'esser precipitata anche lei, era invece caduta affranta dalla fatica: le parea di sognare trovandosi ancora viva.
Ma intanto, mentre i conduttori chiedevano e volevano vedere la causa di quella brusca fermata, i forestieri strepitavano e si lagnavano d'essere stati disturbati e fermati così tutt'a un tratto, là in mezzo alla strada, con quel tempo, e furibondi, aprivano gli sportelli e scendevano per saperne la ragione.
--Eccola la ragione,--disse il macchinista, conducendo tutti quei curiosi al ponte,--possiamo ringraziare il Signore se non siamo tutti sfracellati laggiù.
--Ma come ve ne siete accorto?
--È stata questa bambina,--disse andando a prendere per un braccio Pierina,--e possiamo ringraziar lei prima di tutti, essa ci ha salvati,--e raccontò come proprio all'ultimo momento vedendo quell'ombra nera avvicinarsi alla macchina, e come un oggetto rosso agitarsi davanti ai suoi occhi, non avea pensato che a stringere i freni e a fermarsi; era stata una gran scossa, egli era caduto quasi giù dalla macchina, anche tutti i viaggiatori avevano dovuto rimaner tramortiti dal colpo, ma erano vivi e lo dovevano alla _biondina_.
Mentre il capo conduttore dava ordini affinchè alcuni uomini andassero al villaggio a cercare mezzi di trasporto, per il trasbordo dei viaggiatori e della roba, e telegrafava alle stazioni vicine che la strada era ingombra, e che mandassero dei soccorsi, i viaggiatori curiosi vollero scendere per vedere il luogo del disastro.
C'erano uomini e donne di tutte le età e di tutte le condizioni, alcuni ben vestiti e imbacuccati in ricche pellicce, altri con scialletti di lana avvolti intorno al capo, e ruvidi mantelli intorno alla persona.
Molte signore al vedere quella voragine, dove avrebbero potuto esser precipitate, svenivano; altri scherzavano dicendo:--Sarebbe stato un bel salto!--ma tutti ammiravano il coraggio della fanciulla che li aveva salvati.
La sua mamma invece continuava a sgridarla e a dirle:
--Un filo soltanto mancava che andassi sotto alla macchina; che cosa avrei fatto senza di te? Perchè sei stata così imprudente?
--Ho pensato a tutta quella gente che sarebbe morta, a tante mamme, a tante bambine che avrebbero pianto, a me non ho pensato,--rispose.
Una signorina inglese era in ammirazione davanti a Pierina, e tutta sorpresa che sua mamma la sgridasse.
--Come è brutale quella donna!--disse scambiando alcune parole in inglese colla signora che l'accompagnava, poi rivoltasi alla Pierina soggiunse:
--Vuoi venire con me? sono ricca, ti terrò come una sorella, ho una bella casa; starai tanto bene, nessuno ti sgriderà, vuoi venire?
Alla donna chiese:
--Me la lasciate? vi darò in cambio dei denari.
La donna non capiva e la guardava in faccia come trasognata; ma Pierina aveva capito bene, e gettando le braccia al collo della sua mamma, esclamò:
--Resto colla mia mamma, nella mia casetta, sono tanto contenta!
Un signore, ad imitazione della signorina inglese, volea fare qualche cosa per la fanciulla che li aveva salvati quasi miracolosamente, e disse:
--Piuttosto, per mostrare la nostra gratitudine, facciamo una sottoscrizione per questa povera gente,--e incominciò a dare l'esempio levando fuori del borsellino cento lire e tutti gli altri concorsero secondo le loro forze.
Ma Pierina non voleva accettare.
--Non ho fatto che quello che dovevo,--disse,--siamo qui apposta per guardare la strada; ma se volete proprio esserci utili, dovete dire alla Direzione della ferrovia che abbiamo fatto il nostro dovere, che nemmeno un uomo poteva fare di più; raccomandate loro che ci lascino la nostra casa cantoniera, il nostro cantuccio dove viviamo tanto felici.
--Lasciate fare a me,--disse il signore ch'era un ingegnere addetto alla direzione della ferrovia.--Lo faremo certo, e dopo un fatto simile credo non vi manderanno via, ma in ogni modo accettate questo denaro, vi servirà a pagarvi la casa nel caso non volessero lasciarvi la guardia d'un posto tanto pericoloso, e la Direzione della ferrovia, vi assicuro, ne fabbricherà un'altra vicino al ponte.
Intanto erano venuti i muli e i carri per caricare la roba, e passare al di là del precipizio, sul sentiero della montagna.
Molti viaggiatori lasciarono un ricordo alla Pierina, e l'abbracciarono, ed essa, quando tutto fu ritornato tranquillo, disse alla mamma che ancora non poteva rimettersi dallo spavento passato:
--Sono contenta; almeno non ci porteranno più via la nostra casa.
--Quanto sei buona!--le disse la madre,--ed io che t'ho sgridata, ma, sai, non ho pensato che al tuo pericolo; avevo perduta la testa.
--Non ti crucciare, mamma, lo so che mi vuoi bene, e pensare che quella signora voleva che andassi con lei! Doveva esser pazza.
Tutti quei ragazzi avevano seguito attentamente il racconto senza fiatare.
--Bello, bello,--esclamarono,--peccato che sia finito! ma ce ne racconterai un altro, è vero?--disse Giannina.
--Un'altra sera, ora sono stanca.
--Brava!--esclamò don Vincenzo.
--È bello davvero,--disse il professore.
--È una storia vera,--disse Maria,--non ho fatto che trascriverla.
--E aggiungervi un po' della vostra grazia e del vostro sentimento,--soggiunse il Damiati.
--È bellissima la sua idea, e spero non mancherà di avvertirmi quando ne leggerà qualche altro.
--Si figuri, ne sono tutta orgogliosa, e non mi sarei mai aspettata che queste storie per i ragazzi, potessero interessare un professore come lei; ma ella è tanto buono!
Poi per cambiar discorso guardò quello che stava scarabocchiando Mario in silenzio.
--È proprio incorreggibile,--disse mostrando al professore i disegni del fratello.
Era una carta che rappresentava un treno dal quale scendevano dei tipi veramente buffi d'inglesi impalati, di forestieri camuffati con mantelli ridicoli; c'erano teste che guardavano fuori dai finestrini coi capelli irti e le facce spaventate, oppure con dei berretti dalle fogge più strane. Davanti a tutti poi, una bimba, con una cappa nera, con una bacchetta in mano, in atto di fermare il treno.
Il professore osservò quei scarabocchi e disse:
--Non c'è male, ha dell'attitudine a cogliere il lato ridicolo delle cose, e una certa facilità di disegnarle.
Poi rivoltosi a Mario, soggiunse:
--Però oltre che cercare di perfezionarti nell'arte del disegno, devi tenerti in mente una cosa: che se è bello qualche volta far spuntare il sorriso sulle labbra, e far risaltare anche il lato umoristico di un fatto o d'una persona, ci sono certi fatti, certe virtù che non si possono mettere in ridicolo, senza mostrare poco criterio o poco cuore. Non bisogna lasciarsi trascinare dalla smania di faro lo spiritoso a qualunque costo; vedi, per esempio, in questo tuo disegno tutti possono ridere al vedere quelle facce spaventate, quelle persone vestite in modo bizzarro, perchè sono persone immaginarie, e possono anche esser ridicole; ma hai avuto un bel camuffare la povera Pierina con quella cappa nera, hai potuto ben farla piccina, tutti quelli che ne conoscono la storia, rispetteranno quella veste, come si rispetta il cappotto del soldato crivellato di palle sul campo di battaglia, e più l'hai fatta piccina, più grande appare il suo eroismo. Impara dunque a distinguere quello che può essere colto impunemente, o anche con vantaggio, da quello che deve esser sacro ad una persona di cuore.
--Come parla bene, professore!--disse Maria.--Vede, tutte queste cose le ho pensate tante volte, ma non sapevo dirle come le ha dette lei: se mi volesse aiutare ad educare questi ragazzi!
--Volentieri,--rispose,--sono a sua disposizione per quello che posso.
Intanto era venuta a don Vincenzo la voglia di fare anche lui la sua predica, e disse che appunto l'arma di satirizzare, adoperata bene, può recare dei vantaggi, e citò il Giusti, che colle sue poesie satiriche, gettando il ridicolo sopra i principotti che opprimevano da tiranni l'Italia, diede loro il colpo di grazia, tanto che col suo spirito fu uno dei principali autori dell'indipendenza del nostro paese.
Damiati, al vedere che don Vincenzo incominciava il suo discorso favorito, e non avrebbe terminato tanto presto, s'alzò dicendo:
--È tardi, un'altra sera io farò la lezione a Carlo, e don Vincenzo vi potrà raccontare tutte le sue avventure del quarant'otto; se domani intanto i ragazzi vogliono venire a fare una passeggiata con me sulla collina, potrò continuar loro la mia predica, se non si annoiano.
Essi accettarono con gioia, e Maria ringraziò con un sorriso il professore che la sollevava un po' dal pensiero di quei ragazzi vivaci.
Mario stava ancora disegnando.
Il professore gli disse salutandolo:
--Ti raccomando, se fai la mia caricatura, non farmi troppo brutto; però te lo permetto, ma certe cose, no.
Quando fu uscito assieme a don Vincenzo i ragazzi si misero a ridere forte.
Il professore doveva essere un mago, aveva proprio indovinato: Mario faceva il ritratto del Damiati in piedi su un pulpito, in atto di predicare.
UNA PASSEGGIATA.
Il professore Damiati, la mattina dopo, mentre un bel sole di autunno indorava la cima delle colline e le goccie di rugiada tremolavano sull'erba dei prati, chiamò, passando da casa Morandi, i ragazzi per condurli a passeggiare sulla collina. Voleva indurre a seguirli anche Maria colle fanciulle, ma ella si scusò dicendo di dover accudire ad alcune faccende domestiche e promise di andare ad incontrarli più tardi, verso l'ora del tramonto.
Il professore aveva intenzione di condurre i ragazzi ad un Santuario che si vedeva biancheggiare sulla cima d'una collina in mezzo alle piante verdi, dove un tempo c'era un chiostro. Di lassù si godeva una bella vista e nei mesi d'autunno era il pellegrinaggio favorito delle comitive di villeggianti; vi andavano a far colazione, per passare tutta la giornata all'ombra delle piante e visitare nel medesimo tempo il Santuario.
Si avviarono, allegri, col paniere pieno di viveri in mano, e Vittorio si offerse di portare anche quello del professore. Mario aveva, oltre al paniere, l'album, che portava sempre con sè per disegnare gli avvenimenti della giornata.
Damiati cercò di star vicino a Carlo e incominciò subito ad interrogarlo dei suoi studii e volle sapere perchè non cercasse di essere più attento alla scuola e di contentare la sorella.
Gli rispose quello che diceva sempre:
--Non sono nato per studiare, voglio fare il soldato.
--E credi che i soldati non abbiano bisogno di studiare? Naturalmente tu non ti contenteresti di esser soldato semplice.
--Il mio sogno è di diventar generale, vorrei fare come Garibaldi.
--Probabilmente se tu avessi il coraggio e l'abilità di Garibaldi, ti mancherebbe l'occasione per metterli alla prova e per farli conoscere. Non capisci che ora i tempi sono cambiati, e colle armi perfezionate anche le battaglie si vincono al tavolino e la guerra è diventata una scienza? Poi le guerre di conquista non sono più conformi alla nostra civiltà, e l'Italia libera e indipendente non ha più gran bisogno che i suoi figli le consacrino il loro coraggio e il loro sangue, bensì le occorrono ingegni educati a forti studii, che la facciano ricca e potente.
--Se non potrò fare il soldato, diventerò marinaio,--disse Carlo.
--E avresti poi la forza di sopportare una vita dura e piena di pericoli? Non sai quanti ragazzi attratti dalla poesia del mare, dopo aver provato quella vita di privazioni e di paure, vi hanno rinuncialo spossati e spoetizzati. Prima di esporsi alle grandi fatiche, bisogna aver coraggio di affrontare le piccole, prima di essere grandi, bisogna esser piccoli eroi, come dice bene tua sorella; perciò, se vuoi darmi retta, incomincerai a vincere la tua pigrizia ed a metterti a studiare sul serio; quando avrai superate le difficoltà che ti si presentano, quando avrai fatto degli sforzi per fare non quello che ti piace, ma quello che è tuo dovere, sarai già incamminato a diventare qualche cosa e forse anche un eroe se te ne capita l'occasione; ma dà ascolto a me, principia col riportare qualche piccola vittoria sopra te stesso, le altre verranno da sè.
Lo lasciò poi andare dicendo che non voleva annoiare tutta la compagnia a furia di prediche e incominciò ad ammirare il paesaggio, a cogliere dei fiori lungo il sentiero della collina, e fu una gara fra quei ragazzi per arrampicarsi sui declivi onde scoprire i ciclamini che si vedevano spuntare in mezzo al verde. Quel sentiero girava intorno al monte, incurvandosi e salendo sempre, mentre da un lato c'era la valle profonda che in certi punti faceva l'effetto d'un baratro.
Il professore raccomandò ai ragazzi di tenersi dalla parte del monte, perchè dall'altra, c'era pericolo di cadere nel vuoto. Proseguivano il loro cammino, arrampicandosi e cogliendo fiori, quando tutt'a un tratto, ad una svolta della strada, videro avanzarsi verso di loro una mandria di buoi, che occupava tutto il sentiero e sbarrava la via. I ragazzi si fermarono esitanti.
--Avanti, Carlo--disse il professore,--tu che vuoi fare il soldato dovresti essere il più coraggioso, passa per il primo in mezzo a quei buoi.
--Non c'è posto--disse tutto tremante il ragazzo.
--Avvicinati! coraggio!
Carlo s'arrampicò sul monte per evitare quegli animali, ma lo fece così in fretta e con tanta paura che un vitello ch'era sul pendio lo rincorse, ed egli gridando, tutto pauroso, rifece i suoi passi e si nascose dietro il professore.
Tutti si misero a ridere e il professore disse a Vittorio:
--Prova tu, vediamo se hai più coraggio.
Vittorio si fece innanzi ubbidiente e passò in mezzo a quelle bestie come se nulla fosse, seguito dagli altri, che dopo il suo esempio non vollero esser da meno di lui.
--Vedete,--disse Damiati,--che non c'è da temere, quelle sono le bestie più docili che ci siano, basta non spaventarle. Osservate, le conduce un ragazzo.
Infatti il mandriano era un ragazzo di forse quindici anni.
--Io non ho mai capito come bestie così grosse,--disse Mario,--si lascino condurre da un ragazzo così piccolo; io al loro posto scapperei.
--Sì, ma ai loro occhioni, come si suol dire, un ragazzo è un gigante, e poi non conoscono la forza che possiedono e non si ribellano che quando sono infuriati--disse il professore;--vi assicuro che le bestie sono buone, basta non molestarle.
--Sì, ma i leoni?
--Se hanno fame s'ingegnano come possono e se incontrano per istrada una buona preda l'ammazzano; io invece conosco dei ragazzi che tormentano, inutilmente, delle povere bestioline che non fanno nulla di male. Chi è più crudele?
Mario aperse la mano tutto confuso e lasciò fuggire una farfalla che ci teneva chiusa.
--L'avevo presa per copiarla,--disse;--del resto sono bestie stupide che non sentono nulla.
--Speriamo sia così, in ogni modo questi animali hanno la vita di un giorno e non bisogna esagerare nemmeno nella compassione; anche gli scienziati li tormentano, ma con uno scopo utile, solo non mi piace che si faccia per crudeltà.
Intanto s'avvicinarono alla meta. In mezzo alle piante secolari si vedeva sorgere una chiesetta circondata da cappelle, poi, accanto, una casa e un cortile con un gran porticato che pareva un convento.
--Ci sono i frati?--chiese Vittorio.
--No,--rispose Damiati,--c'è soltanto un custode che si fa chiamare col nome di eremita, ed è infatti un eremita dei nostri tempi.
--Che gioia!--disse Mario;--sono proprio contento di far conoscenza con un eremita.
--È un uomo come gli altri.
--Come! io che me lo figuravo con una tonaca e una barba lunga; allora non c'è nessuna novità.
--Un vero eremita dovrebbe essere quasi un selvaggio, una persona che vive soltanto colla natura e mangia solo i frutti della terra; ora è cambiato anche questo, ci sono degli uomini che vivono solitari, ma a patto di scendere ogni tanto al villaggio quando sono stanchi della solitudine, e forse stanno soli perchè sono d'un carattere così bisbetico che non vanno d'accordo col loro simili,--disse Damiati;--ma ecco l'eremita.
Infatti un uomo veniva incontro a loro e chiedeva se volessero vedere la chiesa.
I ragazzi lo guardavano con curiosità e gli chiesero se non s'annoiasse di star sempre lassù solo. Egli disse che non aveva bisogno di nessuno; gli domandarono la sua età e la ragione per cui si fosse ritirato in quella solitudine, ma non volle dir nulla, e visto ch'essi avevano levato le provviste dai loro involti, s'offerse di portare dei sedili e dei piatti perchè potessero mangiare comodamente all'ombra delle piante.
Prima di tutto si misero a mangiare, perchè l'aria fresca della mattina aveva aguzzato il loro appetito, e divoravano la carne, le uova sode e le altre provviste che avevano recato, come se fossero bestie affamate.
--Bisogna lasciar qualche cosa per l'eremita,--disse Mario.
--Ma io ho fame,--rispose Carlo.
--Non ci pensate,--disse Damiati,--al caso gli lasceremo qualche moneta;--poi fece loro ammirare il bellissimo paesaggio che si vedeva da quel posto: di faccia una fila di colline verdeggianti intersecato da strade che formavano delle righe bianche, poi giù una valle sparsa di paeselli con un torrente che scendendo dallo montagne l'attraversava e sul quale stavano in certi punti sospesi dei ponticelli pittoreschi.
--Bello!--diceva Mario,--come mi piacerebbe dipingere questo quadro, ma quando sarò più grande lo farò. Senta, professore, dica al babbo ed a Maria che mi facciano studiare la pittura.
--Se avrai una vera inclinazione, lo faranno certo, ma intanto devi cercare da te stesso di esercitare l'occhio a cogliere il vero; prova a ritrarre quel paesaggio e ne vedrai la difficoltà. Si fa presto a dire voglio essere un artista, o voglio essere un eroe, come dice tuo fratello, anzi a questo mondo tutti vorrebbero essere qualche gran cosa, tutti hanno grandi aspirazioni, ma pochissimi riescono ad uscire dalla mediocrità. Sentite, ragazzi, ora siete giovani e dovete pensare a faticare e a lavorare molto, e forse dopo potrete avere il premio che sperate.
Mario s'era posto a disegnare colla matita in mano e l'album aperto, ma dopo due o tre tentativi inutili per copiare il paesaggio si contentò di fare la caricatura di Carlo che fuggiva inseguito da un vitello perdendo lungo la via il paniere della colazione, e disse:
--È inutile, io non sarò altro che un pittore caricaturista.
--Chi sa che cosa diverrai!--disse Damiati.--È troppo presto per saperlo, intanto pensa a studiare.
Visitarono la chiesa e poi scesero saltellanti dalla collina, contenti della loro passeggiata. Ai piedi del monte trovarono Maria, Elisa, Angiolina e Giannina e tutti assieme s'avviarono verso casa narrandosi gl'incidenti della giornata.
Ad un certo punto videro un gruppo di ragazze guardare attentamente per terra; Elisa, che era molto curiosa, si avvicinò a quel gruppo composto della signorina Guerini, l'istitutrice, e di una loro amica, ma appena si accostò, le altre se n'andarono senza salutarla, ed essa si trovò davanti ad una biscia morta che faceva ribrezzo. Corse subito a raggiungere la sorella, dicendo tutta imbronciata:
--Hai visto la signorina Guerini? che superbia!
--Perchè? S'è fermata un momento, ma non metteva conto che si fermasse di più per quella bella vista.
--È stato per non salutarci; domanda anche a Carlo come questa mattina sono passati davanti a noi in carrozza senza nemmeno degnarsi di guardarci.
--Non vi conoscono e non si saranno accorti di voi, che non siete poi dei personaggi illustri.
--Ma Alberto è stato alla scuola elementare con me?--disse Carlo.
--Non se ne ricorderà; ma perchè volete occuparvi degli altri? Pensiamo a godere piuttosto della nostra passeggiata.
Ma Elisa che sperava di far amicizia colla signorina Guerini era imbronciata, Giannina ed Angiola correvano avanti per fermarsi a coglier fiori e Mario raccontava a Vittorio che voleva fare la caricatura di Alberto Guerini quando passa tutto superbo sul suo velocipede, senza degnarsi di guardare i miseri mortali che camminano lungo la via.
--Vedi,--diceva,--voglio disegnarlo in tre tempi: prima nell'atto che passa superbo lungo la strada, poi quando scende impetuosamente da un declivio, e finalmente nel punto che cade in un fosso colle gambe all'aria e il cappello un miglio distante.
Maria parlava invece col professore Damiati domandandogli consigli sul modo d'educare i ragazzi, sempre preoccupata dal pensiero dei cinque figliuoli, e quando la salutò sull'uscio di casa essa gli raccomandò di venire spesso la sera a trovarli insieme a don Vincenzo.
--La loro conversazione sarà tanto utile ai miei figliuoli,--disse Maria;--mi raccomando, non mi abbandonino.