# Piccoli eroi: Libro per i ragazzi

## Part 11

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Maria promise di passare alla villa gran parte della giornata coi suoi fratelli, e si offerse per tutto quello che potesse loro esser utile.

Le faceva proprio pena vedere quella famiglia in quel frangente, e chiusa in casa come in una prigione, e quando furono usciti, chiese ad Elisa se avrebbe avuto piacere in quel momento trovarsi nei panni d'Elvira, ch'essa invidiava tanto.

--Sono in prigione, ma è una bella prigione, dove io ci starei tutta la vita,--rispose la fanciulla.

--Ti annoieresti,--disse Carlo,--come un uccello si annoia in gabbia, anche se è d'oro.

--Ora passano, è vero, un brutto momento, ma io mi cambierei subito con loro,--disse Elisa. Però quei fatti la fecero riflettere, e capì che più si è in alto, più ci sono dolori, e che forse sua sorella aveva ragione nel dire che la vita modesta e ignorata ha pure i suoi vantaggi.

Vedendo gli operai abbastanza quieti, fecero un giro nel villaggio, in mezzo ai gruppi di gente dove non si parlava d'altro che dello sciopero; e di operai che ragionavano fra loro sul da farsi.

Bisognava resistere,--dicevano,--era tempo di finirla, erano stanchi di lavorare come bestie da soma, per mantenere il lusso dei ricchi, volevano godere e divertirsi, era venuto anche il loro tempo.

In alcuni gruppi c'erano le donne che volevano dar consigli e dir la loro ragione. Maria fermò una donna che conosceva ed era moglie d'un operaio, e le chiese se fosse contenta d'aver il marito ozioso tutto il giorno e se non sarebbe meglio che lo consigliasse a riprendere il lavoro.

--Si soffre oggi per godere domani,--rispose,--vogliamo anche noi vestir bene come loro, e farci servire; siamo stanche di soffrire.

C'erano altre che si mostravano dispiacenti, temevano che i mariti prendessero il vizio di bazzicare all'osteria, ed anzi andavano a levarceli di là; ma quelli le invitavano a bere insieme, alla riuscita della loro causa; e verso sera la piazza e le vie del villaggio presentavano uno spettacolo poco piacevole. Gli operai uscivano dall'osteria mezzo ubbriachi cantando delle canzonacce, coi cappelli per traverso e le vesti in disordine. Anche qualche donna era un po' brilla, e i ragazzi non avendo più freno, girellavano per le strade e facevano baldoria.

Maria volle subito ritornare a casa e fece osservare ai fratelli la differenza che passa fra l'operaio quando è al lavoro, serio, attento, colla faccia composta, che mette allegria a vederlo, da quando è ridotto in quello stato dall'ozio e dal vino, come in quel giorno, che dava uno spettacolo da stringere il cuore.

Vi fu sull'imbrunire un momento che pareva ci fosse in paese la rivoluzione: fu quando venne e s'accampò vicino al villaggio una compagnia di soldati; allora il furore di quel popolo ubriaco era tale da metter paura: volevano dar fuoco alla fabbrica, uccidere il signor Guerini, e non si quietarono se non dopo l'arresto degli operai più turbolenti.

DON VINCENZO.

Lo sciopero durava da dieci giorni e non accennava a finire. Al chiasso e all'eccitamento dei primi momenti, era succeduto una specie di cupo abbattimento.

In villa Guerini erano stanchi di star chiusi come in prigione, e di non veder una fine a quella condizione di cose, ed essere costretti a vivere sempre nell'ansia dell'incertezza; per fortuna avevano la famiglia Morandi e il professore Damiati che passavano quasi tutta la giornata con loro, e ciò li confortava, ma il signor Guerini era stanco, scoraggiato, di cattivo umore.

Nel villaggio si vedevano capannelli d'operai che vagabondavano stanchi anch'essi di quella vita oziosa, ma decisi a continuarla, a resistere per vincere. Anche le donne erano stanche di aver sempre tra i piedi i loro mariti oziosi e desideravano che quello stato di cose terminasse; in dieci giorni, non s'era fatto un passo; soltanto tutti erano affranti, e capivano che a quel modo non potevano durare.

Don Vincenzo era il più afflitto di tutti, non riconosceva più il suo villaggio quieto e tranquillo e i suoi parrocchiani un tempo tanto laboriosi. Egli li vedeva tutto il giorno all'osteria, li sentiva alzare la voce e tremava per quelle povere famiglie che sarebbero state vittime innocenti. Egli voleva finirla, e dopo aver avuto una lunga conversazione col signor Guerini, decise di parlare la domenica prossima dal pulpito ai suoi fedeli. Infatti, dopo la messa, egli si rivolse al popolo e così incominciò il suo sermone.

«Dove sono,--disse,--i miei fedeli parrocchiani che andavano la mattina al lavoro cantando allegri e felici? Dov'è il mio villaggio tranquillo nel quale non si incontravano che facce liete, e che vedo ora tutto pieno di gente oziosa e vagabonda, di facce scure e minacciose, di persone briache? Io non riconosco più questi bei luoghi dove regnava la pace, dove fervea il lavoro, e mi par d'essere in un altro mondo.

«Io vi parlo come un padre parlerebbe ai suoi figli, penso al vostro bene e a quello delle vostre famiglie; per me ricchi e poveri siete tutti uguali, e vi assicuro che mi sento una stretta al cuore nel vedervi lasciare il lavoro per motivi futili. Vorrei sapere di che cosa vi lagnate. Non volete multe? Fate in modo di non meritarle, state attenti al vostro lavoro, precisi all'ora di entrare all'officina, e persuadetevi che quando si è in una popolazione tanto numerosa come la vostra, certe leggi ci vogliono per mantenere la disciplina. Volete diminuite le ore di lavoro? Per quali ragioni? Forse per aver più tempo di stare all'osteria e consumare i vostri risparmi? Lasciate chiedere diminuzione di orario a quelli operai che sono infelici davvero, destinati a lavorare nelle miniere, senz'aria, senza luce, esposti ad ogni istante a mille pericoli. Ma voi, vivete in stanze vaste e spaziose, basta guardarvi in faccia per vedere che siete il ritratto della salute, voi dovete mercanteggiare le ore di lavoro? Vergognatevi; eppure anche questo non basta, ed ecco che chiedete una maggiore mercede, e vi lagnate, e dite che siete voi che mantenete il lusso del proprietario, mentre invece dovreste ringraziarlo ch'egli col porsi a capo d'un'industria abbia trovato il modo di occupare degnamente voi e i vostri figli.

«Poi credete d'esser voi soli a lavorare e ch'egli poltrisca nell'ozio. Come v'ingannate! quando voi riposate in seno alle vostre famiglie, senza pensieri nè preoccupazioni, egli invece pensa a tutta la sua azienda, consuma il cervello sui registri, è turbato da mille incertezze, affranto dalla fatica e dalla responsabilità della fabbrica immensa a cui deve dare l'impulso, non ha un minuto di pace, e voi invece di aiutarlo, gli mettete dei bastoni nelle ruote; quanto siete ingrati! Pensate a quello che era questo paese quando non c'era lo stabilimento Guerini, a quello che eravate voi, condannati a sudare per lavorare una terra sterile, senza un raggio di sole nella vostra vita, senza una speranza per i vostri figli.

«Ora avete il benessere, l'agiatezza, guadagnate abbastanza per vivere e se avete giudizio potete far anche qualche risparmio; alla fabbrica potete occupare i vostri figli; se siete intelligenti, se amate il lavoro, potete riuscire a guadagnare una bella mercede, e la quiete per la vecchiaia; e tutto questo a chi lo dovete? Al signor Guerini. È inutile che facciate rumore, è proprio così. Egli era ricco senza di voi, e v'assicuro che avrebbe potuto vivere benissimo e forse più tranquillo, con quello che possedeva; ma pieno di vita, di coraggio, odiando l'ozio che avvilisce, pensò di adoperare le sue ricchezze per ampliare la piccola filanda lasciatagli dal padre, e sorse quel vasto stabilimento che per tanti anni fu la vostra provvidenza, che ha dato lavoro a voi e ai vostri figli, e fu la ricchezza di questo paese.

«È vero, ne convengo, anche il signor Guerini ha approfittato del vostro lavoro, ma voi che cosa sareste senza di lui? È inutile che vi vogliate sostituire a lui, che gridiate all'ingiustizia; a questo mondo tutti abbiamo assegnata la nostra parte, e tutti abbiamo diritto di vivere, dal più piccolo insetto all'animale più intelligente, ma tutti dobbiamo stare al nostro posto.

«Voi tutti, siete come le ruote che compongono una macchina: ognuna ha la propria parte per piccina che sia, ma se non è combinata assieme alle compagne, se non è messa al suo posto da un ingegnere intelligente, non è che un pezzo di metallo inutile, buono solo da mettere nei ferravecchi.

«Il proprietario è l'ingegnere, e mettetevi bene in testa che voi nulla valete senza di lui.

«Io parlo pel vostro bene; lo vedete, che io conduco una vita semplice e modesta come voi.»

--Mangia dei buoni capponi,--s'udì una voce gridare fra la folla.

«È vero,--riprese il prete--alle volte mi permetto il lusso di mangiar bene, ma è cosa che potete fare voi pure; soltanto preferite bere dei litri di vino di più. Ma vi ripeto, non faccio lusso, e se vado nelle case dei signori, è quale vostro ambasciatore; narro loro i vostri bisogni, le vostre pene, e a voi porto i soccorsi che essi mi danno; e se foste venuti da me invece di abbandonare il lavoro, forse le cose si sarebbero accomodate e voi non sareste stati tutti questi giorni vagabondi, oziosi, come bestie raminghe senza casa nè tetto. No, non è possibile che questo fatto sia venuto da voi, siete stati certo mal consigliati da qualche scioperato che non avendo voglia di lavorare trascina gli altri nella strada cattiva; e Dio voglia che non ve n'abbiate a pentire.

«Debbo confidarvi una cosa che mi venne all'orecchio? E vi assicuro che è proprio la verità. Sapete che cosa il signor Guerini ha intenzione di fare?

«Se domani non tornate al lavoro, egli, stanco di lottare con voi, di assistere alla vostra ingratitudine, ha deciso di chiudere lo stabilimento, di vendere le macchine, e andare lontano a riposarsi in quiete, e lo farà di sicuro perchè è disgustato del mondo e di voi.

«Ecco a qual decisione l'avrete trascinato. E voi che cosa farete? Chi ne soffrirà in questa lotta? Chi avrà compassione di voi, che pure avrete voluta la vostra rovina?

«Me ne dispiace per le vostre famiglie, che non ne hanno colpa, per i vostri figli innocenti. Ma voi, donne, perchè non pregate i vostri mariti che ritornino a migliori consigli? Perchè non li supplicate che questo fatto crudele non avvenga? Pensate che cosa sarà il nostro villaggio una volta che sarà chiuso per sempre quel tempio del lavoro; ch'era l'allegria e la gloria del nostro paese! Non vedete? passando davanti allo stabilimento sembra di passare davanti ad un cimitero, tutto è mesto e silenzioso; quel luogo dove pochi giorni sono regnava il moto e la vita, quel luogo dal quale i vostri mariti uscivano contenti dopo una giornata di lavoro, a godere l'aria aperta, la casa, i figli; lieti perchè avevano fatto il loro dovere e guadagnato il pane per sè e la propria famiglia. Io tremo pensando all'avvenire che vi aspetta; alla miseria, alla fame, a quello che sarà di voi tutti quando vi mancherà il lavoro; pensateci finchè siete in tempo; io v'ho avvertito, ho fatto il mio dovere.»

Finita la predica, un mormorìo s'udì echeggiare per la chiesa; pareva il mare in burrasca, tutti si domandavano se fosse vera la notizia che aveva dato don Vincenzo; alcuni alzavano le spalle, dicendo che il curato era d'accordo coi signori e aveva fatto per spaventarli; però, specialmente le donne, le quali avevano fede nel loro curato che aveva sempre detto la verità, tremavano che quel fatto si avverasse, e pregavano i mariti che ritornassero al lavoro. Essi si riunirono a gruppi sulla piazza della chiesa parlando vivacemente e discutendo sulla notizia che avevano intesa, incerti su quello che dovessero fare.

Decisero di recarsi in commissione da don Vincenzo per assicurarsi se fosse vero quello che aveva affermato, e dirgli nello stesso tempo le loro ragioni.

Essi erano un po' meno arditi perchè avevano saputo il rifiuto di alcune società operaie alle quali avevano domandato soccorsi, essendovi altri scioperi, sicchè se proprio il signor Guerini avesse chiuso lo stabilimento, non avrebbero dopo poco tempo avuto da vivere.

Furono scelti gli operai più stimati e che sapevano parlar meglio per recarsi da don Vincenzo.

Essi, quando furono alla sua presenza, dissero che non pretendevano di mettersi al posto del proprietario, ma volevano la giustizia; lavoravano e avevano diritto di poter viver bene.

Don Vincenzo fece loro capire che il modo di vivere era una cosa relativa; egli sapeva che il Guerini era uno dei proprietari giusti, di quelli che cercano il benessere degli operai, ma non poteva dar retta ai loro capricci; si sa, il danaro più se n'ha, più ve ne sarebbe bisogno, e dovevano contentarsi e non esiger troppo.

Volevano parlare tutti ad un tratto, tanto che don Vincenzo dovette alzare la voce per rimetter un po' d'ordine. Narravano che avevano tutti numerose famiglie da mantenere, e che i viveri crescevano di prezzo ogni giorno. Tutto ad un tratto entrò un uomo conducendo, anzi quasi trascinando, una ragazza pallida, magra, che metteva compassione.

--Vede se siamo ingiusti?--disse rivolto al prete,--mia figlia è ammalata e non ho mezzi per farla guarire; noi non domandiamo di aver dei palazzi, delle carrozze, ma almeno abbiamo diritto d'avere il necessario per curare i nostri figli ammalati; non domandiamo per le nostre famiglie che soffrono che una parte di quello che gettano via i ricchi nei divertimenti.

--Ha ragione; bene!--gridarono tutti quegli operai, facendo eco alle parole del loro compagno.

--Adagio,--disse don Vincenzo,--qui si va fuori del seminato; tutti quelli che mi hanno chiesto dei soccorsi, sono stati esauditi, anzi la signora Guerini mi dà ogni anno una somma da distribuire a questo scopo; perchè non mi avete detto nulla della vostra figliuola?--disse rivolto all'operaio che avea parlato.

--Sono troppo orgoglioso per domandar l'elemosina,--egli rispose.

--E chi può sapere che avete la figlia ammalata? Potete farne una colpa al signor Guerini se lo ignora? Poteva indovinarlo? In che modo? Vedete, avete delle pretese eccessive. Il vostro principale, se avete in casa degli ammalati, son sicuro che farà qualche cosa a vostro favore, ma non potrebbe farlo per tutti indistintamente, altrimenti dovrebbe poi domandare l'elemosina per sè e per i figliuoli.

È già un po' di tempo che io ho consigliato il signor Guerini d'istituire una cassa di soccorso per gli operai ammalati, e che tutte le multe che vengono pagate vadano a beneficio di quella cassa; ora vi faremo aggiungere qualche cosa anche per le vostre famiglie, quando c'è qualcuno ammalato; va bene? Ecco; basterà la fede del medico che dichiari vostra figlia ammalata perchè possiate avere un supplemento alla paga; credete, tutti sono disposti a pensare al vostro bene, purchè siate ragionevoli; ma ve lo dissi, se continuate a star oziosi, si chiuderà la fabbrica; e allora piangerete, ma inutilmente.

Terminato questo discorso il prete stette ad aspettare.

Gli operai si consultarono fra loro a bassa voce, poi uno parlò a nome di tutti:

--Non piace nemmeno a noi stare in ozio, e desideriamo riprendere i lavori; siamo disposti a cedere qualche cosa, se anche il principale farà qualche concessione; per esempio possiamo rinunciare alla diminuzione d'orario, se ci aumenta almeno il salario.

--Non posso promettervi nulla,--disse don Vincenzo,--parlerò al signor Guerini in proposito; ma se volete un mio consiglio, tornate domani al lavoro, e vi prometto ch'egli farà il possibile per contentarvi.

--Prima ci conceda quello che è giusto, e poi ritorneremo.

--Andate, o altrimenti ve ne pentirete,--disse il prete congedandoli.

--Verremo più tardi a sentire la risposta.

Dopo qualche ora ritornarono da don Vincenzo e seppero che se tornavano al lavoro, il signor Guerini dava un aumento ai migliori operai, e la signora stabiliva della sua cassetta particolare una cassa di soccorso per le famiglie degli operai ammalati; ma se la mattina non entravano allo stabilimento, la fabbrica sarebbe stata chiusa per sempre, perchè il Guerini era stanco d'essere compensato così male da persone ch'egli aveva beneficate.

Dette queste parole, don Vincenzo licenziò gli operai i quali stettero tutto il giorno formando dei crocchi in mezzo alla piazza, incerti su quello che dovessero decidere.

DOPO LA BURRASCA.

I signori Guerini incominciarono a sentirsi più tranquilli. Da quello che aveva detto loro don Vincenzo, dalle persone che venivano dal villaggio e dalle voci che correvano, capivano che lo sciopero era quasi alla fine, che gli operai, venuti a migliori consigli, erano persuasi di riprendere il lavoro.

In quella casa, pareva che dopo molti giorni di pioggia fosse entrato un raggio di sole, tutti erano allegri e contenti; Alberto ed Elvira, stanchi di quella forzata prigionia, parlavano già di passeggiate, di trottate all'aria aperta e volevano riacquistare il tempo perduto.

Come erano annoiati di star rinchiusi nella loro villa! Guai se non avessero avuta la compagnia dei Morandi, che da buoni amici erano venuti tutti i giorni a confortarli ed a tener loro compagnia!

--Che buone persone!--diceva la signora Guerini parlando dei loro vicini--non c'era da divertirsi alla villa in questi giorni, eppure sono sempre venuti. È ben vero che gli amici si riconoscono nelle circostanze, e noi dobbiamo esser riconoscenti a quelli che non ci abbandonarono nei momenti difficili.

Anche i ragazzi s'erano affezionati ai Morandi e li aspettavano con impazienza, tanto più che Maria aveva promesso di riprendere la lettura dei suoi racconti, appena fosse succeduta un po' di calma alla trepidazione di quei giorni.

I Morandi s'erano infatti avviati verso la villa, ma Maria volle passar prima dal paese per sentire se le voci che correvano fossero esatte e per avere il piacere di confermarle ai signori Guerini.

Traversarono il villaggio in mezzo ai crocchi d'operai che ragionavano tranquillamente, contenti anch'essi d'aver presa una decisione.

--Però se non cede anche il padrone, noi ritorneremo a passeggiare per le vie.

--Se crede di farci ritornare al lavoro promettendo quello che non ha intenzione di mantenere, si sbaglia; l'avrà a fare con noi!--Si sentiva esclamare di tratto in tratto da quegli operai.

Ma erano voci isolate, come gli ultimi lampi di un temporale che sta per cessare. Le donne li persuadevano ad esser ragionevoli, avevano sofferto abbastanza in quei giorni vedendo i loro mariti erranti per le osterie, ed era tempo che la quiete ritornasse nelle loro case.

Se prima sui muri c'erano scritte delle massime che incitavano il popolo alla ribellione, ora, si leggeva da per tutto queste e simili espressioni:

_Operai al lavoro!_ _Il lavoro nobilita._ _Chi non ha lavorato non gusta il riposo._ _Chi non lavora s'annoia._

E Maria approfittava di quel risveglio al sentimento del lavoro che era come nell'aria, per dare ai fratelli degli utili suggerimenti.

--Avete veduto coi vostri occhi gli effetti dell'ozio?--diceva--ciò dovrebbe servirvi d'ammaestramento, e mettervi nell'animo la volontà di lavorare. Presto le vacanze sono terminate, e anche per voi torneranno i giorni del lavoro; procurate di mettervici di buona voglia, se vorrete l'anno venturo godervi i mesi d'autunno contenti e senza pensieri.

--E tu, Elisa, dopo aver veduto che anche nelle case dei ricchi vi sono delle noie e delle preoccupazioni, non dovresti più invidiarli.

Elisa non voleva ancora confessarlo, ma in cuor suo dava ragione alla sorella, e si proponeva d'essere in seguito più modesta e più laboriosa.

Intanto erano giunti a casa Guerini, dove trovarono tutti di buon umore, perchè avevano saputo che gli operai avevano deciso di riprendere il lavoro.

--È come se mi avessero tolto un peso dal cuore,--diceva il signor Guerini.--È certo che se gli operai non avessero ceduto, ero deciso a chiudere la fabbrica e a ritirarmi dagli affari; ma vi confesso, che per quanto io mi senta stanco di lottar sempre, ed essere compensato coll'ingratitudine di quelli ai quali ho fatto del bene; pure all'idea di lasciare la mia fabbrica che ho veduto sorgere dal nulla, che fu il pensiero costante della mia vita, il mio orgoglio, la mia ambizione, che amo come i miei figli, vi assicuro che sarei morto di dolore.

Egli, dicendo queste parole, avea quasi le lagrime agli occhi; ma diede un sospirone di sollievo, e alzandosi soggiunse:

--Ora è finita, non pensiamoci più, parliamo d'altro.

Cambiarono discorso, ma per un po' di tempo continuarono a chiacchierare dei fatti del giorno; intanto entrò don Vincenzo assieme a Damiati, anch'essi a rallegrarsi che tutto stesse per finir bene. Raccontarono d'aver parlato agli operai, e che tutti erano disposti a ritornare l'indomani all'officina.

Quando i ragazzi furono seduti intorno alla tavola, e che la conversazione incominciava a languire, essi pregarono Maria di leggere il racconto promesso, e stettero tutti attenti ad ascoltarla.

--Leggerò un racconto che ha qualche relazione coi fatti di questi giorni,--disse Maria incominciando la sua lettura,--eccolo:

L'EROE DELL'OFFICINA.

Gigi e Pinella, figli d'operai, abitavano fuori di Porta Ticinese nella stessa casa in due stanze vicine. Erano nati nello stesso anno ed era sorta una specie di rivalità fra le loro mamme, dacchè ognuna voleva che il proprio figliuolo fosse più bello e più intelligente dell'altro; tanto che dopo la nascita dei figliuoli si guardavano in cagnesco, e si bisticciavano per cose da nulla.

--Rosa, mi pare che il vostro figlio sia piuttosto palliduccio,--diceva Filomena alla mamma di Pinella,--dovreste dargli l'olio di fegato di merluzzo.

--Gigi è più grasso, ma non vedete che ha sempre qualche cosa alla pelle? Ve lo dico io, non è un grasso sano, e preferisco il mio mingherlino,--rispondeva Filomena.

Quando poi i ragazzi cominciarono a frequentare la scuola, c'erano sempre nuove questioni.

Pinella studiava, era intelligente, e si faceva onore, e la Filomena moriva di rabbia e picchiava Gigi che invece d'andare a scuola si fermava per strada a giocare coi compagni.

--Di quel vostro figlio non ne farete mai nulla,--diceva la Rosa,--deve avere il cervello come quello d'un pulcino.

--Badate ai fatti vostri, e sarebbe assai meglio che non faceste studiar tanto il vostro figliuolo! Non vedete che ha la faccia gialla come un limone? Per conto mio preferisco un asino vivo a un dottore morto,--rispondeva Filomena.

Anche fra i ragazzi era un continuo bisticciarsi; andavano a scuola e giocavano assieme, parevano buoni amici, ma poi per una cosa da nulla attaccavano lite, ed erano busse d'inferno che fioccavano, tanto che spesso Pinella andava a casa o col naso rotto o con delle contusioni sulla faccia, e la Rosa si metteva a sbraitare che le ammazzavano il figliuolo, e che non era contenta se una volta o l'altra non faceva metter Gigi in prigione.

Quando Pinella ebbe terminato le scuole elementari, Rosa senza dir nulla a Filomena lo fece entrare nella tipografia dove lavorava il padre di Gigi, perchè imparasse il mestiere.

Era una tipografia che lavorava molto. Pinella fu destinato all'officina delle macchine, e gli diedero l'incarico di star dietro la macchina tipografica a ritirare i fogli che uscivano stampati.

Egli era tutto orgoglioso del suo incarico, e quando incontrava Gigi che andava ancora a scuola colla cartella sotto il braccio, si dava delle arie e gli diceva:

--Buon divertimento alla scuola; io vado all'officina.

Gigi si sentiva a quelle parole soffocare dalla bile, e un giorno disse chiaro e tondo ai genitori che non voleva più andare alla scuola dove insegnavano cose inutili e che voleva far l'operaio come Pinella; che infine aveva la sua stessa età ed anzi l'altro era più mingherlino.

Il padre voleva che continuasse a studiare, dicendo che meritava quel castigo perchè non era passato agli esami ed era rimasto più indietro del compagno.

