Piccole storie del mondo grande
Part 7
— Lui, veda, — proseguì ancora, poi che s'accorse che la sua parola non riusciva sgradita, — veniva qui per una viottola che adesso non c'è più e si sedeva qui e qui faceva le sue poesie: questo era il suo luogo preferito, tant'è vero, guardi! — e mi indicò una lapide, ma questa non era dell'occasione, ma grande e di marmo che spiccava sul muro del Monastero, e in lettere grandi portava il verso:
Sempre caro mi fu quest'ermo colle.
— Adesso poi vedrà la casetta dove abitava Maria Belardinelli, che morì di mal sottile nel '27, salvo errore, e che lui nelle _Ricordanze_ chiama Nerina. Dall'appartamento delle brecce dove stavano i fratelli Carlo, Giacomo e Luigi, si vede la finestrella della casa della povera Maria: veniva qualche volta in casa Leopardi con la sua sorella Nazarena ad aiutare per il bucato o per altre faccende. Se visitate la chiesa di Santa Maria di Varano, dove sono sepolti i genitori e i fratelli di lui, troverete anche la sepoltura di quella povera figliuola. E lui è così lontano, anche morto!
— Deve essere una gran cosa l'amore! — chies'io allora simulando di udire queste notizie per la prima volta.
— Eh!... — fece l'abatino sorridendo, come a dire che egli non se ne intendeva. Ma uno dei due abati che erano rimasti seduti e ascoltavano le nostre parole, disse con voce quasi severa:
— Non era, signore, che vi pensiate, un amore come tutti gli altri!
Io non risposi, e in verità di celiare e di parlare anche, non mi sentivo più la voglia. Avea un commovimento di dentro come se intorno a quel colle ci fosse stata sospesa qualche cosa dell'anima e della infinita passione del Poeta e io l'avessi respirata con l'aria.
Mi sedetti: l'abatino piano ritornò fra i suoi e il giovane fattore si sdraiò per terra rispettando il mio silenzio come avea rispettato l'abito talare e la dottrina dell'abatino.
Di sotto si stendevano gli spazi interminati, e quel verso:
Ed erra l'armonia per questa valle
riempiva tutto quell'infinito e vibrava per la profonda quiete la quale parea sentire la magìa di quel verbo presente come un suono che non tanto è nelle parole, quanto nelle cose.
Ma a quella passione che già mi aveva preso e mi trascinava come dicesse: “Vieni, e anche tu odi la voce dei sovrumani silenzi e piangi!„ riluttava con paura l'anima mia; però mi staccai da quell'abbraccio di fantasmi e volli filosofare e filosofai alcune cose.
Primieramente pensai: pigliate uno studioso, bendatelo e conducetelo qui, e poi scopritegli questa valle e domandategli: che paesaggio è questo? Egli risponderà: questo è il paesaggio del Leopardi.
Secondariamente: Ecco trovato il segreto della poesia del Leopardi: è una poesia autoctona: senza tradizioni, senza scuole: sorta qui: formata di una natura antica e di un'anima nuova.
Quel senso della misura nell'arte, che non si acquista se non troppo tardi, cioè quando la giovanezza va morendo, il Leopardi invece l'ebbe a sua insaputa per mezzo di que' suoi meravigliosi studi, e questi furono i fili conduttori diretti fra questa natura e quell'anima.
E ancora: chi più del Leopardi sentì il fascino e l'armonia della vita? Eppure è così: chi rende quest'armonia con quei sensibili mezzi che si dicono arte, non gode la vita; e chi la gode non la può rendere.
Poi rammentai le parole del villano della vigilia, pensai a questa nostra cara e antica patria e venni infine considerando queste ultime cose:
Le altre nazioni hanno i secoli per loro vita, noi abbiamo l'eternità. Esse possiedono in estensione fino le steppe, gli oceani e i deserti: ma noi possediamo in profondità, giù dove Iddio ha posto i suoi semi più preziosi e segreti, e ogni tanto gemono dalla terra e sorgono su fra questa plebe morta questi fatali giganti a stupefazione del mondo.
Questo bisogna dire, questo bisogna predicare. Quando questa terra d'Italia pare morta, essa invece medita la nuova progenie sua immortale. Quanta magnificenza dell'uomo o di Dio, che è tutt'uno! Come le altre passioni davanti a questa eternità di benèfica forza cedono, nel modo che i monti minori si appianano quando si sale sul monte più alto!
*
Ma i conforti della metafisica e della filosofia, ohimè, sono ben di sovente effimeri e migliore espediente mi parve togliermi dalla suggestione di quel luogo.
— Andiamo? — dissi al giovane.
Salutammo gli abati; e dopo poco ci si scoprì l'altra valle che è quella del Potenza e guarda a mezzodì ed è grande come quella del Musone.
Disse il giovane: — Vedete come si distingue bene il Potenza? Proprio così: quando dopo il temporale si schiarisce il cielo e le nebbie si alzano, la prima cosa che si vede dal fondo è appunto il fiume.
— Adesso — veniva sempre dicendo con la sua voce piana e calma — montiamo per la via di Montemorello e ci troviamo subito di faccia al palazzo. Per questa via (una via deserta fiancheggiata da casupole con la scala all'esterno come in quasi tutte le case campestri della Marca) il poeta veniva fuori di raro per non farsi vedere, perchè je davano del gobbo e a lui je dispiaceva. Ci veniva più spesso d'inverno, perchè qui ce batte il sole anche l'inverno e a lui perchè era ammalato, je piaceva il sole. Lo chiamavano, se non sapete, il gobbetto di Montemorello, perchè questa qui è la parrocchia di Montemorello, anzi c'era un vecchio che si ricordava che quand'era ragazzino, lui je dava in segreto un baiocco perchè lui e gli altri ragazzacci non le gridassino dietro: “il gobbo di Montemorello!„ ed eccoci arrivati: Vedete lì? quello è il palazzo Leopardi, bello, eh? Dovete poi veder dentro! È come una reggia. Ci ha dormito anche il re[1]; e questa è la piazzuola dove ha fatto la poesia del sabato del villaggio che dice che vengono li ragazzi a far chiasso. Adesso, perchè è presto, non c'è nissuno, ma la sera vi sono ancora tanti ragazzini. E quella casetta lì poi è dove teneva il telaio la Silvia; ma il vero suo nome era Teresa, ed era la figlia del cocchiere: la madre e un'altra figlia seguitarono per molti anni a tenere il telaio in questa casa, perchè anche lei è morta presto come quell'altra. Ebbene, lui veniva su quel balcone, lassù, e la sentiva cantare o la stava a vedere a ballare il _salterello_. C'è anche la lapide nella casa.
[1] Vi fu ospitato dall'illustrissimo signor conte G. Leopardi, in occasione di non so quali manovre, un nipote di S. M. il Re ucciso.
Io seguii il braccio della mia guida loquace, fissai e non lessi i noti versi scritti su di una targa di legno di fresco verniciata, la quale era infissa in quel muro antico e scalcinato:
Io gli studi leggiadri Talor lasciando e le sudate carte, Ove il tempo mio primo E di me si spendea la miglior parte, D'in su i veroni del paterno ostello Porgea gli orecchi al suon della tua voce, Ed alla man veloce Che percorrea la faticosa tela.
Non lessi e chinai giù il capo. Ora io non descriverò come i fantasmi di una passione, la quale già fu, possano insorgere e circondare, simili a guerrieri armati: ma soltanto dirò che numerose imagini movevano da quella targa, da quella casetta, da quel palagio e mi opprimevano di uno spasimo che le parole son corte ad esprimere.
— Adesso è tanto che è morta! — disse il giovane con timidezza, quasi per confortarmi, e parea rimorso di aver ricordato cose che mi aveano dato dolore. Ma io allora mi sciolsi in fretta da lui, che rimase assai meravigliato, e in fretta entrai nella chiesa di Montemorello che è lì di fianco: mi venne giù una gran quantità di lagrime. Mi inginocchiai e mi sentii il bisogno di pregare non so chi nè perchè. In quell'ora mattutina la chiesetta era deserta. Ai lati del presbitero due banchi portavano la scritta _Gentis Leopardæ_. Gli occhi dell'anima mia vedevano il giovane poeta esangue, in compagnia della sua austera famiglia, immobile, col bavero del ferraiuolo alla bocca. Si levava l'ostia consacrata fra gli incensi. Tutti si chinavano. Egli pensava invece ad Arimane potente! Ed anche per questo pensiero seguitai a lagrimare. Ora a mente calma le trascrivo queste cose e senza vergogna, benchè sappia che se queste parole dovessero cadere sotto gli occhi di alcuna persona savia alla maniera moderna ne avrei mala ingiuria di anima guasta e offesa.
*
Quelli che studiano ed amano il Leopardi e hanno letto di lui, della sua famiglia e della sua giovinezza tante cose, faranno bene, se queste cose vogliono fissare in modo conforme al vero, di venire a Recanati e visitare specialmente il palazzo.
D'altronde la cortesia e la mente dell'illustrissimo signor conte G. Leopardi — capo attuale della famiglia e nipote al poeta, come nato da Pier Francesco, il minore dei quattro figli superstiti di Monaldo e di Adelaide Antici — è tanta e così compiuta che solo facendone esperimento si può conoscere per intero. Io altro non ne dirò, nè dirò quale è la magnificenza del palazzo, in cui non saprei se sia maggiore il fasto dell'antica casa comitale Leoparda o il moderno e raffinato agio. Anche di quella famosa biblioteca, raccolta, come è noto, dal conte Monaldo e in cui si plasmò la mente dell'angelico suo figliuolo, non è con poche parole possibile dare un'idea. D'altronde moltissimi ne hanno scritto e specialmente nell'occasione del centenario. In quell'anno, poi, venne publicata in Recanati una guida[2], con molte e belle figure, che è specialmente una dichiarazione, semplice e oggettiva, di casa Leopardi. Autore ne è il signor Vincenzo Spezioli di Recanati, che appunto conobbi in casa Leopardi. Libro all'uopo migliore di questo io non saprei indicare.
[2] 29 giugno 1898. _Guida di Recanati_, compilata da VINCENZO SPEZIOLI e pubblicata dal Comitato esecutivo per le onoranze centenarie a Giacomo Leopardi. Recanati, Tipografia di R. Simboli, 1898.
II.
In sella! — Tolentino e le memorie dei garruli vecchi. — _Napoleo Bonapartus_ e le foglie secche. — E ancora fantasmi! — Un fantasma vero. — A Foligno. Per Santa Maria degli Angeli. — Perchè l'anima non muoia. — La bella ostessa d'Assisi. — Un rimedio contro i ciceroni. — Il Pelosino salvatore. — Per monti aspri e selvaggi. — La città morta. — Alla Scheggia: aspro nome, gente gentile! — Sul Catria. — L'eremo di Fonte Avellana. — Gli spilli di Dorina.
— Amico, il tuo metodo è eccellente per romperti il collo: ringrazia il freno che è buono e non hai incontrato birocci.
Così mi disse l'incomparabile ingegner Pasini quando mi potè raggiungere nel piano dopo che io ebbi rotolato per i quattro o cinque chilometri per cui, a giravolte, da Recanati si raggiunge il piano del Potenza.
(Eravamo partiti da Recanati il dì seguente dopo colazione.)
Ma la via, che, raggiunto il fiume, diventa un falsopiano ascendente col fiume, la polvere alta una spanna, un sole — erano le due — feroce, un venticello contrario, dalla montagna, frenarono i miei entusiasmi ciclistici più che non le parole dell'autorevole compagno.
Anzi le cose giunsero al punto che il Pasini osservò che se progredivo di quel passo, avrei finito col fermarmi.
— Io vado piano — gli dissi — perchè osservo attentamente, e prego pur te di osservare come tutte le case campestri hanno la scala che sporge all'infuori: tu capisci che se non si ha in mente questa forma di costruzioni speciali, i versi del Leopardi
Siede con le vicine Su la scala a filar la vecchierella, Incontro là dove si perde il giorno
riescono strani ad intendersi; e poi cerco anche di scoprire la villa di San Leopardo dove il poeta compose il famoso “Elogio degli uccelli„ e la poesia intitolata “La vita solitaria„, che dice:
Talor m'assido in solitaria parte, Sovra un rialto, al margine d'un lago Di taciturne piante incoronato.
— _Mo' va bein là, cinein!_ — sclamò con dileggio il Pasini, il quale (mi ero scordato di avvertirlo) è bolognese, e, come tale, reca attraverso lo spazio ed il tempo il carattere faceto che è proprio di quella illustre e geniale città, insieme al suono giocoso del dialetto natìo, — se tu cerchi un lago da queste parti, perdi il tuo tempo.
— Sarà stato un lago artificiale....
— Se è così, farai bene a venirlo a cercare di gennaio: con questo sole il lago è asciugato: rimangono a pena le pozze per lavare; e poi farai bene a montare un asinello invece della bicicletta. E infine capirai che un poeta non ci mette tanto a battezzare una pozza col nome di un lago.
Le ragionevoli osservazioni del compagno mi fecero accelerare il moto del pedale e così andammo per lungo tempo finchè si giunse ai piedi del colle, o poggio che è più esatto, che conduce a Macerata, l'emula e rivale di Recanati.
Precipitava per la via di traverso un altro ciclista, assai adolescente come vedemmo quando ci sopravanzò di volata. Ma anche lui quando sentì la salita, dovette scendere e si accompagnò con noi. Era partito, povero figliuolo, da Iesi con un gran colletto, cravattone e polsini: ma di tutti questi attrezzi avea dovuto liberarsi nel viaggio, e il suo abito nero era sino a mezza vita diventato candido, come se si fosse immerso in un vaso di polvere di cipria. Di questo era preoccupato. Evidentemente si recava a Macerata non per istudiare o per inseguire dei fantasmi.
Il monte su cui sorge Macerata divide la valle del Potenza da quella del Chienti e noi, lasciata a manca la città, in quella valle scendemmo per una via bellissima, larga e tutta indorata dal tramonto. Delizioso era l'andare veloce fra le verdi piante, i campi fragranti di messi, lungo il placido fiume! Il paesaggio si svolgeva solenne e nuovo davanti alle ruote e un senso di freschezza ci penetrava nel cuore. Quel dì (sopravveniva il vespero) ci fermammo a pernottare a Tolentino.
*
La valle fonda entro cui scorre il fiume, era già piena d'ombre e il grazioso passeggio e il giardino ombrato che precedono la città di Tolentino ci invitarono a fermarci lì.
Alcuni placidi e garruli uomini, di compiuta età, sedevano sul muricciolo e ci accolsero cortesemente come si accoglie nunzio che veloce viene in luogo romito da terra lontana. Parlavano gaiamente di cose passate e ricostruivano al vivo la presa di Ancona, la venuta di Fanti e Cialdini: Lamoricière, Pimodan: che era una ricostruzione della loro vita.
— La battaglia di Castelfidardo avrebbe dovuto succedere qui, ma noi si era stanchi e Cialdini non ci potè più tirare avanti. E sapete dove dovea succedere? Proprio qui vicino al castello dell'Arancia: non l'avete visto, a cinque miglia di qui, quel castello? — così diceva l'uno e l'altro di quei vecchi.
— Quel castello grande in quel prato, vicino al Chienti?
— Sì, quello!
— E sapete, è vero, — disse uno, — che lì ci fu del 1815 per tre giorni la battaglia tra il povero Murat e i Napoletani contro gli Austriaci? I soldati dicevano: “Capita', mo' fuggimmo!„ E i capitani rispondevano: “Aggio ancora a dar l'ordine.„
— E quest'altra la sapete? Dal '15 sino al '60 ogni giorno quand'erano le quattro, che fu l'ora che Murat si dovette dar per vinto, a Tolentino sonavano le campane a festa, e ogni anno, l'1, il 2 e il 3 maggio, esponevano il Santissimo.
— E le stanze dove alloggiò Napoleone del 1798 quando concluse il trattato con Pio VI le andrete a vedere?
— Oh, peccato che il conte Bezzi che è il padrone del palazzo, sia andato con la famiglia a Sant'Elpidio al Mare.
— E non c'è il figliolo?
— E non l'avete visto che è andato via stamattina in bicicletta?
Così dicevano a gara i placidi vecchi, e quando se ne andarono l'un dopo l'altro in fila sui loro bastoncelli, mi promisero che se avessero incontrato il figlio del conte Bezzi di ritorno da Sant'Elpidio, me lo avrebbero mandato all'albergo e avrei così visitato le stanze di Buonaparte.
*
Brillarono le lampadine della luce elettrica e si accesero improvvise e allegre. Quelle lampadine parevano dire: “noi, è vero, siamo qui fra questi monti; ma selvagge e montane non siamo; noi siamo cugine germane di quelle di Milano, di Parigi; siamo sentinelle avanzate della civiltà qui nella solitudine. Il fiume Chienti che scorre lì sotto è quello che ci ha generate.„
L'albergatore della Corona, l'unico alloggio di Tolentino, ci sfilò un pranzo degno, almeno pel nome, di una capitale: antipasto, vitello tonnato, spaghetti, tacchino farcito, e vino — disse — a cui bisogna levarsi tanto di cappello.
Il vino, ambrato e servito in certe ampolle aristocratiche, era da vero squisito e stavamo facendone altri esperimenti, quando l'oste ci introdusse un giovanotto in costume di ciclista.
— Il figlio del signor conte Bezzi, — disse presentando, — e se vogliono visitare le stanze di Napoleone, son qui a due passi.
L'amico Pasini anche qui ricusò l'invito come già per il palazzo Leopardi.
— Io sto al tuo detto: finisco il vino e poi vado a dormire: domattina poi mi racconterai tutto quello che hai veduto.
La casa ha questa iscrizione: NAPOLEO BONAPARTUS A. D. XI K. MART. MDCCXCVIII CUM EXERCITU GALLORUM TOLENTINUM INGRESSUS QUATRIDUUM HISCE IN AEDIBUS MORATUS. LEGATOS PONTIFICIS CUIUS LEGATIONIS CARD. MATTHEIUS PRINCEPS FUIT. CUM PACE DIMISIT.
Li rimandò con una bella pace da vero che gli portò via tutte le Provincie e gli oggetti d'arte per giunta! Quante graziose cose si possono non dire adoperando il latino!
Le tre stanze dove il giovane generale dimorò, sono intatte: egli, se fosse in sua scelta, ci potrebbe ritornare ancora.
Una è in damasco giallo con belle suppellettili e mobili in istile del secolo, quella da letto in damasco rosso con gran letto e enorme baldacchino; ma il letto, secondo l'uso d'allora, è formato da un pagliericcio di foglie di granoturco, sostenuto sui trespoli. In verità non c'era da invidiare il sonno del futuro imperatore.
E mentre io ammiravo e lodavo la signorilità di quelle stanze, così diverse dalle nostre che hanno pur sempre qualcosa della bottega da mobiliere: — Veda, — mi dicea il giovane, — di queste stanze messe così all'antica, con quadri, cassoni da nozze, stoffe, eccetera, qui a Tolentino ce n'erano tante. Adesso non sono rimaste che queste qui per memoria. È stato venduto tutto. Anche noi adesso si vorrebbe vendere: ma capirà, possiamo dare per una bagattella i mobili di Napoleone? E dire che Napoleone III ci offriva una somma! e i miei non hanno voluto vendere! Piglialo adesso! — E quell'egregio giovane si morse l'indice per dispetto. Egli avrebbe venduto non solo i mobili, ma la lapide e il palazzo. Aggiunse per mutar discorso: — Ah, guardi la lettera del generale Berthier!
Curiosa lettera! In essa il generale Berthier con grazia tutta francese e republicana, in nome non so se del Direttorio o della Francia o dell'umanità riconosce l'ospitalità data al Bonaparte: mi pare anche che ringrazi, ma certamente ordina (bontà sua!) che la proprietà e la persona del conte siano d'ora innanzi rispettate!
— Scusi, — mi interruppe il giovane, — vuole un po' delle foglie di formentone dove ha dormito Bonaparte? Tutti quelli che vengono qui ne portano via un pizzico per memoria. Gli Inglesi e gli Americani ne portano via dei pacchetti addirittura, e li faccio pagare, sa? Ma a lei gliele do per niente.
Ringraziai, pensando che di pesi su la bicicletta ne aveva anche troppi.
— Ma allora, — obbiettai, — se ciò dura da un mezzo secolo e più come fa il pagliericcio ad essere così bel gonfio?
Il giovanotto sorrise alla mia ingenua domanda.
— Ogni anno — rispose — si rimettono le foglie nuove, così vengono battezzate con le altre e diventano antiche anche loro.
*
Tolentino è anche la patria di San Nicolò e del Filelfo, due brave persone che non avrebbero turbato certo i miei sonni. Chi li turbò fu il Pasini. Fresco come una rosa, alle tre in punto bussò e mi avvisò che erano le quattro. Ricordo poco del viaggio: una via ascendente fra i picchi dei monti; valli opache; di quando in quando ombre di villani addormentati, che per ismuoverli dal mezzo bisognava coi campanelli destar tutti gli uccellacci dei boschi; e un gran salire, salire sempre per rimontar la valle del Chienti.
— Fatti coraggio, — diceva il Pasini che precedeva zufolando, — adesso la strada è grigia e non si vede che monta!
Quando fui ben desto, avevamo lasciato i luoghi culti: sorgeva il sole e la via lungo il Chienti si addentrava, slabbrata, ingombra di schegge cadute dall'alto, nel regno delle ginestre melanconiche e delle quercie dai grandi tronchi, le quali con le verdi chiome stese a forma d'ombrello ricoprono giù le acque verdastre mormoranti nel mattino.
Per le strade dei rari borghi che attraversavamo, mi colpì spesso il nome di “Via Giacomo Leopardi„, ed io mi arrestavo vinto dal fascino di quel nome che spandeva una effusione di gloria: “Sì, — pensavo, — meglio è che tu viva qui, fra le ginestre, i monti selvaggi, gli armenti, le acque che fra gli uomini della civiltà superba e crudele!„ Ma Pasini mi sospingeva innanzi senza alcuna pietà per i miei sogni.
Il paese di Serravalle è l'ultimo delle Marche; dopo la via prende di petto il monte, s'entra nell'Umbria e non c'è Pasini che tenga, ma bisogna scendere di sella. Il sole sferzava la via: ma come dopo un'ora di ascesa in alto giungemmo — o dolce vista! — ci si aprì un piano, o meglio un altipiano, l'altipiano di Colfiorito, tutto cinto di monti minori.
Lago dovea essere un tempo, e di fatto anche ora rimane un terreno paludoso, che poi costeggiammo, ricoperto di grandi e livide foglie acquatiche. Pel vasto, selvaggio pianoro, biche di frumento, mandre di buoi e cavalli che di Maremma qui vengono a passar l'estate, per ritornare poi alla pastura di Maremma l'inverno. I pastori sono barbuti e ravvolti di pelli caprine ed hanno con sè grandi e fieri cani.
Il vento che ci sferzava di dietro, fece sì che i sei chilometri del pianoro li volassimo senza toccar pedale per la via che vi serpeggia come un nastro sottile.
Avanti! avanti! Dacci di sprone, allenta la briglia, Che in un momento farai cento miglia!
ci cantò dietro uno di que' pastori.
Ecco finisce il piano: e per giungere alla casa cantoniera che segna la cima dell'Alpe bisogna ancora salire.
*
Io per me scesi di sella, ed ecco per la bianca via veniva giù una figura nera. Era una donna scarna, scalza, col capo grigio, scoperto, vestita di nero: al collo, al fianco le pendevano medaglie, scapolari, corone così che ad ogni passo ella suonava tutta.
La strana apparizione adocchiò proprio me: mi ordinò con certi cenni di fermarmi. Io mi fermai e la pazza allora parlò. I pastori che videro, scesero un dopo l'altro anch'essi dai greppi e si accostarono per udire, senza aprir bocca nè sorridere. Alcuni si stesero col ventre a terra e uno si teneva su col palmo della mano una gran barba lanosa. I cani aveano mutato posto anch'essi.
Ella parlò credo per più di una mezz'ora gridando e gestendo e il vento veniva e portava via quelle ardenti ed ebre parole. Ed io pure l'ascoltai e il perchè non so: forse perchè la pazzia ha certa similitudine con la completa e ideale saviezza, e forse ancora perchè il ritornare allo stato primitivo e selvaggio della ragione si ridesta talvolta in noi come un istinto.
Oh l'immensa e immane ascesa dei secoli per giungere alla civiltà, come noi la chiamiamo! Ma come l'orso ammaestrato balla e cammina sui pie' deretani e appena può si butta giù prono e grugnisce, così anche noi sentiamo talvolta la voluttà del ritorno alla vita antica e libera di umane belve. Questo talvolta io almeno sento, e ciò forse mi rende stranio e timido alla vita progressiva e civile.