Piccoli eroi: Libro per i ragazzi
Part 10
Elisa non voleva essere così brutta, Giannina diceva che pareva una scimmia, e Angiolina diceva d'essere un mostro.
I fotografi erano avviliti, e Vittorio si dichiarava vinto e diceva di voler rinunciare alla fotografia, anche per non dare dispiacere alla sorella. Carlo avrebbe voluto la macchinetta di Vittorio per perfezionarsi; ma Maria la prese e la chiuse in un armadio, mentre Angiolina pensava al modo di mettere un pezzettino di stoffa nuova con un rammendo, dove erano le macchie, tanto per non vedere delle faccie scure l'ultimo giorno che restava in loro compagnia. Invece Mario trionfava; aveva ragione di essere nemico della fotografia! almeno coi suoi scarabocchi non sciupava i vestiti e anzi, già che gli capitava la buona occasione, s'accinse a fare la storia delle gesta fotografiche dei suoi fratelli.
Lavorò tutta la giornata, e quando mostrò i suoi lavori, furono accolti da un'ilarità generale.
Erano tre quadretti, pieni di spirito; nel primo la posa, coi fotografi che si davano grande importanza e gli altri negli atteggiamenti più grotteschi; il secondo rappresentava la camera oscura, cioè uno stanzino buio dove misteriosamente i suoi fratelli versavano un liquido sui loro vestiti, invece di versarlo sulle negative; poi finalmente il quadro finale: i fotografi coi vestiti macchiati e con in mano due pezzi di carta che rappresentavano dei personaggi senza testa, o con due teste, i fotografi con tanto di naso, e Maria che si disperava di vederli in quello stato.
Tutti risero, e Angiolina pregò Mario di regalarle quei disegni.
Maria faceva uno sforzo per star seria, ma avea una gran voglia di ridere, e sgridava Mario di non esser buono che a burlarsi di tutti.
Più tardi quando vennero il professore e Don Vincenzo, essa raccontò loro le disgrazie dei suoi fratelli, che s'erano sciupati i vestiti; e disse ch'era proprio adirata colla fotografia e con tutte le nuove invenzioni.
Don Vincenzo fece eco alle sue parole; anch'egli trovava che si viveva meglio nei tempi passati senza tante macchine, tanti giornali e tante scoperte. Appunto quella mattina aveva letto in un giornale che un operaio aggiustando un filo della luce elettrica era rimasto fulminato e che era avvenuto uno scontro ferroviario: tutte cose che in altri tempi non sarebbero accadute. Damiati non voleva sentire quei discorsi; egli che era un vero uomo moderno, amava il progresso e ammirava i nuovi ritrovati della scienza: diceva soltanto che bisognava esser preparati a tutte queste novità. Invece ci comportavamo da bambini, esagerando in tutto; prima eravamo rimasti spauriti dall'invasione di tante macchine, che si credevano opere infernali, dopo s'andò all'eccesso opposto, e si riguardò tutto come un giochetto, mettendo spensieratamente le mani fra le macchine, bruciandosi e avvelenandosi coi preparati chimici, esaltandosi il cervello colla lettura dei giornali, impazienti di correre e d'arrivare, dopo che il vapore avea sostituito i cavalli, avidi di notizie dopo che correvano col telegrafo, e tutta una vita agitata e febbrile che venne a turbarci la calma.
--A me, vi confesso,--soggiunse,--piace questo movimento e questo progresso, ma vorrei solo che i nostri figli fossero anche essi pari alle difficoltà dei nostri tempi; cioè, più avveduti, più prudenti, e conoscessero i pericoli che aumentano da tutte le parti, e avessero l'avvertenza di schivarli. Se quell'operaio avesse saputo il modo con cui si forma l'elettricità, avrebbe saputo scansarsi prima di lasciarsi uccidere dalla corrente elettrica; se Carlo e Vittorio avessero saputo come erano composti i liquidi che adoperavano per la fotografia, non si sarebbero macchiati i vestiti; forse, causa la loro ignoranza avrebbero anche un giorno o l'altro potuto bere in sbaglio uno di quegli acidi, e avvelenarsi. Ora la smania d'arrivare a tutto, di saper molte cose, fa sì che si studia superficialmente: la scienza resa popolare, ci famigliarizza anche colle cose più nocive, e si è circondati da pericoli prima ancora di conoscerli e di saperli evitare. Una volta invece la scienza era possesso di pochi; si circondava di silenzio e mistero, e naturalmente c'erano meno pericoli; ma le popolazioni erano invece ignoranti e superstiziose.
Consigliò poi i ragazzi a diffidare delle sostanze che non conoscono, ad esser prudenti e studiare per poter rendersi ragione dei pericoli, e tenerne lontane le persone di famiglia.
PARTENZA DI ANGIOLINA.
Angiolina vedeva volar via con rammarico le belle giornate che passava in campagna assieme ai suoi amici; ma la mamma la sollecitava a ritornare a casa, ed essa s'era decisa di partire assieme al signor Morandi, il quale dovea recarsi in città.
Bisognava proprio che pensasse al piacere di rivedere la sua mamma, per non dolersi troppo di abbandonare quella vita che le piaceva tanto.
Aveva ancora un giorno di vacanza, e quella giornata volle impiegarla bene. Essa radunò tutta la sua roba e chiuse la sua valigetta; poi andò a salutare tutti gli angoli della casa e del cortile; volle per ultimo uscire per andare alla posta, ed ivi trovò il curato e il professore, che come al solito, parlavano delle notizie del giorno.
--Domani non sarò più qui--pensò, e quasi senza volerlo i suoi occhi le si empirono di lagrime.
Quando fu seduta a tavola disse:
--È l'ultimo giorno che pranzo con voi.
--Vuoi restare finchè stiamo tutti?--chiese Maria,--a noi fai piacere.
--Ho la mamma che m'aspetta,--rispose Angiolina.
--Ma ritornerai l'anno venturo--disse Maria.
--Per me sarei tanto contenta, e vivrò tutto l'anno con questa speranza.
Poi volle a tutti i costi portare con sè alcuni lavori che Maria dovea fare.
--Li terminerò io--disse;--così occupandomi dei vostri lavori mi sembrerà d'esser meno lontana da qui.--Poi soggiunse:--Mi dispiace per tante ragioni andar via, anche perchè non sentirò più raccontare le belle storie di Maria.
--Belle o brutte, te ne leggerò in città,--disse Maria,--intanto mi si presenterà forse l'occasione di aggiungerne delle altre.
--Ci vedremo dunque anche in città?
--Certo.
--Come sono contenta! mi dispiace meno d'andar via.
Poi voleva dire tante cose per esprimere la sua riconoscenza, ma non aveva coraggio.
--Sono una sciocca,--disse a Maria,--non so dir nulla, ma mi hanno fatto tanto bene queste settimane passate all'aria aperta; e poi ho imparato tanto, è così brava lei! Come mi piacerebbe poterla imitare!
E Maria le prendeva la testina e le dava tanti baci dicendole:
--Non hai bisogno d'imparar nulla da nessuno, conservati una buona figliuola come sei e come vorrei che fossero le mie sorelle.
--Ecco l'ultima notte che dormo in questa stanza, ecco l'ultima colazione che faccio con voi,--andava dicendo la fanciulla. Ma la colazione non la fece, perchè non ne aveva voglia: era troppo commossa di lasciare quei luoghi, dove si era trovata tanto bene.
Andò nella sua camera e discese col cappellino e la borsetta in mano.
Tutti vollero accompagnarla alla stazione, e darle qualche ricordo: Vittorio le regalò un libro, Giannina le porse un mazzo di fiori, Mario le regalò un disegno che rappresentava tutta la famiglia Morandi in lagrime per la sua partenza.
Essa era turbata e non trovava più parole per ringraziare.
--È troppo, è troppo, grazie,--continuava a dire,--quanto siete buoni!
Arrivarono alla stazione cinque minuti prima che partisse il treno.
Dovette subito mettersi al posto, ma stette al finestrino a chiacchierare coi suoi amici; aveva da raccomandar loro tante cose e specialmente di scriverle, di dirle tutto quello che accadeva in quel paese e di tornar presto in città, dove essa avrebbe contato i giorni aspettandoli. Le pareva d'aver ancora tanto da dire, ma si udì il segnale della partenza.
--Addio, addio,--disse sporgendo la manina fuori dal finestrino; poi fu vista quella manina scuotere un fazzoletto bianco mentre il treno spariva in distanza.
--Addio, addio,--gridarono tutti sventolando i fazzoletti, e stettero là fermi finchè videro un punto nero che correva, correva lontano, finchè non udirono più il rumore del treno, poi rifecero la strada fatta, ma più tristi, come se mancasse loro qualche cosa e sempre parlando di Angiolina.
--Ecco una ragazza che dovreste prendere per modello,--disse Maria.
--È vero, è tanto buona,--disse Giannina,--voglio proprio aiutarti come faceva lei.
Elisa pensava invece, che sarebbe toccato a lei ad aiutare la sorella maggiore; ma ciò le dava noia perchè il suo maggior piacere sarebbe stato di far la signora e non pensare che ai divertimenti, come Elvira Guerini.
Essa propose alla compagnia d'andare appunto a trovare i Guerini per consolarsi della partenza di Angiolina; ma Maria replicò che di distrazioni ne avevano avute anche troppe, e bisognava pensare a lavorare e a studiare, altrimenti Carlo non avrebbe passato l'esame; poi non voleva andar troppo spesso in casa Guerini; perchè la sua famigliuola modesta al contatto coi Guerini avrebbe certo acquistato delle abitudini e dei bisogni che non avrebbe potuto soddisfare.
--Quelle sì sono persone felici!--disse sospirando Elisa, e si rassegnò a tornarsene a casa, ma tenne il broncio per tutto il giorno, tanto che Vittorio si maravigliava che l'Elisa si rattristasse tanto per la partenza di Angiolina.
L'EROE DELLA MONTAGNA.
La mancanza di Angiolina era tanto sentita da tutta la famiglia Morandi, che pareva fosse partita, assieme alla fanciulla, anche una buona dose d'allegria.
Elisa era di cattivo umore, perchè non aveva più l'aiuto dell'amica, per metterle in assetto la camera, per rammendarle i vestiti, e per tante altre cose, che Angiolina faceva colla massima indifferenza, e a lei davano noia. Giannina cercava di aiutare un po' più Maria, correva ad eseguire le sue commissioni, preparava la tavola, e faceva il possibile per rendersi utile, ma era tanto piccina, che le sue deboli forze non bastavano a far tutto.
Anche i Guerini venivano più di rado, perchè avevano degli ospiti coi quali dovevano andare tutto il giorno in giro pei dintorni. Però veniva un po' più spesso il professore Damiati che si trovava sempre bene in casa Morandi. Per far piacere a Maria, dava lezione a Carlo, ed agli altri ragazzi utili suggerimenti, e spiegava loro tutte le cose che non riuscivano a comprendere.
Egli incoraggiava Maria a leggere i suoi racconti, che erano il divertimento di tutta la brigata, e avevano servito a quietare la vanagloria di Carlo, che prendendo a modello quelli eroi, diceva di contentarsi di eroismi più modesti. Giannina e Mario, i quali si annoiavano senza Angiolina, avevano pregato Maria di leggere l'eroe della montagna, come aveva promesso da tanto tempo; ed essa vedendo che la conversazione languiva, prese il suo manoscritto e incominciò la lettura.
La famiglia di Nando Verres, viveva in una casupola ai piedi delle Alpi, ed era felice. Nando, forte come una quercia, conosceva tutti i passi difficili delle montagne circostanti, ed era molto ricercato come guida dai viaggiatori, che volevano avventurarsi sulle cime aguzze di quelle alture, sempre coperte di neve.
Nella buona stagione, non restava mai in casa, anzi le persone che lo volevano, dovevano impegnarlo qualche settimana prima per poterlo avere, e non si muoveva se non lo pagavano bene.
Egli avea bisogno di guadagnar molto, poichè avea la moglie e una nidiata di bimbi da mantenere; il maggiore dei quali, che si chiamava Nando come il padre, aveva appena quattordici anni.
Il montanaro era partito con un signore inglese una mattina all'alba, per una gita che dovea durare tre giorni, ma quando fu il terzo giorno, la moglie cominciò ad essere inquieta non vedendolo ritornare; essa ogni tanto usciva dal suo casolare per contemplare il cielo grigio, e le montagne che erano tutte coperte da una nebbia fitta, e nel vedere quel cattivo tempo, si sentiva stringere il cuore, perchè temeva qualche sventura.
Nei primi anni di matrimonio, quando il suo uomo era sulla montagna, stava sempre inquieta; poi quando lo vide tutte le volte ritornare con un bel gruzzolo di quattrini, non ci pensò più; ma diceva sempre che non avrebbe voluto che i suoi figliuoli facessero quel mestiere dove c'erano troppi pericoli; però il figlio maggiore avea voluto spesso seguire il padre nelle gite alpestri e difficili, innamorato anch'egli delle alte cime, e dell'aria frizzante della montagna che gli dava appetito e gli rinvigoriva i muscoli.
Madama Verres, come la chiamavano nel villaggio, continuava dunque a guardare il cielo e i monti coll'ansia nel cuore.
Nella notte aveva sentito la bufera rumoreggiare nelle gole delle montagne, la pioggia cadere lenta e senza tregua, ed avea un triste presentimento, come non aveva avuto mai.
Passò due giorni in quell'inquietudine, quando si presentò a lei un messo venuto dalla città vicina a chiedere notizie del signore inglese partito con suo marito, per la montagna.
--C'è la madre di quel signore nella massima inquietudine;--disse,--si parla di un tempo orribile, di una compagnia che si è perduta sulla montagna, e mi ha mandato a vedere se ne sapete qualche cosa.
--Nulla, nulla, muoio anch'io dall'incertezza, dalla paura di qualche disgrazia,--disse la povera donna.
--Bisognerà far delle ricerche,--disse il montanaro,--la signora inglese promette una ricompensa a chi le porterà notizie del figlio; ma nessuno si vuol arrischiare a salir la montagna con questo tempo.
--Andrò io,--disse Nando, il ragazzo di quattordici anni.
--Sei pazzo?--gli disse la madre.
--Sono forte, conosco la montagna e la strada che è avvezzo a seguire il babbo, e sono certo di trovarne le tracce.
--E se avvenisse qualche disgrazia, che cosa faccio io?
--Ti prometto di ritornare, e di portarti notizie di babbo.
Prese una bisaccia di tela, con alcuni viveri, si munì di un bastone ferrato, e di corde, si fece seguire dal suo cane che non lo abbandonava mai, e s'avviò sulla montagna senza ascoltare le preghiere della mamma che temeva di perderlo.
Salì il sentiero lubrico del monte pieno di speranza, seguendo la via che soleva tenere suo padre. Camminò, avanti avanti, sempre salendo per ore intere, ora in mezzo alla fitta nebbia, ora sotto ad una pioggia che gli arrivava alle ossa; sempre cercando intorno a sè le tracce del passaggio del padre; nella notte si ricoverò in un rifugio, e quello fu il primo posto dove trovò segni del passaggio di persone viventi: in terra vide dei resti di viveri, poi la paglia coll'impronta di due persone, che dovevano aver dormito la notte, ed una di quelle impronte era proprio della lunghezza di suo padre. Dovevano certo esser passati di là per salire sulla cima del monte.
All'alba si rimise in cammino, sempre seguito dal cane, osservando tutto ciò che potesse indicargli il passaggio di qualche persona.
Il sentiero era scomparso sotto ai mucchi di neve caduta; egli col bastone ferrato ruppe quella neve, ma inutilmente; e avanti, avanti sulla montagna che si faceva più erta e pericolosa; si sentiva gelare, e pur dovea continuare il suo cammino. Ad un certo punto vide il cane inquieto, far dei moti strani, e scorse le traccie d'una valanga, che dovea esser caduta di recente.
--Cerca, cerca,--disse al cane.
E il cane obbediente cominciò a raspare colle zampe, finchè si fermò guardando e dimenando la coda; infatti sentì sotto la neve qualche cosa di molle, divenne pallido e cominciò a tremare; non avrebbe potuto continuare il suo lavoro senza l'aiuto del cane, che a furia di zampe cercava di rompere la neve gelata.
Quando si potè scoprire qualche cosa, non ci fu più dubbio: erano esseri umani quelli che erano sepolti in mezzo alla neve. Allora Nando si mise con maggior lena a disseppellire quella massa nera che si faceva più distinta, la quale prese forma di un gruppo di braccia e di gambe che non si capiva che cosa fosse; ma quando fu del tutto scoperta, Nando riconobbe il padre raggomitolato assieme all'inglese, che avevano trovato tutt'e due la stessa morte orribile.
Solo, in quella solitudine, con que' due cadaveri davanti agli occhi, si sentì stringere il cuore, e pensò alla sua mamma; ma il freddo incalzava, e non c'era tempo da riflettere; lasciò il cane a guardia dei cadaveri, vide in distanza degli abeti, vi andò correndo, ne strappò dei rami, e fece una specie di slitta, dove adagiò i due cadaveri, e discese la montagna trascinandoseli dietro con una corda; il sentiero era sdrucciolevole, avea le mani intirizzite, si sentiva mancare; ma era coraggioso e volea resistere fino alla fine.
Era notte quando giunse al villaggio, e non avea coraggio di presentarsi alla mamma.
Ma essa, che stava continuamente alle vedette, gli andò incontro, e quando vide il corpo del marito steso sui rami d'abete, cadde svenuta nelle braccia del figlio.
La poveretta rimase parecchi giorni quasi inebetita, non potendo persuadersi che il suo uomo fosse morto, e non sapendo come campare tutti quei figliuoli. Quando vennero nuovi forestieri a cercare della guida Nando Verres, si presentò loro il figlio e disse:
--Eccomi.
--Come, vuoi tu andare così giovane, e dopo l'esempio di tuo padre?--gli disse la madre.
Egli mostrò i fratellini e disse:
--Bisogna che pensi a te e a loro; non temere, mamma, ti prometto che non mi esporrò ai pericoli inutilmente,--e sì dicendo partì e in poco tempo divenne degno successore di suo padre.
Ma sebbene egli sia ora una delle guide più rinomate delle Alpi, la signora Verres, quando parte, ha sempre le lagrime agli occhi, e trema sempre temendo di non rivederlo più.
SCIOPERO ALLO STABILIMENTO GUERINI.
Una mattina quando Carlo e Vittorio ritornarono dall'ufficio postale dove erano stati come al solito a prendere i giornali, raccontarono che tutto il villaggio era sottosopra, perchè gli operai dello stabilimento Guerini s'erano posti in isciopero, e dissero che nella piazza e per le vie, dappertutto si parlava di questo avvenimento, e c'erano gruppi d'operai, come se fosse festa.
Più tardi quando il professore andò dai Morandi a dar lezione a Carlo, egli diede maggiori ragguagli.
Gli operai avevano preso il pretesto da una multa, che il direttore aveva inflitta ad uno di loro, per chiedere aumento di paga e diminuzione delle ore di lavoro, e non avendo ottenuto nulla, quella mattina non erano andati alla fabbrica.
Per quel giorno non si parlò d'altro che di quel fatto; ad ognuno se ne domandava notizie. Mario voleva sapere che cosa significasse questo sciopero, e il professore spiegava, come gli operai per ottenere quello che desideravano, si univano assieme e disertavano dal lavoro per obbligare il proprietario a conceder loro quello che esigevano.
-Sì, ma intanto non guadagnano,--disse Mario.
--Non è vero,--disse il professore.--Dovete sapere che s'è formata una società fra gli operai. Ognuno quando lavora, versa nella cassa della società una piccola somma, che poi serve a pagare gli operai che si mettono in sciopero, i quali in questo modo hanno la paga anche senza lavorare.
--È una cosa ingiusta,--disse il ragazzo.
--È un modo come un altro per far la guerra al proprietario; mezzo che in certi casi può essere giusto, e riesce a migliorare la condizione dell'operaio; ma molte volte l'operaio abusa di questa forza, va all'eccesso, ed allora il danno è tutto suo.
--Chissà come saranno inquieti ed irritati i signori Guerini!--osservò Maria.
Più tardi giunsero notizie peggiori; l'agitazione fra gli operai era grande; essi avevano fischiato i signori Guerini, e gettato dei sassi dietro la loro carrozza; si diceva che ci fossero dei feriti. A quelle notizie Maria non potè più star ferma e decise di andare alla villa Guerini per sapere qualche cosa di preciso.
--Non è prudenza muoversi,--disse Carlo,--gli operai se la possono prendere anche con noi.
--Dove è andato il tuo eroismo?--chiese Maria,--qui non si tratta di esporsi per capriccio ad un pericolo. È una famiglia di persone gentili che ci hanno accolto colla massima cortesia ed ora si trovano in angustie; mi par nostro dovere di andar a sentir le loro notizie e vedere se possiamo giovare in qualche modo ai nostri amici; non abbiamo fatto male a nessuno e non dobbiamo temere.
--Vi ammiro anche questa volta per il vostro coraggio,--disse il professore,--soltanto vi chiedo il permesso di accompagnarvi, anch'io desidero offrire i miei servigi ai signori Guerini.
--Andiamo,--disse Maria.--Carlo ed Elisa, che sono più grandi, possono venire con noi; gli altri restino a casa; è inutile dar tanto nell'occhio e andare in frotta, come se si trattasse d'una festa.
--E se vi succedesse qualche cosa?
--E non temete d'essere d'incomodo in questo momento?--chiesero i ragazzi.
--Se siamo d'incomodo non ci riceveranno, ecco tutto;--rispose Maria,--noi avremo fatto il nostro dovere. Non c'è pericolo che ci succeda qualche cosa; in ogni caso entreremo dalla porticina del giardino e nessuno ci vedrà.
Maria si mise il cappello e uscì assieme ad Elisa, seguita da Carlo e Damiati.
S'avviarono verso casa Guerini evitando di passare in mezzo al paese; però nelle vicinanze della villa incontrarono delle brigate di operai, che ragionavano fra loro e gesticolavano con vivacità. Proseguirono la strada senza badare a quei crocchi di persone disoccupate, e giunsero alla villa, dove i signori Guerini li ricevettero mostrandosi molto grati della loro premura e dispiaciuti che potessero aver qualche noia per cagion loro.
--Siamo messi all'indice,--disse la signora tutta addolorata,--e quello che mi rincresce di più è di vedere l'ingratitudine dei nostri operai, che abbiamo pur trattato sempre bene, come fossero nostri figli.
Poi raccontò come la mattina avesse voluto accompagnare il marito alla fabbrica, perchè sarebbe stata inquieta di lasciarvelo andar solo.
--Se vedeste--soggiunse,--che desolazione! Pare un cimitero; tutte quelle macchine là immobili, quegli stanzoni freddi, vuoti, quel silenzio.... fa stringere il cuore.
Il signor Guerini era tutto irritato, e andava avanti e indietro per la stanza pensando al danno che gli recava quello sciopero, alle commissioni che non poteva eseguire, e più di tutto a quella gente, alla quale avea dato lavoro, a tutti quei contadini, che gli dovevano l'esistenza e che ora gli si ribellavano.
Ogni tanto veniva qualche messo mandato dal direttore dello stabilimento: una commissione d'operai sarebbe venuta il giorno appresso per dire ciò che pretendevano.
Seppero che il sindaco aveva telegrafato alle autorità della provincia, e nella giornata doveva venir della truppa per tenere a dovere gli operai più turbolenti.
La signora raccontò una scena commovente.
Cinque operai erano andati al lavoro malgrado le minacce dei compagni, dicendo che non avevano nessuna ragione di abbandonare una famiglia che li aveva sempre beneficati. Gli altri volevano entrare a forza per trascinarli di là, bastonarli, e forse ucciderli; tanto che essa stessa li avea pregati di sospendere il lavoro; ma quando uscirono dalla fabbrica furono accolti a furia di fischi e d'insulti; era una cosa che faceva proprio pena. Era vero che dei sassi erano stati lanciati dietro alla loro carrozza. Fortunatamente non avevano ferito nessuno, ma erano tutti sgomentati e tremavano ad ogni più piccolo rumore e ad ogni suonata di campanello.
--E come farete questa notte?--disse il professore.
--Chiuderemo bene la villa, e starà alzato qualcuno a far la guardia.
--Se voleste venire da me,--disse il Damiati.
--O da noi--disse Maria.
--Grazie,--ma prima di tutto non si vorrebbe attirar su di voi l'ira del popolo, poi non vogliamo abbandonare la casa; sarebbe una viltà. Anche i ragazzi devono abituarsi alle lotte e alle difficoltà della vita; se in questi giorni avrete coraggio di venire a tenerci compagnia, ci farete un regalo; nei momenti difficili quando si ha tanti nemici, fa piacere aver dei buoni amici, e vedere che non ci abbandonano.--