Piccole storie del mondo grande

Part 3

Chapter 33,994 wordsPublic domain

Ella parve studiare sul mio volto l'effetto che produceva in me, e il mio silenzio e il mio turbamento dovettero corrispondere alla sua aspettazione perchè il sorriso meglio le si spiegò sul caro volto, e aggiunse:

“Questa mattina è venuta la sarta, signore, e mi ha portato quest'abito da viaggio.„

Lia era scomparsa e ne era venuta fuori una signorina tutt'elegante. Però guardandovi, ritrovai ancora qualcosa della piccola Lia: la nota dell'adolescenza non era sfumata anch'essa. Un cappello di paglia di Firenze, semplice come quello di un'educanda, ombreggiava sotto il sole del giardino un volto di una purezza incomparabile. Un abito chiaro modellava tutta la persona, la quale era sbocciata nella sua femminilità: e io sino allora non me ne ero avveduto. I gigli del giardino parlavano un profondo linguaggio e il profumo dei grandi calici bianchi si confondeva col profumo delle sue vesti e della sua persona in un'affermazione quasi mistica della vita: questa vita che è bella e che è eterna. Il cuore mi si mosse come non mai, e cominciò a battere tempestosamente.

“Io spero, signore, — disse Lia, — che anche quest'ombrellino sia di suo gradimento.„

Io non risposi nulla.

Lia proseguì: “Lo sa, è vero, che il treno arriva alle undici?„

“Ben per quello che son venuto;„ dissi finalmente.

“E la valigia?„

La guardai con sorpresa, poi dissi:

“Ma chi le ha detto che vengo anch'io? io le ho fatto l'itinerario, ma non le ho mai detto che sarei venuto in Brianza.„

Allora fu lei a guardarmi, poi cercò di ricordarsi, poi disse con molta semplicità, senza segno dell'impazienza che la pigliava quando si ostinava a volere una cosa:

“Sarà benissimo, come lei dice, ma proprio ero così convinta che si doveva fare il viaggio assieme, che forse per questo non gliene ho mai parlato.„

Allora io, facendo il maggior sforzo su di me stesso, cominciai con un “Sia ragionevole, signorina Lia„ a parlare di me, del mio avvenire, dell'impegno preso, dell'andata a Vienna, e certo ella ne era persuasa perchè non obbiettava alcun ragionamento, ma le labbra le cominciarono a tremare e dalle pupille si formò visibilmente una lagrima che corse su le palpebre: vi si fermò sospesa, cadde e lasciò posto ad un'altra; e il mio discorso persuasivo terminò allora contro la mia intenzione con questa domanda:

“Ma non è un capriccio puerile il suo?„

Lia scosse la testa con profondo diniego.

“Ma ha proprio tanto desiderio della mia compagnia?„

Lia affermò vivacemente.

“Ma il babbo e la mamma che cosa penseranno?„

“Loro sanno che lei viene.„

“Ma chi l'ha detto a loro?„

“Io, oh bella!„

Per non fartela lunga, Astese, dopo dieci minuti avevo preso la valigia, destinata ad accompagnarmi a Vienna. Io stesso mentre vi riponevo le robe, mi domandavo: Ma cosa faccio? ma dove vado? Il fatto è che sono andato anch'io in Brianza. Ora senti questa e poi è l'ultima, che è tardi e domattina mi devo levar su presto. Dunque il treno dovea partire alle undici; un treno omnibus che fa servizio di merci, figurati, e sta fermo una buona mezz'ora alla stazione. Non so come ci siamo trovati per un momento soli nello scompartimento di prima classe, io e lei. Il babbo, mi pare, stava facendo i biglietti e la mamma parlava nella saletta d'aspetto con una signora: fatto è che eravamo soli.

“Adesso mi leverò il cappello se no si sporca tutto,„ disse Lia; e posò la pamela sopra la reticella, e poi si mise tranquillamente a guardare dal finestrino dalla parte dell'ombra come se da quella apertura ambulante del treno si fosse già cominciato a scorgere qualche cosa del vasto mondo che ella desiderava di conoscere: si sentivano al di là della siepe cantar le cicale nel silenzio dei campi che mandavano dei bagliori di oro, giacchè il grano non era stato mietuto. Indovina a cosa pensavo? Pensavo a quello che i greci dicevano a proposito delle cicale, cioè che sono divini e melodiosi animali. Mi pareva che avessero ragione quegli antichi umani, e cioè che intendessero il mondo della natura diversamente e con più felicità di noi. Cose leggiere, liete e misteriose esistono nel mondo che noi non sentiamo perchè sono oppresse dalla nostra guerra umana e dalla nostra tristezza! A questo pure io pensavo. Mi interruppe la voce di Lia che domandava:

“Dopo Milano si vede subito la Brianza?„

Io non so che cosa risposi.

“Anche il Po deve essere un bel fiume, è vero?„

Io non so: io non vedeva in volto a Lia perchè lei guardava dal finestrino e col dito accennava come se vi fosse stato il Po e la Brianza: io non so, ma veramente mi sentii tirar giù verso quella capigliatura che evaporava la sua giovinezza sfuggita alla bara, e parea quella di un paggio antico ed era sotto di me, e la baciai, ma pianamente che non credeva nemmeno che Lia se ne fosse accorta. Invece Lia si accorse, ma non si scosse come se il mio bacio fosse stato una cosa attesa da molto tempo: disse soltanto: “Cosa fai?„

Poi mi si rovesciò addietro, con la testa, e vidi i suoi occhi verso di me, le sue labbra verso di me. Il resto pensalo tu, Astese, e andiamo a dormire.

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Così terminò Leuma il suo raccontare, chè la luna più non passeggiava su le cime dei pioppi, ma era trionfalmente salita nel cielo.

*

Astese anche nel nuovo letto, fra le lenzuola fresche di lavanda, si addormentò del sonno del giusto. Però verso il dilucolo, la leggerezza del sonno fu attraversata prima da un suono come di sonagliere e di ruote, un suono allegro quale di diana alpestre; poi da un vagito di bimbo che pareva un richiamo alla vita, infine quando la luce segnò la croce della finestra, dal canto di un gallo con un sentimento di aer sereno: suoni non sgradevoli che lo cullarono come in un sogno e fecero scendere quell'onorevole giù in un secondo sonno, dal quale lo svegliò una voce, questa volta distinta, la quale disse:

— È permesso?

Era la signora suocera che, con cortesia campagnola, venìa ella stessa ad aprir la finestra e a portare il caffè.

— Ma è ben tardi, — disse Astese quando vide la luce calda del mattino che ebbe invaso la stanza.

— Oh, stia zitto — disse con rincrescimento la signora — che abbiamo avuto tanta paura questa notte che il bambino la disturbasse: sì è svegliato due volte il birichino, perchè adesso lo teniamo noi la notte il bambino, perchè, veda, adesso lo svezziamo dal latte.... ma se vede la sua mamma non lo tiene più nessuno. Ci vuole una goccettina di rum o di mistrà?

— No, è eccellente così; — e l'onorevole Astese con il cubito nel guanciale e la mano fra i fini capelli, sorbiva, con aria di sibarita, il caffè che mandava il suo fumo nella stanza piena di sole.

— Ma pensi che lo ha allattato lei....

— Ma cosa la mi conta! — si credette in dovere di esclamare l'onorevole, il quale, dottissimo in molte scienze, poco si intendeva dell'allattamento dei bimbi.

— Ma sicuro! — proseguì trionfalmente la signora — oh, tutta la gente se ne faceva le meraviglie, se sapesse, e ci dava degli imprudenti: io poi! Tutti a dosso a me: io invece voleva prendere una balia, per tante ragioni, prima per lei: capirà bene; era una bambina: appena diciotto anni! eppoi anche per il piccino perchè, lei non lo saprà perchè è scapolo, ma le donne di primo parto hanno latte scarso: ma non ci fu verso.... “Lo voglio io, lo voglio io il mio piccino, non me lo portate via, se no muoio.„ E glie lo abbiamo dovuto lasciare, sa?

E noi, imagini con che cuore, si stava in pena, e si guardava pian piano dal buco della serratura; lei in letto con la testa giù, e vicino una cosettina che si muoveva che pareva, sa? uno di quei piccoli gattini: stavan lì tutto il giorno tutti e due, soli; non si sentiva un sospiro. Lei dirà che è stata un'imprudenza, che lei si è ammalata, che il bambino ha sofferto? Macchè! Ha fatto i suoi quaranta giorni di letto e poi si è alzata, e poi lo vede? ha patito il piccino? ha patito lei? proprio vero come dice nostro genero, lui lo dice in latino ed io glielo dirò in italiano: “Va ben dietro alla natura e non sbaglierai mai e poi mai.„ Va bene così?

Astese assicurò la perfetta trascrizione del passo; e, senza volerlo, venne a sapere tante cose: intanto che il suocero e la suocera avevano una grande stima di Leuma, anzi che tutto il paese avea Leuma in grande riputazione, che Leuma avea rimesso in piedi l'azienda domestica del commercio del legname — e con che anima, e con che spirito! che se voleva essere sindaco dipendeva da lui. — Se quest'inverno non è avvenuta una rivoluzione in paese, tutt'il merito è di Leuma. Ci vuol altro — seguitava la signora — che mandare carabinieri e soldati, come dice Leuma....

— È socialista Leuma?

— Oh, credo di no: perchè lei forse è socialista?

— Io? Io per adesso sono ministeriale, — rispose Astese ridendo di gusto nel suo savio cuore.

— Bene, Leuma non è neppur quello che dice lei. Anzi Leuma dice che ci vogliono delle amministrazioni buone nel Comune e nel Governo: dove si tenga da conto il danaro che ci portano via con le tasse: che il popolo non è di nessun partito, ma che vuol vivere secondo giustizia, che siete voialtri deputati e tutti quegli altri che hanno il mestolo in mano, che mettono su il popolo. Insomma, ha delle idee buone e serie: ha capito? e qui in paese tutti gli vogliono bene: lui dà ragione al prete, se il prete ha ragione; e a quegli altri, se quegli altri hanno ragione.

— Così che loro sono felici col mio amico Leuma? — domandò graziosamente Astese per ricondurre alla conclusione un troppo diffuso discorso.

— Felicissimi, tranne l'ingratitudine del mondo.

— Sarebbe a dire?

— Come? me lo domanda? Ma un uomo come Leuma non lo devono fare per lo meno cavaliere? Cosa andate a fare voi altri a Roma? Cosa sta a fare il re a Roma? E se non vogliono far cavaliere il nostro genero, che già lui non ci tiene perchè non è ambizioso, — e se non si è ambiziosi, glielo dico piano che nessuno ci senta, oggi non si riesce a niente, creda a me che sono gallina vecchia, — ma almeno mio marito! Sono trent'anni, dico trenta, che commercia col legname, e in trent'anni non ha mai mancato ai suoi impegni, e non l'han da fare cavaliere? Un altro commerciante di legname, qui in paese, che ha fallito due volte, è stato fatto cavaliere: questa è storia! I buoni intanto restano a gola asciutta, ma verrà il tempo che ve ne pentirete....

Astese voleva assicurare quella signora, già così dolce e gentile, che lui, poveretto, era innocente di queste colpe: ma ella non gliene lasciò tempo. — Non me ne parli, non me ne parli — disse, e preso il vassoio e la chicchera, se ne era andata.

*

Presso la porta v'erano le scarpe lucide, su la sedia i calzoni spazzolati e piegati. — Ma che brava gente! — ripeteva Astese facendo _toilette_ con certi larghi gesti come di persona che arringhi, il che era sua abitudine.

Quando fu dato l'ultimo tocco artistico alla capigliatura, si affacciò alla finestra e vide, sotto, il giardino, silenzioso sotto il sole; il giardino pieno di alti gigli, e fra i gigli era Lia.

Lia era con tutti i capelli sciolti così che quando si chinava per mondare certe piante, si dispiegavano intorno sino a terra; e, quando si levava, la linea della persona balenava intravvedendosi sotto una veste di lana bianca costretta da una fascia di rosa intorno alla vita.

Astese la seguì a lungo con gli occhi e si sentì melanconia a quella vista. Si passò una mano su la fronte come per mandar via certe caligini che gli si addensavano pensando alla sua giovinezza trascorsa quasi castamente, ma poi disse con la sua voce lieta e forte: — Buon giorno, sposina Lia....

Lia si voltò, guardò attorno, in alto, e mandò un: — Ah! è lei, onorevole? Buon giorno: ha riposato bene? — e si raccogliea, confusa, la capigliatura su la nuca.

— Benone! Ora scendo.

Poco dopo Astese era presso di Lia e, stringendole la mano, esclamò allegramente: — Non ebbe pur tutti i torti Leuma se per conquistare questa bella mano, lasciò Vienna e Roma; — ma così dicendo vide che Lia arrossiva di non so quale timido pudore che lo stato di sposa e di madre non avea tolto ai suoi diciannove anni; però mutando l'entusiasmo e il complimento in tuono più pacato di voce. Astese proseguì: — Lia.... Lia.... Lia....! ci son bene dei versi che mi sovvengono questo nome, e mai non mi sono parsi così belli e così veri come adesso, che la vedo qui tra i fiori. Senta, sposina, — e dopo alcun pensamento per ricordarsi, disse con voce calda e ricca di inflessioni armoniose che non avea parlando comunemente ed era uno de' suoi trionfi, e con largo gesto, fra i gigli:

Sappia, qualunque il mio nome dimanda, Ch'io mi son Lia, e vo movendo intorno Le belle mani a farmi una ghirlanda. Per piacermi allo specchio qui m'adorno; Ma mia suora Rachel mai non si smaga Dal suo miraglio, e siede tutto giorno.

— Oh, che bei versi! — disse la giovanetta con ingenua ammirazione; — me li ripeta.

E Astese li ripetè.

— Ma di chi sono?

— Indovini.

Lia disse che non lo sapeva, ma che aveano un non so che di bello e di antico e che probabilmente dovevano essere di Dante. — Io però non sono arrivata sin là, — aggiunse.

— Ma brava, ma che intuizione! Del resto si capisce; stando con Leuma.... Sa che c'era della stoffa d'artista in Leuma?

— Oh, lo so pur troppo! — disse Lia sospirando. E chinò la testa come chi è richiamato ad un pensiero doloroso.

— E adesso perchè sospira? ma perchè? cos'è nato?

Lia lo guardò in volto dubbiosamente come chi cerca un'espressione che gli riveli se si può o no fidare; e poi con voce in cui da vero si sentivano le lagrime, come talvolta attraverso il vento si sente l'odor della pioggia, domandò:

— Dica, mi posso confidare in lei?

— Garantisco, sposina, — disse Astese turbato a quel mutamento di scena inaspettato e mettendosi la mano sul petto e dando alla voce e al senso un andamento scherzoso: — garantisco che ho ricevuto più confessioni io di un frate confessore; ma giuro....

— Ebbene, signore, io sono molto infelice; — suonò la voce di Lia; e stette lì, col capo chino e le braccia penzoloni, come meditando tutta l'estensione delle parole che avea proferite.

— Eh!... ma pare impossibile....!

Lia confermò con un lieve chinar del capo.

Astese, supponendo che quella infelicità provenisse da qualche imagine o fantasia dell'anima inesperta, domandò con evidente intenzione di iperbole faceta:

— Non le vuol bene? la maltratta? non adempie ai suoi doveri? giuoca? si ubriaca? vanno male gli affari? non va d'accordo con la suocera?... ha un'amante?

— Oh no, signore, questo poi no! — disse Lia non senza indignazione, là dove prima avea sempre risposto con un melanconico diniego.

— Allora favorisca spiegarsi, perchè questa volta non ci riesco ad indovinare....

— Venga con me, signore, — disse Lia, — e poi capirà tutto.

Lo prese per mano, lo condusse segretamente in casa al secondo piano, e aperse la porta di una stanza.

— Questo è stato il regalo della sposa allo sposo; — disse Lia indicando.

— Corpo di bacco: una magnificenza! — disse Astese fermandosi su la soglia.

— Venga, ma venga avanti! Adesso lui non c'è in casa e possiamo essere sicuri.

Era una grande stanza arredata con austerità di cuoi, di tappezzerie e di mobili antichi di non dubbio valore: una stanza da studio che la avrebbe invidiata un sognatore e un poeta, e che nessuno avrebbe sospettato in quella villa alla buona. La tenue luce passando attraverso le tendine di seta rossa, si rinfrangeva su le ricche masserizie in un raccoglimento pieno di pensiero e di bellezza. In uno scaffale di antica foggia stavano disposti molti libri legati in cuoio ed oro, e presso il balcone era un tavolo massiccio sagomato a liocorni con ricchissima suppellettile per iscrivere, e un'erta sedia a bracciuoli con borchie e cuoio. Ma per temperare l'austerità del seggiolone, faceva grazioso invito al sogno ed al riposo un mobile che Catullo avrebbe chiamato _torus lucubratorius_; in linguaggio moderno, una _dormeuse_ a fiordalisi.

Quadri, acqueforti, due statuette di bronzo, vasi di vivi fiori, stoffe e ricami di puro lavoro ornavano le pareti.

— Bellissimo, da senno, — disse Astese, — ma io non capisco che cosa abbia da fare questo studiolo, degno di un letterato francese, con la infelicità di vossignoria, sposina Lia.

— Lei capirà subito, signor onorevole: guardi! — e in così dire Lia passò la palma della mano sul tavolo e poi la squadrò aperta davanti al volto dell'onorevole Astese: — Ci guardi ben bene; polvere! oh, ecco qui la penna: La vede? arrugginita! E non basta: qui sul tavolo c'è una ragguardevole sommetta fra romanzi moderni, poesie moderne e riviste: tutta roba che faccio venire io per Leuma affinchè i libri gli sieno di compenso in questa solitudine della campagna, anzi, stando a quello che mi propongono i librai, dovrei spendere molto di più, perchè di novità ne vengono fuori tante.

— Questo lo credo.

— Già, ma bisogna fare il passo secondo la gamba, come dice la mamma, che è lei che mi dà i danari. Ora, come vede dalla polvere, dalle pagine non tagliate, dalle fascette intatte dei giornali, Leuma non si occupa più di studi; tutti questi bei libri lo lasciano indifferente: la gloria, o per lo meno la rinomanza, sia pur fuggevole, ma certo inebbriante per quel tanto che dura, è passata su queste pagine: ma Leuma pare che non se ne accorga o la disprezzi per arte. Egli nella scuola mi parlava di eroi, mi diceva che l'uomo deve lasciare su la terra un segno del suo passaggio, se no è come un bruto; ed ora che mi ha sposata, tutto questo mondo di eroi e di gloria è scomparso, è morto: dico morto; non se ne parla più, più! Legge poco, e scrive ancor meno, non dico versi, ma nè anche di prosa. Ora per un uomo giovane che ha sempre avuto inclinazione a queste cose (e lei con le sue parole mi ha confermata in tale credenza) non è per lo meno strano questo abbandono per tutto ciò che possa ricordare i trionfi dell'ingegno? me lo dica lei.

Lia, così dicendo, si sedette su di uno sgabello chinando il capo, e Astese pure si adagiò sul _torus lucubratorius_.

Astese, contemplandola, pensava che sebbene egli non fosse mai stato poeta come Leuma, pure si sentiva l'animo per quell'adorabile donna di comporre tante canzoni e sonetti da disgradarne messer Francesco Petrarca, e, cosa ben più difficile, da ridurre in rima i discorsi più lunghi ed acerbi al buon senso e alla grammatica dei suoi onorevoli colleghi. Ma comprendendo che l'infelicità di Lia potesse avere fondamento sul vero, e non volendo d'altra parte scoprire più in là che ella non scoprisse, così si accontentò di confermare le parole di lei dicendo:

— Ciò, se è vero, mi sorprende, perchè Leuma era un idealista e un artista nell'anima, e quando era in collegio scriveva molti versi e prose di romanzi. “Veramente, — pensò, — li scrivevo anch'io i versi: ma allora si usava.„ E alzando la voce: — Non fa dunque nè pure un piccolo sonettino per la sua sposa?

— Neppure! Oh, ma che cosa crede lei! Che io mi lamenti per me? Ma già, sciocca io a confidare certe cose! Lei prende tutto in ridere; e su questo Leuma vedo proprio che ha ragione da vendere e dice benissimo.

— Cosa dice Leuma? da brava, sentiamo!

— Dice che voialtri deputati pigliate tutto in burletta, anche le cose più serie, e per questo non farete mai niente di buono, perchè non avete fede.

— Egregiamente: dica però a suo marito che noi lo terremo d'occhio. Certe idee sovversive del signorino sono giunte sino a noi. Ma per ora tiriamo avanti nel nostro argomento. Vedrà ora se colpisco giusto: ella sta in pensiero perchè Leuma sarà stravagante, nervoso, melanconico, meditabondo, sentirà la nostalgia di viaggiare, di vivere nelle grandi città.... Scusi, sposina, lei ha mai letto una commedia tragica che si intitola _Anime solitarie_?

— No, signore.

— Ma certo l'avrà comperata: è una novità....

— Sarà bene: ma anch'io, veda, leggo poco. Mica che non ne abbia la voglia: ma vi sono tante vestine da rammendare e tante cosine da fare! Noi non siamo ricchi; possono venire degli altri figliuoli, e poi l'ago e la pezzuola — come dice la mamma — tiran su la famigliuola.

— Peccato che non abbia letto le _Anime solitarie_....!

— Perchè?

— Perchè allora ci saremmo subito compresi sul conto di Leuma: ma se non ha letto quel libro, è inutile che glielo spieghi: serve soltanto per chi non ne ha di bisogno.

Allora Lia parlò così accendendosi di passione di mano in mano che proseguiva con le sue parole dolorose:

— Lo farò venire quel libro, signore, e lo leggerò. Ma intanto le posso accertare che Leuma non è come ella dice: anzi è molto tranquillo e sembra contento. Ciò appunto mi accora, e quasi preferirei che egli fosse agitato e cattivo, ma mi dicesse l'animo suo. Invece quella sua calma, quel non guardare questi libri, mi fa tremare. Egli certo non legge per non affliggersi; per non vedere avverato negli altri l'avvenire pieno di soddisfazioni che egli sognò anche per sè, povero Leuma. Io indovino che sotto quella calma rassegnata si nasconde un segreto dolore. Egli con la sua bontà, mi fa capire che la sua vita è rovinata. Egli era nato per fare nobili cose: invece la sua vita si deve consumare qui, in questa campagna, con questa donna, con quel bambino, con i miei genitori! E il rimorso, veda, è che sono stata io, io che gli ho chiuso la strada, io, perchè gli voleva bene e ho fatto tanto perchè mi sposasse! Egli voleva andar via: molto lontano; e sono stata io a trattenerlo, perchè mi pareva di morire se fosse andato via. Ma adesso che siamo sposi io sono disposta a tutto pur di farlo contento. Mi adatterei a tutto. Egli mi ha dato la sua vita: io sono pronta a dargli la mia, a sacrificare per suo bene la mia pace. In questa villa noi viviamo agiatamente e non ci manca cosa alcuna; ma io anderei a vivere con lui a Roma, a Milano, dove vuole, anche in una stanza sola, anche a dover io lavare i piatti pur che lo sapessi contento: perchè io lo sento; per voi altri uomini che avete ingegno, una piccola donna è poca cosa: vi sono le soddisfazioni dell'amor proprio, il trionfo delle proprie forze, la gloria sopra tutto. Per questo veda, signore, mi dispiaceva che lei fosse venuto qui! La vista di lei che fu suo compagno di scuola e che adesso ha un nome nel mondo, certamente deve aver gettato del veleno nella piaga del suo cuore. Il tempo fugge, signore, e la mamma non ce la può dare una seconda volta la vita come un giocattolo di cui si è fatto cattivo uso la prima volta: e Leuma consuma qui la sua vita.

Lia pronunziò queste ultime parole con grande melanconia, la quale penetrò anche nell'animo di Astese; e siccome lui, benchè eloquente, non diceva parola e lei aveva detto tutto quello che aveva nel cuore, così si vergognò di quegli occhi di lui che scrutavano nel volto la sua pena e la sua confessione: si confuse, arrossì, si coprì il volto con le palme e segretamente piangea.

Allora egli disse:

— Vediamo..., vediamo un po': in fede sincera, sposina, lei ci terrebbe a questa gloria (chiamiamola così per intenderci) di Leuma?

— Per mio conto? — domandò vivacemente Lia sollevando gli occhi lagrimosi.

— Si, per suo conto: si esamini bene!

— In mia fede, signore, la mia ambizione non oltrepassa la cuna del mio bambino e la cancellata di questa villa.

— Allora però — disse Astese — bisognerà pure che Leuma dia qualche segno della sua tristezza, del suo malcontento, perchè altrimenti dovrò credere che questa infelicità provenga se non in tutto, almeno in parte dal troppo affetto e dalla troppa fantasia della sua adorabile sposa.