Piccole storie del mondo grande
Part 4
— No, veda: — disse la giovane — il maggior sfogo lo ha fatto ieri a sera mentre parlava con lei: forse lei non se ne sarà accorto; me ne sono bene accorta io e non ho chiuso occhio tutta la notte! Se egli mi desse a conoscere qualche cosa, io ne sarei quasi lieta: si verrebbe ad una spiegazione: ma di provocarla io non mi sento il coraggio: ho paura di scoprire quello che temo. Egli infine è troppo gentiluomo per dirmi anche in bel modo: “questa vita mi annoia, io aspiro ad altro„: accetta lo stato di cose che ha trovato qui....
— Allora mi spieghi come passa Leuma qui il tempo, che pure deve fuggire assai lentamente.
— Nel modo più stravagante, — disse Lia sorridendo, — almeno per uno che era tanto amico degli eroi e delle cose ideali. Vuol vedere? questo è un giorno buono. Venga con me.
E Lia calò le tendine di rosa: nella stanza solitaria i libri rimasero soli: i grandi libri che vivevano la loro vita immortale e dall'alto della scrivania guardavano i giornali e i tanti altri libri comperati da Lia, i quali morivano senza nè pure essere tagliati.
Lia richiuse a chiave la porta di quel piccolo cimitero.
Uscirono dalla villa e Lia precedeva speditamente fra le cataste delle asse e dei tronchi.
— Le assicuro, signor onorevole, che chi vuole tener dietro a tutta questa roba — diceva indicando — non ha tempo da perdere, anche se il giorno è lungo. Adesso poi che abbiamo anche i bachi da seta, è un da fare!
Intanto erano giunti lontano dalla villa, dove si apriva un cancellaccio: quivi era una fila di carri con su dei pesanti tronchi, e molti lavoratori a gran fatica li scaricavano, ed erano attaccati ai carri de' muli lucidi e membruti, i quali facevano di tanto in tanto scintillare le selci e scotevano le sonagliere e le code di volpe dalla cavezza. Manifestamente gli uomini e gli animali erano abitatori del selvaggio Appennino. In mezzo a questo lavoro Astese trovò Leuma, non in atto di chi mediti un'elegia, ma di chi comanda, e in termini non vaporosi, ma significativi ai suoi operai.
— Bravi, dove vi siete andati a nascondere? Tua mamma ti cercava poco fa col piccino che non vuole star quieto. — Così disse Leuma venendo loro incontro con un viso allegro come quel mattino di giugno. — E tu hai dormito bene, onorevole? — e dopo alquanto parlare, aggiunse: — La sai, Lia, la bella nuova? domani bisogna andare in Garfagnana, o tutt'al più dopo dimani: tu, Astese, vieni con me e vedrai che luoghi, vedrai come è bello il nostro Appennino! Non dir di no: Senti che bel programma ti faccio: stiamo fermi lassù due giorni, il tempo per sbrigare un certo affare di asse e di legna e tu vedrai quello che non ti sogni nè meno, e sentirai quello che nè pur credi: ti basti questo che lassù lo ricordano ancora l'Ariosto e il Tasso e lo cantano a memoria. Poi gusterai delle colazioni con certe trote pescate in un laghetto, e viene un appetito con quell'aria fina!... domanda un po' a Lia che v'è stata.
Lia allora spiegò ad Astese che lassù il babbo ci aveva un bosco e una segheria fra certe schegge rupestri fra cui casca un torrentaccio che muove la segheria: tutto al primo vedere pare il soggiorno delle streghe, ma a farci l'occhio si trova che è assai bel luogo, di gran frescura l'estate, e che buona è la gente come non certo al piano. Ella con Leuma ci era rimasta più di una settimana lo scorso agosto.
— Leuma — aggiunse ancora Lia — è entusiasta di quei luoghi, ed ha ragione: ma io sola non ci resterei. Veda, quando viene la sera, tutti quegli alberi intorno alla casa si fanno più neri e più grandi e stanno lì con tanto silenzio che proprio si pensa che da un momento all'altro si devano muovere e parlare cose misteriose che sanno loro soltanto. Queste sono sciocchezze, io lo so...., io lo so; e sa anche di che cosa avevo paura? Che ogni momento venisse fuori un brigante.... Sono cose da dire? e pure è così....
— La nostra Lia è un pochino paurosa.... — avvertì Leuma.
— E prima non lo ero, veda, onorevole? da ragazza avevo un coraggio che lei non può credere, e adesso che ho marito e il bambino, mi sono fatta paurosa. Lo sa lei perchè? Io vorrei correggermi, io me ne vergogno, e non sono buona: vedo fantasmi da per tutto!
— Tu però — disse Leuma — non hai raccontato al nostro amico che se la sera è piuttosto melanconica, le mattinate invece sono stupende....
— Oh, questo sì! — disse ancora Lia con voce quasi di canto — la montagna, lassù, al mattino, è proprio incantevole. Ecco, dispiace a pensare che verrà un giorno in cui bisognerà morire! E ha osservato anche lei che è proprio quando più sentiamo di vivere che ci viene in mente quell'altra brutta cosa? Ma non parliamo di questo. Lassù, la mattina, quando si vede il sole, vengono fuori dalle frasche tanti uccelli che non si crede proprio che ce ne devano essere tanti; e bisogna dire che a cantare e a volare provino un piacere che noi non sappiamo, perchè sembrano pazzi, pazzi, le dico, ubbriachi di cantare e di amare.... Noi spesso siamo stati lungo tempo a sentire quella musica che evaporava dai boschi, sotto il cielo sereno!
— I poveri animaletti — disse Leuma — hanno abbandonato queste pianure, dove si fa una caccia spietata, e si sono rifugiati lassù. Del resto — aggiunse con più grave voce — non sono solamente gli uccelli che hanno emigrato in alto, in via cioè di fuggire, forse per sempre! Anche qualche cosa della nostra Italia si trova soltanto lassù. Per esempio, senti questa: una volta abbiamo incontrato una vecchia che non sa nè anche cosa sieno le lettere dell'alfabeto e questa diavola non mi tira fuori la canzone “Vergine bella che di sol vestita„ del Petrarca? la diceva a suo modo, ben inteso, ma dovevi sentire che voci, che musica dava ai versi: come una preghiera! Lo credi che mi veniva da piangere? Ah, se vieni lassù ti voglio far conoscere un marangone, vecchio ancora quello; non ha mai studiato disegno, non ha visto mai niente fuori delle sue montagne. Bene, lo credi? nei giorni d'ozio ti disegna e fa dei mobili del più puro gusto del quattrocento. È come una sopravvivenza di quell'innato senso del bello che un tempo c'era in noi, nella nostra gente. Ora in nome di un presunto positivismo si tende a demolire anche quello, gli iconoclasti! i lugubri seppellitori dell'Idea! a patto di rimpiangerla domani quando la vedranno risorta a generare la vita presso altre nazioni! Insomma quando si pensa al tesori di una natura inesauribile che avrebbe questo popolo italiano e che noi non sappiamo sfruttare, anzi non conosciamo nè meno, viene addosso un grand'avvilimento. Noi potremmo essere i più ricchi, i più felici, i più umani e geniali popoli dell'Europa, e invece!... Bisogna vivere qui in questi comuni e in queste campagne dell'Emilia! Io ne so qualche cosa perchè, senza volerlo, mi trovo in mezzo alla baraonda di un povero comune dissestato. C'è del malcontento, qui, del guasto, dell'odio cieco e profondo, dell'ignoranza tanto più terribile perchè è a base di alfabeto, di diritti e d'istruzione: par di sentire degli scricchiolii di passioni selvagge, come nel ghiaccio quando sta per rompersi. A chi dar ragione? a chi torto? Ti confesso che non lo so nè anche io e non so più con chi prendermela, forse un pochino con voi altri che scrivete libri e che fate i discorsi; poco savi gli uni e poco belli gli altri. Press'a poco come facevano in Atene, ai tempi antichi, con la differenza che loro andarono in malora facendo almeno dei discorsi esemplari e delle poesie belle. Ebbene, questo è il mio posto di combattimento: umile posto ignorato, eppure mi trovo contento di questa nuova battaglia che combatto: ma la mia piccola Lia, vedi, Astese, mi assedia con tutti i libri e con tutte le poesie che si stampano. Ella pensa, nel suo amore, che io sia un grande ingegno, una tempra d'eroe che si deve ancora manifestare. E forse un tempo fui io stesso ad alimentare nel suo ingenuo cuore così fatta illusione di me! Povera Lia! Non la ho più questa ambizione. Se ne avessi una, se sapessi che l'opera mia di uomo può giovare a qualche cosa, sarebbe di fare un po' di bene pratico, di portare fra questa gente un po' di evangelo di buon senso e di giustizia, di fare che questo lavoro umano non cada, come quasi sempre, tra una lagrima e una maledizione.
— To', _dame un baso_! — disse Astese commosso, — benchè.... benchè.... benchè....
— Benchè cosa? — disse Leuma sorridendo.
— Benchè — disse Astese — tu oggi, pur essendo _tantum mutatus ab illo_, ti conservi sempre un idealista. Sposina Lia, sposina Lia, — interruppe poi volgendosi alla donna che coi begli occhi lieti di inaspettata sorpresa guardava il compagno della sua vita, — si attendeva lei così chiara e sùbita dichiarazione? Se a questo ha giovato qui fra voi la mia venuta, essa non fu inutile, vero, sposina? Un'idealità eroica c'era pur sempre nell'animo del suo sposo! Ma via! Sia benedetta questa nuova idealità. Sì, forse, hai ragione tu ed io ho torto. Io partendo dal positivismo della vita, sono giunto ad essere, per mo' di dire, un abile aritmetico della vita. Conosco i numeri, ma forse trascuro gli zeri che in sè non sono nulla; ma sono essi che danno il valore all'esponente del numero. Tu invece, attraverso il cammino dei nobili sogni ti sei più di me accostato alla verità. In questo caso esso è un compenso che gli Dei concedono alle loro creature predilette in premio del patimento dei sognati fantasmi....
— No, amico, non sono gli Dei, — disse Leuma, — ma è quest'anima cara, questa nostra Lia, che senza saperlo mi ha tolto dal labirinto delle inani ambizioni ed ha procurato la resurrezione della mia anima. Soltanto dopo o insieme all'esperimento di una vita utilmente spesa si può cominciare a scrivere il libro di carta. Ma, credi, il libro di carta, utile e necessario, deve essere di altro genere di quelli che tu mi comperi, Lia, e credi anche che per crearlo con il balsamo dell'immortalità bisogna fare il sacrificio delle cose più care; proprio come fanno i nostri piccoli bachi che quando salgono il calvario del bosco per formare il bozzolo, sanno che devono lasciarci la vita. Vero è che dopo risorge la farfalla!...
— La tua farfalla eccola che viene! — disse interrompendo l'onorevole Astese, perchè mentre Leuma così parlava, comparve il bambino in braccio di una fanticella, ed era a vederlo come una candida visione, con i suoi occhi sgranati e con la sua bocca aperta di vecchierello sdentato, nel florido volto: e si gettò in braccio alla madre.
Erano giunti al giardino degli alti gigli e si sedettero sopra un sedile.
— Bambino, piccino, topolino, birichino, — disse Leuma vellicandolo gaiamente col dito nella fossetta della gola.
— Ecco, amico, il libro di carne, — disse Astese indicando il piccino e Lia, — che tu hai aperto dopo aver chiuso quello di carta. Lasciamelo dire ancora, gli Dei non potevano compensare con un dono più concreto il lungo sognare della tua giovinezza....
— Ma insomma, — disse Lia, — invece di fare tutta questa filosofia, ci dica: viene sì o no in Garfagnana? Lo sa che io la considero adesso come un amico? che mi ha levato una gran spina dal cuore?
— Perchè? e quale spina potevi tu aver mai? — chiese Leuma.
— Te lo dirò, te lo dirò — rispose Lia commossa — : dunque venga con noi in Garfagnana!...
— Ah, sposina Lia, altro che venire in Garfagnana....! Ma ad una condizione.
— E quale, signor onorevole?
— Che io avessi dieci anni di meno, e lei, sposina, una sorella di più.
IL CUORE DEL PASSERO.
Io non lo negherò menomamente.
Ogni volta che tornavo a rivedere quella vecchia mia casa, il passero chiuso nella gabbietta, sul grande muro giallognolo della scala interna, per me rappresentava qualche cosa di sacro per la dimora, quasi come il quadro dello squallido Cristo che pendeva sotto la gabbia.
Il passero era una specie di _deus indiges_ vivo, di piccolo genio domestico, sebbene poco canoro. Qualche trillo ogni tanto: _ci, ci!_ ogni tanto quando il sole giungeva con la sua freccia a saettar di oro la vecchia gabbia: _ci, ci!_
Il sole si alternò con le nevi dell'inverno: l'autunno doloroso, pieno di morte cose, declinò per il fuggitivo anno. Poi le tenui parietarie che coprivano il muro dell'orto, si confortarono di verzura e di fiori al tempo novello.
Di giugno la madreselva olezzò: i grappoli odorosi caddero come cadono le più durevoli cose. Questa vicenda era avvenuta nove volte, cioè nove anni si erano fuggiti da che il passero pendeva alla parete.
Ogni tanto, nel silenzio della casa, si sentiva uno sgretolio: era il passero che sgusciava il chicco di miglio o la sementina secca del melone.
Ogni volta che io ritornava a casa da lontane città (triste oggi e laboriosa, oltre il volere di natura e di Dio, si è fatta la vita) non potevo a meno di chieder novella del vecchio passero nella sua gabbia.
— Sempre vivo? — domandavo.
— Sempre vivo, figliuolo! — rispondeva la cara mamma.
*
Quella bestiolina mi richiamava alla memoria cose dolci e svanite di molti anni fa. Quel passero io lo avea raccolto nove anni prima in una città lontana. E fu così: Una sera d'aprile, camminando lunghesso le muraglie, sento cadere qualche cosa davanti a me. Era un passero da nido, ancora implume, caduto giù dal tetto inavvertitamente.
Lo raccolsi, lo nutrii, lo curai.
Visse.
Nella città lontana, dove allora dimoravo, nella stanza sola, mi teneva compagnia. Ricordo: c'era un corridoio con molte vetrate battute dal sole. Il passero stava nel corridoio e lo percorreva tutto in cinque o sei salti. Ricordo ancora: cadendo dal suo nido, certo si era rotta una zampina: io gliel'avea curata, ma era rimasta contorta.
Un giorno ritornai al mio paese e portai il passero a mia madre: ella ne ebbe cura; io me ne dimenticai. Altre cose si dimenticano oggi! Pure ogni volta che dalle mie peregrinazioni ritornavo a casa, domandavo:
— È vivo?
— Vivo quel rusticone, — rispondeva la cara mamma. E al mattino cullandomi nel sonno come avviene di chi dopo lunga dimora altrove si compiace del letto e della casa paterna, udiva uno starnazzar di alucce, un — _ci, ci!_ — breve. Certamente era il sole che andava a visitare quella sua creatura prigioniera, o era lei che intuiva la luce d'oro per naturale senso di amore.
*
Ora come avvenne? come fu ieri?
Io ne sono profondamente afflitto, ma avvenne così come adesso racconterò.
*
Bisogna sapere che ero giunto da un lungo viaggio: mia mamma sapeva che dovevo arrivare e mi avea ammannito uno di quei desinarini come sanno fare le mamme: vivande condite di amore!
Che piacere ritrovarsi in casa propria dopo tante notti passate negli alberghi! che gioia poter stendere le gambe sotto il proprio tavolo, su cui pende la solita lampada: e le stoviglie vi danno il benvenuto.
La cucina era in festa: e il focolare splendeva vivamente.
Quando non ci sono io, un pentolino basta per la mamma e per la fantesca.
Al pentolino bada il gatto: la fantesca dice le sue orazioni.
Ma quel giorno era venuto io e la cucina era in festa. L'arrosto girava sul treppiede; la pentola bolliva con allegro borbottio, gli aridi tralci crepitavano ed anche il sole si era messo d'accordo, chè, dopo tanti giorni di pioggia, riluceva.
Su la tavola era stesa una bella tovaglia, con le ampolline, il vasetto de' carciofini nell'olio, da mangiare col lesso, riserbati per le occasioni solenni: facevano inoltre bella mostra di sè una torta di marzapane su di una guantiera, due bottiglie di vino, di quelle che non si toccano per dei mesi e mesi e vi possono raccontare come fanno i ragni ad intessere le lunghe tele e descrivere le scorribande e i vani assalti dei topi nelle cantine.
C'erano le mele siroppate nel mosto, c'era l'uva dell'ultima vendemmia, c'era il ramo secco dell'ulivo, appeso al muro: memoria dell'ultima Pasqua.
Pensare alle trattorie, dove su le tovaglie grinzite muoiono le ultime mosche, e il cameriere al grave odore della cucina si assopisce col mento ispido su lo sparato sudicio; pensare agli acri mangiari in quelle mie peregrinazioni! Come tutta scintillava di pace benigna la gran tavola della casa!
— E il vecchio passero sta bene? — domandai posando la mano su la spalla della mamma che stava dando un'ultima occhiata all'arrosto, su cui il fuoco lento avea disegnato larghe chiazze brunite.
— Bene come un papa! — ella rispose. E il passero in quell'istante, come per rispondere direttamente alla domanda, fece — _ci! ci!_ — perchè certo un raggio di sole era giunto sino alla sua gabbia.
— Di mezzogiorno ci batte il sole perchè canta? — domandai.
— A mezzogiorno arriva sino a lui e allora fa due o tre stridi; poi non si sente più tutto il giorno. È un rusticone!...
*
Il pranzo fu lieto da principio, poi volse a tristezza, giacchè non sempre il vino desta gioconde imagini. Eravamo noi due soli, come da tanti anni. Si parlò di molte cose passate, e ciò avvenne naturalmente per la ragione che tanto per la mamma come per me l'avvenire si è chiuso e ben sappiamo che cosa ci è dato in ventura.
Ciò toglie forse lietezza, ma in verità non aggiunge timore. La via è segnata almeno così. Trascorra almeno con la benedizione del Signore e con la coscienza di non aver fatto piangere nessuno!
Si parlò dunque del passato: profili dolci e melanconici di chi non è più, sorgevano evocati attorno a noi, come volessero assidersi alla antica mensa.
Vero è però che quando la coscienza è in pace il parlare dei morti e coi morti non dà sconforto nè tristezza.
*
Le due bottiglie erano vuotate, io le avea ben vuotate: un bisbiglio sommesso e accorato veniva dalla cucina: era la vecchia fantesca che avea finito di accudire alle sue faccende e avea cominciato la lunga interminabile serie delle preghiere vespertine.
Il passero fece: — _ci, ci!_
— Oh si sveglia, — fece la mamma.
Poco dopo una zona di sole che fasciava la stanza, si affievolì languidamente, poi si ritrasse come luce che vien meno.
Un ritratto mio di quando era in collegio a Venezia pendeva dalla parete: era un gruppo di tutti i convittori insieme ai maestri. Lo avevamo fatto — ricordo benissimo — il giorno prima della licenza Liceale. Che bel giorno di luglio fu quello! Quante melanconie, quante lagrime, quante speranze, quante non conosciute tristezze in quegli anni di collegio, otto anni, passati lontani dalle carezze de' miei genitori! Io non ci volevo stare in collegio: fuori delle inferriate della mia stanza si vedeva la laguna lucida e azzurra, infinitamente triste quasi sotto un'oppressione di storie e di memorie, con l'isoletta in fondo dove è il cimitero, irta di melanconici cipressi che sporgevano su dal muro rosso di cinta. Aveva un nome l'isoletta: ma lo ho dimenticato! Oh, che spasimo per tutto il cuore, che frenesia di libertà, che nostalgia di te, cara mamma, e di lui che non c'è più! Io glielo dicevo, glielo scrivevo con le lagrime: “portami via dal collegio!„ e lui in quelle sue lettere così sobrie, così pure di schiette italiche forme, così buone, mi diceva di pazientare, che era per il mio bene, il mio avvenire: la mia gloria, la sua gloria.
Povero babbo! Ben poco tempo si visse assieme per fabbricar questo sognato avvenire per cui tu lavorasti a morte, per cui io vissi schiavo tanti anni e furono gli anni migliori!
Eppure, che fremito di libertà quel giorno....! Che impazienza lagrimosa di uscire da quel chiostro, di prendere la vita come si afferra una vergine donna, di berla, di goderla quella vita che, finalmente, ci si affacciava a diciotto anni!
*
E come me, gli altri. O pure fronti giovanili, o vivaci pupille! Molte, ora, sono spente e gran mora di terra le ricopre: molte, ora, sono curve sotto il lavoro maledetto.
Ah, vecchio e savio maestro di filosofia, quel giorno che noi si andò a farci quel ritratto e si correva per le calli e su per i ponti, come un branco di selvaggi alla battaglia, ci seguivi anche tu, c'eri anche tu con noi, vecchio dalmata savio, e una lagrima cadde dalla tua pupilla, ma la tua parola non ne fece il commento: le tue parole non furono se non dolci per noi e piene di speranza. Ma la lagrima voleva dire: “anche su le vostre spalle sarà messo il basto, e chi non avrà il peso su le spalle lo avrà forse su la coscienza, che è peggio„; ma tu non ce l'hai detto. Tu ci guardavi melanconicamente nella nostra giovinezza, inconscia delle cose future, non in diverso modo che io vidi un cavallino puledro giovaneggiare in mille salti accanto alla giumenta piena di guidaleschi, la quale guardava il suo nato con occhi pensosi. Anche per lui il padrone a suo tempo avrebbe preparato la soma.
Il passero fece ancora una volta: _ci, ci._
— Ma si sveglia il sornione: si vede che sa che tu sei tornato e ti fa festa! — disse la mamma.
— No, mamma: avete fatto male a chiudermi in collegio, — dissi come conclusione di un lungo discorso. — Avete fatto male: i miei anni di libertà non me li potete più dare indietro!
— Va là, figliuolo, o dentro o fuori, — disse ella tranquillamente, — è tutto un collegio. Almeno così ora hai da vivere.... e da provvedere alla tua vecchia mamma!
— Così è, così è! Meno male! — io le risposi e le diedi la mano e lasciammo la stanzetta terrena che era buia oramai e salimmo le scale interne che conducevano alle stanze.
Nell'anticamera, dove era appeso il passero, batteva bene il sole tuttavia.
*
Mia mamma era solita ogni dì, dopo il pranzo, accostarsi alla gabbia e dare un paio di sementine sbucciate al vecchio passero: il quale graziosamente le pigliava, e poi ella si ritirava nella sua stanza.
Così ella fece anche ieri: ma il passero vedendo una faccia nuova, esitava ad accostarsi e torceva il collo e la testolina con quell'occhio luminoso come capocchia di nero spillo, per vedere chi ci fosse oltre la mamma.
— È il tuo padrone: è il tuo padrone, vecchio passero: to', mangia le sementine!
Così ella disse e fece, e poi si appartò nella sua stanza, una stanza tiepida e senza rumore che dà su di un orticello abbandonato: e il sole dalla finestra entra e fa risplendere i molti santi ed i cari profili dei ritratti di chi è lontano; oh, tanto lontano che non ci si può arrivare per quanto si viaggi e per terra e per mare: pure tutti un giorno ci arriveremo là lontano senza viaggiare. Forse ci rivedremo anche!
Mia madre, seduta in una gran poltrona, legge certi suoi romanzi della vecchia scuola: versioni inverosimili di vicende anche più inverosimili. Un romanzo della buona arte simbolica o psicologica non sono mai riuscito a farglielo finire.
— Sarà scritto bene, figliuolo; ma è troppo difficile e vi sono troppe melanconie: ne ho tante io!
Legge anche i giornali; ma di questi cura in speciale modo le vicende dei re e dei principi coi quali è in molta dimestichezza. Ne sa le genealogie, le parentele, i maritaggi; cos'ha fatto quello; cos'ha fatto quell'altro.
Quando è incerta, si rivolge a me e mi domanda: — Chi è quella Guglielmina? è la figlia del re tale? Come va allora che non si sposa? Dovrebbe sposare il tale principino. E quel re X*** cosa fa che non viaggia più? —
A queste domande io so rispondere ben poco: — Gente che ha buon tempo, mamma! — rispondo talvolta per levarmi d'imbarazzo.
Anche ieri, come ho detto, ella si ritirò nella sua stanza. Io rimasi solo presso la finestra, vicino alla gabbia del vecchio passero.
Io ebbi la voglia di rinnovare la antica conoscenza con lui. Diamine, eravamo vecchi amici! Gli dicevo: “Vi ho raccolto per la via implume, signor mio! vi ho sottratto ai monelli che vi avrebbero ucciso, al gelo, alla fame; vi ho curato, allevato, nutrito! Pagate ora il debito di riconoscenza che avete col vostro signore e padrone. Vi ricordate quando facevate: _ci, ci!_ nel corridoio luminoso, nove anni addietro, e mi saltavate su le spalle?„
Io misi la mano nello sportello, la mia grossa mano che riempiva tutta la gabbietta, e le cinque mie dita violente afferrarono dopo breve contesa la piccola bestiolina, e me la accostai alle labbra.
Il cuore del passero batteva.