Piccole storie del mondo grande
Part 8
Era del Cadore quella fanatica, e a piedi era andata a Roma dal Papa per fare un'ubbidienza che avea avuto dal Crocifisso. Ma a Roma non avea avuto udienza. Ora da Roma andava a Loreto alla santa casa della Madonna che certo la avrebbe ascoltata. Gran cose avea da compiere! Il Crocefisso le avea insegnato a leggere l'Apocalisse. Doveva redimere il mondo. Ripeteva di continuo: “Capiscelo, fratello, el nostro Signor el ga dito: carità, dolcezza, amore! Ma el demonio vedendo che li omeni dorme, e lu no dorme, el ga fatto un'altra dottrina: l'una l'è la stretta de man, che passa sora i sette peccati, l'altra l'è la vanità, l'altra l'è la lussuria. Cadrà el sol e la terra, ma senza el biglietto dei diexe comandamenti no se va in paradiso. No lo sentio voialtri el soffio del Signor? Se 'l vol, pol buttar giù questi monti come mi butto via col piè questa polvere!„ Altre cose disse e mi insegnò per far miracoli, se voglio andare in paradiso, dei segni magici con un fazzoletto e mi comandò di andare da tutti i preti e da tutti i vescovi a dire che si sveglino, perchè oramai è giunto il tempo e il demonio ha compiuto la sua conquista.
I pastori la udivano, come dissi, sdraiati e immobili come i loro cani, ed io durai gran fatica a liberarmi da colei; ma già io avea raggiunto il monte quando udii certe sue grida disperate che mi chiamavano. Era lei che di corsa risaliva il monte alzando le braccia. Quando mi fu presso, mise la mano in tasca e levò una medaglia che mi volle donare per memoria.
Ed è probabile che la medaglia magica mi abbia impedito di rompermi il collo giù per le precipitose giravolte per cui dall'Alpe si scende a Foligno. Per dieci miglia non un'anima sotto il sole: solo il profumo ebro delle ginestre.
Ad un certo punto, dove il monte faceva ombra, scorsi Pasini seduto pacificamente presso la sua bicicletta.
— Credevo che ti fossi fermato lassù, — disse. — Guarda quella valle: di' se non è la Svizzera, senza la neve e col nostro bel sole! e quella cascata tra il verde?
*
Ad un'ora dopo mezzodì ci trovavamo finalmente a Foligno in una fresca e grande stanza d'albergo dove molti eleganti ufficiali, pacatamente, signorilmente desinavano fra belle signore.
Freschezza e lindura molta era nella stanza, ma io per mio conto era come ubriaco dal viaggio e avea ancora davanti agli occhi gli aspri monti, la pazza che scalza va a Loreto, i pastori cogli armenti e il barbaglio del sole. Mi ricordo solo che lì all'albergo, un colonnello a capo tavola faceva un gran parlare, ma di tutto il discorso mi rimase in mente questo che sosteneva che _dominus_ al genitivo fa _domini_: e quando riprendemmo verso le cinque pomeridiane il viaggio, ricordo per le vie della città uno spazzino che ridendo, con le gambe larghe, scagliava un getto d'acqua sul selciato, ma così forte che parea una fiumana. I monelli vi andavano sotto saltando, le vetture vi passavano pian pianino e così facevano la pulizia delle ruote. Io chiesi a quel degno funzionario quanto si pagava per non essere spruzzato, e lo assicurai eziandio che la doccia l'avea fatta poco prima all'albergo. Egli mi assicurò che potevo passar oltre senza pagar pedaggio; ma non fu di questo parere un vecchio mendicante, alto, gagliardo e tanto sudicio che tutto il getto di poc'anzi non l'avrebbe purificato. Il mio buon Pasini cercava con persuasioni e belle parole bolognesi di toglierselo dai panni, ma tutto era inutile: allora si rivolse a me, e io zitto, come non l'avessi veduto; ma quando mi posò la mano su la spalla, mi voltai di botto e con accento croatescamente imperioso e forte, dissi:
— _Was wollen sie?_
Tale rimedio, già esperimentato favorevolmente contro i monelli, ottenne anche questa volta il suo effetto: l'uomo prima mi guardò attonito, poi come fosse stato colpito da quelle tre parole, mi voltò le spalle e alzando le braccia, e chiamando a testimonio i vicini, si allontanò ripetendo fra le lagrime e il cruccio:
— L'è rrabbiato! rrabbiato!
Così ebbimo libero il passaggio, ed uscimmo da porta Firenze per una via larga e bella che passa per il piano della valle del Topino, confluente del Tevere e ricordato da Dante nel canto di san Francesco.
A Spello, che foscheggiava turrito a man destra e dove sono affreschi e tavole del Pinturicchio, avrei ben voluto fermarmi, ma in quell'ora una sosta spostava tutto l'itinerario, e poi perchè non dirlo? nel mio amico Pasini avrei trovato un'opposizione difficile a vincere. Egli prima di partire fissa il viaggio, le vie, le scorciatoie, gli alberghi, le ore con una precisione degna di un capo d'esercito. Una volta fissato, non ammette variazioni.
Io avrei potuto dirgli: “Ma prima di partire non sapevo che a Spello c'erano dipinti del Pinturicchio.„
Egli mi avrebbe risposto: “Dovevi informarti prima e avrei disposto una tappa a Spello per il tuo Pinturicchio.„
Dunque avanti e addio Pinturicchio.
La bella via ondeggia fra cipressi che molti e densi sorgevano nella calda luce del tramonto umbro. Non molto andammo che vedemmo grande e sola nella valle elevarsi la cupola del Vignola che tanto _d'aere abbraccia_ e copre il gran tempio di Santa Maria degli Angeli.
Questa cupola è così solitaria e ben costrutta che si scorge lontana da tutti i lati, ma di arrivarvi è un altro affare, tanto che le stelle già si principiavano ad accendere quando sostammo presso la lunga fontana di marmo che sgorga con murmure di preghiera dal fianco del tempio.
Sei forse tu l'acqua _utile et humele et preziosa et casta_ del divino canto francescano alle cose create?
Il tempio era ancora aperto e potei entrare per vedere la Porziuncola, che è, come tutti sanno, il piccolo romitorio di san Francesco, sul quale venne poi elevato il tempio: cioè come a Loreto.
Anche la casetta della Porziuncola, fatta di pietre da taglio annerite e forti, ma tutta scintillante di preziose e divote cose, con sei lampade scendenti dalle catene d'oro sino a terra, era aperta.
*
Non v'era alcuno nel sacello meraviglioso, ma poi bene osservando vidi qualche cosa, ed era una donna che divotamente pregava e così si stringeva con le braccia al seno e così pietosamente che sussultava tutta.
Io non so di che ella pregasse il nostro soave e buon santo Francesco, ma certo non per la salvezza del suo corpo perchè questo era in lei così distrutto e gramo che faceva pietà. Ma certamente pregava affinchè le tenebre non vincessero, affinchè non si morisse, affinchè non si spegnesse l'anima, affinchè non scendesse in quelle tenebre l'anima, affinchè dalle carni già dissolute l'anima sopravvivesse, salisse. Giacchè per nessuna altra cosa, di quelle che si incontrano per la mondana via, non si può pregar tanto Iddio!
Ella, come tanta parte della umanità credente, si rivolgeva a san Francesco, come ad avvocato e patrono presso Iddio. Certo nessuno più di lui fu vicino a Cristo che è una parte della Trinità, benchè egli non abbia avuto la mortale melanconia di Cristo; ma ebbe anzi io non so quale ingenua lietezza italica, fu cavaliero e poeta, e in questo differisce la sua imitazione; e certo nol seppe. Ciò non toglie però che egli sia sempre ottimo patrono presso Dio. Ma perchè ciò sia, bisogna credere che il figlio di Pietro Bernardone sia presso Dio.
Dunque tu che per questa valle ragionando con frate Leone per il verno a Santa Maria degli Angeli venivi; tu che domasti col segno d'amore il lupo d'Agubbio e chiamavi sorelle le tortore e fratello il Sole; tu che dalle grotte del Subasio, dalla selvaggia Avernia radunavi intorno a te le rondini dell'aria e i fiori della terra; tu vivace e innamorata e laboriosa anima oggi sei alla destra di Dio, e sei arbitro della vita e della morte?
Io non lo so perchè è inverosimile. So che il tuo corpo, qui in questa terra spento, dato nudo alla terra, qui riposa sul monte, alla estremità: di fronte alla tomba di santa Clara, la spirituale amica tua. Ma l'anima dove sia io non so. Però se essa non si è diffusa qui in quest'aria, certo in qualche luogo dev'essere: e più certo è che questa gente di ciò solo ti prega, cioè che l'anima non muoia: ma dove, quando ci rivedremo? Giacomo Leopardi prima di morire disse che forse ci saremmo riveduti presso il prato dell'Asfodelo.
Allora io sentii la voluttà di lagrimare e di pregare ancora, io forte e giovane, accanto a quell'umile donna, povera ruina umana!
Dopo, un passo di frate venne, e ci disse che bisognava andare, e spegneva due lampade e le altre riforniva di olio. Quella piccola cosa nera che era una donna con entro un'anima, si levò e andò. Uscii anch'io e trovai Pasini che mi aspettava pazientemente seduto su di un gradino del tempio, giacchè la sosta alla Porziuncola era stata segnata nell'itinerario.
*
Assisi, stesa ad anfiteatro, prospetta dal lato d'occidente Santa Maria degli Angeli: la distanza è poca, ma questa è nella valle, quella dove il monte Subasio _frange più sua rattezza_, onde conviene salire così che era già notte fatta, quando entrammo sotto le merlate torri di Assisi.
Oh, ma chi può dire il piacere, dopo così faticoso viaggio, di essere accolti con ogni gentilezza in belle stanze e in comodo albergo?
Ma in verità chi può dire se era bella la stanza, se l'albergo era comodo? Ben io posso dire che una voce di donna così ridente, così saltellante come gli avori di un piano, così pastosa ci accompagnò per le scale, ci fece vedere le stanze, ci chiese quel che volevamo da cena che a noi parve che meglio di così non si potesse trovare!
Anche senza avere la forza illusoria dell'impareggiabile signor Don Chisciotte, si poteva prendere quella voce per la voce non di una ostessa, ma di una castellana o di una signora d'alto lignaggio.
Sì, anche Pasini, che non si interessò punto del Leopardi nè della Porziuncola, quella sera non si poteva staccare dalla tavola, una tavola grande, in una stanza anche grande, ove eravamo noi due con due signori, che erano marito e moglie.
Ella stessa, la donna dalla bellissima voce, serviva con la perizia di un cameriere al grande albergo, girando attorno col piatto; poi si sedeva in un angolo attendendo che noi le rivolgessimo la parola, ma l'occhio suo vigilava a mutar le forchette, a prendere i piatti dalla mano del domestico, e serviva con tanta dignità che veniva voglia di levarsi in piedi e dire: “Scusi, si accomodi lei che servo io.„
— Il signor Sabatier?[3] — chies'io.
[3] Il signor Sabatier, autore della bellissima _Vita di San Francesco_ (Parigi, Fischbacker, 1894), dimorava in quel tempo in Assisi.
— È qui ancora all'albergo Subasio, — diss'ella, — con tutta la famiglia; è tanto buon uomo e prima di stampare il suo libro ne ha fatto una lettura qui in Assisi e ci sono andata anch'io. I frati però dicono che chi ci è andato andrà anche all'inferno.
— E lei non ha paura dell'inferno? — chiese il Pasini.
La signorina levò verso il mio povero amico, dal suo angolo, i più begli occhi canzonatori di cui io abbia memoria.
— Speriamo che Iddio e san Francesco mi usino misericordia, — disse poi.
Anche la signora moglie di quel signore dovette convenire che l'ostessa era una figura molto piacente.
Diciottenne: alta, opima, matronale nelle movenze, vestita senza alcuna eleganza: un largo camiciotto bianco senza taglio con larghe maniche serrate al polso, da cui uscivano due pure mani, e ai piedi le pantofole. Ma la testa bruna e rosea, con tutte le linee sviluppate, avea qualcosa di squisitamente italico: la testa della Madonna della Seggiola che giovaneggia e ride! La voce pur così musicale nell'umbra melanconia degli accenti, avea delle venature sottili di ironia come le lamine di acciaio che si intravedono nelle casse forti e avvertono che l'eleganza del mobile è solo apparente: resiste al fuoco e al maglio.
— Scusi, signorina, ma questo brodo è molto salato, — notò il Pasini, e avea pienamente ragione.
— Egli è perchè è troppo sostanzioso ed è tutto di pollo, — fu pronta a rispondere.
Io volli rimediare ed osservai invece che il fritto di cervella era straordinariamente eccellente ed abbondante.
La signorina mi rispose il giorno seguente nella nota.
Anzi il dì seguente le facemmo le nostre congratulazioni per l'abilità non comune con cui, da sola, dirigeva il suo albergo. Ella rispose così press'a poco: “Siamo due sorelle e due fratelli. Nostro padre, che ha negozio anche di caffè e di salumeria, ci ha abituati a tutto. Noi facciamo i migliori salami e prosciutti di tutta l'Umbria e ne mandiamo perfino a Roma. Quando viene l'autunno, si lavora tutti quanti siamo in casa nella carne suina e non con le macchine chè non vien bene, ma con le mani.„
— E anche lei lavora nella carne suina con le mani? — chiesi io.
Ella levò il sipario delle palpebre che coprivano quelle languida pupille di viola, mi avvicinò al volto le affusolate mani di marchesa, e disse:
— Anch'io lavoro nella carne suina!
*
Mi assicurava quel signore, nostro commensale, che ad Assisi tutti vivono su san Francesco e su santa Chiara. Egli ne era indignatissimo. — Vedrà domani, quando vorrà visitare il convento di San Francesco...., i ciceroni, i mendicanti, le guide....! Non si salva: io e mia moglie fuggiamo domattina per la disperazione.
— Oh sì! — sospirò la sua signora che soffriva di visceri e anche dell'Acqua di Nocera Umbra che l'amabile ostessa le avea fatto pagare centesimi settanta, puro prezzo di costo, diceva. Più tardi seppi che quel signore era un professore e allora mi spiegai l'acredine delle sue parole: i professori sono di solito bravissima gente, ma hanno la digestione difficile, e pare sempre che abbiano mangiato sostanze grevi ed acerbe.
Io la mattina, levatomi per tempissimo, con il sussidio della guida Treves, potei visitare tutto a mio bell'agio, tanto il convento, come la chiesa bassa, come la chiesa alta di San Francesco; passare ad una ad una le pitture giottesche, ammirare tutte le meraviglie di quell'edificio che è fortezza, monastero, tempio sopra posto a tempio, museo d'arte, unico nel suo genere al mondo e così noto, specialmente agli stranieri, che qui è inutile parlarne.
Non mancarono, è vero, le guide e i ciceroni e i sacrestani, ma io tenni loro press'a poco questo discorso:
— Permettano, di grazia, o signori, che per una prima impressione mi valga dei miei occhi, domani e i giorni seguenti ricorrerò, ne stiano certi, ai loro lumi ed alle loro parole.
E così potei guardare ed ammirare senza suggerimenti.
Verso le nove mi raggiunse nel tempio l'ingegner Pasini, il quale per il suo compiuto ed elegante vestito da ciclista, attirò in modo speciale le guide intorno a sè. Egli quando arriva in qualche città che giudica d'importanza, leva dalla borsa un berretto alla russa, bianco fiammante, sotto la cui gran cupola fa bellissimo vedere: un paio di calze scozzesi sgargianti aggiungono di esotica gravità. Ma egli si liberò dagli importuni assicurando che il tempio lo avea visto benissimo e che intendeva di andare a prendere il caffè senza guide.
Così entrammo nella città seguiti ogni tanto da nuove guide e da mendicanti di varia età. Il tempio romano a Minerva, la casa del Metastasio ci passarono dinanzi e giungemmo all'altra estremità ove sorge il tempio di Santa Clara e dove l'innamorata santa è sepolta.
Di qui la vista su la valle è stupenda e la cupola del Vignola in quella verde solitudine accesa dal sole così che parea vaporare scintille ed oro, in quel gran piano, sola, ardita, produceva un effetto quasi di magia: ma vero è anche che i mendicanti vecchi e piccini non ci lasciavano in pace; ogni tanto le brutte mani ci toccavano le spalle per avvertirci che se davanti c'era Santa Maria degli Angeli, dietro c'erano anche loro.
Per quanto la mendicità si consideri presso di noi come un'istituzione sociale, aggravata in Assisi dalle tradizioni — male interpretate del resto — del Santo che fu cavaliere della Povertà, tuttavia la cosa diventava seccante, quando per buona ventura sopraggiunse un giovinetto di circa quattordici anni, decentemente vestito di rigatino con le scarpe ai piedi e il cappello in testa, il quale rinnovando il _quos ego!_ di Nettuno, cominciò a rimbrottare l'uno e l'altro così: — Eh, tu l'hai avuto il soldo...., tu non ne hai bisogno, tu puoi andar a lavorare, tu hai avuto già due soldi che li ho visti io! — I mendicanti si ritraevano con certe mosse timide e irose che facevano un bellissimo effetto: insomma in breve ce li spazzò tutti.
Io guardai il nostro liberatore: era un visetto acuto e vivo e gli proffersi venti centesimi, per le medesime ragioni morali — _si parva licet componere magnis_ — per cui i proprietari del Viterbese pagavano un cánone fisso al brigante Tiburzi per essere liberi dai briganti minori.
Ma con nostra sorpresa il giovinetto ricusò.
— Tu non fai il mendicante?
— Io no, io faccio il _facocchi_ (il carrozziere).
— E come ti chiami?
— Il Pelosino.
— Bene, caro Pelosino, qua la mano.
— Vede che bella vista? — cominciò egli a dire, — ma qui è niente. Hanno visto il Pincetto? noi lo si chiama così, ma è più bello del Pincio di Roma. Vengano con me, gli insegno una strada che risparmiano un quarto d'ora. — E vi ci condusse.
Il Pincio di Assisi è davvero degno di una capitale per le piante rare, la disposizione delle aiuole e de' marmi, per la grazia architettonica con cui a gradinate, ripiani erbosi, grotte, ascende sino al monte; ma sopra tutto per la vista incantevole su l'Umbria.
— Ecco Spello, ecco là Perugia, ecco Gubbio!
L'immenso anfiteatro dei monti barbagliava sotto il sole di mezzogiorno come un mare di fiamme; le città erte sui monti fulgevano come schisti e come mica.
Ma presso di noi in una valletta verde ed ombrosa erano bimbi vestiti di bianco. Una domestica, di giovane età, dondolandosi su la gonna, lunga e bianca, languidamente scuoteva un cembalo, e due signorine ballavano a quel suono: questo il solo rumore, questo il solo movimento in quell'ora.
— Vengano, vengano se vogliono veder tutto, — diceva l'ottimo Pelosino, — quello è il castello: quello laggiù, dopo gli Angioli, è Rivotorto, la prima chiesa di san Francesco. Vogliamo andare a vedere le grotte del Subasio? No?! e allora andiamo a vedere la vasca con li pesciolini. Non ci sono nè anche a Roma dei pesciolini così belli: ora li chiamo. Non ci ha mica delle bricciole di pane in tasca? Non importa; glieli farò vedere lo stesso li pesciolini, — e vi gettò del terriccio, ma _li pesciolini_ con sua gran mortificazione non comparvero.
— Bene: — seguitò spiegando — questo è il vialetto per li amorosi: veda come è nascosto! Par fatto a posta, non è vero?
— Come, ci sono anche qui li amorosi? — lo richiese il Pasini simulando grande espressione di scandalo.
— Non si faccia specie che ci sono anche qui e quanti! e si raccontano cose! — confermò il giovinetto con ingenua vergogna; e mutò discorso e soggiunse: — Oh, quest'altro è il viale per li bambini. Sente che belli uccelli? senta come canta! è un lucarino: io lo so bene. Avete visto la casa paterna di san Francesco? Papà mio se ne ricorda di san Francesco. E il duomo l'hanno visto? No? Andiamo a vedere il duomo. — Così per varie stradicciuole seguimmo l'infaticabile Pelosino il quale, quando fu presso il duomo, avvertì con segretezza:
— Se chiede qualche cosa qualcheduno, non diano niente a nessuno, son tutti impostori! — e come giungemmo: — Le piace la facciata del duomo?
Davanti al tempio s'alza il monumento di San Francesco, ultimo lavoro del Duprè.
Il Pelosino, osservando noi che il monumento sembrando di creta poteva guastarsi con le molte piogge, disse:
— Facesse il miracolo che se mettesse il cappuccio quando piove!
— Tu fai li quattrini, eh Pelosino? — disse biecamente allora un uomo al ragazzo: il quale levò le spalle con tutto il senso di sprezzo che una persona savia e attiva ha per i fannulloni. E perchè dir male dell'ottimo Pelosino? Si accontentò di poco più dei quattro soldi che gli avevamo prima offerto per elemosina.
— Dunque tu fai anche la guida? — dissi Io che capii finalmente di essere contro mia voglia incappato in una guida per l'appunto.
— No, faccio qualche servizietto alli forestieri quando capita, e mi danno quello che vogliono.
— Ti piacciono dunque i soldi?
— Eh.... — e l'ottimo Pelosino sorrise, poi disse: — Non vorrei morire scalzo!
Non restava altro che preconizzare al giovinetto un felice avvenire.
*
Il sole delle due cadeva a piombo su le cineree torri di Assisi, quando accompagnati sino alla porta dalla nostra ospite salsicciaia, lasciammo la città dei santi e precipitammo al piano. Strane città queste che visitammo! per andarvi bisogna far dieci o quindici chilometri di salita, per lasciarle si rischia di finire in qualche burrone.
Per deserte vie di traverso (e il Pasini pedalava innanzi con la sicurezza di un condottiero di eserciti) e lasciando da banda Perugia, giungemmo a prendere la via nazionale che da Scheggia conduce a Perugia, via così poco battuta al di d'oggi che il piano stradale non reca traccia di rotaie.
Comincia la salita e si sale per circa chilometri dieci sino a raggiungere la cima di un elevato contrafforte di monti, che precede i monti che dividono i due versanti. Sotto il sole pomeridiano i ciuffi delle ginestre vigorose sui dirupi diffondevano un acre e selvaggio profumo e davano ai sensi alcun conforto. Di lassù scorgemmo finalmente di fronte Gubbio: la quale è in fondo ad un altipiano ascendente, e spicca sì perchè altre città o castella non sono per quanto l'occhio cerchi d'intorno, sì perchè pare, ed è nel fatto, incatenata al Montecalvo, alto e rotondo che serra Appennino.
— In quel monte sopra Gubbio si apre, che di qui non si vede, la famosa gola del Bottaccione per cui si scappa nell'altro versante. Sentirai quella come tira! — disse il Pasini.
Io mi dissi assai stanco. Egli mi assicurò che mi sarei riposato domani studiando le famose tavole Eugubine. E poi, — aggiunse, — adesso hai fatto dieci chilometri a piedi; monta in sella, e così metti in riposo i muscoli che ti hanno aiutato a camminare e metti in attività quelli che muovono il pedale che nel frattempo si sono riposati.
Questa teoria del Pasini per cui uno mai non si stancherebbe variando la bicicletta col camminare, può avere un certo valore in teoria ma in pratica è cosa diversa. Io mi consolava vedendo come Gubbio si avvicinasse a noi: ma anche questa era un'illusione de' suoi immani torrioni che pareano da presso.
*
Quando cadde la sera e più nulla distinsi, lasciai che le gambe seguissero sul pedale il loro moto automatico, mentre il pensiero si addormentava o per la gran stanchezza o forse perchè vi erano questi versi nella memoria che rotolavano con insistenza noiosa: i versi di Dante:
Oh . . . . . . . Oderisi, L'onor d'Agobbio e l'onor di quell'arte Che alluminare è chiamata in Parisi.
E anche mi veniva in mente la predica che san Francesco tenne al famoso Lupo d'Agubbio:
“Frate Lupo, tu hai fatti grandi malefizi, guastando e uccidendo le creature di Dio, sanza sua licenza„; con quel che segue.
A un certo punto fra il lume e lo scuro della strada vidi qualcosa di nero: non era frate Lupo: erano i preti. Buon segno! Così a Tolentino, così ad Assisi, così qui i preti e gli abati uscendo a vespertino diporto, segnano l'estremo di una passeggiata ragionevole e danno indizio di terra certa, come gli uccelli nel viaggio di Colombo: quelli di Gubbio inoltre erano due preti pingui e ne dedussi che la città dovea essere vicina.
Questa volta non mi ingannai e di fatto poco dopo entrai nell'abitato e una voce mi fermò e disse: — Il suo compagno è sceso qui, e ha ordinato la minestra anche per lei.
Eravamo giunti all'Albergo San Marco.
*