Piccole storie del mondo grande

Part 9

Chapter 93,899 wordsPublic domain

Il nome di città dato a Gubbio non è rettorico, e città forte, grande, bella, fiorente e potente, quasi imprendibile, dovea esser al tempo tuo, o Oderisi! E prima ancora nell'Età Romana dovea essere uno dei più importanti centri dell'Umbria. L'anfiteatro romano di cui avanzano cospicue rovine, è capace di 20000 persone ed è una prova di fatto. Oggi anfiteatro e città sono una deserta ruina, la vita non vi scorre più, anche i marmi si sentono morire: pare abbiano il desiderio di cader giù: i marmi alti che reggono gli immani edifici crollanti. Se però un melanconico viaggiatore volesse formarsi un'idea di ciò che doveva essere una città medioevale, vada a Gubbio e si troverà contento: e per andarvi può questo peregrino pensoso fare, non la via che ho percorso io; ma prenda quel tronco di ferrovia privata e quasi sconosciuta, a sezione ridotta, che da Fossato si stacca e tocca con lungo giro varie città dell'Umbria e della Toscana finchè sbocca ad Arezzo.

Il monte soprastante Gubbio ha fornito, già dagli antichi tempi, pietra da taglio per gli edifici, alcuni de' quali si conservano ancora in buono stato, almeno nell'esterno: facciata chiusa, scura e liscia; una porticina in un canto a sesto acuto; in alto, sotto la grondaia sporgente, una fila di finestruole, sostenute da colonnette rotonde e sottili sì che tutto pare un ricamo.

Dei tesori d'arte che Gubbio dovea possedere rimane ciò che è difficile ad esportare, cioè gli edifici e le torri. Il Municipio contiene ancora, oltre alle famose sette lastre di bronzo, in dialetto umbro o gubbino, un museo di quadri, mobili, armi, diplomi e bolle degli imperatori di Svevia, così cari e celebrati da Dante nostro. Nella desolata chiesa di Santa Maria Nuova si conserva tuttora una tempera della Madonna, con santi, di Ottaviano Nelli quattrocentista, che mi parve così sorprendente e animata opera che ne richiesi la riproduzione fotografica[4]. Chiesi poi di visitare il museo Brancaleoni, che conteneva, oltre ad altre cose di gran pregio, delle tegole di Mastro Giorgio.

[4] Fotografia Alinari di Firenze.

Mi risposero: — Venduto!

— Allora visitiamo il Palazzo Ducale.

Mi risposero: — Non ci vada chè è tutto diroccato.

Vedendo che altre morti rimanevano in mia scelta oltre a quella del topo, andai a visitare il Palazzo dei Consoli. Questo è un edificio in forma di torre quadrata che si eleva su terreno ascendente e sopra basamenti giganteschi. Data dalla metà del secolo XIV. Le stanze sono semplicemente grandi quanto è grande la torre e sono soltanto due, congiunte da una di quelle sorprendenti scalee medioevali, di marmo, con balaustra di marmo a trifogli, che montano a forma di mezza piramide lungo la parete stessa. Dalla sommità del torrione vengono le vertigini se si guarda al basso, e proprio lassù gira una loggetta esterna a sottili colonne ed archi che è un prodigio di eleganza. Di fuori ardeva nel gran mattino senza vento il piano di Gubbio, e tutta la città nera pareva raccogliersi attorno a questa immensa torre.

Il capomastro che mi accompagnava (si stavano facendo alcuni restauri per opera del Governo) mi disse: — Vedete? Su questa loggetta i consiglieri di quel tempo quando volevano fare una fumata, ecco, venivano qui e la godevano bene l'aria fina!

*

E sempre Dante!

Tra duo liti d'Italia surgon sassi, . . . . . . . . . . . . . . . . . E fanno un gibbo che si chiama Catria, Disotto al quale è consecrato un ermo, Che suol esser disposto a sola latria.

Così con quella misteriosa intonazione per cui la fisonomia della materia gli passava nei versi, Dante descrive l'altissimo e selvaggio monte Catria alle cui falde orientali, in una conca montana, lontano da villaggi, si eleva ancora Fonte Avellana, deserto oggi e dispogliato eremo, dove fece penitenza san Pier Damiano, dove la tradizione vuole che dimorasse Dante (ed io lo credo perchè certe cose non si possono descrivere al vero se non si sono vedute) e dove sino a pochi anni addietro i bianchi frati Camaldolensi, fra quelle ariostesche selve e quelle spelonche pare facessero vita signorile e gaudiosa.

Desiderio di vedere cose che pochi hanno visto, mi spinse fin là. Il buon Pasini avea notato questo peregrinaggio extra-ciclistico nel suo itinerario e volle compiuto il programma, benchè l'idea di un'ascensione non gli sorridesse gran fatto.

Partimmo dunque da Gubbio verso le tre del pomeriggio e, varcata l'Alpe, arrivammo che alto era ancora il sole, al villaggio della Scheggia, il quale si trova all'incrocio della antica via romana, detta Flaminia, che va da Rimini a Roma e della via che pel Bottaccione e Gubbio va a Perugia.

Scheggia non ha alberghi e ci convenne domandare ospitalità a famiglie private in povere stanze e tristi letti. Ma l'umile cortesia e la premura di que' montanari ci compensò del difetto.

Nella casa dove alloggiammo mi sta a mente la figliuola della padrona di casa, una giovinetta di tredici anni, ma alta, pallida, qualcosa come senza sesso, con una voce piena di languore e una testa capelluta e profilata così dolcemente che ricordava le fisonomie del Perugino.

Avea nome Dorina, e perchè le nostre stanze erano umili, ella colse molte ciocche di gelsomini e di erbe odorose e la sera ne trovammo ornate le stanze. Avea un fratello soldato: così anche il caffettiere dell'unico caffè del luogo — se caffè si vuole chiamare — avea un figliuolo che era il sostegno della casa, ed era stato richiamato sotto le armi per i tumulti di quel maggio: anche la guida che ci dovea al mattino seguente condurre al Catria — vecchio montanaro che parea squadrato nel sasso — avea un figlio soldato: soldato d'Italia era stato lui pure, già tempo, nel sessantasei. Mi compiacqui d'interrogare variamente costoro, ma per quanto eccitassi a rispondere, mi dovetti convincere che il sentimento dell'odio sociale non era arrivato nel suo cammino ascendente fino lassù.

Fino a quando? Io non lo so. Ma temo che la solitudine, gli alti monti, le foreste saranno, pur troppo, il maggior impedimento al cammino dell'odio.

Mentre noi parlavamo sul limitare dell'umile casa, una voce con l'accento di Romagna, disse:

— Oh, chi vedo? non siete voi l'ingegnere Pasini e voi non siete P*** di Rimini? — e ci fu incontro con dimostrazioni grandissime di cortesia. Ben la conobbe il Pasini: io a lungo stentai a ricordarmene. Era una vecchia signora di Rimini che ora con la sorella e la famiglia del figliuol suo erasi stabilita alla Scheggia ove avea avuto eredità di case e di possessioni. Ci volle per forza da lei a cena, ci presentò i suoi di casa con molti: — ma non si ricorda? — Dissele il Pasini che io mi dilettava di cose antiche, e le buone donne allora mi condussero per certe melanconiche e grandi stanze della loro casa ove erano moltissimi mobili antichi e quadri e terraglie, tenuti però senz'alcun ordine o cura. Assicuravano che gente forestiera ogni tanto passa, e comperano a contanti e a vil prezzo quanto trovano di anticaglie.

Ma per quanto fossero cortesi, io non posso serbare grata memoria di queste signore, perchè esse, credendo forse di farmi cosa grata, rievocarono antichi ricordi della mia famiglia e della mia prima gioventù: io credeva di averli sepolti; ma essi sanguinano ancora. Vi sono piaghe nella vita che solo il falegname quando adatta i chiodi alla cassa potrà chiudere. Non altri!

La buona signora avea molte bottiglie di vino spumoso, egregio ed antico, ma per quanto ne abbia bevuto non riuscii a ridere; e quando ci accomiatammo da lei e mi rinchiusi nella stanza che Dorina aveva abbellito coi gelsomini del suo povero giardino pensile, sentii il sonno fuggire lontano e, la notte, sentii le ore sensibilmente passare come fantasmi vivi come sentivo il placido dormire del Pasini, nella stanza da presso.

*

Mi assopiva a pena quando battè sul selciato la zampa ferrata dei muli: un rumore come di ghiaccio che, io non so come, diceva che nel cielo c'era la luna chiara. Era un'ora dopo la mezzanotte e le guide ci venivano a destare per salire sul Catria.

Viaggiammo tutta la notte sotto la luna che tramontava.

Il mulattiere, la guida e il Pasini facevano un gran favellare che l'eco rendeva dalle gole del monte come linguaggio di gnomi: che cosa dissero io non so: come non so per dove siamo passati finchè durò la notte: ma certo per forre e luoghi precipitosi ed orribili. I muli ansimavano penosamente nel lento ascendere.

Un'alba di cenere con un vento ghiacciato ci sorprese a mezzo monte: mi dissero allora di smontar di sella e di arrampicare. La guida buttava la corda di querciolo in querciolo e ci tirava su. Il mulattiere tirava i muli per la cavezza chiamandoli con certi nomi che non ricordo più; ma erano nomi graziosi, e il detto mulattiere mi assicurò che anche le bestie devono avere un nome proprio. Anche questo mi parve degno di nota. I tre compagni avevano imitato il mio sistema: si erano chiusi in un mutismo assoluto. Vero è per altro che se anche avessero parlato, il vento non avrebbe permesso di intendersi, e gli abeti e i faggi nelle foreste ruggivano e scotevano d'ogni lato le chiome, quasi furibondi di essere avvinti al suolo.

I due montanari, usati a quel cammino e con le scarpe ferrate, guadagnavano lenti, ma sicuri il terreno procedendo curvi e studiando di offrire minor presa al vento: ma per noi la cosa era ben diversa: le scarpette da ciclista rimettevano un passo ogni due. Il Pasini era di pessimo umore e, nei pochi momenti che gli ero da presso, mi spiegava, con intenzione di rimprovero, che le ascensioni non si improvvisano e che ci vuole quel che ci vuole.

Sopra la nostra testa, livido, verde, si disegnava il Catria: gli altri monti minori, già sorpassati, parevano come schiacciarsi e sprofondarsi. È il Catria in forma di un vero gibbo, come dice Dante, cioè di gobba: l'una è grandissima e l'altra molto minore, e fra le due si avvalla un'insenatura a forma di sella verso la quale tendeva quella specie di sentiero per cui noi salivamo. Pel gibbo verde vedevansi passare ondate biancastre a fremiti: era il vento che si insinuava tra le alte erbe. La nuvolaglia correva e spesso inghiottiva la cima del Catria; emergente a tratti fra lividori di sole nascente.

Ma quando passammo il ciglio di quella sella e ci si scoperse l'opposto versante, mancando l'appoggio del monte, il vento ci scompigliò: un mulo andò a gambe in aria: il Pasini rotolò miseramente, la qual cosa non era proprio nel suo programma: il giovane mulattiere perdette il cappello, e tenendo l'altra bestia restìa per la cavezza, s'era accoccolato e mi parea che invocasse qualche santo. Per mio conto, lo dico senza ostentazione, la scena parve divertentissima.

Ma la vecchia guida allora con molta prestezza e sangue freddo corse e raddrizzò il Pasini, fatto ludibrio indegno del vento, raccolse il cappello e avviò la sbandata spedizione finchè l'ebbe ridotta in una certa cavità alquanto difesa dai sassi e fra gli abeti. Quivi fu tenuto consiglio sul da farsi. La guida si disse pronta a condurci sino alla cima. Ma il Pasini rifiutò energicamente: voleva ritornare a casa in bicicletta lui, e non di volata. Per tal modo rinunciammo alla completa ascesa del Catria e fu invece stabilito di far colazione appena avessimo trovato un luogo più acconcio. Girammo a lungo per il selvaggio pianoro e ci adattammo come potemmo in mezzo ad un bosco, che luogo più riparato non v'era. Lì vennero sciolte le bisacce e si fece colazione senza che il vento portasse via pani e bottiglie. Pareva di essere sospesi nell'aria: nella navicella di un pallone. La guida, pur maciullando placidamente, si ostinava a farci vedere il Gran Sasso, e può darsi che fosse quella punta che sfumava azzurrina verso mezzodì; ma non ne posso far fede.

Erano le otto quando lasciammo il Catria dove la posizione diventava insostenibile sempre più. I somieri pel gran vento si rifiutavano di scendere, noi con le nostre scarpe da ciclisti rotolavamo poco graziosamente. Il Pasini se la pigliava con me perchè ridevo troppo! La guida avea un bel sorreggerci, un bell'offrirci fragole e nocciole fresche, ma fu un disastro quella discesa, e quando in fine dopo avere a precipizio girato molte insenature del monte, scorgemmo nella fonda valle i bastioni del convento, solo allora l'anima del compagno si consolò.

*

Giungemmo sul sagrato: l'immenso edificio, grande come un villaggio, era diroccato, squallido, deserto: percorremmo coi somieri molti bassi corridoi a sesto acuto senza incontrare anima viva: e mi si può credere quando dirò che i monaci sono tre, e uno era andato in quel dì alla Pergola. Finalmente spuntò una figura bianca. Io domandai una cella. Disse il monaco: — Ve ne sono cento: scelga lei. — In una trovai una specie di letto: chiusi la finestra e mi gettai sul giaciglio dove un sonno profondo si impadronì della mia anima e delle mie carni.

Dormivo da quattro ore quando il Pasini, l'implacabile sveglia, venne a bussare.

— Ho fatto preparare il pranzo per quattro: quando sei vestito vieni giù in refettorio.

Il refettorio era una grande stanza a volta con le tavole massicce di noce, con gli zoccoli di quercia alti e intarsiati; e sopra la porta, con doppia scalea, sporgeva il pulpito da cui dovea predicare funeree cose qualche ombra di monaco.

La cucina del convento avea cercato di far onore ai suoi ospiti, ma per me mangiai pochissimo e più che la stanchezza ne fu cagione la malinconia del luogo. L'urtare delle posate contro i piatti produceva strani echi; e parevano destare ombre bianche di monaci vagolanti. Pareva anche che dai finestroni cadesse un lividore di notte; e il tuono, ripercosso dal Catria, ogni tanto rombava.

Con tutto questo io avrei voluto rimanere più tempo a Fonte Avellana, forse una settimana, forse più. Ma non fu di questo parere il Pasini, e sellati i somieri, fu senz'altro decisa la partenza.

Alla Scheggia dove ritornammo sull'ora dell'Ave Maria, erano stati in pensiero per noi perchè anche quivi il vento e il temporale si erano fatti sentire.

Ma la notte susseguente dissipò le nubi e la pioggia, e il mattino scintillava sul piccolo borgo e sui monti con grande purezza.

I nostri ospiti erano in piedi e anche Dorina.

Io le chiesi alcuni spilli, ella li cercò a lungo nel suo canterano, ma non li trovò. Mi disse con la sua voce di cantilena: — Un antr'anno quando viene alla Scheggia, me scrive prima e je trovo li spilli.

LE VICENDE DEL SIGNOR X*** E DELLA SIGNORINA Y***.

Il signor X*** si era da due mesi abituato ad aver per vicina di pranzo la signorina Y***, la quale prendeva posto al tavolo N. 4, alle ore sei.

Il signor X*** prendeva posto al tavolo N. 5, regolarmente alle sei e mezzo, e, passando fra i due tavoli, salutava con soldatesca franchezza: perchè il signor X*** era maggiore di fanteria, come diceva ad ognuno la grossa fascia d'argento, rigida sul berretto rigido di quella figura ancor più rigida.

La signorina, alle ore sei e tre quarti circa, si alzava da tavola proprio nel momento che il signor maggiore ordinava il caffè, il virginia, la lampadina con lo spirito, il cognac.

La signorina con un moto rapido si metteva la mantella, si adattava la veletta e andava via sussurrando con lieve inchino e con voce assai dolce, un:

— Buona sera, signore!

Allora il signor X***, come sorpreso nelle sue meditazioni, tirava su le lunghe gambe, abbozzava una mezza figura di “attenti!„ un lieve inchino non inelegante e che ricordava grazie e favori di altri tempi, mandava fuori un borbottio che evidentemente voleva significare:

— Buona sera, signora o signorina!

Quindi tornava con indolenza a stendere le sue gambe di airone sotto il tavolo.

— Qui fa un freddo maledetto; dammi la mantellina: versami un altro cognac: brucia il virginia: il pranzo del tuo padrone mi abbrevia l'esistenza. Va al diavolo!

Queste erano comunemente le parole che il signor maggiore scambiava col cameriere; poi si chiudeva in un profondo mutismo finchè il sigaro non fosse finito.

Ognuno poteva giudicare il signor maggiore ancora un bell'uomo e forte uomo, destinato a diventar colonnello e anche generale.

Giudizi fallaci!

Il signor maggiore si conosceva più profondamente: egli, senza tener conto del lento avvelenamento del trattore, era un uomo rovinato in tutto. Intanto lo stomaco non digeriva più bene e il suo capitano, quasi a farlo apposta, gli diceva sorridendo al mattino: “Che bella cera ella ha, signor maggiore!„ Ah, l'uomo ipocrita e malefico quel piccolo capitano Raimondi! Egli lo sapeva che lui non sarebbe mai e poi mai passato colonnello, che anzi lo avrebbero fra poco messo in posizione ausiliaria, che lo avrebbero buttato via come un limone spremuto! Per questo sorrideva, come a dire: “fra poco, babbione, te ne andrai!„ Che cosa valeva aver rischiato la pelle nel Tirolo, aver combattuto contro i briganti, aver passato due estati a Massaua?

Oh, il piccolo capitano era ben sagace! lui sì sarebbe passato nel corpo diplomatico dell'esercito, nello stato maggiore; non per nulla diceva le più grandi sciocchezze con voce piana, sempre corretto, calmo come un inglese, con la caramella incastrata nell'orbita. Antipatico!

E quel piccolo ipocrita sbilenco piaceva moltissimo alle signore, e il colonnello non vedeva che per gli occhi del capitano Raimondi!

Per tutte queste ragioni il signor maggiore, quando nello scompigliare il suo cassetto si imbatteva nella croce di cavaliere o nella medaglia commemorativa delle patrie battaglie, folgorava contro di esse due occhi terribili.

Intanto aveva disdetto l'abbonamento alla _Perseveranza_, non leggeva più il _Corriere_, comperava il _Secolo_ e l'_Italia del Popolo_.

Ma da qualche tempo l'aveva su anche con questi due ultimi giornali: “Chiacchiere, chiacchiere, chiacchiere: la rivoluzione non la fanno che a parole, buoni a niente!„

*

Queste informazioni sul signor X*** noi le possiamo dare con piena sicurezza di dire il vero.

Quanto alla signorina Y*** non sappiamo nulla di certo.

Era maestra di storia in una scuola normale o tecnica che fosse: con la veletta e la mantellina pareva ancor giovane e flessuosa: senza veletta dimostrava, ad un occhio esperto, un'età alquanto vicina ai quaranta. Però aveva bei benti, carnagione olivastra, belle mani, begli occhi, almeno così avea finito col parere al signor maggiore, giacchè, ben si sa, l'abitudine di veder sempre una faccia di donna ha per effetto di farla trovar bella. Adone, se a lungo dovesse convivere con Megera, io penso che finirebbe per innamorarsene. Anzi una volta il signor X*** avea notato un lento palpitare in quel seno, come un richiamo melanconico ad una giovinezza un po' lontana, ma non del tutto spenta: la qual scoperta avea finito col mettere il signor X*** di pessimo umore e avea dato tre volte al cameriere il titolo di ipocrita.

Insulto sanguinoso che non avea avuto altro risultato che di far stendere fino alle orecchie il sorriso del paziente tavoleggiante e fargli dire con voce melliflua:

— Il signor maggiore mi vuole onorare dei suoi scherzi!

Certo, anche il cameriere era un ipocrita, come il suo capitano, come tutti.

Vederlo con la mano sul petto, con quell'aria innocente, udirlo con quelle frasi convinte che asseveravano che tutto era di prima cottura, tutte le vivande fresche, preparate a posta per il pranzo, che bastava che il signor maggiore avesse respinto una vivanda perchè subito fosse cambiata!

Invece la signorina si accontentava di tutto: una minestra in brodo, un pezzo di bollito formavano di solito tutto il suo pasto. Però una volta anche la signorina aveva ordinato il medesimo arrosto, di pollo che aveva chiesto il maggiore, con la differenza che lui era andato su tutte le furie, mentre lei, la signorina Y***, andava pazientemente in cerca fra osso e stinco di qualche fibrilla di carne.

— Questo è un pollo morto di lunga etisia, e lei lo mangia senza lamentarsi, senza protestare?

Queste parole il signor maggiore rivolse con indignata meraviglia alla signorina, la quale sollevando i suoi occhi tranquilli, si accontentò di osservare:

— In verità è un pollo un po' magro, ma chi deve andare a desinare all'albergo bisogna che si adatti.

Il disgraziato pollo fu il principio di una non breve dissertazione sul mangiare all'albergo, nella quale la parola pacata della signorina finì con l'avere ragione sull'irascibile signor X***. Anzi la signorina mostrò di conoscere a puntino come si prepara un pollo, come si deve ammannire un fritto, come fare un brodo che ristori lo stomaco.

— Credevo che lei non sapesse altro che la storia di Romolo e Remo e la pedagogia, — disse il signor X***, — ma mi ricredo: ella possiede delle cognizioni molto più utili.

Un altro giorno il signor X*** inveì contro un intingolo di lepre:

— Veda, signorina, io sentirò tutta la notte questa presunta lepre nello stomaco.

— Ma ella fa malissimo, — ammonì la signorina, — ad ordinare di coteste salse. Intanto ella saprà che negli alberghi approfittano di tutti i grassi che avanzano, e poi gli umidi non si confanno a chi soffre di stomaco.

— Ma allora che cosa devo mangiare, lo dica lei? — domandò con voce esasperata il signor X***.

— Un po' di brodo, un po' di bollito, un _beefsteak_....

— Allora tanto vale che mi metta a razione co' miei soldati, — disse con amarezza il signor X***.

— Allora faccia da cucina in casa....

— Aver da sorvegliare la cuoca? aver da combattere con le fantesche?!

— Allora.... prenda moglie.

Il signor maggiore rivolse alla signorina Y*** due occhi come quelli con cui guardava le sue medaglie. Suonò nervosamente il campanello, facendo voltar la testa a tutti i commensali e ordinò:

— Il cognac, per Dio!

*

Un giorno il posto della signorina Y*** era stato occupato da un grosso signore che mangiava con molta placidezza un mastodontico _osso buco_ e parlava con un compagno di burro e di stracchini, di _vecchioni_ e _stravecchioni_, nel più attico linguaggio di porta Ticinese, senza avvedersi menomamente del malcontento del signor X***.

In quel punto arrivò la signorina Y*** e parve sorpresa di trovare il suo posto occupato. Il signor X*** si levò in piedi per cederle il suo e andarsene altrove, ma allora il cameriere ebbe un lampo di genio:

— Se la signorina crede, posso preparare da pranzo di fronte al signor maggiore....

La signorina curvò le labbra con un lieve sorriso, diede uno sguardo attorno, e come s'accorse che tutti i tavoli erano occupati, fece atto di accettare il posto sul divano che il signor X*** le aveva cavallerescamente ceduto.

— Io, questa sera, guasto le sue abitudini e così rovino la sua digestione, — disse ella scherzosamente togliendosi adagio adagio i lunghi guanti e scoprendo due manine candide e signorili. Invece quella sera il signor maggiore non si accorse punto delle gravi imperfezioni del pranzo: anzi mangiò con eccellente appetito ed uscendo intravvide il cuoco e stese il dito verso quella faccia scialba e disse:

— Una delle poche sere che non mi hai avvelenato!

*

Il signor X*** e la signora Y*** si scambiano molte parole durante il pranzo, anzi hanno finito per desinare al medesimo tavolo. D'altra parte piuttosto che sedere di fronte a degli ignoti (gli avventori erano di molto aumentati coll'avanzar dell'inverno) era meglio per la signorina sedere di fronte ad un gentiluomo come era il maggiore e d'aspetto grave e punto compromettente. Queste osservazioni le aveva adombrate quell'oca ipocrita del cameriere e la signorina non avea trovato una ragione valida per ricusare. Evidentemente il signor X*** ora stava assai meglio di stomaco ed era anche di umore più lieto, o se si vuol dire il vero, meno stravagante. La signorina Y*** parlava pochissimo di sè ed ascoltava con interesse tutte le querele di lui, che di solito eran queste: